Non faccio grande uso di social o che altro, nel senso che li osservo ma chiusi qui i giochi. Twitter fino a poco tempo fa mi piaceva, lo giravo e retwittavo con una certa soddisfazione ma poi sai tu il perché ora poco o niente, FB ce ne scampi o liberi, IG già di più, ci vado molto spesso senza mai diventarne in nessun modo protagonista, diciamo che ci entro solo per curiosità. E gira che ti gira in questo modo ho beccato il volto di una mia cugina che non vedo e soprattutto frequento da un bel po’ di decenni, so di lei attraverso i miei zii che ne parlano con grande orgoglio: sposata molto bene, con il fidanzatino del liceo, due figlie, insegnante di lettere, redattrice di un blog d’arte tra i più affermati del territorio e via sulla riga. Ha fatto il classico come me, la mia università negli anni in cui ci studiavo anche io mentre cercavo anche di darmi quel tono sociale che se tornassi indietro, sapendo poi della cara sclerosi multipla pronta a spuntare dietro la tenda, annullerei all’istante. Oggi guardando le pagine IG di questa cugina mi sono ritrovata a provare per lei uno strano sentimento d’invidia di cui non capisco l’origine soprattutto perché gran parte di quello che fa vedere non è esattamene ciò che vorrei per me. Il marito? Non necessariamente lui. La storia nata sui banchi di scuola e portata avanti con capacità fino a oggi; quella che ha le caratteristiche della consapevolezza di scegliere per bene e non di giostrarsi a destra e manca tra X e Y senza senso come ho fatto io? Questo magari sì, non posso negarlo ma ce l’hanno fatta in tanti mica solo lei. Le due figlie? No, questo anche no. L’arte, i libri, il blog? Ognuno ha le proprie passioni. La sensazione netta che non abbia perso tempo dietro le tante cavolate che ho seguito io? Questo sì. Il fatto che lei non abbia la sclerosi multipla e io sì? Be’ questo varrebbe per mille e più mille persone, più fortunate di me certo, che comunque non invidio, non posso farlo è andata così e amen, e anche se ora come ora io mi sto un po’ rompendo le palle della situazione che mi perseguita ogni giorno, gli altri che c’entrano? E meno che meno mia cugina. Quindi meglio che molli di leggere il suo IG così mi passa l’invidia, sentimento che detesto.
Autore: Quella che prova a farcela
Gocce e dita incrociate
E alla fine la temutissima visita oculistica fatta per analizzare quella stronza di cornea dell’occhio destro che si è opacizzata l’ho fatta, l’altro giorno, tra timori e nervosismi, capitando comunque (e aggiungo a mia insaputa) in uno dei centri oculistici fra i più influenti d’Italia, quello dell’ospedale di Mestre. Mai di seconda classe coi medici io. Sia chiaro. Ma parto dall’inizio. Sono arrivata lì ben per caso, indirizzata dal mio oculista – guarda un po’ il caso capitò anche con la sclerosi multipla, fu anche allora un oculista a indirizzarmi verso il centro d’eccellenza del Policlinico padovano – be’ insomma tanto per dare l’idea, la visita è cominciata alle 10.00 ed è finita alle 12.00, senza un vago minuto di pausa. Ho fatto solo esami a ripetizione, uno dopo l’altro sotto il controllo della professoressa che guidavs uno stuolo di attenti specializzandi cauti e scrupolosi. Ho mio malgrado grande esperienza in termini di accoglienza medica, comunque senza togliere nulla al resto, mai vista un’attenzione del genere, controlli a ripetizione che hanno prodotto un esito quasi rassicurante: il tutto si deve fare, nell’occasione ci sarà anche quello alla cataratta per non intervenire in una seconda occasione, il tutto richiederà una notte di ricovero che comunque avevo, ahimè, già messo in conto. Non prima di gennaio vista la lista d’attesa che la clinica ha in campo, a meno che non intervengano dolori, ma non volendoli mi viene da dire che aspetto solo te gennaio. Il tutto verrà fatto a Venezia, e qui si crea un altro problema da risolvere, ma ora non ci voglio pensare, metterò tutti i giorni le gocce prescritte, tre volte al giorno,incrociando le dita.
Non mi sembrava, eppure, e grazie
Ieri mentre ero al lavoro, una delle poche colleghe con cui ho legato un po’ di più, approfittando di un momento di reciproca libertà, mi si è avvicinata chiedendomi perché ero così cambiata, cosa mi aveva portata a stare distante da tutti, sola, ha continuato, priva della forza indubitabile che dimostravo quando mi aveva conosciuta, sclerosi multipla o meno. Hai perso entusiasmo ha aggiunto, quello contagioso e sorridente che avevi addosso. Ho fatto un salto sulla sedia – lo so che fa che fa ridere, ma tant’è – e le ho detto che no, no che non sono cambiata, certo il tempo del Covid mi ha colpita come un po’ a tutti ma mi sembra di essere sempre la stessa, in linea di massima almeno. No, ha detto ancora, no che non è vero, fino a poco fa trasferivi voglia di vivere, di farcela con luce e colore e vaffa sm. Sei diversa, Cinzia, ti sei chiusa e si vede, stai sprecando il tuo bene, torna com’eri, il meglio che ti serve parte da te, dovevo dirtelo, scusa se mi sono permessa. Mi ha inchiodata, mi sono messa a pensare: che le mie amiche carissime possano arrivare a dirmi queste parole è naturale, è il loro grande segno d’amore, quello che sento disegnato sulla mia pelle, eppure dal Covid in poi, con un a scusa oppure l’altra, le ho messe all’angolo, invece loro non mi hanno mai mollata, sempre e ancora qui anzi ad assecondare i miei umori balzani. Mai lasciata andare, e mai vuol dire mai all’ennesima potenza, accettando tutto, i no, le scortesie, i discorsi anche un po’ senza ragione che ho fatto e detto in questi tre anni dentro i quali mi sono nascosta sa il cielo perché. Però se questa nuova collega che mi passa di fronte nemmeno troppo spesso a un certo punto ha rovesciato le carte che tenevo ben coperte per paura ma anche egoismo ho dovuto fermarmi e riflettere di più. E sono arrivata a un grosso punto di arrivo che mi ha fatto capire che ho approfittato dell’immenso bene che mi circonda, quello che comunque non si è mai messo da parte mi ha aiutata sempre, con parole dolci, lanciando piccole proposte sul piatto senza mai forzare la mano, anzi sempre con la delicatezza di un sorriso che si faceva sentire con modi lievi. Cinzia, ora riapri le braccia e torna a combattere, non sei sola e lo sai. Tutt’altro. E beata te. E grazie.
Una parola ben detta basta?
Dopo un discorso stupido che mi è stato rivolto da un collega ieri, forse a causa dal mio malumore o che ne so anche dalla profonda antipatia e assenza di stima che provo per il tizio che mi parlava, ho scelto di stenderlo con le parole. Che non mi mancano e che proprio per questo non uso spesso per ferire i miei interlocutori quando mi irritano perché lo so come arrivare a bersaglio con un solo clic dell’arma in mio possesso e se se la cosa non la giudico tanto importante lascio perdere. Almeno così penso. Ma ieri no. Ero al lavoro e c’erano le immagini del Giro d’Italia in tv, passava proprio da Jesolo e questo pover’uomo, finto buonista e poco incline a fare per bene il suo lavoro, almeno secondo me, mi si è avvicinato e con un sorrisetto privo di ironia, divertito invece sai tu da cosa, ha attirato la mia attenzione chiedendomi se sarei scesa in strada pure io per partecipare con la mia sar. Sei fuori luogo e incapace di fare battute intelligenti gli ho detto, spero tu lo sappia che hai lanciato sul piatto parole di potente gravità. Zittito, imbarazzato, mi ha tolto gli occhi di dosso, ha tentato vaghe giustificazioni, volevo fare un commento capace di mitigare la situazione ha detto con tono sommesso. Non ho bisogno di alleggerire niente, ho replicato, vivo il mio essere secondo i piani che mi sono data e non ho bisogno di farmene dare altri, voglio piuttosto darti un consiglio: stai attento con i discorsi che fai a vuoto, se trovi davanti a te un altro uno schiaffo sul muso non te lo togli di dosso. Nel frattempo spero che il mio, costruito di parole, sia stato compreso sufficientemente.
Sconsolata e antipatica che sono
Fatta anche la seconda visita oculistica, quella che nasceva con lo scopo di definire i tratti fondamentali del primo giudizio medico ricevuto la scorsa settimana. Non avevo chissà quali speranze per credere a un rovesciamento dell’esito iniziale, sapevo che si trattava di un passaggio del percorso clinico attraverso cui devo muovermi per definire il grado del problema alla cornea opacizzata del mio occhio destro. Ora si sa meglio che la strada è decisa: l’intervento – non so nemmeno precisamente di che tipo – è necessario. Se mi fossi mossa prima la situazione oggi sarebbe meno incerta da affrontare, ma chissà perché non l’ho fatto e quindi ora resto qui attaccata a quel catalogo composto da paura e poca speranza che mi piace per niente. Ma ciò che è ancora più grave è il fatto che se il Covid e tutto il suo carico mi avevano isolata oltremodo ora mi sono chiusa ancora di più e ho messo al palo in maniera fastidiosa amiche e amici e non so che fare per forzare la mano e buttare giù la porta dietro cui mi sono barrata rimanendo dentro il mio io, antipatico e sconsolato. Vedi un po’ te la novità aggiungo. E quindi ora aspetto il momento decisivo, continuo ad andare al lavoro, poco soddisfacente e spesso fastidioso, e faccio niente di più. Leggo pure poco per trascorrere in pace il tempo libero, cerco bei titoli, ma poi li prendo in mano quasi con sufficienza e se parti male con un libro arrivi alla fine lentamente e ti perdi il meglio che sa dare. Oh, che genialità ha scritto questa stupida che sono.
Il potere dell’amicizia
Domani rientro al lavoro e chissà se sarà utile o meno per togliermi di dosso quei fatti cattivi che mi si sono allungati sopra in questa ultima settimana. Me ne ritorno con due boccette di collirio da mettere a orari prestabiliti e dovrò chiedere quindi a un paio dei tanti colleghi che ho il favore di sospendere il proprio di lavoro per aiutare me. Si tratta di pochi secondi lo riconosco ma le cortesie che già mi fanno non sono poche e dopo un po’ il troppo tracima, poco da dire. E mi è venuto spontaneo pensare al mio lavoro precedente, ai legami che si erano creati e che ancora resistono: se domani avessi dovuto tornare in quell’ufficio con quelle due boccette di collirio in mano non sarei partita con nessuna ansia. Le colleghe con cui condividevo ufficio e scrivania avrebbero messo la sveglia per non scordare l’orario giusto dell’operazione e si sarebbero sistemate ai blocchi di partenza per arrivare per prime al mio occhio balordo, fatto a botte tra loro per arrivare per prime se non fossero state sorelle, prendere in mano il collirio giusto, abbassato con cura la palpebra facendo scendere la goccia in modo lento, preciso e perfetto. Il potere dell’amicizia. Che io sciocca come sono sto respingendo perché sono davvero stanca di questo mondo di rogna che ora come ora sto faticando a sostenere. Scusatemi tutte.
Il giorno dopo, il rientro
Giusto per non parlare solo di rogne che da queste parti piovono supreme ora racconto una storia accaduta una settimana fa che potevo scrivere prima ma che io sia pigra e svogliata certo che si sa. Allora, una mattina ero al lavoro mentre poco alla volta mi accorgo che progressivamente le ruote della mia sedia non mi seguono come devono, non mi reggono, mi fanno scivolare a destra e a manca, senza direzione, senza scelta mia soprattutto come se dirette da un’autonomia propria gestibile solo da uno sproporzionato utilizzo dei freni che inchiodano a terra certo e fermano abbastanza le cadute ma non permettono nessuna indipendenza per quel poco che può dare una sedia a rotelle. Mi sono accorta che senza parlare sono abbastanza trasparente e quella mattina eccome se mostravo preoccupazione e nervosismo: possibile che ci fosse un peggioramento simile in corso? E di che genere poi? Tanti colleghi mi hanno chiesto che cosa avessi, ho passato tutto sotto silenzio, del resto che ne sapevo io di cosa stava accadendo? Fino al pomeriggio. Ruote troppo sgonfie, necessità di ripresa della loro pressione che ha riportato tutto alla normalità compresi i miei respiri che per un’intera mattina hanno alimentato la paura che la sclerosi multipla agisse anche così portandomi come sempre al limite della sopportazione. E poi il secondo pomeriggio quando mi arriva la telefonata dalla mia direttrice per chiedermi come sto dopo avere saputo da altri – lei non era in sede la mattina – di avermi vista molto giù, ma io le spiego che non è successo niente di grave, solo le ruote sgonfie e che ora la situazione è rientrata alla normalità, la mia di normalità se non altro, mi chiede se il giorno dopo voglio prendermi un riposo visto il carico di stress che vivo anche per qualche problema di lavoro che si sta accumulando e che al momento non è di facilissima risoluzione. La sua telefonata mi ha fatto piacere, mi ha resa partecipe di un progetto comune dove c’è attenzione per le persone. Il giorno dopo sono rientrata al lavoro.
Una volta che
Bingo insomma. L’ho fatto ancora una volta io, e senza cercarlo, ovvio. Opacizzazione congenita della cornea, intervento quindi, in laparoscopia o che ne so. Questo l’ultimo esito medico che ho portato a casa. Da tempo vedevo male, la prima visita l’avevo fatta un bel po’ di tempo fa dall’oculista che mi aveva accompagnata passo dopo passo verso quella maledetta diagnosi suprema, e velocemente, in un’epoca in cui la sclerosi multipla era un grosso punto di domanda per molti, ma per lui e per la sua professionalità invece no e di filato oltre vent’anni fa mi aveva diretta verso il Policlinico di Padova, regno altissimo degli studi neurologici. Questa volta ero stata da lui perché vedevo male, pensavo che con un paio di occhialetti nuovi tutto si sarebbe risolto ma la visita era durata pochi minuti, il suo viso si era subito imbrunito, nemmeno le gocce mi aveva messo, solo un paio di domande per scrutare il buio dei miei occhi e poi basta, per indirizzarmi invece verso un altro professionista. Da cui sono andata con irresponsabile ritardo, e ora non so che accadrà se la soluzione verrà fuori, e se ci sarà poi, e se, e se, e se… ho pianto per un intero pomeriggio per la paura e la stanchezza di dovere affrontare ancora una volta qualche cosa di grande, più di me. Come quella volta in cui mi si parò davanti per la prima volta la parola sclerosi multipla e l’unica cosa che dicevo era, vi prego no, la sedia rotelle no. Non mi porto grande fortuna forse. Oppure, maledizione a me. ho una indecente capacità di predire il futuro che se sceglie te ti arriva addosso, eccome se arriva.
Se devo confessare
Ho ripreso a sognare. Di notte intendo. Mentre dormo ovvio. Cosa che non capitava da tempo. O meglio, mi spiego, facevo solo sogni che mi portavano al risveglio avvolta dentro il nervosismo della brutta pagina che si apre verso il nuovo giorno. La notte fino a poco fa era solo un insieme di pensieri negativi che si accavallavano al sonno, vuoti di significato se non legati stretti, stretti alle buche profonde che il lavoro mi disegna addosso tutti i giorni anche quelli in cui sono a casa. Da qualche settimana invece eccoli qui certi sogni rigeneranti che hanno fatto il loro ritorno durante le ore passate a dormire. E che ritrovato piacere va detto. Buon segno? Credo di sì. Ne ricordo qualcuno di sogno? No, certo che no ma è normale, solo qualche volto, risultato di quei vaghissimi ma potenti incontri, sensazioni di pienezza più che altro che mi restituiscono il sapore del rientro lento, lento verso la normalità. Ai più sembrerà una sciocchezza quello che ho scritto, mi potrebbero dire che la vita per tutti è talmente difficile e piena di noie che il capitolo sogni di notte si è chiuso anche per loro da tempo. Già, vero, lo riconosco, ma questa volta faccio l’egoista anche io, voglio continuare a dormire tra i miei sogni legata alla grande attesa di combattere definitivamente le ansie che il Covid mi ha scritto addosso, per poi uscire di casa finalmente con continuità e rinnovata serenità, quella che comunque ancora mi manca se devo confessare. Ma sarà questione di un passo alla volta. Lo sento.
Scrivi Vecchioni
L’ho conosciuto Roberto Vecchioni, più di qualche anno fa, un’occasione professionale, l’agenzia per la quale lavoravo aveva organizzato una serata di carattere letterario e l’ospite era lui. Puzzetta al naso quale sono il suo talento di scrittore l’avevo messo in secondo piano, quello cantautoriale di certo no, quindi ero comunque ben contenta che fosse ospite dell’appuntamento. Quella sera avevo ricevuto un invito particolare dal mio capo che non ricordo se coinvolgesse anche le mie colleghe di scrivania, so solo che partecipai alla cena con cui era stato accolto Vecchioni prima della presentazione del suo libro. Era uno spazio aperto a pochi a cui arrivai con estrema lentezza appoggiata al braccio di mio fratello trascinando la gamba come all’epoca facevo per potermi muovere. Fu Vecchioni che quando mi vide, da gran signore qual è, si alzò e mi venne incontro per accompagnarmi al tavolo. Della serata letteraria mio malgrado non ricordo una parola solo che Vecchioni sul finale mi diede un bacio sulla fronte, mi regalò il suo libro, me lo autografò con una dedica mai letta perché qualcuno scambiò la mia copia con un’altra causandomi vero dispiacere. Professore di greco e latino ultimamente Vecchioni è tornato in tv: ogni settimana è protagonista della trasmissione di Gramellini dove coinvolge il pubblico dentro quella pagina di storia che amo, come un illustre prof di greco e latino che parla con la competenza che tanto avrei voluto incrociare sui banchi di liceo. Fino a che è arrivata la notizia della morte di suo figlio Arrigo dichiarata proprio da lui sul suo profilo FB nel quale chiede rispetto e silenzio per la sua famiglia soffocata dal grosso dolore. E parte da qui il lavoro di una stampa inetta che ha infilato una dietro l’altra notizie senza fondamento: Vecchioni dichiara il nome del figlio defunto e la sua età, i giornalisti lo sovrappongono al fratello malato di sclerosi multipla, senza prendersi nemmeno il compito di fare un’analisi minima di carattere professionale quella che toglie di mezzo il rischio di lanciare notizie false. Il figlio di Vecchioni che è morto non aveva la sm, un’altra malattia grave questo sì. Quando ho letto la notizia così come l’hanno data non lo sapevo e io che invece la sclerosi multipla ce l’ho mo sono sentita travolgere al volo dal castello dei miei convincimenti. Da una stampa difettosa che mi ha fatto venire voglia di stracciare la mia tessera di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti.