Andava così tanti anni fa, dentro un ufficio condiviso con due colleghe che, strada facendo, sono diventate amiche tra le mie più care e con le quali le giornate, tra lavoro, risate e certo qualche immancabile lite, ci mancherebbe pure, ho dato il via a spazi di vita indimenticati. E con musica di sottofondo sempre presente, dalla radio solitamente, che sceglievano loro, più giovani di me ne avevano ogni diritto, anche perché era un ottimo sistema che avevo individuato per rimanere sintonizzata sui canali più energici della modernità espressa dal vigore della loro bella età. La loro, quella che mi bastava per sentirla sussurrare anche nelle mie di righe. Fino a che non mi scoppiava il desiderio sotto forma di sette note e domandavo – ben sapendo che mai sarebbe arrivato un no alla mia richiesta – se potevo metterla anche io una canzone. Partivo così, senza nemmeno attendere una risposta e la mia scelta targata tanti anni prima, prendeva il largo. Questa mattina le cose sono andate al contrario, Romina, proprio lei con cui ho condiviso mille e più mille anni di scrivania e che oggi siede al banco delle amiche mie più care, senti un po’ cosa mi ha inviato su wapp chiedendo stavolta se poteva metterla lei una canzone: Spiagge mi manda, addirittura, quel capolavoro firmato Renato Zero che solo ad ascoltarlo, anche di fuga, mi spalanca il cuore di una felicità che supera ogni ostacolo. Tra ricordi, voglia di sentimi dentro l’immagine di certe estati ragazzine, con quella spontaneità facile che si fa largo in questa azzurrità, fra le conchiglie e il sale, con le parole e il ritmo che mettono insieme un testo che sa davvero costruire il ricordo di quella giovinezza, la mia, redatta sopra uno scampolo di poesia attaccata al pensiero dell’età più fresca. E grazie cara Rominia, e tu sai che non è un errore di battitura.
Autore: Quella che prova a farcela
L’estate a Nordest
È arrivato il maldetto tempo del caldo che porta via il fiato, il respiro, il vigore, la voglia di fare ogni cosa, oddio, non è proprio ancora arrivato, ma nemmeno lontano dall’essere qui, tutti i giorni, tutte le notti. L’estate a Nordest. Come in una commedia tinta di umidità e insoddisfazione, quella che non segue nessuno dei miei caratteri di appagamento, ponendola anzi in cima a ciò che più temo. Per non dire poi che questa stagione fa pure a botte con la sclerosi multipla, se non bastasse tutto il resto, perché il caldo la rende feroce più ancora di quello che sa essere, la trasforma in un diavolo dichiarato, la muove verso obiettivi di totale malafede e anche quando in aria soffia un brivido quasi rincuorante, la sm lo sa che è finto, scomparirà in fretta lasciando spazio solo a lampi feroci. Sono certa che ride, lei, la maledetta, mentre tu puoi essere difesa solo dall’aria condizionata, con i suoi vai e vieni, belli o meno che ti paiono, piacevoli certo, spesso indispensabili ma solamente a tratti perché dopo un po’ loro stancano, ora che è giugno ti sembrano ideali, pensando ad agosto salgono in testa invece pensieri di ogni tipo. E nell’insieme non del tutto positivi. Perché le vibrazioni di fresco che dà sono innaturali, poco da dire, si attaccano alle ossa, bruciandole quasi, creano un ambiente talmente finto da farti dire “basta, per favore, vattene”. Autunno, ti aspetto, torna a settembre.
Un amore di Swan
E riprendendo il discorso già cominciato nei giorni scorsi, ieri ho recuperato un capolavoro che avevo in casa, un romanzo mai letto, comprato senza avere perfetta informazione di cosa fosse, riposto tra gli scaffali della mia libreria con il costante proponimento di venirne a capo. Un amore di Swann si intitola. Già, Proust, nientemeno. Ricordo molto bene quando lo acquistai, tantissimi anni fa, ma proprio tanti, nel negozio aperto da pochi mesi sotto casa mia, gestito da Alessandra, lei che in breve diventò amica mia ma che in quel pomeriggio ancora non lo era. Ero entrata perché volevo acquistare un volume di Proust, iniziare la Recherche nientemeno. Ma non avevo coraggio – e confidenza – per chiedere dove sbattere il naso svelando in questo modo quell’ignoranza che in una libreria non mi sarei mai perdonata. Così quando vidi tra gli scaffali questo romanzo a firma di Marcel Proust ricordo di averlo preso e ripreso tra le mani, insicura se fosse il caso di portarlo a casa, se fosse la cosa giusta da fare, se facesse o meno parte della Recherche, oppure no, eppure bastava che leggessi con maggiore cura la quarta di copertina per venirne a capo, ma non lo feci, scema io, lo comprai lo stesso, invece, certa di aver raggiunto l’obiettivo del mio progetto. Avrei dovuto sapere che Un amore di Swan è un romanzo-nel-romanzo, una sorta di episodio della Recherche che definisce il testo del capolavoro proustiano. Ieri l’ho ripreso in mano trasportata fin da subito dentro una dimensione letteraria dai caratteri supremi. Mi sono resa anche conto di averne cominciato la lettura diverse volte, e di averlo anche abbandonato, l’ho capito ieri mentre affogavo tra le sue pagine e sentivo in quelle righe un’aria nota, qualcosa che in un certo modo conoscevo già, un brivido brillante e capace di portarmi a fine riga con un carattere di piena completezza letteraria. Complesso Un amore di Swan, composto da intervalli alti, personaggi che sembrano sovrapposti tra loro, dialoghi illimitati, periodi superiori che arrivati alla fine spesso ti costringono a tornare all’inizio, magari dieci righe sopra, forse anche di più, perché la scrittura è piena, preziosa, articolata, ampia, libera, avvolgente e nello stesso tempo chiusa in un campo che ne rende la comprensione fin troppo difficoltosa. No, non leggerò la Recherche al completo, mi spaventa anche solo l’idea, ma sono ben felice che in quel pomeriggio di tanti anni fa ho comprato, tra scampoli di ignoranza e tanta inesperienza, Un amore di Swan e che forse oggi è arrivato anche per me il momento giusto per terminarlo.
Lettura e qualità
Che mi piaccia leggere è un dato assodato così come il fatto che, rispetto al passato, io legga di meno o comunque con un sapore diverso, non minore, ma differente rispetto al mio ieri. Da quando ho smesso col lavoro sono cambiate tutte le mie abitudini del resto, troppo: tipo il modo in cui le esprimo e come mi metto in corsa per raggiungere il traguardo finale. Vedi le forme e i tempi con cui prendo in mano un libro che, involontariamente, mi conducono verso regole differenti rispetto al passato. Ma io, che sono invece una che si muove seguendo le linee dell’abitudine, quelle che con un libro in mano ho sempre nutrito con favore e sentimento, ora mi fanno sentire imbrogliata: leggevo la sera, entrata a letto, prendendo in mano il titolo scelto e poggiato accanto a me, era la mia via di respiro rispetto alla quotidianità, che durasse un capitolo, venti pagine, di più o di meno non importava, bastava ci fosse, era importante così, prima che terminasse la giornata. Leggo il pomeriggio adesso, ho pure più tempo, le pagine girano sotto le mie dita con maggiore velocità ma il senso di appagamento di questa nuova consuetudine mica è salito, è fermo sotto il peso di un uso che non ha ancora trovato il valore di questo spazio per me inedito. Resto seduta col libro in grembo, volto le pagine poggiate sulle gambe, ogni rumore mi distrae, anche quando il pensiero vaga compiaciuto dalla bellezza del titolo scelto io resto appesa a un vuoto che non mi piace perché la qualità del mio leggere è decaduta, dove non so. Credo mi ci vorrà del tempo per ritrovarlo, spero non troppo perché al momento, chiuso un libro, non ne ricordo quel granché, ne so dare solo un giudizio rapido: piaciuto, non piaciuto. Davvero troppo poco.
Davanti alle sbarre
Prima una pizza e poi la scoperta verso l‘eccellenza che Jesolo sa offrire. Ieri sera è andata così. Con la mia famiglia. Oltre alla cena con una prosciutto e funghi a cui mancava solo la Coca Cola, siamo andati verso uno store che io non avevo mai visto al suo interno. Un punto vendita di proposta autorevole dedicato al vino dove Luca doveva acquistare un regalo per un amico e dove io ho girato tra gli scaffali, sorpresa, inconsapevole, stupita, meravigliata e incantata come dentro una galleria d’arte costruita attorno a un autentico patrimonio. Fatto salvo che io non bevo vino, che mi disturba anche solo il suo odore, che la sclerosi multipla poi ci fa a pugni, che i farmaci che prendo non sono da meno, so quanto può valere una bottiglia quando è scelta con competenza professionale, quando è proposta con perizia di tono, quando è selezionata tra mille, quando si distingue da perizia di forma e ieri sera è così che è andata, ho avuto la sensazione di essere entrata in un salotto, come dentro a una galleria d’arte. Bottiglie mai viste, nomi di cantine noti solo come echi persi nel lontano ricordo, scambi di brindisi tra clienti competenti, presentazioni attente ma comunque per me inedite, fino alla comparsa di una porta a vetri, chiusa dietro sbarre di ferro che aveva il carattere di proteggere la superiorità. Caveau. Un cartello scritto davanti all’ingresso lo presentava con indicazioni più precise: entrata da prenotare, il responsabile accompagnerà alla ricerca delle migliori etichette fornendo tutte le notizie riguardanti il mondo del vino e dei distillati di pregio. Non bevo lo ripeto, non mi piace, la sclerosi multipla poi ci nuoterebbe dentro dandosi troppo coraggio, ma mi inchino davanti al bello e alla qualità. Soddisfatta dalla serata di ieri, circondata da una bellezza sconosciuta. E pensare che quel caveau l’ho visto solo da fuori senza varcarne le sbarre. Va detto comunque che anche la pizza era molto buona, sia chiaro.
2 giugno 1946

Oggi è la Festa della Repubblica Italiana: 79 anni da quella pagina di storia che diede il la alla nascita del nostro Paese, che scalciò dai piedi quell’inutile monarchia che sappiamo, che consegnò per la prima volta tra le mani delle donne la matita per poter votare. Ora accenderò la tv per guardare la sfilata delle Forze dell’Ordine, lo facevo sempre con papà, lui che, buona parte della guerra la ricordava, almeno gli ultimi anni, proprio quelli più violenti vissuti qui in zona, in quel Veneto senza più governo conteso tra le volontà tedesche e partigiane. Crescendo ho imparato a disapprovare con assoluta insufficienza di stima i Savoia: quei torinesi di sovrani, inutili, mai al posto giusto, inetti, attirati solo dal proprio benessere e pieni di incapacità morale, quell’insieme di fattori che ci hanno condotti in un baratro fin troppo noto. Mentre scrivo mi viene in mente anche una serata di fine agosto di moltissimi anni fa trascorsa in in locale jesolano a chiacchierare di questi argomenti con un amico – che un po’ mi piaceva – scoprendo mentre si parlava di essere in pieno accordo su una questione importante. Chi ci stava accanto poco alla volta si è allontanato evidentemente disinteressati: la nostra discussione contro i Savoia a cui noi non volevamo concedere il rientro in Italia mantenendoli invece dentro i vincoli di un esilio a cui sua signoria la Storia li aveva condannati era per noi fondamentale, ricordavamo invece quel Referendum che aveva promosso la Repubblica a discapitato della monarchia e che forse era stato manovrato ma per noi era un dettaglio di poco peso, valeva di più che le donne fossero state chiamate al voto per la prima volta proprio quel 2 giugno 1946. Se ne parlava noi due quella sera, sempre d’accordo su tutti gli argomenti. Ma non è bastato, evidentemente lui mi piaceva io a lui no, la storia va così.
Ecco a voi Harry Potter

Se stai lì, in attesa che i tuoi capelli corti crescano imboccando la via che cerchi, cambia speranza che è meglio, fai il contrario, mettiti in disparte, spostati dalle illusioni, allontanati dallo specchio, stai distante dalle tue certezze, perché il desiderio di vederti in testa una chioma ancora lunga sarà disattesa. Abituarsi al caos nato sul tuo capo sarà però impossibile, giorno dopo giorno, anziché crescere con garbo i capelli si trasformeranno in ciuffi un po’ alti e un po’ bassi che parlano di incuria, trascuratezza e sciatteria e per questo sarà necessario tornare dal parrucchiere per accorciarli di nuovo. Quello che è capitato a me: all’inizio dell’inverno li ho tagliati un po’ troppo, me ne sono accorta solo quando ho cominciato a soffrire per ogni grammo di freddo che si poggiava sopra le orecchie rimaste belle che scoperte dal loro cappotto naturale. Ora invece sono stata costretta a tornarci dal parrucchiere per restituire un po’ d’ordine all’acconciatura. Quindi ho dovuto rivedere le forbici sferruzzarmi ancora sul capo per ridargli disciplina. Che dovevo fare se non questo? Ma un dettaglio sul mio stato d’animo da aggiungere c’è: sono cresciuta amando i capelli lunghi, la mia capigliatura castano scuro poggiava ben oltre le spalle, tagliavo perfino da sola le doppie punte, pensa te che fessa. Da piccola era mamma a portarmi dalla sua di parrucchiera, odiavo quel momento perché lei voleva ricondurmi a casa con un caschetto disegnato in testa “Assomigli alla Carrà” mi diceva come tentativo di convincimento, poca roba come manovra. Oggi è cambiato tutto ancora, più per caso che per scelta, ma tant’è, i capelli sono corti, e pure per mia iniziativa e sembra che mi vada bene così, sono più pratici da mantenere, questo è innegabile. Solo che poi appena indosso gli occhiali e mi metto davanti allo specchio riflesso ci vedo solo Harry Potter. Sai gioia
Si può tornare bambine?
Stamattina l’ho sentita, come quasi tutti i giorni, siamo abituate a farlo del resto, ci scambiamo un wapp per sapere a che punto siamo, come vanno le cose, quali le novità, in che modo procede la nostra salute innanzitutto, attaccata com’è dai reciproci nemici rabbiosi. Siamo amiche da decenni, ex colleghe di lavoro, abbiamo riso insieme, pure tanto, senza dubbio litigato, discusso alla grande, eppure anche protette tra noi, lei verso di me, in primis. Finendo poi per spettegolare, di ogni cosa ma in particolare dei capi, ‘ossignor che soddisfazione farlo, mettendo da parte, all’improvviso ogni sgarbo risollevando in un abbraccio quel muso appeso e accogliere invece gli inviti per essere di nuovo l’una accanto all’altra. Come adesso. Sembro sempre io la più fragile, ma ora no. Non mi va, voglio lasciarle tutto lo spazio di cui ha bisogno e anzi ancora di più, se crede, essere in grado piuttosto di darle l’indicazione più adatta per compiere al meglio questa strada, lei che ora è obbligata da incidenti autorevoli, percorsi dissestati pieni di angoli di pianto troppo aperti. Non posso fare di più se non dirle che ricordo bene quanto l’ho sentita vicina quando ne avevo bisogno: la sua auto, per esempio, ogni volta la trovavo aperta per condurmi dove mi serviva, il suo braccio teso per fornirmi appoggio, le sue mani aperte e pronte per riprendermi nei momenti, sempre più frequenti, in cui inciampavo e cadevo a terra. Lei lì, vicina, come se la mia sclerosi multipla la chiamasse per aiutarmi. Ora soffia una bora criminale su di lei e io non so che fare, tanto meno dire, so solo che vorrei un tempo diverso su di noi, quello delle risate, delle discussioni, come bambine, come cretine.
Affari miei
Finito il tg delle 20.00, dopo aver cenato, da me si comincia con lo sbarazzare i piatti dalla tavola, trasferirne la gran parte in lavastoviglie, spostare in dispensa il cestino del pane e poi l’acqua, buttare i tovaglioli di carta nel pattume e, ovvio, risistemare al loro posto le medicine della sera scambiandole con quelle del mattino. Nel frattempo si fa spazio per le tazze della colazione perché in questo modo il risveglio sarà più veloce. Mentre la televisione fa da sottofondo anche se raramente la si ascolta. Il più delle volte quello che racconta non interessa, fino a ieri sera quando sentiamo dire: sclerosi multipla, 5xmille. Alzo la testa verso il video, mia mamma fa lo stesso, ascoltiamo in silenzio, c’è una signora in sedia a rotelle che parla di ricerca, necessità di denaro, donazioni, roba fin troppa nota, ma in più ieri ho visto che in video con lei c’era, prima dell’inizio della sua trasmissione, anche Stefano De Martino, un personaggio tv che si dice essere sulla rampa di lancio del successo pieno. L’ho visto ascoltare la sua ospite con quello che sembrava autentico interesse, non ha interrotto, nessuna ripresa con dettagli superflui, incapaci, vuoti e inadeguati. Le ha lasciato spazio consentendole voce mentre lei, seduta sulla sedia a rotelle, presentava la sua sclerosi multipla secondaria progressiva, come la mia, quella pronta a muoversi in tutte le direzioni che sceglie di prendere, mentre tu te ne stai in silenzio in attesa del momento che sceglierà per sferrare il suo attacco, egoista e malfidata qual è. Stefano De Martino, già, dicono essere lui il personaggio tv del momento, un Pippo Baudo in fasce sembra, e ieri sera l’ho visto ascoltare con interesse una testimonianza targata sclerosi multipla ma non l’ha proiettata verso l’esibizione purchessia. Poteva pensare solo al palco di Sanremo, quello che dicono abbia già agguantato, invece il suo sguardo era aperto e attento verso la sua ospite, l’ascoltava con garbo, gentilezza e accordo mentre le faceva ripetere il codice fiscale del 5xmille di Aism, quello che serve per avventurarsi con decisione forse addirittura sicurezza verso la soluzione finale di questa tragica patologia neurologica. E allora via, se l’hanno fatto loro lo ripeto anche io:
Fondazione AISM 95051730109.
1492
Stamattina leggendo il giornale ho scoperto che c’è una visita a Venezia che vorrei tanto poter fare per catturare la visione in presa diretta di un recente ritrovamento storico che mi emoziona al solo sapere che esista. È tornato al Museo marciano un incunabolo di otto pagine a firma di Cristoforo Colombo nel quale comunica ai reali di Spagna, finanziatori della sua traversata, la scoperta di un nuovo Mondo, le Indie secondo le sue indagini. “De insulis Indiae supera Gangem neper iuventuis” (Delle isole d’India oltre il Gange recentemente scoperte). Si trovava a Dallas questa ricchezza della storia, negli Stati Uniti, qualcuno l’aveva sottratta da Venezia, non si capisce come e da chi, ma a quanto pare senza responsabilità da parte del possessore texano che infatti non ha posto riserve nel riconsegnarla alle autorità. Nelle sue otto pagine, Colombo racconta ai reali di Spagna quanto aveva visto nella nuova terra, lui la considerava l’India ma qui, se abbiamo fatto le scuole elementari, sappiamo bene dove sta l’inghippo. Appunto le scuole elementari dove quella data, 1492, quelle tre caravelle, Nina, Pinta e Santa Maria, quella traversata di fatica, tra minacce e compromessi, quella terra vista per la prima volta, con capacità e furore, quel grido di fatica, terra-terra, hanno scritto le pagine più famose dei nostri primi cinque anni sui banchi di scuola. E quella data, 1492, 12 ottobre, chi la dimentica, neanche i più sfaccendati tra noi, è stato il nostro giro di boa, il prima e il dopo del sapere che ci ha formati, quello lungo il quale siamo cresciuti e che ci ha consentito di prendere una direzione, quella verso le nostre di Indie.