L’anniversario dall’addio a papà. Eppure della giornata di oggi, di un anno fa, ricordo pochi pezzi, stralci, anche lacrime ma quasi minime, voglia, tanta, di buttarmi dentro al mio dolore in solitudine, questo sì, eppure, chissà perché, tutto mi appariva insabbiato. Molta gente attorno però niente da raccontare. Se penso a ieri ogni ricordo invece è ben scritto dentro. Di oggi meno. Solo che papà ci aveva lasciati. E per sempre. Tutti addosso l’anno scorso. Preoccupati per me, per le conseguenze che la mia salute malandata avrebbe potuto scrivermi sopra, ma ho retto. Come non accade in queste ultime settimane invece. Quasi che la sclerosi multipla si fosse accorta oggi di avere spazio libero tutto per sé. Un anno dopo e senza papà. Che se n’e andato senza mai smettere di avere me nel cuore. Stai tranquillo, sono forte, dammi qualche giorno in più e vinco ancora io con la bella stronza.
Autore: Quella che prova a farcela
Quel telefono che suonò troppe volte
Come oggi. Come domani. Era un anno fa. In testa ancora lo squillo del telefono. Quasi all’alba. Io che mi copro gli occhi e dico “no”. Papà. All’ora di pranzo avevano già chiamato dall’ospedale: “Dateci il consenso. Vorremmo cominciare con la morfina. Si avvia a sentire dolore”. Noi abbiamo tortellini in brodo già pronti in tavola, il programma è quello di andare a trovarlo dopo pranzo. Ma invece ci si muove di corsa. Rimaniamo da lui fino a sera, quando, tornati a casa, ci accorgiamo di non avere voglia di mangiare e buttiamo via tutto. Prima di andare da papà quel pomeriggio chiamo il prete della nostra parrocchia, vogliamo che riceva l’estrema unzione. Saprò dopo che quelle saranno le ultime ore accanto a papà. Chissà se lui sapeva tutto. Che ero lì con lui, per lui. Gli prendo la mano. Sembra che me la stringa, capisce che sono io, è solo un caso? A un certo punto devo tornare a casa. Non chiedo perché, seguo la corrente. Mi avvicino e gli dico grazie. Per tutto quello che mi hai dato, per tutto quello che mi hai detto. Sono sincera ma sono parole che avrei dovuto dire prima. Prima di quella telefonata ricevuta alla luce di quell’alba impossibile da scordare. Come papa.
Quei pomeriggi che valgono ancora
Ho ripreso a leggere. Con una certa frequenza. La mia diciamo, quella abbandonata da un po’, per l’intervento all’occhio prima, per i molti pensieri affastellati nella mia mente poi. Tutta roba nota. Ma negli ultimi tempi il libro in mano mica manca. O il Kindle, poco cambia. E quindi adesso mi trovo davanti a una soddisfazione personale. Piccola, ma di buon sapore. Anche perché ho scoperto dei bei titoli, belle scritture e via sulla strada del bel piacere. Che mi soddisfi leggere è roba nota, da sempre direi, ricordo ancora quella sera di mille e più mille anni fa quando all’ora di cena mi trovarono in lacrime sopra il letto mentre leggevo Incompreso (la favola di Florence Montgomery) coinvolta dentro un appassionato turbamento. La mia famiglia ovviamente si preoccupò consolandomi, ma, chissà, non credo si capì il significato di quel pianto mescolato alle parole. E dopo si diventa grandi e la scelta del titolo da leggere cresce con noi. Soprattutto se un bel giorno hai la fortuna di avere sotto casa una piccola libreria di quelle che oggi mancano sempre di più, accidenti. Ma io per qualche tempo ho avuto il bel vantaggio di poter godere di questo privilegio: mi ha permesso di costruirmi accanto un gran mondo, quasi dorato, ovvero ciò che volevo, ovvero ciò di cui avevo bisogno, ovvero un bel rifugio. Finché non ha chiuso purtroppo. Alessandra era la padrona di casa, Laura la sua cliente più assidua, sono diventate amiche mie, perché lì, insieme, abbiamo trascorso molti momenti bellissimi. Io e Laura ci davamo appuntamento per un caffè preso al volo, poi si entrava da Ale, si chiacchierava, si commentava, argomento prevalente? Libri certo, ma anche altro. Ricordo molto bene quella volta in cui noi tre siamo andate fuori per una pizza, camminavo male, mi poggiavo al braccio ora di una e poi dell’altra, a turno, per spostarmi da qui a lì, tacevo sulla ragione, non era il mio argomento preferito, poi un giorno le ho sentite vicine al punto da dirlo chiaro e tondo “ho la sclerosi multipla”. Mica è cambiato nulla tra noi, le amiche, quelle vere, sono così. Abbiamo continuato con le nostre chiacchiere e sulle varie opinioni che toccavano le reciproche belle letture. Poi arrivava Natale. Io e Laura si andava da Alessandra nei giorni della Vigilia, lì, dietro al suo banco, la aiutavamo per fare i pacchetti dei suoi clienti che in quei giorni triplicavano. Il libro, lo si sa, è il regalo dell’ultimo momento, quello che salva quando non si hanno più idee ma anche quando si acquista alla fine l’idea carezzata fin dal principio. Quante risate tra di noi, autentiche snob, sbeffeggiando tutti quei Bruno Vespa incartati, quanti commenti su quei titoli scadenti scelti e rivolti a una banda di non lettori che per Natale avrebbero trovato sotto l’albero un libro ricevuto senza ricavare nessun piacere. Di anno in anno io facevo sempre meno durante quelle sedute prenatalizie, faticavo a stare in piedi e quindi il mio ruolo si riduceva a poggiare il dito sul nastro per permettere a Laura di stringerlo al meglio. E si continuava a ridere. Ora Alessandra ha chiuso e quei pomeriggi di gran piacere anche. Leggere no, per fortuna. Per inciso: è sempre Laura a dirottarmi verso i migliori titoli, senza escludere che la metà me li regala lei.
Poco bianco il mio Carnevale
Ieri a Jesolo c’è stata la sfilata dei carri allegorici di Carnevale. Un autentico plotone di persone è sceso sul mio litorale per fare festa. Maschere, coriandoli, frittelle e che so io cos’altro. Quanto detesto il Carnevale. No, no, non lo detesto, proprio lo odio. Fin da piccola. In quegli anni in cui lo si dovrebbe amare per la gioia che sembra regalare a me non dava nessuna contentezza. Vestita in maschera poi. Quando ero alle elementari ne avevo una da damina, era il genere che andava di moda allora: la indossavi, mamma ti truccava aprendo la sua preziosa trousse e il martedì grasso si andava a scuola così. A metà mattina c’era da fare la foto ricordo da portare a casa. Di quell’epoca ne ho cinque, una per anno scolastico, tutte con lo stesso abito che quindi di volta in volta si è faceva sempre più corto: quello della quinta mi inquadra con un faccino dipinto di rosso sulle gote e con la gonna del vestitino che copre le gambe solo fino alle ginocchia. Mica si scialacquava all’epoca. Poi quando fu la volta delle scuole medie la damina venne messa in soffitta, si sa fin troppo bene l’aria che tira in quel triennio, che drammatici ricordi. Competizione tra le compagne di classe lanciata a mille, esclusioni sempre pronte sul piatto degli affari che contano, segnali ben accesi sul guardaroba da mostrare, trucco e parrucco da mettere in campo sotto la tacca del mille all’ora. E io decisamente fuori quota. E pure un po’ bruttina. Alla mia epoca – ma credo sia ancora così – le medie contenevano un carattere competitivo che si muoveva lungo una costituzione estetica ben fissa che almeno a Jesolo valeva molto più dei libri letti o da voler leggere. Serviva un bel viso per venirne a capo, fisico non da meno e insieme un guardaroba studiato, mai casuale meglio ancora se costoso. Ecco a voi la pure essenza di quel triennio scolastico. Non la mia che, oltre tutto, ripeto, ero pure un po’ bruttina. Fattore questo che a Carnevale amplificava il tutto. Succedeva che la moda prevedeva una passeggiata nella via principale, muovendosi tra i carri allegorici, mentre i ragazzi ti seguivano imbrattandoti di schiuma da barba e, più ti trovavi sporca di bianco, più avevi portato a casa il risultato. Io che correvo pure piano – non era una scelta, suppongo che la sclerosi multipla avesse già puntato il suo dito verso di me – me ne tornavo a casa comunque pulita, tra i sorrisi delle stronzette di turno imbrattate invece da capo a piedi. Mi chiedo se mi sta sul cavolo piu il Carnevale o quelle corsette lente lente che oggi credo abbiano un nome antipatico e violento come sm. No, dai, stavolta è tutta colpa del Carnevale, sclerosi multipla, scansati
Claustrofobia
Che giornate, santiddio, che pomeriggi soprattutto, avvolti da noia, nervosismi, voglia di piangere per dare un calcio a tutto mentre guardo le ore che avanzano lente, con questo sole che si sta riprendendo spazio accanto a un tramonto che non dà l’idea di voler arrivare. Avrei dovuto continuare con il lavoro dopo la morte di papà, mi dico, mi avrebbe aiutata di più a mantenere una maggiore apertura sul mondo. Ma c’è mamma appesantita e bisognosa di una voce vicina, c’è Luca che fa le capriole per reggere le fila della famiglia, c’è la sclerosi multipla, maledetta lei, che gode per ogni debolezza che le offro, c’è tutto che non quadra e che nello stesso tempo regola meccanismi sempre uguali, mai diversi, fin troppo prevedibili. Il lavoro avrebbe aggiunto pecche non risolvibili, ancora più gravose. Altroché. Ma se oggi mi guardo mi scorgo ai limiti del baratro, coi miei silenzi per non dare nuova voce alle tante cose, troppe, che non vanno. Eppure, mi dico, non siamo l’unica famiglia che si trova di fronte a un dolorosissimo lutto da vivere ma, e questo è fin troppo evidente, qui troppe cose non vanno, regolandosi attorno a un giro di sentimenti che ci stringono senza dare respiro. Io e mamma, chiuse in casa, a fare i conti con i nostri problemi di salute, opprimenti, ai nostri reciproci egoismi, io che guardo ai suoi, lei che guarda ai miei, gli stessi che ci fanno ringhiare l’una contro l’altra. Luca che vuole essere ovunque ma che non può e non deve soprattutto: una pasta mamma può farla, una spesa io la posso sistemare, per quanto poco questa carrozzina mi permetta di fare. Ma se non si cambia modo di agire, le nostre vite ci passeranno tra le mani, tra musi piantati addosso, solitudine, anche condividendo sempre gli stessi spazi. Ieri ho scelto di non guardare solo ai problemi, di non notare le difficoltà che mi lanciano frecce addosso, prima che la sclerosi multipla non mi avvolga dentro il suo sacco di pericolo e claustrofobia.
Un orizzonte poco bello
Quando ho cominciato a scrivere sulle pagine di questo blog, Enrico, il mio compagno di banco al liceo, il primo fra i miei lettori, mi ha chiesto di non parlare di politica su queste pagine. “Non interessano le tue opinioni – mi ha detto – hai altri argomenti, imbocca le tue vie”. Pronta a scattare sull’attenti ho eseguito, condividendo i suoi suggerimenti anche se, qualche volta, ho stretto i denti per svoltare pagina quando il cipiglio mi portava all’analisi del mio tempo. Sterza veloce, vai, mi sono sempre detta, gli argomenti non ti mancano di certo. La sclerosi multipla a cui in primis è dedicato ‘sto cavolo di blog di temi ne offre senza vuoti di sorta, concludevo sempre. Ora mi fremono i nervi però. Come faccio a fermarmi. Le preoccupazioni per come si muovono i giorni in cui viviamo sono vibranti. Perdonami, Enrico. Non ce la faccio a tacere, butto sul piatto poche parole, prometto. I pensieri fanno muovere le dita sopra la tastiera. Butto il mio sguardo su una vicenda che fa tremare i polsi dalla paura. Casa Bianca, ieri pomeriggio, Trump, Vance, Studio Ovale, guerra in Ucraina, Zelensky messo alla porta a male parole nello spazio di mezz’ora. Dove va questo mondo? Stamattina su un social ho letto l’analisi potente di Grazia, altro pezzo della mia III C, che su quanto accaduto ha messo giù parole di grosso peso. Mi ha scritto anche Marina, amica, traccia solenne di quegli anni di liceo, pure lei vigile osservatrice del nostro malandato oggi. Concludo, Enrico, assicuro. Abbiamo bisogno di Papa Francesco, ora più che mai, il suo ruolo di centratura politica è più che fondamentale. Mi sa che se ci lascia adesso si fa sempre più strada il disastro.
Quello squillo feroce di un anno fa
Ci sono lacrime chiuse a chiave dentro di me, soffocate da giornate passate troppo velocemente, oppure molto lente, sa Dio come. Ma oggi che ho guardato lo schermo del telefono, 27 febbraio, ho visto che manca davvero poco all’anniversario di quella feroce telefonata nel cuore della notte, quella che ha spaccato tutto, quella che diceva ciò che in famiglia già sapevamo. Saranno settimane dure le prossime invocando parole mai dette per bene. Cose del tipo: ti voglio bene papà.
Undici mesi fa
Da qualche sera ho ricominciato a fare centro sul bersaglio della Ghigliottina. Passaggio di chiarezza: è il gioco che fanno in tv prima che cominci il Tg di Raiuno, l’ultima battuta è affidata a questa Ghigliottina. La puntata per intero è molto, ma molto, noiosa, più di vent’anni in onda mostrando la stessa solfa credo abbiano seccato un po’ tutti, almeno me. La Ghigliottina ha un altro sapore invece, quello della Settimana Enigmistica per capirci, unica e irripetibile, con il suo cruciverba Bartezzaghi e ancora di più il Ghilardi per non parlare di quello senza schema che chiude l’intero giornaletto di esercizi per la mente. Be’ insomma, allo stesso modo anche la Ghigliottina spinge al ragionamento con le parole e per questo mi piace. Le regole sono semplici: al concorrente vengono fornite volta per volta cinque coppie di parole, ne deve scegliere una, quella tra le due che indentifica come l’indizio giusto per arrivare alla soluzione finale: ovvero il termine che le collega tutte tra loro. Del tipo: strega, specchio, regina, mela, nani. Risposta: favola. O ancora: libro, lavagna, registro, quaderno, grembiule. Soluzione: scuola. Io le ho messe giù facili, facili, fasulle direi, non è così nella realtà. Ma è per questo che la Ghigliottina diverte. La guardo da sempre. Con papà si era arrivati al compromesso: mentre si cenava lui metteva in piedi il suo personale traffico tra i tg che voleva guardare, un quarto d’ora prima delle 20.00 mi passava il telecomando, c’era La Ghigliottina. Continuo a guardarla anche senza di lui. Anche senza beccare la risposta esatta. Ma ultimamente, come dicevo, mi capita di venirne a capo un po’ più spesso e con che soddisfazione poi. Come sono astuta, mi racconto. Be’ vabbè, che sia come sia, che io ci arrivi o che non lo faccia, la Ghigliottina resta il mio appuntamento prima della cena, prima del tg. E così esce un altro ricordo di papà, come quello scambio veloce del telecomando sulla tavola, tra piatti e forchette. E poi in questi giorni, che sono 11 mesi da quel maledetto addio, ancora di più.
Sanremo-parte II
E alla fine l’ho guardato il Festival. Stupita per questo? Invece no, metto su ogni anno questo siparietto, parlo, parlo, me ne allontano con la forma e poi, e poi, eccomi lì davanti alla tv, per curiosità, critica e via sulla strada. Pensa te, malgrado le premesse, quello che ho visto a tratti mi è pure piaciuto. Intanto per il ritmo della scaletta, impostata in modo veloce, dinamico, energico direi. Non senza il piacere per le canzoni proposte. Malgrado oltre metà degli artisti saliti sul palco, e forse anche di più, io non sappia da dove arrivino. Troppo giovani rispetto alla mia conoscenza personale eppure, mi tocca ammetterlo, i migliori che ho ascoltato. In scaletta anche altri nomi giovani ma con canzoni che si portano appresso testi, arrangiamenti ed esecuzioni che sanno di scolorito. È andata così per questi titoli, li ho trovati intrisi di aspetti ed esecuzioni direi stantie, troppo vecchia maniera, insomma. Guarda un po’ te mi dico, potevano essere più vicini ai miei piaceri, invece no. Tutti quei nomi poi che si sono esibiti all’Ariston, noti anche a me perché immersi nei miei tempi e da cui mi aspettavo di ricavare un piacere diverso, sviluppato attorno a quanto so di essere io, non mi hanno dato niente. Su quei titoli ho riconosciuto più di qualche tracciatura secondaria, ritmi stantii, per musicalità, canzone, esecuzione. Che stupore mi dico. Sono tornata giovane io? Non credo, no che non è questo. Perché poi aggiungo che l’altra sera, quando il cantante degli ex Maneskin, ospite del Festival, ha messo su Ah Felicità, prima che cominciasse, riconosciute le note di apertura, ho invocato di maneggiarla con cura, lui lo ha fatto e, mentre cantava, lì sì che il cuore mi si è aperto, di autentico calore e intimità. Perche Saremo sarà pure Sanremo. Lucio Dalla di più.
Sanremo non è più Sanremo?
Tra pochi giorni comincia Sanremo. La settimana più bella dell’anno, la chiamavo in questo modo tanti anni fa. Quindici? Venti? Capace che ne siano passati così tanti in effetti. C’era Baudo, quindi siamo su quella linea. I cantanti che scendevano le scale per andare in gara li conoscevo tutti. Oggi no. Segnale acceso sulla mia età non proprio assimilabile all’adolescenza? O forse solo totale disinteresse verso la musica che gira oggi? In radio per esempio? Che infatti non ascolto più. Lavoravo in un ufficio tanti anni fa e condividevo lo spazio delle scrivanie con le mie amiche Romina e Fabiana. Si arrivava e la radio la si accendeva subito per sentirne la programmazione, non che fosse tutta di mio pieno gradimento ma almeno mi permetteva di rimanere collegata con un minimo di era contemporanea. Ogni tanto chiedevo se potevo metterla io una canzone, solo una dicevo, Romina e Fabiana annuivano loro malgrado, ben sapendo che da quel momento sarebbe partito il mio filotto di esclusiva musica di cantautori italiani che niente aveva a che fare con Sanremo o con la canzone del momento. Ma tant’è. Generose loro, prepotente io. Poi ho cambiato lavoro, altri ritmi, altri spazi, altre regole e niente radio. Si è aggiunto che non guido più visto lo stop dove mi ha inchiodata la sclerosi multipla e cosi la colonna sonora scelta per accompagnarmi durante un piccolo percorso qualunque si è spenta. Il risultato l’ho già scritto qualche riga fa: non so chi sia la gran parte dei cantanti in gara a Sanremo 2025. Va detto poi che i conduttori sono quello che sono, ovvero non mi piacciono, quindi la prossima non sarà la settimana più bella dell’anno. Lo guarderò comunque Sanremo anche perché in tv non ci sarà altro. Qualche canzone farà presa anche su di me, poi punto e a capo. Ma ci sarebbe un posto dove vorrei vedere Sanremo, ogni anno ci penso e ogni anno credo che, al di là della mia competenza diventata scadente, vorrei avere una posizione, magari defilata, nella sala stampa del Festival. Mica per darmi un tono, solo per ascoltare giudizi, opinioni lanciati in libertà e fare qualche risata perché so che non mancherebbe. Ma il tempo ha cambiato tutto, forse anche i miei desideri: Sanremo per me non è più il Sanremo intoccabile con cui sono cresciuta. Restano sul piatto alcune domande. Non sono più al passo coi tempi io? Mi sa di sì. Mancano Romina e Fabiana? Ovvio. Sanremo non è più Sanremo? Temo.