Nel 1982 quando avevo dieci anni Riccardo Fogli vinceva Sanremo diventando il mio cantante del cuore con le sue storie di tutti i giorni e via cantando. Lui aveva trent’anni ed era bello ma davvero bello, ci tengo però a sottolineare che a me di lui piaceva la voce e le canzoni, sempre stata un’esteta di arte sofisticata io, e di ironia si sa. E anche se nel tempo le sue storie di tutti i giorni si sono striminzite io l’ho seguito lo stesso con occhio timido ma anche con spirito di difesa verso quegli amici che a tempo debito mi lanciavano prese in giro esilaranti. Arrivato a fine carriera Riccardo Fogli le sta combinando tutte comunque: va all’Isola dei Famosi piangendo disperatamente per le corna che nel frattempo gli sta mettendo la moglie di trent’anni più giovane; graziato dal cielo viene richiamato dai Pooh con cui la sua carriera è cominciata e che lui ha messo da parte per pura supponenza, loro invece lo cercano per celebrare insieme la chiusura della carriera del gruppo; quando muore lo storico batterista della band però pur potendolo fare non spende una parola d’addio per il compagno, la conseguenza sono critiche e infamie da parte del pubblico. Ieri ancora in prima linea: entra al Grande Fratello e dopo meno di una giornata bestemmia facendosi squalificare in 15 ore, 6 delle quali passate a dormire. Le bestemmie in toscana sono come in veneto, linguaggio comune, ma poco cambia e infatti è già fuori e per quanto il Grande Fratello sia una trasmissione tra le più noiose dell’etere è utile a chi partecipa per mettere da parte qualche soldo quello di cui Fogli ha evidentemente bisogno. Caro te, mi sa che ora se ti chiudi in casa tua fai un affare e se lo dico io credimi c’è peso d’oro in queste parole.
Autore: Quella che prova a farcela
Vescovo Ausiliare della Diocesi di Kiev-Zhytomyr Oleksandr Yazlovetskiy
Argomento mai toccato qui? Può essere. Per timore del giudizio altrui? Già. Scelta pensata? Certo. Ma ora è arrivato il tempo per sollevare il velo. Accade sempre così: dentro la mia pentola bolle e ribolle un pensiero che fatica a venire fuori, proprio quello che invece dovrebbe essere facile da fare soprattutto in uno spazio tanto personale come questo nato per raccontare chi sono. Invece quello che vivo dentro resta sempre lì a raschiare il fondo, basti pensare a quanto ci ho messo a dire che ho la sclerosi multipla. Via, ora si riparte con un nuovo capitolo: tanti anni fa il mio parroco, Don Lucio, sulla base credo di qualche voce che gli arrivò all’orecchio venne a casa mia per conoscermi, poi ritornò dopo pochi mesi e scelse guarda caso proprio l’1 gennaio, il mio compleanno, portandomi addirittura un regalo che è ancora in bella vista sugli scaffali della mia libreria, un angioletto Thun. E lì, nel salotto di casa mia lanciò un amo a cui abboccai senza fatica: scrivere pezzi a tema libero rivolti ai giovani adolescenti della parrocchia da pubblicare sul settimanale della Comunità. Poi arrivò il Covid, c’era da sostenerli con le parole per stimolarli e vincere la solitudine, spingerli a trovare spunti di crescita malgrado l’isolamento che stavano subendo. Facile neanche un po’ ma ci ho provato anche se resto comunque certa che siano stati molto pochi quelli che mi hanno letta. Pulitzer negato insomma. Poi si arriva all’altro giorno quando mi telefona in velocità Don Lucio che mi dice: “Domani pomeriggio a Jesolo ci sarà il Vescovo Ausiliare della Diocesi di Kiev-Zhytomyr monsignor Oleksandr Yazlovetskiy, vieni a intervistarlo?”. In una settimana di turni pazzeschi in cui sono stata sempre al lavoro dire no sembrava normale, ma le domande di Don Lucio sono sempre poste con il modo fermo ma conciliante dell’insegnante di greco, quello bravo, quello a cui non puoi dire no perché sai che dire sì è per il tuo bene. E allora ho passato un pomeriggio a studiare perché il nome di Vescovo Ausiliare Monsignor Oleksandr Yazlovetskiy per me era solo un grosso punto di domanda, la mattina dopo ho lavorato, il pomeriggio l’ho intervistato, la sera ho buttato giù un testo di massima, la mattina ancora al lavoro e poi senza nessuna pausa mi sono messa di nuovo a sistemare domande e risposte, il giorno dopo stessi ritmi e poi l’invio del tutto a Don Lucio. Mentre gli occhi si incrociavano per una stanchezza sfiancante, malgrado il risultato finale dell’intervista non mi piacesse ero soddisfatta di me per aver sfidato la sclerosi multipla, i limiti e le paure che pone portando a casa un piccolo risultato di forza nei suoi confronti. Per il Pulitzer anche stavolta meglio non illudersi comunque.
Grazie Beatrice
Eccola che è arrivata la mia prima uscita dopo questo lunghissimo periodo provocato dal Covid e che forse non è ancora finito. Ma per la Cresima della mia amata Beatrice, la figlia della mia amata Federica, l’amica trentennale o magari forse più che è cresciuta con me tra gli alti e i bassi che la vita di certo non ci ha risparmiato non potevo mancare. È la piccoletta di Fede Beatrice, che ormai è una ragazza, e che mi ha scelta per farla da madrina e che orgoglio per me la sua scelta, davvero grande, ci ho pensato tutto sommato ben poco per dirle sì ci sarò e che bello è stato esserci. Fuori dal giro dopo troppo tempo ma pronta rivedere tanti amici storici, ma anche quelle amiche con cui ho condiviso le scrivanie del vecchio lavoro, che meraviglia: sorrisi, risate, baci e voglia di essere proprio lì con la sensazione di libertà che mi mancava dentro l’anima da un’enirmità. Ho mangiato tantissimo, tra lo stupore di tutti che mi guardavano come fosse strano, e strano forse lo è statio davvero ma era più bello così, sembrava che il tempo passasse meglio in quel modo, ridendo addirittura di più. Fino al momento finale, quello della distribuzione di confetti e bomboniere che in genere sono orpelli inutili, senza direzione, roba poco meno che inutile da ammassare in un angolo dj casa fino alla fine della loro storia che è il cestino. Ma questa volta proprio no, davanti a me Beatrice ha poggiato una scatola e appena vista il mio cuore già decisamente in bilico si è stretto ancora di più, mi ricorda qualche cosa mi sono detta, apri subito e fai veloce devi guardare e infatti dentro ho trovato un messaggio importante che mi ha levato il respiro, ho levato gli occhiali perché una lacrima si è fatta avanti, li rimetto subito per leggere a tutti il biglietto che c’è dentro, chiedo silenzio a un tavolo che già tace e con una voce che trema mi sento dire che Beatrice e la sua famiglia hanno fatto una donazione all’Aism, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, per completare il momento di una festa già perfetta. Grazie Beatrice.
The Crown 5
E alla fine il 9 novembre è arrivato portandosi appresso il quinto capitolo di The Crown la serie tv sui reali inglesi. L’ho aspettata e ora la sto guardando con gli occhi dentro il tablet allentando ogni distrazione. E ci mancherebbe non fosse così, si sa quanto splenda verso i Windsor e quel tratto di Gran Bretagna, ora più che mai a pochi mesi dalla morte di Elisabetta II. Non amo le serie Tv piuttosto, sono davvero poche quelle che mi conquistano sul serio (e una di queste è Downton Abbey, guarda un po’) ma con The Crown mica posso tirarmi indietro. Anche se questa quinta serie mica è un capolavoro, è lenta, a tratti lentissima e in più di qualche passaggio infatti sono passata lievemente oltre perché mi annoiavo. Carlo è una copia poco credibile di quello che sembra per davvero o che il gossip ci restituisce e certo non perché lo mette in scena un bell’uomo ma è piuttosto la sua interpretazione che non gira, oltre alla storia del Tampax resta poco altro, forse la sua passione per il verde, gli orti e il giardinaggio così come ce l’hanno raccontata. Diana è invece identica a quella che abbiamo conosciuto, con uno squadro che abbassa al tempo giusto, movimenti fisici dettati dalla ben nota eleganza fisica, occhi, trucco, perfetti. Ma fermi tutti, arriva lei, la regina e lo schermo cambia, tutto il resto svanisce avvolto dalle sue considerazioni, argute, intelligenti, pronte. Ieri ho riguardato quella scena che riporta al 1917: la richiesta di aiuto degli Zar a Re Giorgio V, nonno di Elisabetta II. Vogliono essere accolti a Londra dopo aver ricevuto potenti minacce di morte dai bolscevichi, i reali Britannici decidono invece di rifiutare l’ospitalità mentre i Romanov vengono giustiziati. Una giovane amica di Filippo in The Crown afferma aver studiato molto la questione accusando il nonno e soprattutto la nonna di Elisabetta di non aver voluto salvare i Romanov, per giunta uniti da legami di parentela dal momento che le madri della moglie di Giorgio V e della moglie dello Zar Nicola II erano sorelle. Elisabetta interviene con calma ed estremo garbo spiegando alla donna con fermezza pur con toni pacati che Giorgio V scelse di non ospitare i Romanov nella piena certezza che un decisione del genere avrebbe potuto mettere a rischio la sicurezza del proprio paese. Nessuna viltà quindi, ma ottima capacità di guida di un Impero. In The Crown 5 scambi di storia e battute del genere vanno oltre a tutto, anche agli splendidi sguardi di Diana. Ma qui siamo davanti a una vera The Crown, il resto che vuoi che conti?
Leggere
Vi interessano alcune tra le frasi che non sopporto? Le dico comunque. È roba sul tipo, adoro leggere oppure leggere è la mia passione, ma anche leggere porta via il mio tempo per ore infinite senza che nemmeno me ne accorga. E via dicendo. Che tu legga molto è solo affar tuo penso e a me interessa niente. A meno che tu non sia la mia amica Laura che mi passa i titoli più belli letti e che quando vedo – ultimamente troppo poco per cause ahinoi ben note – mi regala conversazioni a senso unico: libri. Lei legge davvero senza sosta ma non si lusinga per questo; io cerco di rimanere sulla strada delle sue letture e dei suoi consigli perché è dalle chiacchierate con lei che porto a casa i più grossi suggerimenti di belle pagine, belle parole, dei più grandi autori mai scoperti. Fino a questo 2022: un anno di letture davvero scarse, pochi i libri terminati, poche emozioni davvero forti o addirittura presto dimenticate. Ancora peggio direi, quasi preoccupanti come conseguenze, anzi del tutto preoccupanti, perché quando si fatica a ricordare, titolo, autore, trama qualcosa che non va c’è. Cosa? L’età? O la sclerosi multipla, sempre lei? Eppure perché libri già cominciati, per quanto mi piacciano, giorno dopo giorno restano sempre lì, sul comodino, per settimane anche, senza nessun passo avanti nella lettura? È la stanchezza? Il lavoro che pesa un po’ troppo? Il Covid e le sue tracce molto prolungate? Tante domande solo per non dire la verità: che sto cadendo a picco dentro una buca di crescente ignoranza e totale, fastidiosa svogliatezza. Forse perché adoravo leggere? Era la mia passione? Leggere portava via il mio tempo per ore infinite senza che nemmeno me ne accorgessi?
Un altro via
Questa mattina viene presentata la nuova direttrice dell’ufficio dove lavoro, ma oggi è il mio giorno libero e ho scelto di non andare, domani mattina busserò alla sua porta e mi farò vedere. Siamo in tanti dove lavoro io, la mia assenza, ho pensato, non si farà notare più di molto, o forse sì, ma che ne so, ho scelto dai fare così, magari sbagliando, ma tornare per mandare in fumo una giornata di riposo, io, che nel mio piano settimanale dei turni vedo anche sabati e domeniche lavorativi come piovesse, ho deciso così. Con la precedente direttrice andavo d’accordo, mi ha favorito molto soprattutto ai tempi del primo lockdown quando mi ha spedito a casa fin dal primo giorno tutelando la mia salute a discapito del lavoro. Poi lei ha scelto di andarsene per ragioni che non conosco, le immagino perché ho le orecchie che ascoltano e una certa capacità di fare “due-più-due” nei ragionamenti di massima. Dopo pochi giorni dall’annuncio ufficiale delle sue dimissioni dai piani altissimi dell’azienda è arrivata anche la comunicazione che porta alla presentazione ufficiale di oggi. Cosa accadrà da adesso in poi non lo so, io continuerò col mio metodo cercando di essere sempre partecipe ai compiti professionali che mi spettano compresi quelli che non mi esaltano in modo assoluto. Ma sono tutti così i lavori facile intenderlo, molto dipende anche dall’età con cui ci siede dietro una scrivania – e il mio stato anagrafico non è proprio verde, diciamolo – ma anche probabilmente dal fatto che il meglio di quello che vorrei fare si è autoescluso causa sm o sa il cielo per cos’altro. Ma da domani si volta una nuova pagina, ovviamente mi rimboccherò le maniche e via per una nuova partenza.
Quanto buio fa quaggiù
Che giornate, che giornate. Per me dico, per me. Da lunedì. Arrivata a sera dopo un filotto di ore lunghissime partite con alzata alle 6 del mattino per andare al lavoro ho messo in campo un rientro a casa via un pranzo veloce fino all’attesa di un ospite per me importante che però ha tardato il suo arrivo mentre io nel frattempo non ho fatto nessun piccolo riposo cui sono abituata. E, arrivata l’ora della cena, già seduta a tavola la stanchezza ha raggiunto limiti esagerati fino a farmi crollare, anche per la paura. In testa quei ricordi di un certo passato legato alle punte più aggressive vissute con la sclerosi multipla disegnata addosso. Piano, molto piano, una vaga ripresa, è stata solo fatica mi sono detta, fatica fisica, troppe ore sugli scudi, non te lo puoi permettere Cinzia, è proprio la sm a non consentirlo, pretende degli stop dalla fatica, li impone. E poi ieri sera, altro errore, con i farmaci: ancora più grave, la pastiglia contro la sclerosi multipla – per quello che fa – va presa solo una volta al giorno, la mattina e invece guarda che ti combino? La raddoppio, proprio ieri sera, metto la scatola sulla tavola per errore e perché sono una scema la prendo in mando e riprendo la pillola e quindi faccio il bis e vado in crisi, di nuovo, un’altra volta, senza se e senza ma e filo a letto di nuovo e non so nemmeno cosa non mi abbia fatto piangere, chi e come per due sere praticamente consecutive ha bloccato le lacrime che sono da sempre la mia veloce via di uscita ma anche di salvezza. Forse perché sono già davvero sotto un treno e quando sei laggiù cosa vuoi piangere, sei già a pezzi. Ma un po’ più attenta devi stare, Cinzia, tanto per non dargliele tutte vinte alla stronza che già il tuo spazio se lo sa prendere senza troppo bisogno di della tua collaborazione-
Noi che siamo fatti così
Una settimana fa più o meno, nel tratto di A4, uscita San Donà di Piave, un furgone è finito sotto un tir causando un drammatico bilancio di morte: 7 persone. La notizia è passata su giornali e tg nazionali e ovvio anche locali per la gravità dei suoi esiti e poi perché quella parte di autostrada è nota per essere molto pericolosa, nel tempo ha causalo fin troppi incidenti mortali. Ma se devo essere completamente sincera oltre a sentirmi colpita per quanto accaduto subito dopo mi sono anche irritata per le modalità con cui la notizia è stata presentata al pubblico: il filo conduttore dell’informazione è stato che la maggior parte delle vittime era composta da disabili. E allora, mi sono detta? Perché insistere con l’uso di questo aggettivo? Sarà mica questo il modo per potenziare la qualità informativa? È questa la traccia per aggiungere correttezza alla notizia? Io vivo su una sedia a rotelle ed eventuali commenti di pietà che potrebbero essermi rivolti mi scivolano addosso come acqua sotto la doccia perché sono adulta, ho la mia età, nella vita ho lavorato molto con il pensiero per trovare un equilibrio che mi sa rendere anche felice so però che non è per tutti così e insistere sui tg e sulle prime pagine dei giornali sul fatto che questi ragazzi morti in un incidente stradale fossero disabili è profondamente sbagliato e diseducativo. Perché il lavoro che c’è dietro a questo essere noi, fin dalla nascita o magari da un momento all’altro, senza tregua, oppure piano piano vedendoci cambiare giorno dopo giorno con i regali che senza tregua fa la sclerosi multipla è roba dura da vivere. Ma che sia per un caso o per l’altro il risulto finale cambia per nulla, ma se le tracce disegnate addosso al nostro corpo ci resteranno sempre sono le parole per definirci che devono cambiare, si può e si deve. No, disabili no, per favore no, e non voglia il cielo sentirci chiamare diversamente abili, vi prego ancora di più no, perché noi ci proviamo in tutti i modi per far andare le cose bene, al meglio di come possiamo almeno. E se chiediamo un aiuto è proprio quello di esserci amici che non spendono parole inutili.
Settembre mi dirai quanti amori porterai
E settembre, il mio mese preferito, mi è passato tra le dita senza quasi sapere dove sono andate le giornate. E venerdì 23 comincerà l’autunno, la stagione più bella che ci sia secondo me, e se la data sembra non tornare è per quella storia della precessione degli Equinozi che non chiedetemi cosa sia di preciso perché so solo che per una questione astronomica di anno in anno varia il principio dei miei tre mesi del cuore. Ma nella mia testa però l’inizio dell’autunno per quanto amato ha il difetto di portarsi in spalla una fine troppo veloce quella che in pochi mesi trasporta dentro l’inverno e butta in mezzo al vortice creato dal Solstizio di dicembre, buio e freddo come piace a me certo ma, accidenti a lui, capace di cambiare il volto già da inizio gennaio quando le giornate diventano più lunghe e più luminose. Il fatto è che i due mesi successivi a Natale siano i più freddi dell’anno è un dato positivo per i miei gusti ma in troppa rapida sequenza poi si arriva a marzo che si porta appresso l’altro Equinozio con la primavera che non dà fastidio questo no, anzi direi piacere perché di suo sarebbe anche una bella stagione, se non fosse che poi dietro l’angolo si affaccia lei: l’estate. Il Solstizio del mio dramma, quello che disegna la stagione dai tratti infiniti, sempre più infuocati, pesanti, caldi, afosi, pieni di un’umidità che picchia come un bastone insopportabile ogni giorno, ogni notte sulla testa, sul corpo, sulle ossa, sempre presente a mostrare i suoi pugni violenti contro la mia sclerosi multipla. Maledizione a me che mi sono persa quasi del tutto l’amatissimo settembre e non ho goduto a fondo del piacere del mio mese preferito. Qui mi fermo dico basta ché devo smettere di fare la lamentosa a oltranza, non posso mica compiangermi di tutto insomma. Parliamo di cose serie: benvenuto autunno, dammi tutta la gioia e la freschezza delle temperature incoraggianti di cui sei capace.
La potenza di un’amica speciale
Fin dal primo giorno di liceo, in un modo un po’ rocambolesco, nella mia vita è entrata un’amica speciale. Da un lontanissimo ieri fino a oggi. Sì Federica, sto parlando di te, di tutto il vissuto che ci lega, delle tante infinite risate, delle litigate silenziose che non sono mai mancate, dei molti riavvicinamenti con un Bacardi Cola in mano per riprendere le fila del fantastico che siamo, degli abbracci quando servivano di fronte a quelle botte sulla testa che cavolo se hanno fatto male, troppo male, così come la condivisione del luminoso significato dei tanti bei momenti vissuti insieme. Potrei scrivere ancora e poi ancora e mentre penso mi viene in mente di tutto, il bello e poi il brutto perché un’amicizia potente come la nostra questo ci ha dato e non saprei come fermarmi e dove mettere un punto fisso sulla nostra vita insieme. E stamattina mi hai fatta piangere di gioia, come se tutto quello che abbiamo costruito fosse esploso: la tua piccola Beatrice, che non vedo almeno dall’inizio del Covid, mi vuole come madrina della sua Cresima. Vuole proprio me, ha scelto lei, senza pressioni tue, e io ho pianto quando l’ho saputo, ho sentito scoppiare nel mio cuore il bene che le voglio e il bene che voglio a te. Mentre scrivo mi passa davanti il tanto, anzi il tantissimo che siamo noi. E non saprei da dove cominciare e allora mi muovo a caso e comincio da quell’autobus sbagliato del primo giorno di liceo, l’appuntamento col gelato da prendere insieme il sabato pomeriggio, ma anche quell’indimenticabile serata al Papaja il 12 maggio 1990, senza dimenticare il viaggio in macchina verso Perugia con tappa decisa al volo a Mirabilandia e le risate malgrado nel cuore ci fosse un peso insopportabile, tua mamma, qualche amicizia sbagliata, da parte mia, da parte tua, la sclerosi multipla al suo debutto e la voglia di entrambe di metterla in silenzio, quei fidanzati un po’ così e così, il Terrazza Mare e le tanti notti da incorniciare, le pizze al vecchio Capri, melanzane senza grana, quante altre cose potrei ancora aggiungere? Ma la più importante resta quella testolina piccola che vidi per la prima volta il 26 dicembre di 12 anni fa e mentre io e te mettevamo i nostri occhi lucidi gli uni dentro gli altri quella gioia tanto attesa era diventata realtà. Tu mi guardavi perché sapevi che io ero lì per voi due e capivi tutto l’amore che già sentivo per quello scricciolo che oggi mi ha scelta facendomi piangere per la felicità. Farò di tutto per esserci, Beatrice.