Finito il tg delle 20.00, dopo aver cenato, da me si comincia con lo sbarazzare i piatti dalla tavola, trasferirne la gran parte in lavastoviglie, spostare in dispensa il cestino del pane e poi l’acqua, buttare i tovaglioli di carta nel pattume e, ovvio, risistemare al loro posto le medicine della sera scambiandole con quelle del mattino. Nel frattempo si fa spazio per le tazze della colazione perché in questo modo il risveglio sarà più veloce. Mentre la televisione fa da sottofondo anche se raramente la si ascolta. Il più delle volte quello che racconta non interessa, fino a ieri sera quando sentiamo dire: sclerosi multipla, 5xmille. Alzo la testa verso il video, mia mamma fa lo stesso, ascoltiamo in silenzio, c’è una signora in sedia a rotelle che parla di ricerca, necessità di denaro, donazioni, roba fin troppa nota, ma in più ieri ho visto che in video con lei c’era, prima dell’inizio della sua trasmissione, anche Stefano De Martino, un personaggio tv che si dice essere sulla rampa di lancio del successo pieno. L’ho visto ascoltare la sua ospite con quello che sembrava autentico interesse, non ha interrotto, nessuna ripresa con dettagli superflui, incapaci, vuoti e inadeguati. Le ha lasciato spazio consentendole voce mentre lei, seduta sulla sedia a rotelle, presentava la sua sclerosi multipla secondaria progressiva, come la mia, quella pronta a muoversi in tutte le direzioni che sceglie di prendere, mentre tu te ne stai in silenzio in attesa del momento che sceglierà per sferrare il suo attacco, egoista e malfidata qual è. Stefano De Martino, già, dicono essere lui il personaggio tv del momento, un Pippo Baudo in fasce sembra, e ieri sera l’ho visto ascoltare con interesse una testimonianza targata sclerosi multipla ma non l’ha proiettata verso l’esibizione purchessia. Poteva pensare solo al palco di Sanremo, quello che dicono abbia già agguantato, invece il suo sguardo era aperto e attento verso la sua ospite, l’ascoltava con garbo, gentilezza e accordo mentre le faceva ripetere il codice fiscale del 5xmille di Aism, quello che serve per avventurarsi con decisione forse addirittura sicurezza verso la soluzione finale di questa tragica patologia neurologica. E allora via, se l’hanno fatto loro lo ripeto anche io:
Fondazione AISM 95051730109.
Autore: Quella che prova a farcela
1492
Stamattina leggendo il giornale ho scoperto che c’è una visita a Venezia che vorrei tanto poter fare per catturare la visione in presa diretta di un recente ritrovamento storico che mi emoziona al solo sapere che esista. È tornato al Museo marciano un incunabolo di otto pagine a firma di Cristoforo Colombo nel quale comunica ai reali di Spagna, finanziatori della sua traversata, la scoperta di un nuovo Mondo, le Indie secondo le sue indagini. “De insulis Indiae supera Gangem neper iuventuis” (Delle isole d’India oltre il Gange recentemente scoperte). Si trovava a Dallas questa ricchezza della storia, negli Stati Uniti, qualcuno l’aveva sottratta da Venezia, non si capisce come e da chi, ma a quanto pare senza responsabilità da parte del possessore texano che infatti non ha posto riserve nel riconsegnarla alle autorità. Nelle sue otto pagine, Colombo racconta ai reali di Spagna quanto aveva visto nella nuova terra, lui la considerava l’India ma qui, se abbiamo fatto le scuole elementari, sappiamo bene dove sta l’inghippo. Appunto le scuole elementari dove quella data, 1492, quelle tre caravelle, Nina, Pinta e Santa Maria, quella traversata di fatica, tra minacce e compromessi, quella terra vista per la prima volta, con capacità e furore, quel grido di fatica, terra-terra, hanno scritto le pagine più famose dei nostri primi cinque anni sui banchi di scuola. E quella data, 1492, 12 ottobre, chi la dimentica, neanche i più sfaccendati tra noi, è stato il nostro giro di boa, il prima e il dopo del sapere che ci ha formati, quello lungo il quale siamo cresciuti e che ci ha consentito di prendere una direzione, quella verso le nostre di Indie.
10mila Lire
Ieri, come capita spesso la domenica, siamo andati fuori per pranzo, io, Luca con mamma, l’occasione è rintracciata per riguadagnare quel minimo di serenità famigliare che ha sterzato da noi insieme a papà. Ci si muove lungo Jesolo, soprattutto perché questa stagione primaverile, in pigro ritardo, non è ancora salita sul crinale del gran turismo; in pratica è finito maggio ma il caldo, che dovrebbe richiamarlo a frotte, finora non è arrivato. C’è possibilità quindi per avventurarsi con l’auto anche lungo le vie più frequentate di questa città che è col sole che mostra la sua immagine migliore, preziosa, eccellente, superiore. Ça va sans dir. E così ieri abbiamo potuto trasvolare e ci siamo trovati seduti al tavolo di un ristorante di nuova apertura, affacciato sulla strada più famosa del litorale, quella alla moda, che assume il volto e l’immagine della “Milano-da-bere” (se solo l’avessi mai vista): vetrate luminose avanzate sulla strada, nessun infisso come va di moda oggi, vista panoramica aperta sull’esterno, arredi chiari, dettagli curati, servizio assistito verso un menù importante. Ma io, nota per la mia qualità di totale assenza di un minimo senso dell’orientamento, c’ho messo un po’ per capire in che angolo di Jesolo mi trovavo, ho dovuto guardarmi attorno con attenzione crescente per identificarlo e scoprire che lo conoscevo bene. A pochi passi dalla casa in cui ho abitato per decenni e dalla quale ho dovuto spostarmi perché mancava di ascensore e le mie previsioni sul futuro, sintonizzate sulle frequenze della sclerosi multipla, mi obbligavano a dirle addio. Ma vabbè. E poi, e poi il ricordo. Il posto nel quale ieri ho pranzato, quello fin troppo “Milano-da-bere”, un tempo era stato una pizzeria: piccola, di seconda quota, non certo alla moda, addirittura mediocre, perfino dozzinale, ma davanti casa, eccolo il suo valore. Era il locale dove era concesso andare da sola, con le amiche, a piedi, senza essere accompagnata in auto. In buona sostanza la prima meta delle mie uscite giovanili: pizza fuori casa, il sabato sera con possibilità di stare fuori fino alle 21.30, mi sembra di ricordare. Ieri mentre mangiavo, mi guardavo intorno, pensando a quella pizza di un’epoca fa, all’immancabile lattina di Coca Cola, ai 10mila Lire che avevo in tasca del tutto sufficienti per quel sabato sera con le amiche, atteso, piacevole, desiderato, quello che ignorava la valanga che mi sarebbe crollata addosso dopo poco. Quant’è bella giovinezza, inconsapevole e con 10mila Lire in tasca.
Sogna, ragazzo, sogna
Mi sono imbattuta in una pagina web in cui Roberto Vecchioni e la moglie Daria Colombo parlano della loro storia legata a doppio filo con la sclerosi multipla: il figlio Edoardo ne è affetto e loro, quindi, sanno cos’è in ogni suo feroce aspetto. L’ho conosciuto Vecchioni, anni fa, faccia a faccia, parola su parola, verità dopo verità. Lui ha visto ogni fatica che io mi portavo appresso, appesantita com’ero da quella gamba cialtrona che non aveva ancora conociuto la quiete data dalla sedia a rotelle. Era una serata di lavoro quella in cui ci siamo ritrovati, tanto per lui quanto per me. Vecchioni interveniva come ospite dell’agenzia di comunicazione per la quale lavoravo allora, presentava il suo libro, era protagonista della rassegna letteraria che avevamo allestito. Dettaglio in più: io non sapevo del suo rapporto con la sm, lui del mio. Ma una volta visti ci siamo capiti al volo, anche nel silenzio, quello che ci siamo imposti. Fu una serata faticosa per me, era ancora il tempo in cui aprire il sipario non mi piaceva. L’ho detto tante volte che è stata la sedia a rotelle a favorirmi, c’è poco da raccontare adesso, pensate quel che volete, non me ne frega niente compresi i vostri sguardi pietosi, patetici, perfino caritatevoli, quelli che la sedia a rotelle nutre e non nasconde. Ma se volete aggiungere un dettaglio ora che dovete pagare le tasse pensate al vostro 5xmille e se vi va di aiutare il domani di quelli che vivono con la sclerosi multipla eccolo il Codice fiscale della Fondazione di AISM: 95051730109. Per me credo sia troppo tardi ma la tempesta che la sm muove merita di far trovare un buon ombrello per i tanti ragazzi bagnati dall’acqua che all’improvcuso la sclerosi multipla rovescia addosso. Con tutto il ringraziamento che so dare.
Benjamin Malaussène
Ultimamente mi sento come Benjamin Malaussène, il personaggio che nei romanzi di Daniel Pennac di professione fa il capro espiatorio, pagato per assumersi le colpe degli altri, scelto come esca per evitare che critiche e responsabilità cadano sulle spalle dei suoi colleghi di lavoro ma non da meno voluto per queste ragioni dai suoi famigliari. Oggi sono forse di buon’umore e quindi mi va di scriverlo senza sentirmi disegnati addosso troppi effetti collaterali, o sensi di colpa, anche perché lo so che tra un’ora, in mattinata o il prossimo pomeriggio, durante un attimo giocato goffamente tutto, con Luca e mamma, andrà da sé, e forse anche male. Basta un angolo storto, una parola forse mal calcolata o proprio un errore, mica mi giustifico e basta, e ogji cosa nella vita di famiglia potrebbe prendere la forma di un dito, il mio, passato sopra la spina pingente di un cactus e io avrò solo il tempo per sentirmi come Malaussène, capro espiatorio. Papà, quindi. E ritorno da lui. Quante volte è stato, gratuitamente, Malaussène anche per me? E ora mi mordo le mani, di dolore, rimpianto e feroce nostalgia.
Da Cogne in poi
La ricordate la villetta di Cogne? Sì proprio quella che noi pubblico, circa trent’anni fa, abbiamo conosciuto dalla tv, imparando a verificare i suoi spazi esterni e interni in virtù di un celebre plastico che il mondo del giornalismo aveva creato per rappresentarla in versione 3D. La casa vera era stata la scena del delitto di un bimbo ucciso sul letto dei genitori. L’immagine di quella baita valdostana ha girato per settimane (ma forse più) da una trasmissione tv all’altra, da un tg che seguiva il successivo per raccontare un fatto di cronaca nera che all’improvviso aveva travolto l’informazione ma anche la voglia di sapere di noi pubblico. Una vicenda, quella di Cogne, che scatenò un episodio di cronaca nera mosso tra indagini complesse che coinvolsero oltre alla mamma del piccolo accusata di infanticidio, anche i vicini di casa, il papà del bimbo il quale forse copriva la moglie, i nonni desiderosi di stendere silenzio sulla vicenda. Storia di trent’anni fa più o meno appunto, mai arrivata a capo con criterio e serietà ma che, cosa che considero certa, ha cambiato il giornalismo italiano il quale da allora si è appoggiato alla cronaca nera come elemento portante del proprio racconto. Quante villette di Cogne abbiamo conosciuto da allora? Un numero spropositato, valido per riempire pagine di quotidiani e servizi tv costruiti tutti con lo stesso ordine: dare racconti ciechi e poco coerenti al pubblico, con figure, sempre dello stesso tipo, pronte a riportare dettagli mai realmente verificabili, testimonianze superbe eppure allo stesso modo deboli. Perché l’informazione, va detto, non fa indagini legittime, scava a caso, riporta ciò che le sembra di trovare, più niente che altro, parole, certo, ma buttate sul piatto e spesso a vuoto. Aggiungendo poi che tutti, vittime in particolare, sospettati, parenti, vengono chiamati con il nome proprio, senza cognome, come fossero amici di noi pubblico. Poco professionale, mi sembra, come aspetto giornalistico.
Bandiera gialla
L’ho saputo da poco che è morto Gianni Pettenati. Sì, proprio lui, il gran maestro di Bandiera gialla, quella sua hit che ha disegnato le rette trainanti della mia prima giovinezza. Finché la vedrai bandiera gialla “tu saprai che qui si balla e il tempo volerà”. Qui esplode, forte, il ricordo di Papaja ’90, la discoteca, quella della mia età più fresca, con il suo dj che gridava a chi era in pista “la gallina canta”; sono i miei 18 anni, le prime notti in discoteca a Jesolo, d’estate, uscite concesse fino alle 2.00 della notte. Poi arriva la domenica mattina, poche ore dormite, ma comunque al lavoro nel negozio dei miei a vendere materassini, secchielli, palette, costumi da bagno per i clienti che vanno al mare, mentre io mi impegno facendo anche il bilancio della notte appena trascorsa, con quel coprifuoco mai rispettato e le conseguenze pagate con gli umori seccati dei miei genitori. Pensando comunque a quella musica, a quella “bandiera gialla” ascoltata per la prima volta durante le indimenticate notti estive targate 1990, ballando a caso guardandomi in giro, caricandomi di quel divertimento nuovo e tanto bello. No, no che non ti dimentico Bandiera gialla, e come potrei.
Il Salone Internazionale del Libro 2025
È cominciata ieri a Torino la nuova pagina dell’editoria italiana, quella dove vorrei essere anche io, catapulta dentro il salone dedicato al libro, alla scoperta dei più importanti titoli in uscita, delle case editrici che mi fanno battere il cuore, nelle sale dove potrei assistere a un ricchissimo programma di incontri letterari. Eccoci pronti per Il Salone Internazionale del Libro 2025 – Le parole tra noi leggere sottotitolo in arrivo da un romanzo di Lalla Romano e scelto dalla direttrice dell’evento Annalena Benini (che solo di recente ho scoperto essere nipote di Daria Bignardi). Lì vorrei andare, a caccia di idee, muovendomi anche a caso tra le esposizioni di libri, in cerca delle migliori presentazioni dell’editoria di prima classe che proprio tra quei banchi saranno in prima fila. Ci penso da qualche giorno al Salone ma mi salgono in testa ambiti che un po’ mi spaventano però: vorrei andarci da sola, forse perché il rapporto con libro richiede solitudine, ma poi se mi vedo lì mi immagino senza la sedia a rotelle e ben retta sulle mie gambe mentre cammino. Una pura fantasia, ma pericolosa, azzardata, rischiosa, inutile perché potrebbe nutrirmi di false speranze. Sull’argomento sento tristezza, malinconia. Da qualche tempo però con il pensiero mi capita troppo spesso di vedermi in piedi, mentre cammino e mi sposto con la sicurezza che avevo un tempo, prima che la sclerosi multipla agisse contro di me. Tanto che oggi penso che se il Salone del Libro mi ospitase tra i suoi padiglioni sarei libera, mentre cammino e felice, tanto felice. Posto che anche il Salone delle caramelle mou vissuto sulle mie gambe sarebbe un’esperienza da non dimenticare.
Gloria e Vinted
Parlavo con la mia mia amica Gloria l’altro giorno. Lei è la donna con l’armadio a quattro ante più ricco che io conosca. Dentro non manca nulla, niente, ma proprio niente. Ogni dettaglio che rivela la moda lì c’è. Anche le altre mie amiche non sono da meno, ma lei di più. Quella diversa sono io: non possiedo sapere nella scelta dell’abito giusto e questo è un dettaglio importante da segnalare, sono disinformata sul tema, conosco ben poco i filoni della tendenza non trascuriamo poi che seduta sulla mia sedia mica posso sfoggiare sai che. Ma la verità è che è proprio la ricercatezza per il buon gusto espressa dalla moda a mancarmi. Non è così per Gloria che invece sa sempre dove guardare in cerca del bello. E trovarlo. Mi è capitato spesso di seguirla mentre guardava qualche vetrina e vedere il suo volto trasformarsi, illuminato, rapito in prossimità di un abito, un paio di scarpe, una camicia o chissà che altro. Mentre, io, posati i miei occhi qua e là, dopo solo dieci secondi fremo per la voglia di passare oltre. L’altro giorno, non so in che conversazione, Gloria mi ha detto che non gira più per negozi, non ha smesso con lo shopping, sia mai, il suo guardaroba comprende ancora tutto quanto fa tendenza, ma il traguardo del suo piacere ha semplicemente virato direzione: si trova immerso sotto il segno di Vinted, la community dell’acquisto online. Mentre me lo diceva almeno sapevo di cosa stesse parlando, anche se non ero mai entrata nel portale, l’argomento, stranamente, non mi era sconosciuto. Ma ho voluto andare più a fondo alla questione e, seguendo il suo suggerimento, ho cercato le pagine targate Vinted scoprendo davanti a me un cosmo sconfinato, ricco di ambiti diversi tra loro ma nello stesso tempo uguali perché ricchi, sovrapponibili fino ad apparire uniti da un unico filo conduttore: la voglia di possedere il meglio dentro il proprio guardaroba. E io? Che fatica girarsi dentro a quel portale. Mi muovo a caso anche in un negozio Oviesse qualunque, figuriamoci trascinata all’interno della marea che crea Vinted, spazio talmente ricco e prestigioso da farmi desiderare di uscirne in fretta. Vuoi vedere che Vinted non ha un’entrata per disabili mi sono chiesta, per me che, seduta su una sedia a rotelle, so sfoggiare solo la mia sclerosi multipla e da lì non mi schiodo? Gloria, aiuto.
Booking Club
Della mia amica Laura, perfetta spacciatrice di titoli, conosciuta non a caso nella libreria di Alessandra, la stessa dove anni fa, prima che chiudesse andavamo sempre, ho già parlato su queste pagine. E con piacere. Ma non della sua ultima nuova idea ovvero il Booking Club: si tratta di un gruppo di persone che lei ha unito e che amano leggere ma soprattutto condividere con altri appassionati lo scambio di opinioni personali sullo stesso libro. Funziona così: a turno ogni lettore che fa parte del gruppo – dal primo all’ultimo dei partecipanti – sceglie un titolo, lo invia a un altro dei membri incluso nella lista allegando nel pacco postale un quaderno nel quale ha scritto la sua di recensione. Il destinatario, dopo avere letto il libro, provvede ad aggiungere sullo stesso quaderno il proprio giudizio proseguendo poi all’invio del tutto all’indirizzo successivo compreso nell’elenco. E così si prosegue toccando ogni tappa, lettore dopo lettore, fino a raggiungere me, l’ultima dell’elenco dei partecipanti, tutelata da Laura, infatti, che sa tutto della mia cara sclerosi multipla, quella che non mi consente di arrivare da sola all’ufficio postale, proseguire con la spedizione e darmi modo di raggiungere l’insieme di appassionati. Laura, invece, mi agevola portandomi ogni volta il tutto, libro e quaderno delle recensioni. Signore e signori, ecco a voi il Booking Club cui appartengo, in modo personale e certo inconsueto, ma con soddisfazione. Non completa a dire il vero perché non tutti i membri del club fanno riferimento a libri che mi soddisfanno appieno ma poco importa, prevale il senso di partecipazione a un gruppo con cui discuto del mio piacere favorito. E niente serve di più. E grazie, Laura per le tue idee. E la tua attenzione verso me.