…e ora che non ci sei più è il vuoto a ogni gradino. Il 27 marzo è morto mio papà, così all’improvviso, circa un mese dopo la diagnosi di un cancro che avrebbe potuto trascinarlo dentro un vero incubo di sofferenza troppo lungo per essere retto. Da lui soprattutto. Da noi. la sua famiglia, in seconda battuta. Sembrava sereno ci ripetiamo. Gli ulimì tre giorni meno ma sempre pronto a preoccuparsi per me e per mia mamma, il grande pensiero che lo aveva avvolto prima di andarsene, sapeva quanto era importante per noi. Ha affidato tutto a Luca, mio fratello, e infatti oggi glielo si legge in faccia, nella fatica disegnata in volto, ma papà deve averglielo chiesto con forza – fai tu per favore, mi fido, hanno bisogno. E ora mi sento in colpa, per tutto, per non aver capito fino in fondo papà, per essere stata così distante da lui, critica, spesso poco rispettosa, pur sapendo quanto fosse una colonna portante nella mia vita, quanto per lui anche solo un mio sorriso svagato potesse bastare, lo stesso che troppe volte soffocavo invece, sa il cielo perché. L’ho ringraziato la sera prima della sua morte per tutto quello che mi dato e detto ma chissà se mi ha sentita. Poche ore dopo se n’è andato.
Autore: Quella che prova a farcela
Moonlight Shadow
Eccolo. Durante la mia brevissima pausa di festa con torrone e panettone sono riuscita a beccare anche Vacanza di Natale, il primo, indimenticabile cinepanettone edizione 1983. Era tanto e forse più che mi scivolava via ma quest’anno ce l’ho fatta a rivenderlo, compreso di colonna sonora che ha dipinto la mia adolescenza e con quelle battute fisse in testa: “anch’io voglio conoscere la signora fusilli”, “Milano-Cortina, 2 ore, 54 minuti e 27 secondi, Alboreto is nothing”, “io non sono bello, piaccio” con l’indimenticabile e ultra ripetuta da tutti “e anche questo Natale ce lo siamo tolto da…! E questi sono solo alcuni dei passaggi principe di un film che coincide con la mia adolescenza, sono il centro di un’epoca che mi ha riempita di ricordi tutti disegnati dentro una pellicola. Comprese le prime ferie natalizie con la mia famiglia alloggiata in un piccolo e solitario albergo provinciale, punto di approdo per i nostri debutti scarsi e traballanti sugli sci impegnati come eravamo a misurarci sulle piste più facili di questo bellissimo Cadore che sta poco sopra Jesolo. La mia famiglia aveva scelto una località poco nota e consigliata non ricordo da chi perché metteva a disposizione discese per niente impegnative e un bel circolo di istruttori adatti a tutti noi. Alla fine della discesa c’era una piccola baita dove si poteva bere qualche cosa di caldo e lasciare gli sci. Poi, via verso, l’albergo dove ci aspettava camera, doccia. breve riposino prima della cena. Già, la cena. Quante risate! Non ricordo bene di chi fosse la gestione dell’hotel so solo che prima di mangiare tutti noi clienti aspettavano insieme l’orario d”inizio seduti su divanetti piuttosto scomodi mentre guardavamo le tre signore, non certo giovani, sedute dietro la reception. Ogni sera erano loro a dare il via che apriva la cena, non c’era un orario fisso, si trattava di stare lì, meglio se in silenzio, aspettando che la più anziane delle tre suonasse un campanaccio che dava il la all’appuntamento a tavola e facesse scattare tutti noi verso la tanto attesa cena. Ci si divertiva anche per questo, si divertivano anche loro credo mentre il Natale prendeva le forme di una vacanza che ancora ricordo. Come se in sottofondo ci fosse anche la colonna sonora: Maracaibo mare forza 9, andare sì ma dove…
Grazie, Graziana
Giovedi sera andrò alla serata organizzata dalla mia amica Graziana con cui conclude in festa la sua lunga stagione di lavoro. E io ci sarò, anche se mi hanno cambiato il turno di lavoro e arriverò un po’ in ritardo, anche se fa freddo, anche se come capita da tempo per strapparmi da casa serve una solida gru. Io e Graziana siamo state compagne di lavoro per circa tre anni credo, una pagina bellissima per me piena di novità e cose da imparare, incontri importanti, paura di sbagliare nella consapevolezza che comunque lei, che in quell’ambiente gestiva con assoluta professionalità il dritto e il rovescio di tutti i pesi in programma, per me ci sarebbe sempre stata per darmi aiuto, collaborazione e sostegno. I miei capi che avevano in mano redini e responsabilità di quel lavoro mi avevano mollata lì, sola, fidandosi un po’ troppo delle mie capacità, sicché giorno dopo giorno dovevo vedermela con impegni sempre nuovi e con le cariche istituzionali più importanti della mia città. Vuota di indicazioni anche minime su come muovermi in un campo che non conoscevo, tra personaggi di un certo peso e spessore, dentro ambiti professionali per me del tutto nuovi, Graziana mi prese per mano fin da subito. Nel tempo mi disse che lo fece perché il mio modo di essere le era piaciuto scegliendo così di essere per me un punto di riferimento, una consigliera e poi una confidente, gettando le fondamenta di quella che passo dopo passo è diventata un’amicizia profonda e vera che dura ormai da oltre due decenni. In tre anni di lavoro insieme, quante confidenze, quante risate, quanti dubbi condivisi, solo un silenzio all’epoca da parte mia: la sclerosi multipla che su di me ancora taceva, procedeva secondo ritmi che non volevo considerare, soprattutto io, la sm si muoveva ancora lenta, lenta, quasi silenziosa, non aveva ancora alzato troppo la testa, mi permetteva di non considerarla, anche se io che la conoscevo e la temevo, tacevo di lei a me e agli altri, soprattutto agli altri. Quindi non dirlo a Graziana non era mancanza di fiducia nei suoi confronti, era desiderio di non studiare a fondo i limiti della mia grande paura, quella che poi è corsa in avanti fino alla sedia a rotelle di oggi. Ma prima ancora con Graziana arrivò quella sera in cui davanti a una pizza le dissi tutto, sapeva già, gliel’ho lessi nello sguardo dove vidi tanto amore e sollievo, la voglia di sentirsi libera di parlare anche del mio grande incubo, il sollievo che sentivo anche io del resto. E che ci ha legate ancor di più. Buona pensione, Graziana, di tutto cuore.
Batti un cinque
Insomma è andata così. L’altra settimana sono lì dietro alla mia scrivania, passa la direttrice che ha terminato il turno, la saluto, mi saluta e la vedo rientrare, mi dice che ogni volta che va via nel guardarmi ancora al lavoro mentre lei è pronta per rientrare a casa si sente in colpa, vieni nel mio ufficio, dice, ne discutiamo. Mi solleva un velo a cui non avevo nemmeno pensato, trovare una soluzione per calmierare le mie ansie? Mi chiede che genere di soluzione propongo, si accorge che ci sono troppi dettagli sporgenti che mi gravitano attorno senza che io mi lamenti. Già dico, e parlo del principale, acconsente, stiamo cercando una soluzione sostiene, e per te, chiede? Hai mai pensato a te, a qualcosa che potrebbe sgravare il ritmo. Passati tre giorni, dopo un rapido colloquio nemmeno richiesto ma favorito da lei, sto firmando un nuovo contratto che riduce il mio orario settimanale rimodulandolo da 25 a 20 ore settimanali. Meno soldi certo, ma più serenità che mi sento disegnata già addosso. Non sono la stessa dell’8 febbraio disegnata sul mio cartellino di assunzione quando cominciai a lavorare lì, in mezzo c’è stato il Covid, tanti passaggi, paure, chiusure dell’umore, smarrimenti e le solite cadute in basso causa sclerosi multipla ovvio che sì. Ho ancora voglia di esserci al lavoro ma nello stesso tempo mantengo lo sguardo fisso sui miei limiti con una consapevolezza che sale di giorno in giorno rendendomi fragile sempre di più. Di fisico certo ma anche di mente, che sia vero oppure no,
A giovedì
La novità di questa mattina: giovedì prossimo farò la nuova dose di vaccino anti Covid 19, il richiamo inverno 2023-2024. E mi sento una donna libera, lontana, lo spero, dal rischio contagio, dalla paura di beccarmelo ancora il virus con tutti i danni che la scorsa estate a luglio mi hanno buttata come sotto un treno quando me lo sono portata a casa, senza sconti. Era da un po’ che aspettavo la possibilità di sottopormi al nuovo vaccino ma i dati lo davano non ancora disponibile, c’era da mettersi in fila, fila lunga oltretutto ma ora è arrivata la mia data, giovedì prossimo, l’orario, ore 11.00. E si farà, e ne sono felice perché mascherine FFP2 e clausure che mi sono autoimposta finiranno, credo, spero. A giovedì quindi. E che meraviglia!
Una diagnosi da tollerare
Ho fatto la visita di controllo con la mia neurologa, quel momento che detesto, l’ho scritto mille e più volte su queste pagine lo so, ma per me questo momento ha il sapore della sconfitta, quello che segna i progressi della mia stronza compagna di viaggio e mi fa prendere atto ancora di più della sua esistenza, come se il resto non bastasse. Quel lampo è passato anche questa volta comunque. Tra controllo degli esami, prescrizione di altri, limatura dell’assunzione dei farmaci per cercare di migliorarne gli effetti. Fatta anche questa insomma, pagina girata fino alla prossima volta. All’uscita dall’ambulatorio, mentre riordinavo carte e idee, mi rivestivo per raggiungere il centro prenotazioni per fissare il nuovo appuntamento, vedo in sala d’attesa una famiglia, papà, mamma e una figlia, vent’anni o giù di lì credo. Hanno lo sguardo spalancato, spaurito o forse intimorito, paura ecco, paura la loro, mi guardano, li vedo e tutti lo abbassano. Diagnosi recente, ecco cosa ci leggo e torno indietro con la mente all’autunno del 2000, a quei momenti, al futuro che all’improvviso si annebbia, a me che sto pensando a tutto, e alla sedia a rotelle un particolare, la maledetta lei. La paura nella mia mente in quegli istanti è densa, piena di nero, viscido, unto e scivoloso. La stessa che vedo negli occhi di quella ragazza, in quelli della mamma e del papà, tanto da volermi avvicinare per dire, per dirle, che ora le terapie ci sono, almeno una decina, me lo avevano appena detto durante la visita, e che nel 2026 forse arriverà qualcosa di più deciso – anche se me lo stanno dicendo da almeno dieci anni va detto, anche questo va detto, ahimè, ahinoi – ma sono rimasta ferma al mio posto, anzi ho evitato anche io il loro sguardo. Perché ricordo che tra le tante cose dell’inizio, saputo che la sm mi si era attaccata addosso, tra le domande senza risposta che mi facevo, ricordo in particolare la volontà ferma di negare con forza ogni senso di appartenenza alla comunità-sclerosi multipla: io ero io, io rimanevo io, loro, quelli malati, erano loro. Per questo ho fatto un passo indietro, nemmeno un sorriso, anzi avrei voluto sparire, negare ogni mia presenza, ma nello stesso tempo mi sono chiesta se non fosse il caso di avvicinarmi fare una carezza addirittura, un modo per livellare ogni sua paura, riportarla al valore della sopportazione. Ha deciso la dottoressa per me che l’ha chiamata in studio prima che io andassi via. Non senza magone nel cuore per un’altra giovane donna con una diagnosi tanto dura da tollerare.
Ago e filo
E rieccomi in ritardo, la solita pigrizia? Direi di no questa volta. Una congiuntivite improvvisa e dolorosa scoppiata all’improvviso una decina di giorni fa invece. Una notte di lacrime che ho asciugato col lenzuolo è stata, fino a sentire verso mattina un dolore difficile pure da sopportare con l’occhio che faticava sempre di più ad aprirsi. Ecco di che risveglio parlo, fino a guardarmi allo specchio e vedere una cornea completamente rossa e quasi nascosta del tutto sotto una palpeba chiusa per metà: questo è di nuovo Covid mi sono detta fino a provare la febbre, rincuorandomi che non ci fosse. Ma niente da fare, ora dopo ora nessun miglioramento anzi un bel mal di testa in crescendo fino a decidere la corsa al Pronto Soccorso per valutare ogni contesto anche l’eventuale collegamento con la cara Sclerosi Multipla. E qui l’incontro con un medico che dà la sua con estrema finta grazia: congiuntivite dice, c’è da cucire l’occhio, io che lo guardo smarrita con la faccia di una che trema, cucire? Ago e filo capisco io del tutto rintronata e circondata da due infermiere altrettanto sgarbate che mi si fiondano addosso con gocce e una benda da pirata che mi legano da destra a sinistra, poi via a casa. Rincuorata credo ma pure stanchissima e un pelo arrabbiata, ma anche questa mi dico? Visto che poi tra gennaio e febbraio dovrò operare cornea e cataratta alla Banca dell’occhio di Venezia, questa congiuntivite è un premio extra della mia non salute. Mi pare troppo davvero troppo e sono arrabbiata, anche ora che la benda non serve più e sono già tornata al lavoro. E guai a chi mi dice che non sono brava. Gli cucio l’occhio. Senza usare la benda.
Le benevole, almeno
Un post che ha un po’ il sapore del ritorno all’ovile. Ma io sono così, sento la responsabilità certo ma la mia imperdonabile pigrizia sovrasta ogni cosa e quindi il tempo mi passa tra le dita senza scrivere. E anche i pensieri mi volano in testa e i significati da scrivere su queste pagine mi mollano. Torniamo alla sm allora? Tocca, perché l’autunno è periodo di visite di controllo: domani esami del sangue – che odio -, 23 ottobre risonanza magnetica – non ne parliamo -, 7 novembre – visita di controllo che almeno coincide con il compleanno di una persona speciale, spero porti fortuna almeno. Che sia questo calendario a buttarmi tanto giù? Certo che non aiuta, ma che palle però ritornare sempre allo stesso punto. E allora, Cinzia, forza, fai una svolta. Ecco che mi lamento ancora però. Il lavoro. Si sta facendo davvero pesante. Ci sono due o tre cosette che non mi quadrano e che rendono l’insieme ai limiti del limite. Come l’orario: par time? Eccome no, 25 ore settimanali certo, ma ben distribuite tra mattine e pomeriggi compresi sabati e domeniche. Una forza di energica insomma. E poi un numero bello pieno di clienti, numeri di telefono, liste appuntamenti, discorsi sempre uguali per non parlare di certe rogne sempre più difficili da frenare. Mio fratello dice che si chiama lavoro per questo e che infatti sono tutti così, continua, alzando la voce, per farmi capire che se non mi va bene basta mollare le redini e finire i giochi. Non ci penso proprio e gli do ragione. Devo solo stare sulle pagine del mio blog un po’ di più per vivere il bello. E poi meno male che continuo a leggere con la solita frequenza, anche se ho in mano un libro di oltre mille pagine Le benevole di Littel, bello e piacevole, certo un po’ impegnativo. E poi resta il fatto che il mio calendario di date mediche è lì sopra a tutto.
Buon compleanno, Gloria
Sabato sera sono andata alla festa a sorpresa che la sorella della mia amica Gloria aveva organizzato per celebrare i suoi 50 anni. Sapevo che era giusto esserci, che la mia assenza, per quanto formalmente perdonabile, avrebbe scritto un segno dolente nella mia storia di amicizia poco meno che che trentennale con Gloria, e poi devo anche smettere di fare solo la vittima, o no? Ma che io faccia ben più che fatica a uscire dal guscio che mi sono costruita addosso e fin troppo noto, non giustificato o giustificabile, ma noto sì. E sabato sono andata con l’assoluta volontà si esserci, e ho fatto bene. Festa a sorpresa. Ciò che si accomoda con perfezione al disegno delle abitudini di Gloria. E cosi è andata: una trentina di amici della festeggiata che in molti casi mai si erano incontrati tra loro ma sempre si erano sentiti reciprocamente nominare – cose tipo: sono andata a cena con lei, in vacanza con loro, a trovarlo, a salutarla, senza altri dettagli, figuriamoci se pettegolezzi, non sono nelle corde di Gloria – e di colpo tutti lì per lei ad aspettare che fosse davanti a noi. E arriva la scena tanto attesa, Gloria che scende all’auto, bendata, noi in cerchio pronti ad accoglierla, lei finalmente a occhi scoperti, lei che ci vede tutti, noi che gridiamo “buon compleanno”, il tempo giusto per darle modo di capire che cosa sta succedendo. Tutti, ma propri tutti o comunque tanti ma proprio tanti amici siamo lì per lei. E poi la sua corsa verso di me seguita da un abbraccio caldissimo e da un quel paio di lacrime che ci sono scese insieme. Un grazie doppio e reciproco e pieno di tanto, di tutto. Quanto bene ho fatto ad andare, anche se c’era afa, anche se ero stanca, anche se decisamente fuori forma ma non potevo mancare, aveva ragione Federica quell’amica che ci aveva fatte conoscere tanto tempo fa. Ho solo un rimpianto per sabato sera, quando Gloria ha letto i messaggi scritti per lei, uno mi ha colpita in particolare perché la descriveva del tutto: lei c’è sempre, diceva il biglietto d’auguri, quando hai un problema lei si inventa la soluzione, la disegna attorno a te, senza mai tirarsi indietro, mettendosi in disparte piuttosto solo per pensare al tuo bene. Qui dovevo far scattare un applauso, un battito di mani su cui tutti mi avrebbero seguita. Gloria è questa.
Seduta sui gradini della Villa
18 marzo 1990. Domenica pomeriggio. Discoteca Alla Villa, Jesolo. Sono seduta sui gradini accanto alla pista da ballo. Guardo in giro, so bene dove e proprio da quella direzione arriva un ragazzo che so chiamarsi Federico, mi porge un chewing gum, l’accetto. Fatta. Tornata a casa mi ascolto la musicassetta di Lucio Battisti e da lì parte la fase d’inizio di una cotta colossale ed è per questo che non posso non ascoltare il grande signore di Mi ritorni in mente senza sentire quel tuffo dove l’acqua è più blu che mi ha tenuta legata a quella domenica del 1990 per un bel po’. Data a cui va aggiunta, perché come fare sennò, quella del 12 maggio dello stesso anno, discoteca Papaja questa volta, ben dopo l’una di notte, presa per mano da Federico e portata in disparte, niente chewing gum stavolta ma una dichiarazione che ancora ricordo con brivido, “Mi piaci da impazzire” dice lui, risposta mia “Anche tu”. E poi un bacio da non dimenticare, impossibile. Dopo è andata come andata, male per me, che ho visto Federico in meno di due settimane tornare dalla tizia che aveva lasciato per me, diceva lui. Ma in sottofondo finché non l’ho dimenticato – mesi e poi mesi e forse di più – è rimasto sempre Lucio Battisti a fare da colonna sonora a quell’amore ancora amore canzone che ancora oggi quando l’ascolto mi porta a quel 18 marzo 1990. Come oggi che si ricorda l’ottantesimo compleanno di quel genio di Battisti.