Ma s’è visto quanto si sono allungate le giornate? Il pomeriggio termina ben oltre le 18.00, è la primavera che fa capolino, maledizione a lei che si porterà in groppa la temibile estate, calda, soffocante, afosa, irrespirabile, per raccontarla al suo meglio. Che poi negli ultimi anni a Jesolo si registra poca differenza tra le stagioni, il mio amato autunno ha cambiato sembianze, non più scuro e vuoto ma animato da uno spirito inedito che non posso nemmeno accusare, passano più soldi tra le varie attività in questo modo, mi sembra ingiusto e ingrato chiedere il contrario, ah beata modernità, vai capita e accettata. Anni fa, quando lavoravo per un giornaletto della saga free press mi chiesero di intervistare un imprenditore jesolano, celebre figlio di una famiglia di albergatori, attività professionale che nella mia città assume le forme di una classe sociale auto dichiaratasi nobiltà. Mi raccontò come era nata la posizione della sua famiglia: disse che negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale erano diverse le persone in arrivo dalle più vicine terre venete che si avventuravano alla scoperta del nostro litorale anche solo per una giornata. La sua famiglia, così come altre per la verità, prendendo le misure con questo movimento inedito, ebbe la lungimiranza di aprire al pubblico la cucina di casa offrendo una gastronomia semplice che comunque colpiva il piacere dei primi ospiti. Poco alla volta, vennero allestiti anche spazi per permettere soggiorni durante la notte, non ancora gli alberghi che conosciamo oggi, piccole locande piuttosto nelle quali i nuovi visitatori, quelli quasi benestanti probabilmente, scoprirono la possibilità di dormire da noi anche solo per una notte, vedere il mare all’alba, passeggiare lungo la spiaggia, consumare pranzi nelle strutture allestite sempre meglio in una nuova Jesolo che prendeva forma, pronta a mostrare una natura inedita che forniva spunti che già profumavano di vacanza. Seguendo questo pensiero imprenditoriale, coraggioso e sempre più completo, in molti, decennio dopo decennio, hanno contribuito a costruite una nuova industria che ha trascinato a sé tutte gli esercizi commerciali che sono Jesolo. La città dove sono cresciuta, vissuta e che con le sue potenzialità mi ha fatta migliorare, studiare, lavorare, imparare. Amo l’autunno, persisto nel dichiarare che l’estate mi sta sulle scatole (pure alla sclerosi multipla che col caldo trascende) ma che ci posso fare? Jesolo è la mia città e direi che è il caso di dirlo: per fortuna!
Tag: sclerosi multipla
San Valentino
Mai festeggiato. O meglio nessuno ha pensato a me in questa occasione: in tanti anni di onorata carriera da fidanzata nessuna rosa ricevuta, non dico oltre, non ho mai chiesto di più, una margherita semmai. Ecco tutto. Ricordo una volta in cui il bel biondo in carica mi invitò a cena proprio per la sera del 14 febbraio: cosa dovevo credere io, che quella fosse l’occasione anche per scusarsi per tutte le corna che mi piantava testa, lui, quello moderno, quello che poi si scusava con dichiarazioni strappa cuore, strappa lacrime. Un invito per il 14 febbraio di un certo anno che ho scordato a cui risposi “sì, vengo”, una cena, in un bel locale vicino a casa, solo che, arrivati all’ingresso, lui dopo aver fatto un passo avanti ne fece in fretta uno indietro, “è San Valentino” disse “meglio cambiare rotta, una pizza?” Mi si imbrunì il volto, non era una questione di soldi per la previsione di un conto troppo alto, era il concetto che lo fermava sulla porta, partì un dialogo acceso tra noi: “è una festa stupida” sosteneva lui, “è solo una cena” replicavo io, “sarà tutto prenotato” affermava lui, “almeno proviamoci visto che siamo qui” concludevo io. Mentre, nel frattempo, dalla porta davanti cui stavamo facendo questa discussione entravano le altre coppie ben convinte di trascorrere insieme la loro cena romantica. Un passetto alla volta entrammo anche noi due, trovammo posto e cominciammo una cena che nemmeno ricordo, visto poi che dopo pochi mesi lui sposò un’altra da cui ebbe due figli. Poi ci fu un altro San Valentino, con un nuovo fidanzato, risolto solo con un rapido spritz, accompagnato da qualche patatina seduti ai tavoli di un baretto secondario a parlare delle sue seccature da cui evidentemente non voleva escludermi. Ma quella storia era cominciata da poco meno di un mese e quando lui mi disse che doveva andare subito a casa senza nemmeno ricordare di darmi un bacio un più visto che era la festa degli innamorati sottovalutai la questione pensando che “povera stella” doveva trovare in fretta una soluzione plausibile alle sue rogne famigliari. La tonta. Anche perché io in casa sono sempre stata abituata ad altri maccanismi: a San Valentino papà inviava a mamma un omaggio floreale, sempre, ogni anno, vuoi una pianta, vuoi un mazzo di fiori. Al momento della consegna si metteva in moto un siparietto irresistibile, davanti alla pianta mamma diceva che era troppo grande, che in casa ce ne erano già troppe, che non sapeva più dove metterle, che era bella, certo, ma anche difficile da mantenere, un mazzo di fiori sarebbe stato una scelta più adeguata. L’anno dopo, quando arrivavano i fiori le parole di mamma viravano verso una convinta preferenza per una pianta a discapito di quel fantastico mazzo di rose che però, di lì a poco, sarebbe appassito. Ma poi tra loro spuntava un sorriso e uno scambio occhio con occhio che era bellissimo da guardare
“Vecchiette” del ’72
Domani la mia amica “storica” compirà gli anni e per noi due sarà l’occasione per ricordare tutta la bellezza e il potere affettivo del nostro rapporto. Siamo nate entrambe nel 1972, un po’ “vecchiette” insomma, forse per questo la nostra amicizia ha molto da raccontare: conosciute il primo giorno delle scuole superiori, alla fermata del bus che ci portava al Liceo, lei diretta allo scientifico io verso il classico, avemmo modo, per fortuna, di piacerci tanto da darci appuntamento per il rientro. Da quel giorno le cose non sono cambiate, per cinque anni è andata così: la mattina, una volta a bordo, si tirava fuori un libro con la volontà di fare un ripasso al programma di studio della giornata ma poi, pochi minuti al massimo, e lo si richiudeva, era tempo per dare avvio alle nostre chiacchiere quotidiane. Il sabato pomeriggio l’appuntamento prevedeva un’uscita per un gelato da consumare insieme, divenute più grandi era la volta di una pizza spesso anche con altri amici. Poi il tempo è andato avanti, è arrivata l’Università, lei a Udine mentre io a Venezia, eppure nulla si è modificato perché abbiamo coltivato il bene che ci vogliamo fin dall’inizio, con sincerità, dialoghi aperti, liti anche, confronti accesi spesso, ma placati ben presto perché la volontà reciproca di riconciliazione non è mai mancata. C’era troppo da preservare. Non sono nemmeno purtroppo mancati quei momenti trancianti con i quali, tanto lei quanto io, abbiamo dovuto fare i conti: pagine di vita inattese, la morte veloce e prematura della sua mamma, una sofferenza profonda con cui fare i conti da un giorno all’altro, un tetto di dolore scoperchiato senza preavviso non avendo idea di che direzione prendere. Fino alla mia sclerosi multipla piombatami addosso di peso, arrivata come una freccia che disegna segni malvagi. Ma proprio in questi momenti tanto duri siamo sempre state consapevoli che ci saremmo sempre trovate accanto, l’una per l’altra, di continuo fissando tra noi un’asse cui poggiarci per buttare all’aria le solitudini reciproche. Soffocate anche da risate, condivisioni di gioie immense – come l’arrivo di quel gioiello che si chiama Beatrice – prese in giro anche, inseguite da abbracci caldi e tutto il bello che sappiamo consegnarci gratuitamente. Ora me lo consenti un favore? Buon compleanno, Federica, “vecchietta” del 1972.
Natale a San Vito di Cadore
Olimpiadi 2026, da Cortina, quelle che mi stanno riempiendo la testa con scampoli di ricordo per quegli inverni natalizi in cui con la mia famiglia si andava in Cadore, a San Vito, la località ben disegnata nella mia testa per quei momenti trascorsi durante le Feste di quando ero bambina o poco più. Di tanto in tanto in certe giornate ci si spostava anche verso Cortina, sulle sue piste da sci, oppure nel tardo pomeriggio per visitarla. Ricordo molto bene che per me c’erano due angoli di osservazione lungo la strada che ci portava a Cortina e che dal finestrino dell’auto non perdevo mai: la Dogana Vecchia, l’antico posto di confine austro-ungarico edificato al termine della Prima Guerra Mondiale, e che passandoci davanti dovevo sempre scrutare con occhio fisso, vigole e attento. E poi, non da meno, l’albergo Miramonti Majestic Grand Hotel, costruzione del 1900, simbolo dell’ospitalità alberghiera delle Dolomiti. Spalancavo gli occhi davanti a un sogno composto da una bellezza ricca e potente: dal sedile dell’auto seguivo le linee di quell’immagine architettonica carica di valore prestigioso e storico e che, solo a osservarlo, evocava un incanto completo. In questi giorni olimpici Cortina appare al meglio, col centrale Corso Italia illuminato, la schiera di negozi, terrazze accese di caffè e ristoranti predisposti con tratti superiori. Penso alla mia famiglia quando eravamo in quella città, mica che li frequentassimo quei locali, troppo costosi, ma l’aria natalizia ci faceva respirare un sentimento vigoroso. Nelle piste più facili della conca ampezzana, poi, di tanto in tanto si saliva per sciare, poca gioia per me in quei momenti, io e lo sport ma andati d’accordo, il piacere più grande era quello di mangiare dal cestino che ci preparava la cucina dell’albergo dove alloggiavamo a San Vito, panini ricchi di salumi e formaggi, non senza biscotti, marmellate e cioccolatini. La nostra pausa pranzo, consumata sulla neve, sotto il sole, che meraviglia, quanti ricordi.