Durante il venerdì pasquale in tv c’era la Via Crucis davanti al Colosseo. Oltre al grosso valore religioso, che si può condividere o meno, la potenza dell’evento resta riservata a ciascuno di noi, così come il credo. Ma poi aggiungo: il punto di vista strettamente letterario, che io gli attribuisco, rappresenta un’autentica epica del valore culturale. Mentre venerdì sera la guardavo in tv dentro la mia testa si è messo in moto anche un vero flusso di coscienza che mi ha catapultata a circa trent’anni fa quando la Via Crucis la vivevo in diretta negli spazi davanti alla mia parrocchia, un circolo ben allestito per riprodurre ogni ambito della celebrazione. Io ci andavo con la mia amica Federica anche se ogni passo era speso per chiacchiere silenziose tra noi – poche preghiere le nostre –, sapevamo infatti che era un altro il sentimento che in quel momento ci abitava dentro. Il venerdì pasquale a Jesolo segna da sempre l’inizio della bella estate, quella del divertimento notturno e al tempo, in particolare, quello che dava il là all’apertura del più bel locale del litorale: il Terrazza Mare. Al termine della Via Crucis la nostra direzione si girava verso la zona del Faro dove sopra una bellissima palafitta sul mare c’era il Terrazza che quella sera apriva i battenti dopo la pausa invernale. È da venerdì che mi chiedo perché ero tanto felice di quel ricco calendario di serate che si prospettava davanti alla mia estate perché in fondo mi apparteneva poco. Del tipo: io non volavo rapida da una parte all’altra del locale accolta a braccia aperte da amici che aspettavano solo me per trascorrere il meglio la loro serata. No, io ero solo accettata, poche le parole per me, conoscevo un po’ tutti, certo, ma non ero come loro nel senso che portavo avanti altri significati: non vestivo con stile e questo a quei tempi – forse anche oggi – era un discrimine invalicabile, non sfioravo le loro mosse e forse non stavo mai nei posti dove conveniva fermarsi. Resta che al Terrazza ho speso sogni bellissimi, anche speranze, di certo sufficienti per dire che bastava eccome per andarci. Ma ora il ricordo si ferma su quella gradinata che bisognava salire per entrarci; io, ancora lontana dal sapere che sarebbe arrivata la sclerosi multipla, ho fatto molto più che bene a ritrovarmi proprio lì ogni fine settimana dell’estate. Anche se forse non mi divertivo troppo, anche se non ne ero una grande protagonista, chi se ne frega, sono state belle notti, le ultime libere da pensieri oscuri e più grandi me. Come quella scalinata da salire.
Autore: Quella che prova a farcela
Forcella Aurine, scritta nel cuore
Ieri mi è stata inviata un’immagine piena di ricordi. Me l’ha mandata Simonetta, una vecchia amica, ritrae me e sua sorella Jenny. Credo l’abbia scattata mio fratello Luca. Siamo in montagna, a Forcella Aurine, località del bellunese dove la mia famiglia e la loro, a fine anni Settanta circa, trascorrevano le vacanze di Natale. Eravamo in otto, quattro adulti, quattro ragazzini di varie età. Tutti amici tra noi e per di più vicini di casa, si condivideva lo stesso condominio e lo stesso pianerottolo e molte altre storie di vita. All’epoca, durante il periodo natalizio, si partiva verso questa cittadina delle Dolomiti dove non c’era granché oltre a un piccolo albergo per alloggiare e poche e facili piste da sci adatte per un gruppo di sportivi molto meno che alle prime armi. Come eravamo noi anche se già appassionati alla bellezza di questo sport sulla neve. Tutti. A parte me che ero una vera imbranata, timorosa di ogni mossa. Il maestro, rassegnato, mi faceva fare solo “scaletta”, non so se esista ancora questo esercizio per prendere confidenza con gli sci, so solo che io ne ho fatta tanta prima di tentare una salita con lo skilift di cui avevo cieca paura. Infatti gli inizi con quel mezzo mi sono costati cadute continue, ridicole e spietate. Ma il tempo della vacanza comunque mi piaceva un sacco. Al termine della giornata “sportiva” ci fermavamo tutti nella piccola baita sotto la pista da sci: gli adulti si facevano un drink, una birretta oppure un punch che a loro piaceva un sacco, mentre per noi piccoli c’era la cioccolata calda con la panna montata. Che gioia. E poi via, tutti nelle rispettive camere d’albergo, doccia calda e breve riposino prima di cena. Qui scatta il meglio scritto nei miei ricordi. Una volta scesi verso la sala da pranzo toccava stare in attesa prima di andare a tavola, c’erano divani disponibili per tutti gli ospiti dell’albergo ma la prospettiva per la cena aveva dei caratteri al limite del comico. Dietro il banco della reception stavano fisse tre signore non proprio giovani che gestivano tutto l’andamento e le regole dell’albergo compreso l’avvio del momento di pranzo e cena. Per quello che io ricordi non c’era mai un orario fisso, tutto era stabilito da una scelta arbitraria che credo fosse regolata dagli umori delle tre signore che al momento preferito suonavano con foga una campana che faceva scattare tutti noi clienti verso la sala da pranzo. Comprese ovviamente me, Simonetta, Jenny e le nostre famiglie. Noi tre amiche fin da allora. Figuriamoci adesso che a distanza di un mese abbiamo perso i nostri due amati papà.
5×1000
Ecco che faccio l’egoista. Come ogni anno del resto, perdonatemi. Ma ne sento il bisogno. Tempo di dichiarazione dei redditi e io salto fuori con la solita richiesta. Quando farete la vostra scegliete per favore di destinare il 5×1000 alla Fondazione di AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) per far fare un passo avanti alla ricerca sulla sclerosi multipla? Grazie.
Cosa fare:
- Compilare il modulo 730,
CU oppure il Modello Unico - Firmare il riquadro “finanziamento
della ricerca scientifica e delle università” - Inserire il codice fiscale della
Fondazione di AISM (95051730109)
10mila lire spese bene
È morto ieri Mario Vargas Llosa, l’autore peruviano che nel 2010 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Eccola qui l’intellettualina snob starete dicendo, quella che sa, quella che dice, quella che racconta e che, sotto-sotto, lo fa solo per vantarsene. Allora torno indietro: ieri è morto lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa di cui io ho letto un romanzo solo, Conversazione nella Cattedrale. E pure per caso. È andata così. Era un’estate di parecchi anni fa e sulla spiaggia accanto al negozio di mamma e papà era stata allestita una grande libreria coperta da un tendone. I lunghi scaffali poggiavano sulla sabbia, meglio muoversi tra loro a piedi nudi. Ci andai: avevo in mano, lo ricordo, 10mila lire una cifra che allora ti permetteva di comprare anche una nuova uscita con copertina rigida. Mica come adesso: porta con te trenta euro se vai in libreria, pochi spicci di resto te li ritrovi se scegli una novità. Vabbè, torniamo quell’estate e alle mie 10mila lire. Ho girato molto tra i tanti banchi di quella libreria sulla spiaggia, ma non conoscevo molto di quello che proponevano, di letteratura italiana che io non avessi già letto presentavano poco, tanti i titoli di autori stranieri questo sì invece e molti sudamericani. Mi scocciava chiedere informazioni a chi sedeva dietro la cassa, non volevo sembrare impreparata anche perché lo ero. C’erano molti romanzi di questo Vargas Llosa, nome mai sentito prima, ho cominciato a leggere le sue quarte di copertina, non c’erano gli smart phone allora, mi sarebbero stati molto utili. Mi sono fidata del caso, del mio intuito forse, ho letto qualche pagina di un suo romanzo in particolare, Conversazione nella Cattedrale, ed è su quello che ho investito la mia banconota da 10mila lire. Sono andata alla cassa facendo la faccia di quella che proprio quel titolo cercava e non ho guardato nessuno in volto. Arrivata a casa ho cominciato a leggere, cavolo, che gran scelta avevo fatto. A piedi nudi, sulla sabbia e completamente inconsapevole. A volte ci vuole anche fortuna per spendere bene 10mila lire. O 30euro.
La Settimana Enigmistica
Ecco che me la sono rifatta comprare, dopo anni o forse più, per trascorrere meglio il mio tempo ho pensato, soprattutto quello del pomeriggio, quando metto da parte i libri e vago con pensieri soffocati dalla noia. La Settimana Enigmistica, quella che da giovinetta facevo sempre, d’estate, in negozio dai miei, in quei pomeriggi che inchiodavano per il caldo, coi clienti che rallentavano le loro entrate perché stavano di più in spiaggia, ma io no, lì dietro a quel banco dovevo stare, per aspettarli. Con La Settimana che c’era sempre, è cresciuta con me, con le barzellette, i rebus e le mitiche parole crociate che facevano passare il tempo. E mentre io diventavo più grande procedevo in avanti anche con la scelta dei giochi da fare: da quelle “facilitate”, schema ridotto che qua e là inseriva qualche lettera d’aiuto, a quelle maggiori con definizioni comunque semplici quasi prevedibili, fino a quelle da mezza pagina firmate dai migliori enigmisti italiani, Bartezzaghi, Ghilardi. Per concludere poi con quella senza schema, in ultima pagina, solo spazi bianchi da coprire con la soluzione di definizioni a cui aggiungere anche le caselle nere. Ne ho una nuova in mano quindi, come forma alternativa a scrittura, lettura, ai pochi – pochissimi, lo dichiaro – esercizi di fisio che faccio. Tutto l’insieme che compone quel pacchetto di alternative che metto giù per bollare il tempo, per farlo correre riempendolo di qualcosa di più vivo rispetto ai vuoti di cui si compone. Ma senti un po’ cosa ho scoperto rispetto ai canoni che ricordavo di possedere con la Settimana: mi ha retrocessa al livello di principiante dell’enigmistica. Con la mia boria, il giornaletto in una mano la penna nell’altra, non procedo, sono ferma davanti allo schema, quale che sia. Irritata, detesto riconoscermi ignorante. Riprenderò un libro oggi pomeriggio, quello va almeno. Settimana Enigmistica che non sei altro.
God save the King

Carlo III e la moglie, la regina Camilla, proprio ieri hanno terminato il loro breve viaggio in Italia e sono ritornati, tra ali di folla festante, in Gran Bretagna. Spacciata come l’occasione per celebrare i loro vent’anni di matrimonio, questa sosta nel nostro Paese non so perché ma mi ha dato altre idee, tipo un sistema per sganciare il loro Paese dalla Brexit avvicinando invece il pensiero britannico all’Europa. Non vado oltre. Passo avanti e dico solo che li ho invidiati. Perché hanno scelto di visitare percorsi artistici tra più belli, tipo ieri a Ravenna, dove, evidentemente indirizzati da ottimi uffici di promozione turistica, si sono divisi alla scoperta del meglio che la cittadina propone. Dicono che Re e Regina siano colti, perfettamente in linea tra loro, capaci di intendersi al volo così come sembra sia la Regina Camilla il ramo che indirizza il volo che la coppia deve prendere. Non mi interessa molto sapere del loro matrimonio, figuriamoci. Poi se ci penso mi viene in mente la famosa estate in cui morì la prima moglie del futuro Re. Come dimenticare del resto quella ininterrotta settimana di tg che parlavano solo di lei e delle tante beghe nate attorno alla sua scomparsa. Compreso quel suo lunghissimo funerale trasmesso per intero su tutte le tv che totalizzò l’informazione, compresa l’immagine della Regina Elisabetta addirittura costretta a chinare il capo di fronte al passaggio del feretro della nuora forse nemmeno mai amata. Ecco, sarebbe stato meglio se Carlo e Camilla si fossero decisi a sposarsi prima. Ma anche qui chissenefrega è andata così e affari loro. Sai che c’è invece? Anche io vorrei andare a Ravenna per visitare la tomba di Dante, non ha barriere architettoniche ho scoperto, è accessibile a tutti, anche a me e alla mia sclerosi multipla. E allora, Sua Maestà, grazie per avermelo fatto scoprire.
Tra Rocci e Castiglioni Mariotti

Proprio ieri, il mio ex compagno di banco del liceo, Francesco, ha inviato, sul gruppo IIIC di wapp, l’immagine della gradinata storica del nostro liceo Montale. Non la vedevo da tempo, è ancora la stessa di allora, il liceo non c’è più perché è stato trasferito nella cittadella scolastica di San Donà di Piave, ma la struttura che ho frequentato io invece è lì. I cinque anni più belli della mia vita quelli trascorsi tra quei banchi. Dico sempre così, magari esagero, ma non credo perché me li sento scritti addosso così: tra pagine di latino e greco che pure mi hanno fatta piangere ma sa il cielo il valore che mi hanno dato, insieme a quegli amici veri che non sono mai volati via da me e con i quali ho condiviso tanto, tutto, e per non parlare della scoperta dei tagli più belli della letteratura senza parlare della piena consapevolezza che la matematica non sarà mai il mio mestiere. Oggi ho letto sul giornale della mia provincia che il Sindaco della cittadina di San Donà – che è stato allievo anche lui del mio Liceo, me lo ricordo – ha intenzione di dare al Montale il volto di una galleria d’arte, uno spazio dove organizzare rassegne ed esposizioni artistiche. Bella idea probabilmente, un modo per fornirgli un aspetto innovativo, trasformando quelle aule in sale d’arte. Già. E i miei ricordi? E quelli di tutti noi ex allievi? Quelli che sedevano dietro a quei banchi. Davanti a cattedre impressionanti, con prof mai indulgenti. Si maneggiavano le pagine del Rocci e del Castiglioni Mariotti, dizionari con l’aspetto di colossi da analizzare con cura per venire a capo delle versioni di Tucidide, Sofocle ma non da meno Cicerone, Tito Livio, Tacito e via sulla strada. Ricordo che quando mi iscrissi al liceo credevo che avrei trovato come argomento portante l’italiano e la sua letteratura. Errore, ragazza mia. Greco. Latino. Ma va bene così. È quello il valore del Liceo Classico. Ci penso spesso a quei bellissimi anni ma anche a quella gradinata che portava all’ingresso e all’altra che faceva salire alle aule. Non c’erano ascensori, ma scherziamo, era una struttura molto più che datata. Ma se la sclerosi multipla si fosse fatta viva prima? Che sarebbe stato di me? Qualcosa sarebbe accaduto, stai serena mi voglio ripetere. Ma sempre sotto il tetto di quel Liceo. Ne sono certa. Allora, stamattina quando ho letto l’articolo che parlava del progetto che ha in mente il Sindaco per dare un nuovo significato al mio caro e vecchio liceo ho subito pensato alla necessità di abbattere tutte le barriere architettoniche di cui è portatore. Ma nello stesso tempo ho pensato no, vi prego no. Giù le mani dal mio Montale, dai miei ricordi, da quell’ingresso con la scalinata. E lo dico seduta sulla mia sedia a rotelle.
Tutto normale quindi
Non credo di averne mai parlato su queste pagine. E forse nemmeno a qualcuno che conosco. Si tratta comunque di un argomento che mi ha sempre colpito, a metà tra l’autosuggestione e quel corollario di spiegazioni spesso fasulle che vogliamo darci. Ebbene, sarò più chiara. Circa trent’anni fa una cara amica, da sempre incastrata dentro un circolo di problemi di salute non da poco, mi chiama per dirmi che le hanno diagnosticato la sclerosi multipla. Non so niente su questa malattia e nulla le chiedo, in ogni caso il nome mi evoca qualcosa di antipatico. Non ne conosco i sintomi, nemmeno a che ramo della medicina appartenga, o quali siano le sue manifestazioni, nulla, mi rimanda solo alla visione di una sedia a rotelle. Che dico alla mia amica? Poco. Conta su di me. Che fare oltre? Passano i mesi, arriva l’estate, afosa ai massimi, lavoro nel negozio dei miei genitori e sono sempre molto ma molto stanca, ben oltre quanto dovrei dal momento che non ho ancora trent’anni. E poi sento che mi succede una cosa strana, non dolorosa, ma ben piena di fastidio. Quando piego la testa in avanti sento che dal collo, muovendosi lungo la spina dorsale, parte una specie di scossa. Non mi va, non so cosa sia, ma non mi va. Ricordo la telefonata di pochi mesi prima con la mia amica. Volo oltre con l’immaginazione, mi devo fermare. Vado dal mio medico di base, racconto a pezzi e a bocconi quello che mi accade e lui dice che si tratta di debolezza, troppo caldo, sono stanca. Mi prescrive un farmaco, per favorire il riposo mi dice. In farmacia mi danno una scatoletta blu, contiene pastiglie piccole, leggo il bugiardino: è un miorilassante, valido in caso di sclerosi multipla. Sento un tuono potente nelle orecchie, paura forte. Quando è sera il brivido lungo la spina dorsale si fa più intenso. Guardo la gente che entra in negozio e penso: “Beati voi, non avete la sclerosi multipla”. Passa ancora qualche tempo, chiamo la mia amica, mi dice che i neurologi hanno escluso possa avere la sm. Sono felice per lei, chiaro. Ma non posso che pensare: “Ce l’ho io”. Non glielo dico, non lo dico a nessun altro. Poi comincia poco dopo il mio percorso verso la diagnosi, tra esami e visite, e io comunque continuo a tacere anche ai medici che si occupano di me di questa strana scossa che sento sempre. Come se credessi che quell’ostinato silenzio possa proteggermi. Fino all’arrivo di una dottoressa, molto dolce, che mi fa una domanda precisa e io devo rispondere che sì, quella scossa la sento. Segno di Lhermitte, così si chiama. Ci penso spesso al perché ho taciuto di lui, non ne sapevo niente, tanto meno che fosse un erede riconosciuto della sclerosi multipla. Un silenzio, il mio, che non aveva un perché certo. Piu probabile che mi girassero addosso già molti altri sintomi della sm, niente di speciale quindi, nessuna capacità divinatoria la mia, era lei che mi aveva già allungato le mani addosso. E chissà in quanti altri modi.
Una mamma per amica
Adesso che sono a casa dal lavoro vedo più televisione. Ma, da saputa saputella quale sono, più che guardarla mi fisso a osservare i deboli caratteri con cui è costruita. Chiudo qui. Ho mille e una piattaforma, a pagamento o meno, per vedere serie tv e film. Ma non sono sola, c’è mia mamma con me e noi due non abbiamo nessun gusto in comune. E non mi va di imporle le mie preferenze. A lei le serie tv non piacciano per esempio, creano dipendenza mi dice, va detto che, sinceramente, nemmeno a me danno eccessiva soddisfazione. A parte Una mamma per amica che, chissà per quale ragione, quando la becco, mi ci fermo davanti sempre anche se le puntate le ho guardate, tutte, più e più volte. Ma va da sé. Resta comunque il fatto che quando in casa la televisione è accesa raramente ho il telecomando in mano, certo, all’ora del tg, a pranzo e a cena, ma per il resto più che altro ascolto, con un libro in mano o un giornale. Ovvio comunque che con le orecchie aperte mica è facile estraniarsi del tutto dall’argomento portante che passa sugli schermi e che nel momento attuale si regge per lo più su due temi fissi. Che sono cronaca nera – tanta – e cucina – non da meno. Autentiche linee guida della programmazione: la prima viene proposta direi ossessivamente con termini che riguardano omicidi e via sul tema, senza rispetto per il concetto stesso di giornalismo che qui viene bistrattato, deluso tra grida del tutto ripetute senza regole certe. Non da meno le pagine che seguono la gastronomia, condotte su percorsi culonati per niente armonici, con proposte di piatti ripetuti che fanno uso di ingredienti utilizzati in quantità esagerata dando l’dea di un autentico spreco alimentare, per niente lecito rispetto alle esigenze di ogni epoca. Spero di sbagliare ma eccola la sola tv che c’è in giro. Professionisti che si muovono su queste assi? Mi faccio molte domande. Soprattutto chiedendomi perché non si possa cambiare questi riferimenti. Del tipo: Una mamma per amica, per quel che mi riguarda.
Giù dal podio, sm
Il cambio dell’ora. Giornate più lunghe. È la primavera. Porca paletta. Anche quest’anno ci siamo. Credo di averlo scritto e riscritto su queste pagine che dall’Equinozio in poi a me peggiora l’umore come non capita al resto del mondo. Ma va be’, che c’ho da fare. E poi il tutto si porterà dietro anche l’estate, con il caldo che disegna addosso alla cara sclerosi multipla le tracce feroci dell’afa. Il mio umore non ne parliamo come diventerà. Orrido. Infimo. Passiamo argomento, dai, che è meglio. Cambio pagina allora, parlo di ieri, un pranzo fuori con la mia famiglia insieme a un paio di amici storici. Siamo andati in un bel posticino aperto da poco, qui a Jesolo, scovato da Luca, mio fratello, e da Luca/Fizzo, il gran cerimoniere di corte di uno dei locali che ha definito con la sua epica le linee di riferimento della migliore vita notturna della mia città. Un ottimo menù ho trovato ieri, una bella accoglienza certo, ma anche dell’altro: quel valore aggiunto che mi ha conquistata. Una situazione amica, ecco cosa, libera da riguardi esagerati nei confronti della cacchio di carrozzina dove sto, quelli che trovo direi sempre, come se io meritassi maggiori riguardi rispetto agli altri. No che non me li dovete, mica è una conquista stare seduta su questo trono mobile, per quel che ne sapete chissà che qualità di donna sono vorrei gridare ai venti. Un pizzico più sfortunata della media forse, ma anche no. Io uguale al resto del mondo, più o meno sì. Ieri, invece, ho trovato un benvenuto buono e mai avvolto nella pietà. Faccio un esempio. Hanno sbagliato a portare il mio caffè. Niente salamelecchi in più. Semplice. Subito dopo è arrivato quello giusto, con scuse che stanno dentro alla normalità. Insomma, mi hanno fatta sentire a posto, solo una persona seduta su una sar che si porta in giro questa sclerosi multipla dei miei stivali ma che non merita chissà quali qualità di ascolto. Attenzione per le barriere architettoniche certo che sì, ma non faccine compiacenti piene di patimento. Ieri ho trovato gentilezze che fanno parte dell’accoglienze ristorativa, rivolte a me come a tutti, punto e a capo. Io ho la sclerosi multipla, mi sposto su una sedia a rotelle ma solo per questo non valgo una medaglia d’oro. Perché so essere anche un’insopportabile maleducata. Sclerosi multipla o meno. Ecco, tanto per dire, beccatemi sotto le spire di una giornata con l’afa. Solo come esempio.