Quella pagliuzza nell’occhio dell’altro…

“Vai a fare la spesa oggi?”. Assolutamente sì. “Hai finito di leggere il giornale?”. Assolutamente no. “Lo bevi un caffè?”. Assolutamente no. “Hai visto la tv ieri sera?”. Assolutamente sì. Ultimamente va così. Sembra diventato impossibile negare o affermare qualcosa, anche la più banale, senza aggiungere l’avverbio assolutamente, anche nelle conversazioni normali, quelle di tutti i giorni, quelle in cui le domande sono semplici e altrettanto dovrebbero essere le risposte. Tempo fa ho ascoltato per radio l’intervista ad una cantante che ha risposto a tutte le domande premettendo continui, noiosi e del tutto inutili “assolutamente sì” e “assolutamente no”. Allora mi sono chiesta se l’ho notato solo perché la tipa non mi piace, la giudico scadente come cantante e mi sta pure antipatica. “Assolutamente no” mi sono detta da brava maestrina quale sono, è lei che è stata fastidiosa, non c’entra niente che non mi piaccia. Però qualcosa è cambiato dal giorno in cui ho ascoltato quell’intervista: ho cominciato a notare quel trionfo di “assolutamente sì” e “assolutamente no” che riempie le mie conversazione, ho cercato di limitarlo e se qualcuno mi chiede se ho intenzione di andare a fare la spesa dico solo sì, ché basta eccome. Guarda te se c’è da imparare pure da una tipa che stimo pochissimo.

Sullo schermo della tv, in alto a destra

La notizia l’hanno data al Tg di oggi. Una donna, non credo giovanissima, è stata trovata morta nella sua casa. A sparale è stato il marito, non credo giovanissimo, che dopo averla uccisa si è suicidato. Prima di farlo ha telefonato al figlio e poi alla Polizia suppongo per avvisarli. Mentre guardavo il servizio, sullo schermo della tv, in alto a destra, è comparso il contatore che segnala il numero dei femminicidi accaduti in Italia dall’inizio dell’anno a oggi. Femminicidio è il neologismo nato per definire l’omicidio di una donna da parte di un uomo – spesso il marito, il fidanzato in carica ma anche no – che, completamente privo di capacità di discussione, affronta lo scontro mettendo in campo solo la violenza. Se nasce una parola nuova per definire un concetto non significa che prima il problema non ci fosse, diciamo però che il neologismo aiuta ad averne maggiore consapevolezza, augurandosi quindi che serva a tutte le donne che si trovano accanto uomini che le picchiano ferendole e umiliandole a denunciarli in fretta, nella speranza che le Forze dell’ordine le aiutino con la stessa fretta. Tutto perché il problema non si risolva solo con un contatore che gira sullo schermo della tv, in alto a destra. La notizia sentita oggi mi ha fatto uno effetto diverso però, e a spiegarne le ragioni non saprei nemmeno da dove cominciare, forse perché mi sono sentita addosso la solitudine di un quadro famigliare che ha perso la speranza, anche la quota minima, quella che ti fa rimanere dentro la carreggiata della ragione. Ecco perché questa volta, quel contatore che girava sullo schermo della tv, in alto a destra, sopra il racconto di questa notizia mi ha fatto l’effetto di una stonatura. Se lavorassi in una redazione non so se avrei passato questo pezzo, e comunque non so se l’avrei fatto in questo modo. Ma tant’è. Io non lavoro in una redazione.

 

Benedetti siano gli SMS

C’è stato un tempo in cui gli smartphone li chiamavamo cellulari. C’è stato un tempo in cui i contratti telefonici somigliavano a vere ghigliottine per le nostre finanze, erano costosi e in poco tempo si rimaneva a secco di credito, toccava correre ai ripari in fretta spendendo dell’altro denaro. C’è stato un tempo in cui Whatsapp non esisteva, c’erano gli SMS e ogni invio faceva scalare il proprio credito. Le conversazioni via SMS erano brevi quindi, uno e due battute e poi basta, il tempo per prendere un accordo, per darsi un appuntamento o per scambiarsi la buona notte tra innamorati. Ora che c’è Wapp, lo scambio di messaggi si chiama chat e può durare da sera a mattina, tutto gratis. Che bello! Quante chiacchiere in più, quante risate, quante discussioni, poi ci sono i gruppi che permettono di tenere in contatto più persone perché nessuno si senta escluso. Che meraviglia! In questi giorni ho fatto una scorsa tra le mie chat. Ho riletto molte conversazioni notando che sono quasi tutte piene di emoticon, l’altro asso vincente di Wapp, piccole faccine gialle con le quali comunicare ogni stato d’animo, amore, amicizia, risate, lacrime, rabbia e molto altro ancora. Se le parole non le trovi usa un’emoticon, insomma. Tra le più frequenti nelle mie conversazioni, sia in entrata che in uscita, ci sono baci a forma di cuore, abbracci stretti-stretti, disegnini di cuori rossi o anche colorati. Ci sono così tante persone che mi vogliono bene? Voglio bene a così tante persone? In entrambi i casi penso che la riposta sia no. E allora cos’è che ci spinge ad essere così generosi coi sentimenti quando si tratta di inviare un Wapp? Ci sto ragionando da qualche giorno perché mi dispiacerebbe essere come certe persone che inviano baci a forma di cuore in quantità ma che poi arrivati al momento in cui devono dimostrare non dico amore ma almeno solidarietà se ne lasciano sfuggire l’occasione.

 

 

The cat is still on the table

“Sorry for my english”. Per un’intera, piacevolissima serata è stato questo il mio unico contributo alla conversazione. Ero stata invitata a cena da un’amica per salutare la sorella tornata per trascorrere qualche giorno a casa: vive fuori da sempre, a 25 anni ha scelto di seguire il suo talento lavorando all’estero praticamente ovunque scalando le vette di una carriere brillante e del tutto meritata. Non credo che il suo caso vada inserito nella lista dei numerosi cervelli costretti alla fuga, per quanto le sue capacità siano certamente al di sopra della media, dopo la laurea ha deliberatamente scelto di andare via dall’Italia pur essendo quelli anni in cui questo paese qualche speranza ancora la dava. Quando torna fa base dalla sorella, ci vediamo sempre, molto spesso viene raggiunta da amici e amiche, colleghi di lavoro o fidanzati, questa volta con lei c’era Aimi, nata a Tokio con residenza a New York e numerose esperienze professionali tra Europa e Nord America. Ebbene durante la cena s’è mangiato, s’è bevuto e s’è parlato. O meglio durante la cena anche io ho mangiato, anche io ho bevuto ma solo io non ho parlato se non per dire “Sorry for my english”. Io e l’inglese abbiamo un blocco, mi do un tono e lo chiamo rispetto per la lingua che mi porta a non abusare di bruttissime traduzioni letterali con l’utilizzo esclusivo del simple present. Diciamo che me la racconto così ma la verità è un’altra. Io l’inglese non lo so. Lo capisco un pochetto forse, ma solo se chi lo parla si esprime con lo splendido, pulito e chiaro inglese BBC che Aimi ha usato al meglio permettendomi di comprendere una parte significativa di quanto ha detto. Come quando al mio ennesimo “Sorry for my english” mi ha sorriso dicendo “My italian is terrible” per poi aggiungere che è come se il suo cervello fosse diviso in due porte: nella prima convivono in perfetto accordo l’inglese e il giapponese che non interferiscono mai tra loro e quando decide di parlarne una lo fa senza che l’altra di intrometta; dentro l’altra porta ci sono lo spagnolo e il francese che lei conosce ma che vanno meno d’accordo tra loro, le capita spesso che mentre ne utilizza una faccia capolino una parola dell’altra, sa molto bene che se imparasse nuove lingue finirebbero dentro questa seconda porta. Aimi non capisce il perché. Io ho pensato al mio di cervello, all’unico portone che c’è, bello chiuso a doppia mandata sulla sola lingua che conosco. Nel mio caso la ragione è fin troppo ovvia e si può evitare di dirla. Meno male perché per spiegarla ad  Aimi avrei dovuto tirare fuori un altro “Sorry for may english”.

E se la matematica fosse diventata il mio mestiere?

Quando ero in terza media, nel periodo in cui dovevo scegliere che scuola fare alle superiori, i miei genitori mi diedero totale libertà, la piena autonomia di muovervi secondo le mie preferenze. Mio fratello mi prese all’angolo e con fare meno conciliante mi disse che potevo scegliere la scuola che mi piaceva di più tra liceo classico e liceo scientifico. Io che avevo già deciso mi iscrissi al classico, mi piaceva l’italiano e la letteratura e in matematica non ero proprio una scheggia. Quando ti iscrivi al classico, però, nessuno ti dice che in effetti la matematica è poca, che la letteratura italiana c’è, ma che per uscirne vivi, soprattutto dai primi due anni che ai miei tempi si chiamavano ginnasio, ci sono tante lacrime da versare sopra latino e greco. Ma c’è un’altra cosa che non viene detta: quando affronti un testo di Tacito lungo venti righe e trovi il verbo della principale anche quando il soggetto è sottinteso, quando giri attorno a una perifrastica passiva di Cicerone e ne vieni fuori vincente, quando capisci il senso del genitivo assoluto di Senofonte e puoi riprendere a respirare, la tua mente ha messo in funzione un ragionamento uguale a quello di chi risolve un integrale in matematica. Solo che la maggior parte degli studenti del classico non lo sa e continua a guardare con diffidenza al libro di matematica pensando che aprirlo sia solo tempo rubato alla grammatica latina e al manuale delle versioni di greco. Anche Alessio Figalli, il vincitore del Fields 2018, l’equivalente del Premio Nobel per gli studiosi della matematica, ha fatto il classico. Dubito fosse uno studente comune, di quelli che impiegavano troppo tempo per venire a capo di una versione di Tito Livio o di Tucidide, ma è certamente la dimostrazione di come la sua mente, il suo cervello e la sua intelligenza già eccellenti abbiano trovato al classico la migliore delle palestre possibili. Spero che agli studenti di oggi venga detto che anche la matematica è alla loro portata, ai miei tempi proprio no vista la foga con cui cantavamo che non sarebbe mai diventata il nostro mestiere. Il liceo classico lo rifarei ancora, ancora e poi ancora perché tutto quello che sono è nato a partire da quei banchi in quei cinque, fantastici, anni. Se poi coi numeri è andata come è andata è solo colpa mia.

Bentornate fragole infinite

Era da un po’ che non sentivo le canzoni di Alberto Fortis. L’ho ascoltato fino allo sfinimento in passato, credo di aver consumato i suoi dischi e mentre lo dico rivelo molto della mia età: i 33 giri non esistono più da decenni e insieme alla loro scomparsa la qualità del suono è migliorata, per non parlare della facilità con cui si può sentire musica e in qualunque posto ci si trovi per giunta, ma questo è un altro discorso. Anche perché continuando finirei per farmi travolgere dalla nostalgia di interi pomeriggi passati a maneggiare con estrema cura delicatissimi lp che sembravano nati per essere graffiati da mani straccione come le mie. Tra i miei dischi preferiti ci sono stati a lungo quelli di Alberto Fortis, quella sua vena di tristezza che ferisce, quei testi irrisolti che sanno volare ben oltre la parola, certe immagini che si creano davanti come “piroette di sabbia e le guglie del Duomo” mi hanno fatta crescere. Insomma, la musica di Alberto Fortis è certamente parte di me con le sue “fragole infinite di cent’anni fa”, con il suo settembre a cui chiedere “quanti amori porterai”, con la voglia di sentirsi meno soli perché “con te posso cadere e piangere per ore”. Ecco, Fortis l’ho ascoltato tantissimo, come un riflesso perfetto per i miei sentimenti. Poi basta. Una sua canzone, che pur amavo tantissimo, di botto diventa una coltellata in mezzo al cuore, dolorosa e sanguinante. Come un pezzo di domino che cadendo sopra le altre tessere le rovescia a terra, La sedia di lillà diventa impossibile da sopportare e poco alla volta rende inascoltabile l’intero repertorio di uno dei cantautori che più amo. Perché la sedia di lillà del titolo rappresenta il grande spettro dei miei ultimi anni, “di chi sa che è prenotato sulla sedia di lillà”. Ora che il tempo è arrivato, che la mia sclerosi multipla, la mia ospite inattesa, mi ha portata qui, ora che ho scoperto che la sedia di lillà non è un piacere ma può essere vissuta anche con positività per gli innegabili vantaggi che assicura, posso riprendere con grande gioia ad ascoltare Alberto Fortis. Peccato per i 33 giri.

Che estate questa estate

“Ciao, come stai? Sto bene, anche se questo caldo è davvero troppo”. “Buongiorno, mi dà due panini, poi volo a casa che con questo caldo è meglio non stare in giro”. “Quando finirà questo caldo? Sai niente? Boh, è il ciclone africano, è per questo che c’è un’umidità pesantissima, speriamo bene”. Lo stiamo dicendo tutti da giorni: mamma che afa, mamma che voglia di fare un bagno in mare, di andare in montagna, di stare al fresco, di spegnere il condizionatore che fa male, che inquina ma che se non ci fosse scoppierebbe una guerra civile. Però rispetto agli anni scorsi qualcosa è cambiato, qualcosa che ci ha disorientati c’è. Come si chiama l’ondata di calore che stiamo vivendo in questo inizio agosto? Nessuno l’ha ancora battezzata, nessun annuncio clamoroso da parte di meteorologi o giornalisti. Gli anni scorsi praticamente ogni giorno ci avvisavano che stava arrivando un mostro brutto e cattivo che ci avrebbe fatti schiattare dal caldo. Una caldo anomalo, ovvio, non un caldo banale, no, no, un caldo fuori dal comune, con temperature irreali che si muovevano tra un livello autentico e uno percepito che solo a sentirlo nominare veniva voglia di stracciarsi le vesti e rimanere sotto la doccia per anni. Ondate di calore sempre associate a nomi apocalittici. Ricordo che arrivò Nerone e la sensazione che bruciasse ogni cosa attorno era più che una sensazione, era la verità, anche quando si stava in casa, in penombra coccolati dall’aria mossa da un ventilatore. Pochi giorni dopo fu la volta di Caronte, c’era solo da arrendersi, te lo vedevi davanti con quegli occhi di fuoco pronto a trafiggerti senza che nessuno lo potesse fermare. Quando arrivò Flegetonte la maggior parte ne prese atto, io mi chiesi chi cavolo fosse, non svelai la mia ignoranza e mi fidai dei meteo esperti, se lo avevano annunciato doveva essere una bestia incandescente. Ma quest’anno questo caldo come si chiama? Nessuno lo dice. Un caldo anonimo è meno caldo? O forse è solo una presa d’atto che l’estate è calda? E forse è proprio questa la ragione per cui è bella, forse la più bella. Che anche quest’anno è calda, come deve essere, perché l’estate è così da sempre.

 

Una mamma guerriera

Ieri sera ho rivisto una vecchia amica e non mi ha fatto per niente piacere farlo. Mi è comparsa davanti al tg della sera, l’ho riconosciuta e l’ho ascoltata e quello che diceva è stato davvero doloroso. Intervistata da un giornalista ha raccontato la storia di sua figlia, Anna, quattro anni, affetta da una patologia genetica che si chiama ittiosi lamellare e che al momento non ha una cura. Si tratta di una malattia  rara – solo 20 bambini in Italia –  che secca la pelle screpolandola, cancellandone ogni elasticità fino a indurirla creando pericolose fessurazioni nelle quali possono infiltrarsi infezioni gravi di vario tipo. Non esiste una cura e nemmeno una ricerca scientifica, quando le malattie sono rare gli interessi economici fanno fare un passo indietro anche alle più buone intenzioni. È vantaggioso anche ammalarsi della rogna giusta, la mia sclerosi multipla è un pozzo di ricchezza, l’ittiosi lamellare evidentemente no. Dopo aver visto il tg ho fatto un giro sul web scoprendo che la storia della piccola Anna ha raggiunto il Corriere della Sera, ma anche Vanity Fair grazie all’impegno duro e da vera guerriera della mia amica che porta avanti una battaglia importante per sua figlia e per gli altri bimbi. La mia amica si chiama Alessandra Colabraro e fa parte del consiglio direttivo dell’Unione Ittiosi (Uniti) che sostiene gli studi di Heiko Traupe dell’Università di Munster. Dal suo lavoro potrebbe arrivare una cura per Anna e gli altri bambini ma servono soldi e Alessandra chiede a tutti un piccolo investimento: solo 1,00 euro per mettere in moto l’inizio di una ricerca che potrebbe assicurare una vita migliore ad Anna e ad altri bimbi.

Per info: http://www.gofundme.com/comitatouffi

Buon compleanno Signorina Snob

 

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Oggi compie 98 anni Franca Valeri. Quanto mi piacerebbe conoscerla, certo per farle gli auguri ma soprattutto per mettermi lì buona buona ad ascoltare qualunque cosa voglia raccontarmi, ché tanto di roba ne ha da dire. Anche oggi che fa a pugni tutti i giorni con l’età e con la malattia, la vedi e ti chiedi se una donna può essere più bella di così, più intelligente, sarcastica, educata e colta di così. La risposta è no, di sicuro no. In questi giorni sono passate in tv alcune interviste rilasciate recentemente nelle quali si vede la fatica di un fisico in disordine incapace però di fermare un cervello ben vitale. Franca Valeri continua a fare l’autrice teatrale, a scrivere libri ad essere protagonista di primo piano del palcoscenico italiano. A 98 anni. Lei che ha conosciuto il meglio del mondo artistico del nostro Paese degli ultimi cinquant’anni, lei che è stata un’attrice di primo livello, lei che è stata scelta dai  più grandi nomi dello spettacolo e del cinema perché con uno sguardo, con una sola alzata di sopracciglia svoltava la scena trasformandola in un indimenticabile capolavoro, lei che, tra gli altri, si è inventata la signorina snob, personaggio che faceva ridere lasciando cadere tracce di amarezza non proprio trascurabili, ancora non si ferma, ancora non si accontenta di imparare. Io, che troppo spesso apro un libro e lo mollo dopo venti righe, io, che coi quotidiani ho un rapporto sempre più difficile, io, che mi faccio sedurre da ogni cavolata passi in tv mi sa che sulla strada di fascino e seduzione ho fatto scendere un bel portone chiuso. Grazie per la lezione signora Franca.

 

 

Ma non dovevamo vederci più?

Vista la stagione ho deciso di fare una piccola gita al mare. Non amo il sole che picchia sulla testa, l’afa che toglie il fiato, la sabbia tra le dita, la pelle unta di crema protettiva, il chiasso attorno. Ma il resto può andare. Tutto bene, quindi, fino a quando nel bel mezzo della giornata mi sono voltata e dopo anni le ho riviste. All’improvviso. Ho sentito un brivido ruvido lungo la schiena, poi un balzo al cuore, un’incredulità mista a panico, non credevo che un incontro del genere fosse ancora possibile, incredibile anche solo immaginarlo del resto. Erano sparite, come giusto che fosse, e io le avevo rimosse. Mentre si avvicinavano le ho fissate, brutte come un tempo, di più non si potrebbe, sgraziate, fieramente antipatiche, portatrici degli stessi fastidi di un tempo sospetto, eppure di nuovo qui. Maledette pianelle, siete tornate. Quarant’anni fa si chiamavano cosi, erano le più proletarie delle ciabattine da spiaggia, costavano 3 mila lire, non credo di più, ma era anche troppo per una suola dura di plastica blu che faceva sudare il piede con una fascia a righe che ne tratteneva, grattandolo, il dorso. Non ho mai dovuto rifiutare di indossarle perché in famiglia non me le hanno mai comprate per fortuna, credo comunque che avrei strillato in modo insopportabile se costretta a farlo, “Le pianelle no, le pianelle no, vi imploro no”. E invece pare che oggi siano diventate un costoso oggetto del desiderio da sfoggiare perfino nei locali più fighetti non solo dai ragazzi ma anche dalle ragazze che di botto cancellano tutta la fatica fatta in palestra con una calzatura capace di mortificare anche lo stacco di gamba di Naomi. Nella moda tutto torna, nulla muore. Nella moda appunto, che ricicla tutto quello che ha prodotto di bello, non certo gli errori come le pianelle che con stile ed eleganza nulla hanno mai avuto a che che fare. Caduti nella loro trappola blu di questo passo corriamo il rischio di ritrovarci a spendere soldi per indossare il sandalo con il calzino, il gambaletto color brodo, la scarpa con il mezzo tacco e la gonna a portafoglio che taglia il ginocchio. A questo punto resistere diventa un dovere.