Buon Natale

Da ieri sera si sa che questa fottuta quarantena durerà quantomeno fino al 3 maggio. Non credo che la notizia abbia colto qualcuno di sorpresa, la situazione la conosciamo figuriamoci, ma sentirselo dire a brutto muso mica è cosa piacevole, per niente anzi. Chissà come sarà il nostro stato d’animo alla volta della fine di questo periodo, piuttosto. Posso andare in libreria però, è una delle poche attività a cui è consentita la riapertura: potrei mettermi lì, in un angolo con un libro in mano, leggere per respirare aria nuova. Non male come idea, in effetti. Fino a qualche anno fa lo facevo, almeno una volta la settimana. C’era una libreria qui nella città dove abito, a pochi metri da dove vivevo – possibile pure che fosse entro i 200 -, che finché non ha chiuso è stata il mio rifugio preferito. Ci andavo, stavo lì, e anche se sapevo già cosa avrei comprato mica facevo veloce, mi sedevo da qualche parte ma non per leggere, per chiacchierare invece, con la libraia, persona deliziosa, romantica e un po’ svanita, e con i suoi clienti, una in particolare divenuta mia amica. Ci si aspettava, si cominciava a parlare, di libri, di scrittori, di nuove uscite ma anche di noi, della vita e di cazzate, ché la cultura è bella ma c’è bisogno anche di tutto il resto. Gli ultimi giorni prima di Natale raggiungevano il picco massimo del mio piacere in libreria, c’era da fare i pacchettini regalo e come se quella fosse stara una frontiera di guerra io mi sono sempre sentita in dovere di arruolarmi. E Natale dopo Natale, dietro quel piccolo banco, pieno di carta regalo colorata e rotoli luminosi di nastro, eravamo sempre in tre, io, l’amica libraia e l’amica di lettura. Girava un sacco di gente in quei giorni, c’era bisogno di aiuto perché coi libri è così: quando le hai pensate tutte e non hai più idee, quando il destinatario appartiene all’ultima categoria dei cugini di quarto grado che vedrai al pranzo dai nonni, quando devi fare i conti con suocera o cognata indisponente diventano il regalo ideale. Ma se a tua volta non sei un lettore autentico ti ritrovi a girare tra gli scaffali per comprare un po’ a caso. E noi giù a ridere, figurati se non li riconoscevamo al volo i clienti natalizi, piuttosto mi stupisco che nessuno non ci abbia tirato addosso uno di quei tomi da 500 pagine di Vespa che invece venivano comprati senza misura. Ma si finiva in fretta di ridere, il negozio si riempiva sempre, c’era da lavorare, pacchetti su pacchetti, i miei erano i più sbilenchi, al punto che s’era deciso, tra le risate, che dovevo limitarmi a fermare il nastro con il dito mentre loro ci cimentavano a costruire le più fantasiose decorazioni. Arrivati al momento della chiusura del 24 sera, l’amica libraia tirava fuori dal cassetto i due pacchetti più belli che contenevano proprio i titoli che ciascuna di noi due voleva. Solo un’insopportabile quarantena può farmi ricordare alla vigilia di Pasqua proprio il Natale.

 

Stringiamoci a coorte

Abito in una località di mare, affacciata sull’Adriatico, in Veneto, qui l’asse portante dell’economia è il turismo. In tempi di Covid 19 siamo a secco. Parlavo proprio ieri con la mia ex dirimpettaia di scrivania, lavoravamo per una piccola agenzia di comunicazione che si occupava della realizzazione di free press costruiti attorno ad un solido architrave pubblicitario, dicevamo quindi che con ogni probabilità quei giornali, su cui avevamo investito passione, mista a idee e indiscussa fatica, era ben difficile che potessero uscire quest’estate, e non certo nei tempi e nei modi noti. E invece stamattina, sorpresa, sui social compare la copertina del primo numero della stagione, puntuale, per Pasqua, come ogni anno, come da tradizione, nel pieno rispetto delle regole decise dalla redazione. Il giornale più rappresentativo poi, il pezzo da novanta dell’intera produzione, quello più atteso, quello che disegna i contorni di una località attrezzata per accogliere ogni estate milioni turisti. Ha una copertina molto bella fra l’altro, con uno strillo che dà l’idea della squadra che in un momento del genere stringe i denti, non molla il timone. Io e la mi ex dirimpettaia di redazione ci telefoniamo subito, non ce l’aspettavamo questa calata di asso vincente e certo non con questa puntualità. Che penso? Mi piace questo atto di coraggio, orgoglio e valore messo in campo da tizi che comunque continuo a non stimare, ma non posso non considerare che questo è il momento per mettere da parte ogni desiderio di rivalsa, adesso più che mai è bene stare sull’attenti per tratteggiare un qualunque carattere di speranza sul domani. Ci parliamo io e la mia ex dirimpettaia di computer e a tutte due viene addirittura l’idea di scrivere un wapp all’unico degli ex capi con cui siamo rimaste in qualche modo legate, certamente perché a lui diamo credito di professionalità ma soprattutto perché, diciamolo, anche lui è stato disarcionato come noi. Poi lui lo hanno riarruolato nel momento del più grave bisogno questo va detto, ha accettato di malavoglia, dice, perché di qualche cosa bisognerà pur mangiare. Sta di fatto che ora fa di nuovo parte della compagnia quindi a me e alla mia ex dirimpettaia di idee geniali è parso necessario fargli i complimenti attribuendogli, chissà poi perché, gran parte delle fondamenta di questo progetto. Lui ha risposto con finta umiltà ma tant’è. Poco dopo su FB ho visto il video nel quale l’altro ex capo, quello che di sicuro non considero, tutt’altro, e che si fa chiamare editore, è seduto alla scrivania del suo ufficio – l’ultima volta che sono entrata lì dentro in è stato per sentirmi formalizzare il licenziamento con la specifica che non c’era intenzione di pagare a breve giro di posta le ultime mensilità e il TFR pari a 15 anni di lavoro – e nel suo italiano precario, butta fuori parole a caso, che dicono tutto e dicono niente, gira attorno a concetti che sono molto simili a un’auto celebrazione. Poi entra in scena il nuovo direttore, lo conosco da anni, anche se fortunatamente non ci ho mai lavorato insieme, un egoriferito convinto di essere la penna più autorevole del creato e che infatti dirige un free press. Parla dalla sala riunioni – non ha nemmeno un ufficio suo là dentro non posso che notarlo – dice le stesse cose, hanno cercato di offrire un servizio per spiegare che la località è viva e come sempre pronta a ripartire. Mi resta attaccato alla pelle un senso profondo di occasione perduta. Era tanto difficile mettere da parte i propri supposti allori per dire che il valore autentico di questa eccezionale uscita era quella di dare spirito ai tanti – a tutti? – quelli che qui di turismo vivono e che all’improvviso non solo sentono di aver perso ogni bussola ma pure una strada sulla quale orientarsi? Serviva la verità: è dura ma si farà, noi abbiamo fatto un tentativo, rischiando tanto, troppo, ma è questo il momento di farlo. Qui i turisti sono fondamentali, si doveva dire, e li aspettiamo, ma ora questo giornale è dedicato a noi che qui lavoriamo, alle nostre paure a tutti i pensieri che ci pesano sul cuore ma che devono diventare l’occasione per farci diventare una squadra compatta, un gruppo che solo insieme può vincere una partita che sembra persa in partenza. Questo almeno è quello che io e la mia dirimpettaia di utopie avremmo voluto diventasse il messaggio. Ma infatti ci hanno licenziate.

Annalena, è un piacere

 

In queste giornate che si muovono tra preoccupazioni e malumore, durante le quali ci sono troppi spazi da riempire per non sprofondare, per non lasciarsi soffocare definitivamente ho trovato un modo per rimanere a galla. Ho scoperto per caso un programma tv che sto guardando anche in replica, per non perderne nemmeno un dettaglio, da cui mi sento coccolata, addirittura viziata, perché parla delle cose che mi piacciono, i libri, con i toni che preferisco, quelli più morbidi. Si chiama Romanzo italiano, lo conduce Annalena Benini che fa un viaggio attraverso le regioni italiane per rintracciare gli scrittori che abitano lì, per intervistarli, parlare dei loro luoghi, i libri che hanno scritto, i tempi e i modi dei loro esordi. Ora, che Annalena Benini fosse una garanzia già lo sapevo, ottima lettrice e di conseguenza ottima suggeritrice di titoli, sulla stampa ma anche sui social, qui si rivela capace di interviste ammalianti, una voce pacata che non interrompe mai, lascia parlare mentre accompagna chi la guarda dentro un circolo di bellezza perfetto. In ogni regione incontra uno alla volta tre scrittori, con ciascuno di essi mette in mostra un pezzo d’Italia che parla di loro, si fa portare negli angoli che più amano, di una città, di una piazza, di uno sguardo verso il mare, di uno spazio immerso nella natura. E poi si parla dei loro libri, lontani da toni accademici, da registri sofisticati, se ne parla e basta, con gusti intelligenti e passionali, che conquistano. Si raccontano gli esordi e di come si è passati un manoscritto ad una finale di un Premio Strega, per esempio, magari alla fine anche vinto. Non tutti gli scrittori intervistati mi piacciano e di sicuro non leggerò mai loro libri, poco importa mi ha interessato conoscerli. Se è per questo ho avuto anche la conferma che di quelli che mi piacciano non ho letto tutto purtroppo e che dovrò rimediare al più presto. Per non parlare di quelli che certamente potrebbero piacermi e di cui però non ho letto niente, me tapina. Questo è il momento giusto per riparare, il tempo in effetti non manca. Purtroppo.

Indietro tutta

Ieri mi sono connessa a Rai Play, cercavo una cosa che mi ero persa e che volevo recuperare. Entrando nella home ho visto le proposte e i consigli offerti, gran parte di questi compongono una rosa completa della migliore tv del passato, quella con cui sono cresciuta o di cui ho comunque sentito parlare come caposaldo dello spettacolo di casa nostra. E tra questi c’è Indietro Tutta, Arbore e Frassica & co, quella pagina di televisione che ha fatto molto più che storia. Credo si fosse nel 1987 o 1988 giù di lì, ero una ragazzina, al Ginnasio, ne parlavano tutti davvero tanto perché in un botto il linguaggio della comunicazione era stato travolto da ragazze coccodè, dalla vita che era tutta un quiz, dal cacao Meraviliao, dal telecomando riconosciuto scettro del potere per chi lo aveva in mano. So per certo di non aver mai visto una puntata intera di Indietro Tutta e sicuramente non in diretta, andava in onda troppo tardi la sera e io vado a letto presto invece, da sempre. Però anche senza guardarlo tutti ne eravamo sedotti: le sigle venivano trasmesse per radio continuamente e quel cacao, proprio quel cacao che non esisteva, era tra i più richiesti in ogni negozio. Io di Indietro Tutta ho comunque un ricordo diverso e tutto mio associato a due compagni di classe che non potevano rappresentare niente di più diverso l’uno dall’altro. Enrico, capelli lunghi, sguardo robusto, eloquenza scorrevole come i migliori uomini della sinistra italiana di quegli anni, come il suo omonimo a cui chiaramente ispirava il suo pensiero. Ogni giorno entrava in classe sbattendo sul banco una copia de Il Manifesto. Pier Filippo, perfetto esponente dell’alta borghesia cittadina, tutte le mattine camicia Oxford perfettamente stirata, eleganza innata e dichiarata educazione politica collocata a destra. Quando morì Almirante conservò dentro il portafoglio l’articolo che Montanelli gli aveva dedicato per celebrarne il peso istituzionale. Era nota la loro reciproca antipatia, ma, lontani di quasi un decennio dalle più feroci lotte politiche conosciute nel nostro Paese, si limitavano a ignorarsi, niente avevano in comune, niente volevano condividere. Fino a quando una mattina cominciano a ridacchiare tra loro, uno dice una cosa, l’altro risponde a tono. Il giorno dopo lo stesso, uno scambio di battute veloci, niente di più, ma la risata è più convinta e non proprio sotto il banco. Fino a quando cominciano ad aspettarsi prima di entrare in classe, addirittura davanti alla scalinata del liceo, non si deve perdere tempo, ce n’è da dire e da ridere soprattutto. Per me Indietro Tutta è questo, la storia di un’amicizia nata senza porre condizioni e poi è la memoria di Pippo come lo chiamavano tutti noi a scuola, meno borghesi, meno ingessati, più popolani e allo stesso modo addolorati quando purtroppo morì.

La paura e una carezza

Quando ho cominciato il nuovo lavoro, ormai più di un anno fa, mi ero ripromessa di non creare legami troppo stretti con i colleghi, cordialità certo che sì, gentilezze e cortesie, ma bandite amicizie, intimità, confidenze che andassero oltre il dovuto. Il passato ti insegni, mi ripetevo, quello che è successo ti ha ferita e tanto, ti sia di lezione, mantieni le distanze, rispetta gli spazi degli altri e soprattutto i tuoi. Arrivavo da un periodo pesante, quello del licenziamento, affrontato con tutta la forza a mia disposizione tentando comunque di lasciar passare ogni tormento senza rifletterci troppo sopra, il rischio era quello di colare a picco come un qualunque Titanic contro un iceberg. Ma le ammaccature quelle sì che le vedevo, lividi viola che non sfioravo per misera difesa dal dolore, ma, accidenti a loro, quanto erano evidenti. E non era solo il licenziamento ad accoltellarmi – anche se quei modi e quei tempi erano tutti da discutere -, erano i rapporti umani caduti in frantumi senza spiegazioni a graffiarmi di più. Di quei quindici anni di vita sono rimaste tracce importanti, questo sì, che anzi oggi appaiono rafforzate perché oltre ad aver condiviso la tragica discesa, la fatica di una lenta risalita e poi di un nuovo ritrovato equilibrio, ora vivono insieme un presente libero dai legacci del lavoro comune scoprendo che questo fa bene, almeno alla loro amicizia. Però mi manca anche il resto, perché di quegli anni rimpiango il tanto che avrei voluto conservare, tutti i rapporti umani con gli altri colleghi costruiti con impegno: gli scambi di segreti, le risate, il cameratismo e perfino le liti furenti con le successive riappacificazioni. Tutto passato. Chi lo sa perché poi. Ecco perché quando mi sono seduta alla nuova scrivania l’accordo con me stessa è stato di stare in disparte rispetto a tutti i meccanismi umani del nuovo ufficio, di lavorare senza stringere rapporti troppo stetti con i colleghi oltre a quelle chiacchiere che ti fanno essere nulla più che educata. Certo nei primi mesi è stato più facile poi a mano a mano che il tempo passava qualche risata in più è scivolata, due parole da scambiare sono nate, quel buon vivere, insomma, che alleggerisce anche il lavoro. Ieri sera ho ricevuto un wapp da uno dei tre o quattro colleghi con cui per ragioni di stretto servizio ho scambiato il numero. Mi chiedeva come stavo in queste settimane di forzata quarantena e che non vedeva l’ora di parlare ancora con me perché al lavoro si sente la mia mancanza. Mi ha resa felice. Poi mi sono fermata col telefono in mano e mi è venuto in mente che qualche giorno fa un’altra collega mi aveva scritto dicendomi su per giù le stesse cose. E che la scorsa settimana quando avevo scritto io a uno dei miei capi per chiedere qualche informazione il tono era stato grosso modo lo stesso. Sì è vero è bene proteggersi, le botte sul viso mica si cancellano, ma in fondo non è nemmeno male sentire qualche leggera carezza.

Nel Connecticut o giù di lì

È un tempo pesante questo, inutile tornare sull’argomento per renderlo ancora più pesante, la situazione è questa ed è fin troppo nota la questione, che ci si può fare se non sperare che passi in fretta senza fare ancora più danni? Si tratta di trovare il modo per renderlo più disteso forse. Io ho scelto di buttarmi per l’ennesima volta tra i cari amici che abitano a Stars Hollow nel Connecticut o giù di lì visto che Stars Hollow non esiste. Care amiche che mi prendete in giro per questo sappiate, e lo dico con fierezza, ho deciso di mettermi a guardare ancora una volta Una mamma per amica. Per la quinta volta? La decima? La ventesima? E chi lo sa. Adesso ne ho più bisogno che mai. Io davanti alla tv insieme alle ragazze Gilmore ci sto bene, mi rilasso, mi risposo, allontano i pensieri più cupi, mi sento meglio. Non ho scelto da dove cominciare, sono andata a caso, tanto le puntate le conosco tutte a menadito, quale importanza ha decidere da dove partire se mi piace tutto, ogni momento della serie lo conosco perfettamente e mi fa stare bene allo stesso modo? Quando vedo uno qualsiasi dei personaggi fare qualunque cosa la mia immaginazione vola: Lorelai beve un caffè? ne voglio subito uno anche io; Rory legge un classico russo? lo devo avere in mano immediatamente; è seduta tra i banchi del suo esclusivo e rigorosissimo liceo? mamma mia, quanta voglia di essere la sua compagna di studio; sono tutte e due a cena dai ricchi ed eleganti nonni? è quello il posto dove vorrei essere anche io più diqualunque altro al mondo; mangiano pizza, patatine e schifezze sedute sul divano? è il mio menù preferito, roba nota. Tutto qui? Macché. Il fatto è che Lorelay, Rory e tutta la squadra che si muove a Stars Hollow e immediate vicinanze è brillante, simpatica, raramente stupida e il registro che distingue la sceneggiatura delle puntate è questo, o almeno è quello che ci leggo io. Qui si ride, ci si innamora e poi si litiga e pure molto, si fanno cavolate ai limiti dell’eccesso ma tutte condotte sul filo dell’ironia ma soprattutto prevale il dialogo da cui escono considerazioni lontane mille miglia dalla mediocrità. E anzi spesso sono piene di luce. Nella puntata che ho guardato ieri sera, per esempio, Rory è con Paris, la nemica/amica con la quale ha condiviso tutto il percorso di studio, sono ad un passo dalla laurea all’università di Yale e stanno ricevendo le risposte alle domande per la specializzazione che hanno fatto. Paris ha un carattere che definire spigoloso è un po’ più che un eufemismo e infatti ai tempi della scelta universitaria il suo desiderio di essere ammessa ad Harvard viene bocciato proprio dal suo temperamento severo e instabile malgrado il curriculum scolastico sia all’altezza della fama dell’ateneo. Harvard accetta, invece, la sua richiesta per gla specializzazione in giurisprudenza. Paris la legge, salta sul divano e grida: “Non mi hai voluta quattro anni fa? Oggi sono io che non voglio te.” Strappa la risposta e butta le carte all’aria. Paris, maestra di vita. Le tue parole valgono per tutti, valgono per tutto.

Ruvido e profumato

Ieri sera ero di cattivo umore, in tv passava il solito inutile niente e non avevo nemmeno voglia di leggere. E allora l’ho visto sopra il mio comodino e l’ho preso in mano, un albo di Topolino che avevo comprato la scorsa estate come ammonimento che avevo cercato di darmi dopo una stagione di scarse letture che mi avviliva davvero tanto. Con Topolino volevo darmi coraggio, un modo tutto mio per riaccendere il m personale meccanismo della lettura, la sera, una volta entrata a letto, come d’abitudine. Solo dopo ho capito che la causa delle scarse letture non era la mia inettitudine, è stata sufficiente una visita oculistica, ci vedevo molto meno, sai com’è l’età che passa. Eppure anche ieri sera il pur bel libro che sto leggendo è rimasto lì sopra il comodino, troppi i crucci che mi passavano per la testa. È allora che ho visto quel Topolino abbandonato in un angolo e l’ho preso in mano. E quante risposte mi sono data. Topolino è la mia infanzia, in casa ne giravano parecchi, mio fratello, che è più grande di me, ne aveva diversi e a me ancor prima di aver imparato a leggere piaceva sfogliarli, con quelle pagine che all’epoca avevano una grana ruvida e un profumo che ricordo ancora. Chiedevo a mio fratello di leggermi le storie mentre io guardavo i disegni, non saprò mai se lo facesse davvero o se le inventasse in velocità per assecondare i miei capricci, a me piaceva comunque. Credo però che appena ho cominciato ad andare a scuola in famiglia s’è respirato: mio fratello perché l’ho lasciato in pace, i miei perché mentre ero intenta sopra le pagine di qualunque cosa mi capitasse per mano finalmente smettevo di chiacchierare. Ieri sera leggere Topolino è stata una grande sorpresa, non ricordavo infatti che la costruzione delle sue storie ruotasse attorno a scelte linguistiche così ricche, complesse, articolate e bellissime. Oltre al fiorire dei vari wow, gulp, slurp, sbam che sono la cifra che definisce il linguaggio tipico del fumetto attraverso l’uso dell’onomatopea, ieri sera ho letto ben altro e con estremo piacere. Cosa posso dire infatti di tutti quei sostantivi, aggettivi, modi verbali, costruzioni sintattiche di livello simil letterario che ho trovato? Su Topolino l’intera grammatica italiana si muove con piena convinzione di sé, il temibile congiuntivo su queste pagine non conosce imperfezioni, la consecutio dei tempi verbali poi appare senza sbavature di sorta, non vorrei esagerare ma qui s’è lavato in panni in Arno. Ma c’è ben alto, basti pensare che i malintenzionati tra questi fumetti si chiamano gaglioffi, le ragazze carine come Minnie vengono descritte come amabili e che quel pigro di Paperino è meglio chiamarlo col suo nome, sfaccendato. Perfino la Banda Bassotti deve arrendersi e farsi definire come merita: tre mariuoli e niente di più. Mamma mia che bellezza! Da piccola leggendo Topolino devo aver rotto le scatole a chiunque con i miei continui cosa vuol dire questo, cosa vuol dire quello, tanto che secondo me ad un certo punto pure mio fratello deve aver tentato di strapparmelo dalle mani più di una volta per ricominciare a leggermelo a suo modo. Ma vale di più la seconda ipotesi: io mi sono innamorata proprio con Topolino della bella parola, con questo fumetto dalla pagina ruvida e profumata. E ieri sera pure il malumore m’è un po’ passato.

Tra le pagine chiare e le pagine scure

Non capitava da tempo. Da anni credo. Stamattina ho pianto. Perché la sclerosi multipla è fatta così, si guarda in giro e trova alleati ovunque, finge di non vederli ma invece no, ha uno sguardo lunghissimo e un’intelligenza sottile che si infila dappertutto, vede una debolezza e la porta dalla sua parte. E fu così che come un’infame si è attaccata allo stress delle ultime settimane, a tutti quei lampi di autentica paura respirati, alla seppur minima normalità violata, alle incognite sul domani, ai pericoli e ai rischi, al tanto che non sarà più lo stesso. Carico sopra carico. E con danni conseguenti. La mia dominatrice, sempre pronta, sempre in agguato, soprattutto nei momenti di debolezza, fa capire che comanda lei. Punto e capo. Malgrado io ci metta tutto l’impegno che ho per fingere che vada bene anche così. Ma sono giornate strane e impegnative queste, quelle in cui ti racconti qualche bugia, del tipo che a volte capita di non sentirsi a mille, che a tutti succede di non essere in piena forma, e quindi va bene così, sono momenti no, quindi, se anche la sclerosi multipla allunga un po’ troppo le mani, pazienza. Poi arriva la mattina in cui crolli e ti ritrovi a piangere, perché sei stanca e le lacrime escono, le vorresti fermare ma la fatica è tanta, è troppa e allora le lasci andare. Dura poco e alla fine sei di nuovo in sella, sopra un cavallo imbizzarrito ma tanto non è mai domo, figuriamoci se non lo sai. Tornerà il sereno, è già più o meno tornato, anche se gli assi vincenti li ha in mano tutti lei, lo sai fin troppo bene e da tanti, tantissimi anni, ma a te resta il sorriso e il piacere di fare una risata. Oggi magari no. Ma domani prometto di sì.

Piove, senti come piove, vedi come viene giù

Mi chiedono spesso quale sia il mio libro preferito. Temporeggio sempre prima di dire che non ce l’ho un libro preferito, sono diversi quelli veramente belli che ho letto, come si fa a fare una classifica. Senza voler essere saputella comunque, è una semplice e banale considerazione la mia. Però se ci penso bene ecco che un titolo lo trovo, che forse non corrisponde in assoluto al mio libro preferito ma senz’altro coincide con quello che ha gettato le basi della mia storia di lettrice: I promessi sposi. Me lo ha fatto amare la mia prof. del Ginnasio, che forse a insegnare latino e greco non era proprio una scheggia, ma sul capolavoro di Manzoni si è concentrata a lungo e con passione e, pagina dopo pagina, io con lei. Tra quei capitoli ho scoperto cosa cerco quando leggo, quel qualcosa che va oltre, quel dettaglio che innalza la costruzione narrativa facendola diventare bella pagina. Con Manzoni ho imparato che vuol dire faticare leggendo, tornare indietro nel paragrafo per orientarsi meglio nella comprensione del testo, provare piacere facendosi travolgere dalla bellezza di una struttura sintattica dalla perfezione totale, scoprire il valore estetico di una consecutio ben fatta. Ah, la lingua italiana quanto è bella, li ha lavati lui i panni in Arno, o no? Oggi ho ripreso in mano la mia copia dei tempi del liceo, usata anche all’università credo – l’apparato delle note è di Natalino Sapegno, tanto per dire – e dentro ci sono tutti i miei commenti scritti a matita tanto, ma tanto tempo fa. La loro stupida ingenuità ne è autentica dimostrazione, del resto. L’intenzione di adesso è quella di rileggere i capitoli sulla peste, ci pensavo da settimane, ma ho preso tempo, meglio evitare, mi dicevo, non aggiungiamo paura a paura. Ora però mi sono decisa. Farò questo tuffo nella pagina suprema ma anche nel racconto di un dramma vissuto in modo simile a quello dei nostri giorni che si risolse con un diluvio atteso e implorato che spazzò via tutto pulendo Milano dall’angoscia, dal dolore e dalla morte. Lo stesso che speriamo noi oggi, che sia pioggia, caldo o vai a capire cosa. Anche perché se Renzo e Lucia dopo 600 pagine di casini sono riusciti a sposarsi possibile che non ne veniamo fuori noi?

Addio, venerato maestro

Ieri è morto Alberto Arbasino. Qualche settimana fa aveva compiuto 90 anni, avevo scritto anche qui del suo compleanno, non sapevo fosse malato, ma da tempo non trovavo sui giornali niente con la sua firma e due risposte me le ero date. Saputo della sua morte ho subito pensato che in questi tempi di Coronavirus non avrebbe avuto nemmeno un funerale ufficiale adeguato alla portata intellettuale del suo nome e mi è spiaciuto. Che ingiustizia ho pensato. Ieri sera mi sono riletta una sua intervista di qualche tempo fa in cui ricordava i vecchi amici che non c’erano più, quelli ormai diventati “Delle edizioni complete o degli indirizzi utili ai tassisti”, detto con il sarcasmo di cui era padrone senza rivali. Gli mancava la possibilità di conversare ancora con loro, ricordava, amici come Parise, Testori, Pasolini, Gadda o Calvino e tutti gli altri morti troppo presto e molto prima di lui. “Ce lo dicevamo sempre – ribadiva – quando saremo vecchi litigheremo dicendoci sul muso ogni cosa. Non abbiamo fatto in tempo”. Non leggeva gli scrittori contemporanei, e lo dichiarava senza troppo girarci attorno “Non scorgo illuminazioni” e il discorso lo chiudeva lì. E allora ho pensato: ma Arbasino, avrebbe tollerato un funerale alla presenza di un’intellighènzia come quella di oggi che di certo non stimava? Stamattina ho letto uno dei brillanti tweet di Guia Soncini che mi ha fatto riprendere in mano Fratelli d’Italia, edizione del 93: segnalava alcune pagine che ho riletto e m’è venuto da ridere. Arbasino parla del funerale di uno dei personaggi centrali del romanzo: “C’è molta gente alla messa che alcuni prendono come un cocktail, con molti saluti [] – scrive – e tutti i ragguagli sulle crociere future [] tutti gli chic tendono a stare in fondo per fare del gossip”. E via così, per due facciate, scritte con la sua sorprendente grandezza narrativa, moderna ancora oggi, trent’anni dopo. Eccolo l’ultimo guizzo di acume di Arbasino, morire ai tempi del Coronavirus per essere certo di non avere il funerale. Addio, mio venerato maestro, tua casalinga di Voghera, la stessa che non ha mai fatto nemmeno una gita a Chiasso