Sclerosi multipla e cristallino, che coppia

1 maggio. Eccoti arrivato, su coraggio mi direbbe Tozzi; a me, all’odio che ho per il caldo che, anche se piano ma arriva e va contro alla sclerosi multipla che mi porto addosso, quella che con l’afa ci sguazza, con risate per niente graziose, magari piccole ma capaci solo di fare male in attesa della prossima estate, quella dietro l’angolo, faticosa come sa essere lei. Vabbè, finta di niente, facciamo così e parliamo d’altro, del mio cristallino dell’occhio destro per esempio, quello che ho operato a Venezia, a gennaio 2024. Sono sono andata a fare la visita di controllo l’altro giorno e, mamma mia, mica ero tranquilla. Per fortuna, tutto è andato bene, chiusa la pratica mi hanno detto, nessun problema da rilevare, risolto il danno. Ora la mano passerà tra un anno al mio oculista di fiducia che sanno essere un professionista noto e stimato di cui hanno piena stima. Da lui dovrò andare periodicamente per verificare a che punto procederà la situazione. Dicevo, avevo molta paura per questa visita in programma, addirittura maggiore rispetto a quelle di controllo per il procedere incessante della sclerosi multipla. Ciò che hanno da dire i neurologi è roba nota, la sento disegnata addosso, mica mi sfugge, che possono dichiarare d’altro, accidenti a te sclerosi multipla. Ora con l’occhio si va avanto con maggiore serenità comunque, facendo piuttosto finta di vederci bene perché, se il cristallino si è mosso al meglio, la sclerosi multipla sull’occhio destro si comporta come sa fare lei: da vera maleducata, incapace di mettersi da parte e dare tregua. Ah, quanta pazienza che ci vuole con te.

Tempo di sorpassare i confini

Poi ci sono eventi che vanno raccontati perché meritano di essere ben presenti in testa. Tipo il valore della famiglia di cui ho altre volte parlato su queste pagine. Ieri è morta la mamma di tre cugini (Maurizio, Elena, Clara) con cui i rapporti si sono stretti da poco, nuovi passaggi quelli di oggi, sufficienti per aprire il ponte di una nuova amicizia. Qui ne ho già detto appunto, ma non fa male tornare sul tema, anzi, mi rende felice, vale come il ricordo di papà perché questa  nuova pagina è nata il giorno del suo funerale, come se lui ne sia stato il gran cerimoniere. La sua famiglia di nascita era molto numerosa, tanti fratelli e sorelle, nati per lo più durante gli anni della Guerra, chiaro che i loro rapporti fossero bagnati da troppi pensieri e da idee pesanti. Il tutto era mosso da quelle molteplici faccende che non potevano condurre con facilità a un accordo completo tra loro. E così, una volta che ciascuno si è creato il proprio nucleo famigliare, impossibile procedere senza angoli da scansare tentando di saltare le buche della vita tenendosi sempre per mano. Anzi. Ora però sul campo ci siamo noi, i loro figli, più fortunati per il genere di vita dentro cui ci muoviamo: niente ricordi di Guerra, niente povertà sfrenata e difficile da vincere, progetti, i nostri, da poter mettere in campo insieme, finalmente. E adesso, e per fortuna, noi cugini vogliamo passare oltre a quelle sciocche incomprensioni tra i nostri genitori, le stesse che, se nemmeno ieri avevano né casa né significato, figuriamoci oggi. Adesso che i nostri genitori se ne stanno andando spetta a noi guardarci negli occhi e dire che ci siamo l’uno per l’altro, pronti a superare ogni steccato, qualunque esso sia stato. Un abbraccio Maurizio, Elena, Clara.

Grazie

“Sentendo che si avvicina il tramonto della mia vita terrena e con viva speranza nella Vita Eterna, desidero esprimere la mia volontà testamentaria solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura.
La mia vita e il ministero sacerdotale ed episcopale ho sempre affidato alla Madre del Nostro Signore, Maria Santissima. Perciò, chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giorno della risurrezione nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.
Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni Viaggio Apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarLa per la docile e materna cura.
Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale come indicato nell’accluso allegato.
Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione: Franciscus.
Le spese per la preparazione della mia sepoltura saranno coperte con la somma del benefattore che ho disposto, da trasferire alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore e di cui ho provveduto dare opportune istruzioni a Mons. Rolandas Makrickas, Commissario Straordinario del Capitolo Liberiano.

Il Signore dia la meritata ricompensa a coloro che mi hanno voluto bene e continueranno a pregare per me. La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.”

Santa Marta, 29 giugno 2022
FRANCESCO

Terrazza Mare e il tempo della libertà

Durante il venerdì pasquale in tv c’era la Via Crucis davanti al Colosseo. Oltre al grosso valore religioso, che si può condividere o meno, la potenza dell’evento resta riservata a ciascuno di noi, così come il credo. Ma poi aggiungo: il punto di vista strettamente letterario, che io gli attribuisco, rappresenta un’autentica epica del valore culturale. Mentre venerdì sera la guardavo in tv dentro la mia testa si è messo in moto anche un vero flusso di coscienza che mi ha catapultata a circa trent’anni fa quando la Via Crucis la vivevo in diretta negli spazi davanti alla mia parrocchia, un circolo ben allestito per riprodurre ogni ambito della celebrazione. Io ci andavo con la mia amica Federica anche se ogni passo era speso per chiacchiere silenziose tra noi – poche preghiere le nostre –, sapevamo infatti che era un altro il sentimento che in quel momento ci abitava dentro. Il venerdì pasquale a Jesolo segna da sempre l’inizio della bella estate, quella del divertimento notturno e al tempo, in particolare, quello che dava il là all’apertura del più bel locale del litorale: il Terrazza Mare. Al termine della Via Crucis la nostra direzione si girava verso la zona del Faro dove sopra una bellissima palafitta sul mare c’era il Terrazza che quella sera apriva i battenti dopo la pausa invernale. È da venerdì che mi chiedo perché ero tanto felice di quel ricco calendario di serate che si prospettava davanti alla mia estate perché in fondo mi apparteneva poco. Del tipo: io non volavo rapida da una parte all’altra del locale accolta a braccia aperte da amici che aspettavano solo me per trascorrere il meglio la loro serata. No, io ero solo accettata, poche le parole per me, conoscevo un po’ tutti, certo, ma non ero come loro nel senso che portavo  avanti altri significati: non  vestivo con stile e questo a quei  tempi – forse anche oggi – era un discrimine invalicabile, non sfioravo le loro mosse e forse non stavo mai nei posti dove conveniva fermarsi. Resta che al Terrazza ho speso sogni bellissimi, anche speranze, di certo sufficienti per dire che bastava eccome per andarci. Ma ora il ricordo si ferma su quella gradinata che bisognava salire per entrarci; io, ancora lontana dal sapere che sarebbe arrivata la sclerosi multipla, ho fatto molto più che bene a ritrovarmi proprio lì ogni fine settimana dell’estate. Anche se forse non mi divertivo troppo, anche se non ne ero una grande protagonista, chi se ne frega, sono state belle notti, le ultime libere da pensieri oscuri e più grandi me. Come quella scalinata da salire.

Forcella Aurine, scritta nel cuore

Ieri mi è stata inviata un’immagine piena di ricordi. Me l’ha mandata Simonetta, una vecchia amica, ritrae me e sua sorella Jenny. Credo l’abbia scattata mio fratello Luca. Siamo in montagna, a Forcella Aurine, località del bellunese dove la mia famiglia e la loro, a fine anni Settanta circa, trascorrevano le vacanze di Natale. Eravamo in otto, quattro adulti, quattro ragazzini di varie età. Tutti amici tra noi e per di più vicini di casa, si condivideva lo stesso condominio e lo stesso pianerottolo e molte altre storie di vita. All’epoca, durante il periodo natalizio, si partiva verso questa cittadina delle Dolomiti dove non c’era granché oltre a un piccolo albergo per alloggiare e poche e facili piste da sci adatte per un gruppo di sportivi molto meno che alle prime armi. Come eravamo noi anche se già appassionati alla bellezza di questo sport sulla neve. Tutti. A parte me che ero una vera imbranata, timorosa di ogni mossa. Il maestro, rassegnato, mi faceva fare solo “scaletta”, non so se esista ancora questo esercizio per prendere confidenza con gli sci, so solo che io ne ho fatta tanta prima di tentare una salita con lo skilift di cui avevo cieca paura. Infatti gli inizi con quel mezzo mi sono costati cadute continue, ridicole e spietate. Ma il tempo della vacanza comunque mi piaceva un sacco. Al termine della giornata “sportiva” ci fermavamo tutti nella piccola baita sotto la pista da sci: gli adulti si facevano un drink, una birretta oppure un punch che a loro piaceva un sacco, mentre per noi piccoli c’era la cioccolata calda con la panna montata. Che gioia. E poi via, tutti nelle rispettive camere d’albergo, doccia calda e breve riposino prima di cena. Qui scatta il meglio scritto nei miei ricordi. Una volta scesi verso la sala da pranzo toccava stare in attesa prima di andare a tavola, c’erano divani disponibili per tutti gli ospiti dell’albergo ma la prospettiva per la cena aveva dei caratteri al limite del comico. Dietro il banco della reception stavano fisse tre signore non proprio giovani che gestivano tutto l’andamento e le regole dell’albergo compreso l’avvio del momento di pranzo e cena. Per quello che io ricordi non c’era mai un orario fisso, tutto era stabilito da una scelta arbitraria che credo fosse regolata dagli umori delle tre signore che al momento preferito suonavano con foga una campana che faceva scattare tutti noi clienti verso la sala da pranzo. Comprese ovviamente me, Simonetta, Jenny e le nostre famiglie. Noi tre amiche fin da allora. Figuriamoci adesso che a distanza di un mese abbiamo perso i nostri due amati papà.

5×1000

Ecco che faccio l’egoista. Come ogni anno del  resto, perdonatemi. Ma ne sento il bisogno. Tempo di dichiarazione dei redditi e io salto fuori con la solita richiesta. Quando farete la vostra scegliete per favore di destinare il 5×1000 alla Fondazione di AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) per far fare un passo avanti alla ricerca sulla sclerosi multipla? Grazie.

Cosa fare:

  1. Compilare il modulo 730,
    CU oppure il Modello Unico
  2. Firmare il riquadro “finanziamento
    della ricerca scientifica e delle università”
  3. Inserire il codice fiscale della
    Fondazione di AISM (95051730109)

10mila lire spese bene

È morto ieri Mario Vargas Llosa, l’autore peruviano che nel 2010 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Eccola qui l’intellettualina snob starete dicendo, quella che sa, quella che dice, quella che racconta e che, sotto-sotto, lo fa solo per vantarsene. Allora torno indietro: ieri è morto lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa di cui io ho letto un romanzo solo, Conversazione nella Cattedrale. E pure per caso. È andata così. Era un’estate di parecchi anni fa e sulla spiaggia accanto al negozio di mamma e papà era stata allestita una grande libreria coperta da un tendone. I lunghi scaffali poggiavano sulla sabbia, meglio muoversi tra loro a piedi nudi. Ci andai: avevo in mano, lo ricordo, 10mila lire una cifra che allora ti permetteva di comprare anche una nuova uscita con copertina rigida. Mica come adesso: porta con te trenta euro se vai in libreria, pochi spicci di resto te li ritrovi se scegli una novità. Vabbè, torniamo quell’estate e alle mie 10mila lire. Ho girato molto tra i tanti banchi di quella libreria sulla spiaggia, ma non conoscevo molto di quello che proponevano, di letteratura italiana che io non avessi già letto presentavano poco, tanti i titoli di autori stranieri questo sì invece e molti sudamericani. Mi scocciava chiedere informazioni a chi sedeva dietro la cassa, non volevo sembrare impreparata anche perché lo ero. C’erano molti romanzi di questo Vargas Llosa, nome mai sentito prima, ho cominciato a leggere le sue quarte di copertina, non c’erano gli smart phone allora, mi sarebbero stati molto utili. Mi sono fidata del caso, del mio intuito forse, ho letto qualche pagina di un suo romanzo in particolare, Conversazione nella Cattedrale, ed è su quello che ho investito la mia banconota da 10mila lire. Sono andata alla cassa facendo la faccia di quella che proprio quel titolo cercava e non ho guardato nessuno in volto. Arrivata a casa ho cominciato a leggere, cavolo, che gran scelta avevo fatto. A piedi nudi, sulla sabbia e completamente inconsapevole. A volte ci vuole anche fortuna per spendere bene 10mila lire. O 30euro.

La Settimana Enigmistica

Ecco che me la sono rifatta comprare, dopo anni o forse più, per trascorrere meglio il mio tempo ho pensato, soprattutto quello del pomeriggio, quando metto da parte i libri e vago con pensieri soffocati dalla noia. La Settimana Enigmistica, quella che da giovinetta facevo sempre, d’estate, in negozio dai miei, in quei pomeriggi che inchiodavano per il caldo, coi clienti che rallentavano le loro entrate perché stavano di più in spiaggia, ma io no, lì dietro a quel banco dovevo stare, per aspettarli. Con La Settimana che c’era sempre, è cresciuta con me, con le barzellette, i rebus e le mitiche parole crociate che facevano passare il tempo. E mentre io diventavo più grande procedevo in avanti anche con la scelta dei giochi da fare: da quelle “facilitate”, schema ridotto che qua e là inseriva qualche lettera d’aiuto, a quelle maggiori con definizioni comunque semplici quasi prevedibili, fino a quelle da mezza pagina firmate dai migliori enigmisti italiani, Bartezzaghi, Ghilardi. Per concludere poi con quella senza schema, in ultima pagina, solo spazi bianchi da coprire con la soluzione di definizioni a cui aggiungere anche le caselle nere. Ne ho una nuova in mano quindi, come forma alternativa a scrittura, lettura, ai pochi – pochissimi, lo dichiaro – esercizi di fisio che faccio. Tutto l’insieme che compone quel pacchetto di alternative che metto giù per bollare il tempo, per farlo correre riempendolo di qualcosa di più vivo rispetto ai vuoti di cui si compone. Ma senti un po’ cosa ho scoperto rispetto ai canoni che ricordavo di possedere con la Settimana: mi ha retrocessa al livello di principiante dell’enigmistica. Con la mia boria, il giornaletto in una mano la penna nell’altra, non procedo, sono ferma davanti allo schema, quale che sia. Irritata, detesto riconoscermi ignorante. Riprenderò un libro oggi pomeriggio, quello va almeno. Settimana Enigmistica che non sei altro.

God save the King

Carlo III e la moglie, la regina Camilla, proprio ieri hanno terminato il loro breve viaggio in Italia e sono ritornati, tra ali di folla festante, in Gran Bretagna. Spacciata come l’occasione per celebrare i loro vent’anni di matrimonio, questa sosta nel nostro Paese non so perché ma mi ha dato altre idee, tipo un sistema per sganciare il loro Paese dalla Brexit avvicinando invece il pensiero britannico all’Europa. Non vado oltre. Passo avanti e dico solo che li ho invidiati. Perché hanno scelto di visitare percorsi artistici tra più belli, tipo ieri a Ravenna, dove, evidentemente indirizzati da ottimi uffici di promozione turistica, si sono divisi alla scoperta del meglio che la cittadina propone. Dicono che Re e Regina siano colti, perfettamente in linea tra loro, capaci di intendersi al volo così come sembra sia la Regina Camilla il ramo che indirizza il volo che la coppia deve prendere. Non mi interessa molto sapere del loro matrimonio, figuriamoci. Poi se ci penso mi viene in mente la famosa estate in cui morì la prima moglie del futuro Re. Come dimenticare del resto quella ininterrotta settimana di tg che parlavano solo di lei e delle tante beghe nate attorno alla sua scomparsa. Compreso quel suo lunghissimo funerale trasmesso per intero su tutte le tv che totalizzò l’informazione, compresa l’immagine della Regina Elisabetta addirittura costretta a chinare il capo di fronte al passaggio del feretro della nuora forse nemmeno mai amata. Ecco, sarebbe stato meglio se Carlo e Camilla si fossero decisi a sposarsi prima. Ma anche qui chissenefrega è andata così e affari loro. Sai che c’è invece? Anche io vorrei andare a Ravenna per visitare la tomba di Dante, non ha barriere architettoniche ho scoperto, è accessibile a tutti, anche a me e alla mia sclerosi multipla. E allora, Sua Maestà, grazie per avermelo fatto scoprire.

Tra Rocci e Castiglioni Mariotti

Proprio ieri, il mio ex compagno di banco del liceo, Francesco, ha inviato, sul gruppo IIIC di wapp, l’immagine della gradinata storica del nostro liceo Montale. Non la vedevo da tempo, è ancora la stessa di allora, il liceo non c’è più perché è stato trasferito nella cittadella scolastica di San Donà di Piave, ma la struttura che ho frequentato io invece è lì. I cinque anni più belli della mia vita quelli trascorsi tra quei banchi. Dico sempre così, magari esagero, ma non credo perché me li sento scritti addosso così: tra pagine di latino e greco che pure mi hanno fatta piangere ma sa il cielo il valore che mi hanno dato, insieme a quegli amici veri che non sono mai volati via da me e con i quali ho condiviso tanto, tutto, e per non parlare della scoperta dei tagli più belli della letteratura senza parlare della piena consapevolezza che la matematica non sarà mai il mio mestiere. Oggi ho letto sul giornale della mia provincia che il Sindaco della cittadina di San Donà – che è stato allievo anche lui del mio Liceo, me lo ricordo – ha intenzione di dare al Montale il volto di una galleria d’arte, uno spazio dove organizzare rassegne ed esposizioni artistiche. Bella idea probabilmente, un modo per fornirgli un aspetto innovativo, trasformando quelle aule in sale d’arte. Già. E i miei ricordi? E quelli di tutti noi ex allievi? Quelli che sedevano dietro a quei banchi. Davanti a cattedre impressionanti, con prof mai indulgenti. Si maneggiavano le pagine del Rocci e del Castiglioni Mariotti, dizionari con l’aspetto di colossi da analizzare con cura per venire a capo delle versioni di Tucidide, Sofocle ma non da meno Cicerone, Tito Livio, Tacito e via sulla strada. Ricordo che quando mi iscrissi al liceo credevo che avrei trovato come argomento portante l’italiano e la sua letteratura. Errore, ragazza mia. Greco. Latino. Ma va bene così. È quello il valore del Liceo Classico. Ci penso spesso a quei bellissimi anni ma anche a quella gradinata che portava all’ingresso e all’altra che faceva salire alle aule. Non c’erano ascensori, ma scherziamo, era una struttura molto più che datata. Ma se la sclerosi multipla si fosse fatta viva prima? Che sarebbe stato di me? Qualcosa sarebbe accaduto, stai serena mi voglio ripetere. Ma sempre sotto il tetto di quel Liceo. Ne sono certa. Allora, stamattina quando ho letto l’articolo che parlava del progetto che ha in mente il Sindaco per dare un nuovo significato al mio caro e vecchio liceo ho subito pensato alla necessità di abbattere tutte le barriere architettoniche di cui è portatore. Ma nello stesso tempo ho pensato no, vi prego no. Giù le mani dal mio Montale, dai miei ricordi, da quell’ingresso con la scalinata. E lo dico seduta sulla mia sedia a rotelle.