È successa una cosa molto strana al funerale di papà. Ma soprattutto molto bella. Perché lo so che l’avrebbe reso felice. E tanto mi basta. Come in tutte le famiglie succedono cose strane, tipo liti e scontri spesso stupidi e immotivati, soprattutto in quelle numerose e in questo caso sono una fidata testimone. Papà aveva dieci fratelli che alla fine nell’insieme avevano dieci mogli, e io una marea di zie e zii, cugini e cugine un risultato che molto spesso ha prodotto liti, motivate da invidie, stupide e malmesse, parole dietro le spalle e sa il cielo cos’altro. C’era uno zio nel dettaglio e una zia, e tre cugini, i loro figli, con cui non ho mai avuto granché di rapporti, anzi niente per la precisione. Sa il cielo cosa sia successo, io non lo so almeno, loro chissà, non l’ho mai chiesto a miei e anche qui chissà poi perché. Ma al funerale di papà c’erano due dei tre cugini: Elena, che ha chiesto di poter leggere un Vangelo in apertura della celebrazione – e che io non ho nemmeno riconosciuto, tanto per chiarire -, Maurizio, che al termine di tutto ha aspettato per venire a salutarmi e abbracciarmi. Ero felice del suo gesto, per me, per la mia famiglia e per papà soprattutto, che lo meritava. L’ho detto a Maurizio aggiungendo che qualunque cosa fosse accaduta in passato tra le nostre famiglie ero felice che lui fosse lì, siamo adulti, voltiamo pagina, spetta a noi adesso gli ho detto. E lui pochi giorni dopo è venuto a casa mia con la moglie per bere un caffè per salutare anche mamma. Tra qualche settimana io lui, Elena e mio fratello andremo a mangiare una pizza insieme, ci siamo già organizzati e mio papà sorriderà quella sera.
Autore: Quella che prova a farcela
Un amore di Swan
Ho ricominciato a leggere e quindi mi sono detta “facciamolo per bene”. E ho preso in mano un romanzo che avevo in casa credo da almeno un decennio, se non di più, Un amore di Swan, Proust. Addirittura, da qui spingo sull’acceleratore insomma. Ricordo che quando lo comprai, nella libreria appena aperta vicino a casa e che ben presto diventò una sorta di rifugio e di chiacchiere per me, di quelle pagine sapevo poco, diciamo nulla. Ma in quel momento mi sentivo troppo ignorante per rivelarlo, ricordo che quando decisi di compralo lo presi e lo ripresi in mano più volte, girandolo e rigirandolo per cercare di capirne di più, ma la quarta di copertina per esempio non mi correva in aiuto, composta com’era da poche e misere righe. A che punto della Recherche si collocava quel romanzo non lo diceva, solo titolo, nome dell’autore e qualche scarso riferimento senza grande valore e basta così. Io sapevo solo che a Proust si doveva il valore monumentale di un’opera composta da nove volumi eppure la definizione dei singoli titoli mi era ignota, volevo cominciare a leggere l’autore a partire dal primo capitolo, ovvio, il web sui cellulari all’epoca non c’era e rivelare la mia ignoranza per chiedere consiglio alla libraia, la cosa più normale da fare, significava abbassare il velo sulla mia ignoranza, sia mai. Ebbene, lo comprai lo stesso quasi con sfacciataggine e uscii. Poi quella libreria prima che chiudesse divenne quasi una seconda casa per me, la proprietaria una delle mie amiche e tra quegli scaffali passai molte bellissime ore. Ma quel Proust, come tutti gli altri, non l’ho mai letto. Ora ho deciso e l’ho ripreso in mano scoprendo che non fa parte della Recherche ma è una sorta di romanzo nel romanzo – presente la Monaca di Monza dei Promessi Sposi? – ma questo ho e questo leggo, diciamo che ci provo: cavolo facile nemmeno un po’, ma non mollo, certo che proseguo lenta lenta che di più non potrei, è il periodo mi dico. Sì è vero, sto vivendo un momento che sconfina con il dramma e le capacità di concentrazione sono ridotte all’osso, ma la difficoltò che mi dà Proust è dettata alla mia pura ignoranza, non devo cercare troppi alibi insomma. Anzi meglio dirlo.
Colore, taglio e piega
E quindi, mi chiedo, quando deciderò a tornare di nuovo dal parrucchiere? Giusto per coprire di colore queste strisce bianche che mi ricoprono la testa, tagliare la folta chioma cresciuta a dismisura senza senso né direzione, placcare la secchezza generale che si presenta sempre più abbondante dopo ogni lavaggio? Mica per fare chissà che ci tengo a chiarire, diciamo il giusto che basta per poter riavere un aspetto almeno presentabile. Eppure mi manca la voglia di andare, cavolo, piove sempre quando mi decido, accidenti, non trovo posto quando chiamo per prenotare, maledizione, e alla fine rimango così, con un aspetto trascurato e malmesso. Potrebbe interessami meno di zero visto il periodo che si è messo in moto attorno a me, ma riconosco che un piccolo aiuto potrebbe corrermi in soccorso: tipo alzarmi la mattina, guardarmi allo specchio, vedermi un pochetto meglio, osare pure e stendere sulla pelle del viso due dita di crema idratante di buon livello e perché no, anche quel po’ di fondotinta per aggiungere un colore dignitoso a un incarnato spento. Ieri sono andata alla festa per il cinquantesimo di matrimonio dei miei zii e, posto che io non mi sento mai in imbarazzo perché la presenza di sclerosi multipla più sedia a rotelle sono ormai un dato riconosciuto della mia vita, tra una portata e l’altra ho avuto modo di osservare le ragazze attorno a me, cugine perlopiù, e la differenza con me era netta. La loro maggiore cura per l’aspetto fisico era fin troppo evidente. Mi interessa? Se l’ho notata evidentemente sì, ma se volessi intervenire dal profondo come potrei fare: sclerosi multipla non scomparirebbe, figuriamoci, e sedia a rotelle nemmeno. Devo almeno tornare agli ambiti di vita cui ero arrivata, volente o nolente, fino a tre mesi fa, fino a prima che fosse chiaro che papà stava andando via da me. E invece no, questo stato d’animo che vivo oggi sottomesso al resto del mondo sembra un’alzata di bandiera bianca e non va bene. Penso a papà che non ha più la possibilità di mettersi qui accanto per fare da scudo ai miei pensieri neri. Va bene, questo ultimo pensiero mi basta: domani si volta pagina e si prenota dal parrucchiere.
Giù le mani, regina
Ho ripreso a leggere, la cornea sembra mi dia tregua – a fine giugno c’è in programma la visita che chiude il cerchio -, papà l’avrebbe voluto che tornassi a prendere in mano un libro e anche a scrivere, altra cosa di cui era fiero, illudendosi che io fossi Proust. Il mio caro papà. E la sclerosi multipla come esce da questi mesi di massacro? Irritata la bella e centralissima donna che poggia le su meni da oltre vent’anni sulle mie spalle. Messa da parte dagli altri e più importanti pensieri degli ultimi tempi ora lo so già che ci penserà lei coi suoi lenti, ma non troppo, passetti in avanti a prendersi lo spazio che le serve per sedere nel suo maledetto trono di regina della mia vita. Ed è già in movimento, bella stronza quale è. Domenica pomeriggio ero fuori per qualche acquisto e mi sono fermata davanti a uno specchio, di quelli che mettono nei Centri commerciali, quelli che nascono per rendere belli i clienti spingendoli all’acquisto facile, quelli che fanno portare a casa anche abbigliamento sbagliato che sembra perfetto ma che forse, guardandolo meglio, già alla cassa somiglia a un errore. Ma io non ho dovuto tornare a casa per fare troppi conti: davanti a quello specchio mi sono vista brutta, magra, con le gambe poggiate sulla mia sedia e pure storte, insolentita dalla mia abbondante dose di sclerosi multipla e da quel dolore che papà con la sua morte non avrebbe mai voluto darmi. E questo lo so. Devo rimboccarmi le maniche adesso, cercare un nuovo filo conduttore a cui appigliarmi – se c’è – per scovare l’àncora sconosciuta per la via di fuga da questo massacro di fiato che sta soffiando davvero forte contro di me.
Cinquantesimo di matrimonio
Domenica prossima io, mamma e Luca andremo alla festa per l’anniversario numero 50 del matrimonio di mio zio Elio, fratello più giovane di papà. Quando zio e zia invitarono la mia famiglia alla loro festa papà c’era ancora. Appariva comunque sottinteso che all’occasione, a differenza dei miei cugini – mio fratello compreso –, la richiesta di partecipazione era rivolta anche a me e non solo a mamma e papà: sclerosi multipla e “amata” sedia a rotelle avevano svolto il loro ruolo, va da sé. E poi appunto papà. Invitato, ovvio che sì. Ma lui non ci sarà. Ricordo comunque che quel pomeriggio – mentre io pensavo alla necessità di comunicare quanto prima alla responsabile del personale dell’azienda per la quale lavoro la data della mia assenza – lo sguardo mi cadde su papà che seduto sulla sua poltrona fissava terra. Non sorrideva come era solito fare di fronte alla possibilità di trascorrere del tempo per una festa con la sua famiglia: sguardo incollato sul pavimento, invece, lo ricordo bene, la cosa mi colpì molto senza voler dare un nome o un perché alla cosa. Ma oggi è diverso tanto da chiedermi: sapeva? Immaginava? Me lo domando anche per mille cose che sono accadute nel periodo prima che morisse. La fretta che lui ha impiegato per andarsene ha un significato? Per non farci soffrire oltre conoscendo le nostre debolezze che proprio lui curava con tanta e costante attenzione? Come se con il suo rapido e improvviso lasciarci potesse limitare il dolore della nostra sofferenza anticipando invece la sua? Non mi stupirebbe questa verità. Troppe coincidenze che forse mi pianto in testa per cercare un vago perché a tutto. Penso a quel sorriso grande che ci dedicava ogni volta che entravamo nella stanza dell’ospedale dove poi è morto, a quella mano che a destra stringeva me e a sinistra mamma. Fino a quell’ultimo giorno.
Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale…
…e ora che non ci sei più è il vuoto a ogni gradino. Il 27 marzo è morto mio papà, così all’improvviso, circa un mese dopo la diagnosi di un cancro che avrebbe potuto trascinarlo dentro un vero incubo di sofferenza troppo lungo per essere retto. Da lui soprattutto. Da noi. la sua famiglia, in seconda battuta. Sembrava sereno ci ripetiamo. Gli ulimì tre giorni meno ma sempre pronto a preoccuparsi per me e per mia mamma, il grande pensiero che lo aveva avvolto prima di andarsene, sapeva quanto era importante per noi. Ha affidato tutto a Luca, mio fratello, e infatti oggi glielo si legge in faccia, nella fatica disegnata in volto, ma papà deve averglielo chiesto con forza – fai tu per favore, mi fido, hanno bisogno. E ora mi sento in colpa, per tutto, per non aver capito fino in fondo papà, per essere stata così distante da lui, critica, spesso poco rispettosa, pur sapendo quanto fosse una colonna portante nella mia vita, quanto per lui anche solo un mio sorriso svagato potesse bastare, lo stesso che troppe volte soffocavo invece, sa il cielo perché. L’ho ringraziato la sera prima della sua morte per tutto quello che mi dato e detto ma chissà se mi ha sentita. Poche ore dopo se n’è andato.
Moonlight Shadow
Eccolo. Durante la mia brevissima pausa di festa con torrone e panettone sono riuscita a beccare anche Vacanza di Natale, il primo, indimenticabile cinepanettone edizione 1983. Era tanto e forse più che mi scivolava via ma quest’anno ce l’ho fatta a rivenderlo, compreso di colonna sonora che ha dipinto la mia adolescenza e con quelle battute fisse in testa: “anch’io voglio conoscere la signora fusilli”, “Milano-Cortina, 2 ore, 54 minuti e 27 secondi, Alboreto is nothing”, “io non sono bello, piaccio” con l’indimenticabile e ultra ripetuta da tutti “e anche questo Natale ce lo siamo tolto da…! E questi sono solo alcuni dei passaggi principe di un film che coincide con la mia adolescenza, sono il centro di un’epoca che mi ha riempita di ricordi tutti disegnati dentro una pellicola. Comprese le prime ferie natalizie con la mia famiglia alloggiata in un piccolo e solitario albergo provinciale, punto di approdo per i nostri debutti scarsi e traballanti sugli sci impegnati come eravamo a misurarci sulle piste più facili di questo bellissimo Cadore che sta poco sopra Jesolo. La mia famiglia aveva scelto una località poco nota e consigliata non ricordo da chi perché metteva a disposizione discese per niente impegnative e un bel circolo di istruttori adatti a tutti noi. Alla fine della discesa c’era una piccola baita dove si poteva bere qualche cosa di caldo e lasciare gli sci. Poi, via verso, l’albergo dove ci aspettava camera, doccia. breve riposino prima della cena. Già, la cena. Quante risate! Non ricordo bene di chi fosse la gestione dell’hotel so solo che prima di mangiare tutti noi clienti aspettavano insieme l’orario d”inizio seduti su divanetti piuttosto scomodi mentre guardavamo le tre signore, non certo giovani, sedute dietro la reception. Ogni sera erano loro a dare il via che apriva la cena, non c’era un orario fisso, si trattava di stare lì, meglio se in silenzio, aspettando che la più anziane delle tre suonasse un campanaccio che dava il la all’appuntamento a tavola e facesse scattare tutti noi verso la tanto attesa cena. Ci si divertiva anche per questo, si divertivano anche loro credo mentre il Natale prendeva le forme di una vacanza che ancora ricordo. Come se in sottofondo ci fosse anche la colonna sonora: Maracaibo mare forza 9, andare sì ma dove…
Grazie, Graziana
Giovedi sera andrò alla serata organizzata dalla mia amica Graziana con cui conclude in festa la sua lunga stagione di lavoro. E io ci sarò, anche se mi hanno cambiato il turno di lavoro e arriverò un po’ in ritardo, anche se fa freddo, anche se come capita da tempo per strapparmi da casa serve una solida gru. Io e Graziana siamo state compagne di lavoro per circa tre anni credo, una pagina bellissima per me piena di novità e cose da imparare, incontri importanti, paura di sbagliare nella consapevolezza che comunque lei, che in quell’ambiente gestiva con assoluta professionalità il dritto e il rovescio di tutti i pesi in programma, per me ci sarebbe sempre stata per darmi aiuto, collaborazione e sostegno. I miei capi che avevano in mano redini e responsabilità di quel lavoro mi avevano mollata lì, sola, fidandosi un po’ troppo delle mie capacità, sicché giorno dopo giorno dovevo vedermela con impegni sempre nuovi e con le cariche istituzionali più importanti della mia città. Vuota di indicazioni anche minime su come muovermi in un campo che non conoscevo, tra personaggi di un certo peso e spessore, dentro ambiti professionali per me del tutto nuovi, Graziana mi prese per mano fin da subito. Nel tempo mi disse che lo fece perché il mio modo di essere le era piaciuto scegliendo così di essere per me un punto di riferimento, una consigliera e poi una confidente, gettando le fondamenta di quella che passo dopo passo è diventata un’amicizia profonda e vera che dura ormai da oltre due decenni. In tre anni di lavoro insieme, quante confidenze, quante risate, quanti dubbi condivisi, solo un silenzio all’epoca da parte mia: la sclerosi multipla che su di me ancora taceva, procedeva secondo ritmi che non volevo considerare, soprattutto io, la sm si muoveva ancora lenta, lenta, quasi silenziosa, non aveva ancora alzato troppo la testa, mi permetteva di non considerarla, anche se io che la conoscevo e la temevo, tacevo di lei a me e agli altri, soprattutto agli altri. Quindi non dirlo a Graziana non era mancanza di fiducia nei suoi confronti, era desiderio di non studiare a fondo i limiti della mia grande paura, quella che poi è corsa in avanti fino alla sedia a rotelle di oggi. Ma prima ancora con Graziana arrivò quella sera in cui davanti a una pizza le dissi tutto, sapeva già, gliel’ho lessi nello sguardo dove vidi tanto amore e sollievo, la voglia di sentirsi libera di parlare anche del mio grande incubo, il sollievo che sentivo anche io del resto. E che ci ha legate ancor di più. Buona pensione, Graziana, di tutto cuore.
Batti un cinque
Insomma è andata così. L’altra settimana sono lì dietro alla mia scrivania, passa la direttrice che ha terminato il turno, la saluto, mi saluta e la vedo rientrare, mi dice che ogni volta che va via nel guardarmi ancora al lavoro mentre lei è pronta per rientrare a casa si sente in colpa, vieni nel mio ufficio, dice, ne discutiamo. Mi solleva un velo a cui non avevo nemmeno pensato, trovare una soluzione per calmierare le mie ansie? Mi chiede che genere di soluzione propongo, si accorge che ci sono troppi dettagli sporgenti che mi gravitano attorno senza che io mi lamenti. Già dico, e parlo del principale, acconsente, stiamo cercando una soluzione sostiene, e per te, chiede? Hai mai pensato a te, a qualcosa che potrebbe sgravare il ritmo. Passati tre giorni, dopo un rapido colloquio nemmeno richiesto ma favorito da lei, sto firmando un nuovo contratto che riduce il mio orario settimanale rimodulandolo da 25 a 20 ore settimanali. Meno soldi certo, ma più serenità che mi sento disegnata già addosso. Non sono la stessa dell’8 febbraio disegnata sul mio cartellino di assunzione quando cominciai a lavorare lì, in mezzo c’è stato il Covid, tanti passaggi, paure, chiusure dell’umore, smarrimenti e le solite cadute in basso causa sclerosi multipla ovvio che sì. Ho ancora voglia di esserci al lavoro ma nello stesso tempo mantengo lo sguardo fisso sui miei limiti con una consapevolezza che sale di giorno in giorno rendendomi fragile sempre di più. Di fisico certo ma anche di mente, che sia vero oppure no,
A giovedì
La novità di questa mattina: giovedì prossimo farò la nuova dose di vaccino anti Covid 19, il richiamo inverno 2023-2024. E mi sento una donna libera, lontana, lo spero, dal rischio contagio, dalla paura di beccarmelo ancora il virus con tutti i danni che la scorsa estate a luglio mi hanno buttata come sotto un treno quando me lo sono portata a casa, senza sconti. Era da un po’ che aspettavo la possibilità di sottopormi al nuovo vaccino ma i dati lo davano non ancora disponibile, c’era da mettersi in fila, fila lunga oltretutto ma ora è arrivata la mia data, giovedì prossimo, l’orario, ore 11.00. E si farà, e ne sono felice perché mascherine FFP2 e clausure che mi sono autoimposta finiranno, credo, spero. A giovedì quindi. E che meraviglia!