Una diagnosi da tollerare

Ho fatto la visita di controllo con la mia neurologa, quel momento che detesto, l’ho scritto mille e più volte su queste pagine lo so, ma per me questo momento ha il sapore della sconfitta, quello che segna i progressi della mia stronza compagna di viaggio e mi fa prendere atto ancora di più della sua esistenza, come se il resto non bastasse. Quel lampo è passato anche questa volta comunque. Tra controllo degli esami, prescrizione di altri, limatura dell’assunzione dei farmaci per cercare di migliorarne gli effetti. Fatta anche questa insomma, pagina girata fino alla prossima volta. All’uscita dall’ambulatorio, mentre riordinavo carte e idee, mi rivestivo per raggiungere il centro prenotazioni per fissare il nuovo appuntamento, vedo in sala d’attesa una famiglia, papà, mamma e una figlia, vent’anni o giù di lì credo. Hanno lo sguardo spalancato, spaurito o forse intimorito, paura ecco, paura la loro, mi guardano, li vedo e tutti lo abbassano. Diagnosi recente, ecco cosa ci leggo e torno indietro con la mente all’autunno del 2000, a quei momenti, al futuro che all’improvviso si annebbia, a me che sto pensando a tutto, e alla sedia a rotelle un particolare, la maledetta lei. La paura nella mia mente in quegli istanti è densa, piena di nero, viscido, unto e scivoloso. La stessa che vedo negli occhi di quella ragazza, in quelli della mamma e del papà, tanto da volermi avvicinare per dire, per dirle, che ora le terapie ci sono, almeno una decina, me lo avevano appena detto durante la visita, e che nel 2026 forse arriverà qualcosa di più deciso – anche se me lo stanno dicendo da almeno dieci anni va detto, anche questo va detto, ahimè, ahinoi – ma sono rimasta ferma al mio posto, anzi ho evitato anche io il loro sguardo. Perché ricordo che tra le tante cose dell’inizio, saputo che la sm mi si era attaccata addosso, tra le domande senza risposta che mi facevo, ricordo in particolare la volontà ferma di negare con forza ogni senso di appartenenza alla comunità-sclerosi multipla: io ero io, io rimanevo io, loro, quelli malati, erano loro. Per questo ho fatto un passo indietro, nemmeno un sorriso, anzi avrei voluto sparire, negare ogni mia presenza, ma nello stesso tempo mi sono chiesta se non fosse il caso di avvicinarmi fare una carezza addirittura, un modo per livellare ogni sua paura, riportarla al valore della sopportazione. Ha deciso la dottoressa per me che l’ha chiamata in studio prima che io andassi via. Non senza magone nel cuore per un’altra giovane donna con una diagnosi tanto dura da tollerare.

Ago e filo

E rieccomi in ritardo, la solita pigrizia? Direi di no questa volta. Una congiuntivite improvvisa e dolorosa scoppiata all’improvviso una decina di giorni fa invece. Una notte di lacrime che ho asciugato col lenzuolo è stata, fino a sentire verso mattina un dolore difficile pure da sopportare con l’occhio che faticava sempre di più ad aprirsi. Ecco di che risveglio parlo, fino a guardarmi allo specchio e vedere una cornea completamente rossa e quasi nascosta del tutto sotto una palpeba chiusa per metà: questo è di nuovo Covid mi sono detta fino a provare la febbre, rincuorandomi che non ci fosse. Ma niente da fare, ora dopo ora nessun miglioramento anzi un bel mal di testa in crescendo fino a decidere la corsa al Pronto Soccorso per valutare ogni contesto anche l’eventuale collegamento con la cara Sclerosi Multipla. E qui l’incontro con un medico che dà la sua con estrema finta grazia: congiuntivite dice, c’è da cucire l’occhio, io che lo guardo smarrita con la faccia di una che trema, cucire? Ago e filo capisco io del tutto rintronata e circondata da due infermiere altrettanto sgarbate che mi si fiondano addosso con gocce e una benda da pirata che mi legano da destra a sinistra, poi via a casa. Rincuorata credo ma pure stanchissima e un pelo arrabbiata, ma anche questa mi dico? Visto che poi tra gennaio e febbraio dovrò operare cornea e cataratta alla Banca dell’occhio di Venezia, questa congiuntivite è un premio extra della mia non salute. Mi pare troppo davvero troppo e sono arrabbiata, anche ora che la benda non serve più e sono già tornata al lavoro. E guai a chi mi dice che non sono brava. Gli cucio l’occhio. Senza usare la benda.

Le benevole, almeno

Un post che ha un po’ il sapore del ritorno all’ovile. Ma io sono così, sento la responsabilità certo ma la mia imperdonabile pigrizia sovrasta ogni cosa e quindi il tempo mi passa tra le dita senza scrivere. E anche i pensieri mi volano in testa e i significati da scrivere su queste pagine mi mollano. Torniamo alla sm allora? Tocca, perché l’autunno è periodo di visite di controllo: domani esami del sangue – che odio -, 23 ottobre risonanza magnetica – non ne parliamo -, 7 novembre – visita di controllo che almeno coincide con il compleanno di una persona speciale, spero porti fortuna almeno. Che sia questo calendario a buttarmi tanto giù? Certo che non aiuta, ma che palle però ritornare sempre allo stesso punto. E allora, Cinzia, forza, fai una svolta. Ecco che mi lamento ancora però. Il lavoro. Si sta facendo davvero pesante. Ci sono due o tre cosette che non mi quadrano e che rendono l’insieme ai limiti del limite. Come l’orario: par time? Eccome no, 25 ore settimanali certo, ma ben distribuite tra mattine e pomeriggi compresi sabati e domeniche. Una forza di energica insomma. E poi un numero bello pieno di clienti, numeri di telefono, liste appuntamenti, discorsi sempre uguali per non parlare di certe rogne sempre più difficili da frenare. Mio fratello dice che si chiama lavoro per questo e che infatti sono tutti così, continua, alzando la voce, per farmi capire che se non mi va bene basta mollare le redini e finire i giochi. Non ci penso proprio e gli do ragione. Devo solo stare sulle pagine del mio blog un po’ di più per vivere il bello. E poi meno male che continuo a leggere con la solita frequenza, anche se ho in mano un libro di oltre mille pagine Le benevole di Littel, bello e piacevole, certo un po’ impegnativo. E poi resta il fatto che il mio calendario di date mediche è lì sopra a tutto.

Buon compleanno, Gloria

Sabato sera sono andata alla festa a sorpresa che la sorella della mia amica Gloria aveva organizzato per celebrare i suoi 50 anni. Sapevo che era giusto esserci, che la mia assenza, per quanto formalmente perdonabile, avrebbe scritto un segno dolente nella mia storia di amicizia poco meno che che trentennale con Gloria, e poi devo anche smettere di fare solo la vittima, o no? Ma che io faccia ben più che fatica a uscire dal guscio che mi sono costruita addosso e fin troppo noto, non giustificato o giustificabile, ma noto sì. E sabato sono andata con l’assoluta volontà si esserci, e ho fatto bene. Festa a sorpresa. Ciò che si accomoda con perfezione al disegno delle abitudini di Gloria. E cosi è andata: una trentina di amici della festeggiata che in molti casi mai si erano incontrati tra loro ma sempre si erano sentiti reciprocamente nominare – cose tipo: sono andata a cena con lei, in vacanza con loro, a trovarlo, a salutarla, senza altri dettagli, figuriamoci se pettegolezzi, non sono nelle corde di Gloria – e di colpo tutti lì per lei ad aspettare che fosse davanti a noi. E arriva la scena tanto attesa, Gloria che scende all’auto, bendata, noi in cerchio pronti ad accoglierla, lei finalmente a occhi scoperti, lei che ci vede tutti, noi che gridiamo “buon compleanno”, il tempo giusto per darle modo di capire che cosa sta succedendo. Tutti, ma propri tutti o comunque tanti ma proprio tanti amici siamo lì per lei. E poi la sua corsa verso di me seguita da un abbraccio caldissimo e da un quel paio di lacrime che ci sono scese insieme. Un grazie doppio e reciproco e pieno di tanto, di tutto. Quanto bene ho fatto ad andare, anche se c’era afa, anche se ero stanca, anche se decisamente fuori forma ma non potevo mancare, aveva ragione Federica quell’amica che ci aveva fatte conoscere tanto tempo fa. Ho solo un rimpianto per sabato sera, quando Gloria ha letto i messaggi scritti per lei, uno mi ha colpita in particolare perché la descriveva del tutto: lei c’è sempre, diceva il biglietto d’auguri, quando hai un problema lei si inventa la soluzione, la disegna attorno a te, senza mai tirarsi indietro, mettendosi in disparte piuttosto solo per pensare al tuo bene. Qui dovevo far scattare un applauso, un battito di mani su cui tutti mi avrebbero seguita. Gloria è questa.

Seduta sui gradini della Villa

18 marzo 1990. Domenica pomeriggio. Discoteca Alla Villa, Jesolo. Sono seduta sui gradini accanto alla pista da ballo. Guardo in giro, so bene dove e proprio da quella direzione arriva un ragazzo che so chiamarsi Federico, mi porge un chewing gum, l’accetto. Fatta. Tornata a casa mi ascolto la musicassetta di Lucio Battisti e da lì parte la fase d’inizio di una cotta colossale ed è per questo che non posso non ascoltare il grande signore di Mi ritorni in mente senza sentire quel tuffo dove l’acqua è più blu che mi ha tenuta legata a quella domenica del 1990 per un bel po’. Data a cui va aggiunta, perché come fare sennò, quella del 12 maggio dello stesso anno, discoteca Papaja questa volta, ben dopo l’una di notte, presa per mano da Federico e portata in disparte, niente chewing gum stavolta ma una dichiarazione che ancora ricordo con brivido, “Mi piaci da impazzire” dice lui, risposta mia “Anche tu”. E poi un bacio da non dimenticare, impossibile. Dopo è andata come andata, male per me, che ho visto Federico in meno di due settimane tornare dalla tizia che aveva lasciato per me, diceva lui. Ma in sottofondo finché non l’ho dimenticato – mesi e poi mesi e forse di più – è rimasto sempre Lucio Battisti a fare da colonna sonora a quell’amore ancora amore canzone che ancora oggi quando l’ascolto mi porta a quel 18 marzo 1990. Come oggi che si ricorda l’ottantesimo compleanno di quel genio di Battisti.

Un lavoro fa

Sicuramente l’ho già scritto da qualche parte in queste pagine che per oltre vent’anni ho lavorato in un posto dove si facevano giornali. Free press erano, mica sai che roba. Si raccontava di quello che accadeva sul litorale di Jesolo, dai concerti importanti che pure c’erano, alle feste popolari che fiorivano in gran numero. Vent’anni e oltre che si sono conclusi con un licenziamento e una causa legale per ricevere stipendi mancanti più TFR, non male direi come storia lavorativa. Ma poi la pagina si è girata, i soldi sono tornati in cassa, la mia, i rapporti di amicizia quelli veri nati tra quelle scrivanie sono ancora qui accanto a me, oggi ho un altro lavoro, quindi cosa fatta capo a. A parte il primo anno in cui dovevo controllare l’andamento della pubblicità che compariva su quelle pagine per misurare i tempi di reingresso dei miei soldi sanciti dalla vittoria legale ottenuta, non l’ho più preso in mano quel giornaletto. Con sufficienza direi, per certo mancato interesse, per generale assenza di stima e fiducia nei confronti dei protagonisti della nuova redazione, il tutto affogato dentro un pastume di mancata nostalgia. L’altro ieri mi è capitato in mano quel giornale ma non l’ho scostato con la consueta sufficienza, ho cominciato a sfogliarlo sapendo di avere una competenza in più rispetto a quella della semplice lettrice – ci ho scritto per troppi anni per non avercela – e l’ho trovato mgliorato e di molto, privo della noia con cui la vecchia squadra di lavoro di cui facevo parte l’aveva soffocato. Volevamo di meglio anche noi, ma come fare di fronte a quel senso di soffocamento con cui avevamo scelto di lavorare? Annichiliti dentro quei toni pomposi che chiamavamo Comitati di Redazione costruiti attorno a un calendario di riunioni settimanali che cominciavano a dicembre di un anno e si ripetevano ogni settimana fino al dicembre dell’anno dopo sempre uguali, sempre più inutili? Tocca dirlo, il risultato di oggi potevamo raggiugerlo noi. Anzi no, con vera supponenza lo dico: visto chi eravamo e i talenti che la maggior parte di noi aveva ce l’avremmo fatta noi e fatta meglio.

Bookclub

Ci siamo conosciute in libreria io e Laura. Il primo incontro è stato quando Alessandra, la padrona di casa, ha dato il via a un corso di lettura e scrittura creativa a cui tutte e due avevamo deciso di partecipare e pure con un certo entusiasmo. Anche se in fondo lo sapevamo entrambe che Il protagonista messo in cattedra era uno scrittoruncolo di terza categoria erano i libri a piacerci e l’idea di conoscere altre persone con cui condividere la stessa passione ci aveva fatte iscrivere. Poi accadde che quel misero di prof si diede da fare per metterci l’una contro l’altra, eccome se lo ricordo, e noi due abbiamo faticato non poco per superare quel tempo ma evidentemente il clic tra noi era scattato e quindi ora eccoci qui, insieme. Abbiamo dei ricordi bellissimi condivisi: i pomeriggi della vigilia di Natale in libreria da Alessandra per aiutarla a fare i pacchetti regalo dell’ultima ora dei suoi clienti, quante risate di fronte ai libri di Bruno Vespa incartati per i poveracci che se li sarebbero trovati sotto l’albero, il concerto di De Gregori vissuto insieme così come le tante colazioni in caffetteria a discutere dei titoli usciti e da leggere perché i migliori per me sono i consigli suoi. E ora la sua nuova idea: Bookclub. Dodici lettori distribuiti in tutta Italia hanno accettato di partecipare al suo progetto: il primo in ordine di iscrizione verrà raggiunto da Laura via posta con un romanzo e un quaderno. Ognuno si è dato come compito prima dell’iscrizione quello di leggere il libro arrivatogli per posta mittente-Laura seguendo i propri tempi, il piacere personale, con la libertà di continuare la lettura fino all’ultima riga così come quella di abbandonarla per il mancato apprezzamento, aggiungendo su un quaderno contenuto nel pacco le sue sensazioni quali che siano, positive o negative. Al termine del tutto invierà nuovamente il pacco a Laura che provvederà a raggiungere il secondo iscritto con il contenuto ricevuto. Bookclub è questo, una catena di lettura, un libro da leggere del tutto o anche no, se non piace, se annoia, se non sia ha tempo per terminarlo, se lo si ha già letto, ma anche se al contrario, si scopre la fatica di strapparsi di dosso un titolo che non si conosceva trovandosi poi ad amarlo fin troppo. E poi c’è quel quaderno che lascia largo spazio di libertà dedicato a tutti i partecipanti composto seguendo regole che non ci sono. Chi leggerà non avrà vincoli, solo pensieri suscitati dalle parole, quelle dalla letteratura, quelle che si aggiungono una sopra l’altra a quelle degli altri lettori che fanno vivere il quaderno dove si può scrivere ma anche no, leggere ma anche no. Massima libertà. Perché lasciarsi travolgere o meno da un libro è questo: idee che si incrociano. Sono emozionata. Spero di essere all’altezza di tutto. Soprattutto della fiducia che Laura mi ha dato. Lei che è una lettrice di prima categoria.

Tornare a casa e trovare il tanto che manca

Fuori casa, per un’ora, poco più, poco meno, comunque il tempo sufficiente per tornare e trovare la serratura a terra, chiamare un tecnico per far riaprire la porta, entrare, vedere tutto come non lo avevi lasciato tu, cassetti ribaltati e scoprire che quanto amavi di più era scomparso. Guardarti mani e polsi, toccarti collo e lobi e capire in fretta che quello che vedevi e sentivi era l’unica bellezza preziosa che ti rimaneva, il resto non c’era più. Anzi no, c’era ancora per fortuna quel filo di perle che le tue carissime amiche ti avevano regalato per festeggiare i 50 anni, ritrovato e buttato con sdegno sopra il letto; mancava invece il girocollo di oro bianco con diamantino che un caro amico di famiglia aveva pensato per celebrare il giorno della tua laurea custodito, pensavi tu, nella stessa scatola. Di tutto il resto non restava niente, un’intera vita di ricordi, regali, pensieri, grandi o piccoli, scomparsi nelle mani di chissà chi, tutto andato via con la violenza di un pugno in faccia sferrato senza rispetto. E poi scoprire pagina dopo pagina dopo che l’nventario di quanto perduto si gonfiava sempre di più come se questi delinquenti sapessero cosa cercare in velocità meglio di te, come muoversi in casa tua senza timore di sbagliare, senza dubbi di sorta. Un colpo secco, riuscito con un esito amaro e a cui smettere di pensare subito perché ogni attimo riporta al pensiero di qualcos’altro che manca. A quel pensiero, a quel ricordo, a quel momento.

Luce meno opaca

E guarda un po’ cosa ho scoperto ieri. In giro in macchina con la mia famiglia mi sono accorta di riuscire a leggere i numeri delle targhe che avevo davanti come non mi accadeva da tempo, così come i testi della cartellonistica stradale che mi passava accanto, certo non in modo perfettamente nitido e sempre con un vago riflesso opaco, eppure cavolo con che miglioramento deciso. È il risultato ottenuto dai colliri che metto tre volte al giorno? Non può essere altro credo e questo mi basta per essere molto soddisfatta, ieri diciamo sicuramente di più, già oggi mi sembra che la vista sia meno decisa, insomma quell’insperato risultato che somigliava a un bendidio improvviso oltre che inatteso si è già vagamente affievolito, ma così come è arrivato ritornerà mi ripeto. E guarda te che pensiero positivo mi trovo disegnato addosso. Diciamo che tutto non è proprio illuminato da energia aperta, non credo che l’intervento del prossimo inizio anno uscirà per miracolo dalla mia agenda ma forse vincerà con più energia sul contesto diventando meno pesante, più affrontabile, prossimo alla soluzione migliore. E se penso che questa cosa l’ho scritta io quasi non mi riconosco.

Londra my love

In questi giorni lo hanno detto tutti, Diana Spencer avrebbe compiuto 60 anni o magari di più mi sono persa la data vera. Come sarebbe oggi? Tutti a chiederselo. Uguale secondo me, l’estetica chirurgica fa miracoli. Dove? Bah, e chi lo sa, risposata bene probabilmente. E poi tutti a celebrarne la bellezza in rapporto a quella di Camilla. Ma su questo chiuderei il sipario, è andata come andata, povera donna in ogni caso. Io la ricordo di più quando ero una ragazzina, quando si è sposata, con quel vestito che sembrava un tendaggio e quella certa cofana di capelli che vista adesso, scusami Diana, faceva sopratutto ridere. Io Lady D, la ricordo di più perché in quegli anni ero piccoletta e abitando a Jesolo la vedevo riprodotta nelle tante ragazze che venivano qui in vacanza approfittando della vicinanza con Venezia. Ispirandosi a lei vestivano di abiti vaporosi indossando sempre decolté bianchi con mezzo tacchetto che batteva a terra producendo un rumore che annunciava il loro arrivo di gruppo. E infatti queste giovani turiste inseguivano la loro nuova Principessa nell’aspetto estetico non facendosi sfuggire niente di lei: i suoi modi, il make up, l’abbigliamento, la tipologia dei cappellini. Diana era diventata un modello per queste ragazze che prima non ne avevano uno e che ora potevano tentare di cogliere una propria ispirazione nella nuova Principessa del Galles di cui tanto si parlava nel mondo. Lei era diventata un mezzo per sdoganare il volto della Gran Bretagna anche dal punto di vista dell’immagine da sempre travolta in senso negativo dallo stile italiano, francese, statunitense. Poi decenni dopo è successo quello che è successo a lei, ai figli, al marito, alla tanto e giustamente temuta Camilla che si è presa il posto che le spettava, dicono quelli che sanno. Quando sono andata a Londra per una bellissima settimana dai miei amici Tella e Giorgio, l’impronta reale l’ho sentita scritta sulla pelle e direi che parte anche da quei giorni inglesi il senso di queste poche e inutili righe. Mediate anche dai 60 anni di Diana quindi.