Quella stampa che ti cambia la vita

È morto Eugenio Scalfari e mi sono venute in mente un sacco di cose che riguardano la mia giovinezza. I giornali che ha diretto sono stati i primi che ho letto con continuità: L’Espresso prima, La Repubblica dopo. Dava grande immagine intellettuale averli tra le mani, donna di liceo classico prima e di Lettere e Filosofia all’Università dopo, era fondamentale essere informata, sempre e se possibile più degli altri, meglio degli altri. L’Espresso lo trovavo in casa, lo portava Luca, mio fratello, più grande di me e già rivolto verso il domani mentre, io, in quelli che mi sembravano momenti vuoti lo prendevo in mano credo svogliatamente per poi sfogliarlo lentamente e alla fine, piano, piano, per cominciare a leggerlo. E scoprire un mondo nuovo. Per la prima volta la politica, lo studio della società, nuovi argomenti per me ancora inediti e quindi suggestivi. Aprendo L’Espresso correvo subito verso il fondo di Scalfari, la sua interpretazione della politica, l’analisi dell’oggi che stavamo vivendo e la sua acuta definizione del preciso momento dove noi tutti eravamo immersi. E poi via, verso il Bestiario di Gianpaolo Pansa, penna tra le più argute mai lette e ancora pagina dopo pagina fino all’ultima con l’inarrivabile La Bustina di Minerva di Umberto Eco, solo per citare alcune tra le firme che ricordo meglio, o solo quelle amate di più, o magari quelle che mi hanno formata meglio. Poco dopo arrivarono gli anni del quotidiano La Repubblica, la grande scommessa di Scalfari, formato tabloid, da esibire tutti i giorni tra le letture immancabili. A casa mia i quotidiani non mancavano, tutti i giorni si comprava quello locale, ma a me sembrava un titolo di serie B, arrivata all’università esibivo altre letture, La Repubblica appunto. E mentre scrivo mi viene in mente un incontro casuale fatto tra le calli universitarie di Venezia con il ragazzo che mi faceva battere il cuore e che mi aveva mollata in malo modo dopo solo una settimana di “amore”, voleva tornare con la sua ex, mi disse, con te non trovo argomenti. Durante il nostro veloce incontro veneziano ci scambiammo due parole, io in mano avevo La Repubblica, guarda un po’ avrei voluto dirgli, la compro ogni giorno, sono la stessa tizia che hai mollato perché senza argomenti. Ho taciuto invece, Scalfari, che ringrazio, mi aveva già insegnato a ignorare le opinioni che valgono meno di nulla.

11 luglio 1982

Lunedi in tv passa una serata da brivido. Per me di certo, ma anche per molti altri credo. Di sicuro per tutti quelli che l’11 luglio 1982 erano in prima fila a guardare la televisione, per tutti quelli che in quell’estate di sole sono stati investiti da luce e colore, per tutti quelli che non si aspettavano di vivere un’emozione del genere e invece, accidenti, che meraviglia! Avevo 10 anni nel 1982. Avevo 10 anni e l’Italia vinceva il mondiale di Spagna. Avevo 10 anni in un luglio sorprendente e meraviglioso esploso tra le mani di tutti gli italiani. Come nel 2006 mi potreste ribattere. Vero, vero, ovvio che è vero, niente di diverso, una vittoria resta una vittoria, soprattutto quando non è attesa e anzi le prospettive di partenza sono bassissime. Ciò che cambia è solo una questione personale: 10 anni e la scoperta di un’emozione inedita e quindi impossibile da scordare. Quello dell’82 è stato il primo mondiale che ho seguito da spettatrice abbastanza consapevole, avevo se non altro capito di cosa si parlasse, ma sapevo anche che l’Italia partiva tra gli sfavori dei pronostici. Una squadra potenzialmente anche forte, con un allenatore in gamba, ma pure con molti punti deboli come un attaccante, quel Paolo Rossi lì, che arrivava da un momento troppo faticoso e difficile e quindi chissà cosa avrebbe potuto combinare. Le prime tre partite di quel Mondiale infatti furono molto deludenti e ci buttarono dentro a un girone di fuoco contro Argentina e Brasile, le squadre più forti del torneo. Con i più brutti presagi della vigilia arriva però la vittoria contro l’Argentina di Maradona; è un caso dicono quelli che sanno, il Brasile ci straccerà e Paolo Rossi poi non ha ancora combinato niente. Ma quando arriva il Brasile nessuno ancora immagina che sarà la vittoria del secolo. La ricordo tutta la tensione di quel pomeriggio, i gol, e le urla e tutta l’incredulità del finale: è sempre l’Italia a correre in avanti mentre il Brasile del gran calcio, la squadra regina che danza con il pallone e costruisce il gioco imbambolando gli avversari alla fine viene costretta ad arrendersi e a mollare la presa sotto i gol di un Paolo Rossi che finalmente si ritrova. Dopo il fischio finale si alza in cielo un urlo fortissimo – in 10 anni di vita mai sentito così forte – che spalanca le nuvole leggere di quel pomeriggio di sole. La semifinale contro la Polonia è una passeggiata, ci tocca la Germania poi, si chiama ancora Repubblica Federale di Germania, tanto per sottolineare il corso che prenderà la storia. Una partita impossibile da dimenticare: il rigore sbagliato del bell’Antonio Cabrini nel primo tempo, la paura di non farcela, ma poi Rossi ancora lui e Tardelli con quell’urlo memorabile dopo la rete e infine Altobelli, giovanissimo e spudorato. Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo. Il prossimo lunedì si celebrano quarant’anni da quell’epoca e chi può perdere la memoria di un’emozione del genere? Di certo noi io.

De Gregori & Venditti

Ecco che ho tempo fino a settembre per organizzare una fuga a Roma e vedere la nuova pagina live che Venditti e De Gregori stanno mettendo in piedi. Dopo l’epopea di musica che questi due geni hanno realizzato pochi giorni fa allo stadio Olimpico romano e che tanto mi ha fatto battere il cuore perché è là e solo là che avrei voluto essere, a grandiosa richiesta del pubblico scenderanno in campo di nuovo per due date settembrine che hanno il sapore dell’imperdibile. Vero, anche di più che vero, che malgrado ogni mia ambizione non ci andrò. Però animo, di colpe ne ho quando passo la mano di fronte all’invito per un caffè, una colazione al bar, una pizza o via sul genere, ma per un viaggio sul tipo romano ne ho decisamente meno, anzi non ne ho. E di certo è per questo che il mio cuore batte forte, che la voglia di andare a Roma mi stende per il desiderio di essere sotto al palco della grande coppia capace di poggiare sulla scena il meglio della musica che amo ascoltare. In poche parole mi concedo di tremare con emozione per un concerto che considero una favola, tanto nessuno mi potrà mai accusare per non esserci andata – per me è ai limiti dell’impossibile pianificarne l’organizzazione – invece l’ennesimo no distribuito addirittura con leggerezza per un fattibile caffè in una pasticceria sotto casa seduta ai tavoli di una terrazza esterna anti Covid spegne ogni mio battito di desiderio. Perché è qui che siamo davanti al mio limite più grave, di quelli che mi scrivo addosso da sola, come una vera stupida che trascura chi mi vuole davvero bene. Come la mia amica Gloria che lette queste righe so bene a cosa sta pensando: a Roma, al concerto, a Venditti e De Gregori, ai contatti che potrebbe cercare per una fuga verso la Capitale. Fermati, piccola, è troppo dura per me Roma, ma non mi mollare, te l’ho chiesto anche l’altra sera. E quel caffè lo si deve fare al più presto.

E dattela una svegliata

Mi capita spesso di lavorare il sabato e la domenica mattina, ahimè, quei tormentosi turni di lavoro che pesano un casino, d’estate di più, ovvio. Se c’è un valore è dato forse dal fatto che mancano i capi e quindi il caffè davanti alla macchinetta si fa con maggiore libertà, senza troppe intrusioni che io, ansiosa come sono, vivo davvero male, perché si sa come sono diventata. Lo scorso sabato l’ho bevuto con una collega, ci vado d’accordo, una delle poche con cui ho stretto un rapporto più vero che con altri. Siamo in molti lì dove lavoro e l’ho già detto che vedo tante cose, troppe forse e quello che avevo deciso fin da subito di fare ora è diventato un monito assoluto: pochi contatti, poche parole, poche chiacchiere. Di certo un modo antipatico ma per me necessario. Saluto, sorrido, chiedo molti aiuti per me necessari, ma faccio anche poche domande, mi limito e di certo non piaccio a tutti, i rapporti sono limitati all’indispensabile, chissà se faccio il giusto o se sbaglio, non so. Ma mi va bene così. Fino all’altro sabato mattina quando con il caffè in mano mi sono commossa per la direzione che la conversazione ha preso: ti stai chiudendo troppo mi ha detto Roberta, la collega con cui facevo la pausa, sei rivolta del tutto verso te stessa mai hai tanto da dare e io lo vedo, basta fermarsi sul tuo sguardo anche quando parli appena e si vede quanto hai da dire, le tue parole sono poche ma piene di significato, sappi che quando lo vorrai io ci sarò, sto solo aspettandoti. Mi chiedo da giorni da dove arrivi tanta comprensione, la stessa che ricevo da tutti i miei amici quelli che mi cercano sempre malgrado io prenda tempo, mi stacchi, inchiodata come sono dal nulla che mi sono creata attorno. Ma non può essere solo colpa della sm, la sto usando come alibi? Chi lo sa.

Giovani, credere sempre in voi

Chiara Ferragni presenterà il prossimo Sanremo, lo ha detto Amadeus, al Tg1. Notiziona insomma, passata in prima serata dalla Tv di Stato: siamo solo dentro una guerra in fondo, una pandemia che non sembra voler abbassare la cresta, per non parlare di una siccità dai tratti epocali e drammatici. Ma certo il problema non è la la Ferragni contro cui non ho niente è solo che la prima pagina l’avrei voluta dedicata al fatto che la senatrice a vita Liliana Segre l’ha invitata nella sua casa milanese per raccontarle le vicende che l’hanno vista soccombere in prima persona sotto la scure dell’Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale. L’intenzione della senatrice è quella di presentare al pubblico giovanissimo che segue la fashion blogger quel periodo storico drammatico che ha sporcato di sangue, dramma e morte il secolo scorso. Chiara Ferragni ha accettato l’invito e nel suo profilo Instagram ha inserito l’immagine dell’incontro, una testimonianza che segna il contatto diretto di due pagine storiche che rischiano di perdersi di vista: il Novecento degli anni Quaranta, della Seconda Guerra Mondiale, del Nazismo, della morte nei campi di sterminio e l’oggi che vede come protagoniste le generazioni più giovani che forse quel momento di storia rischiano nemmeno di conoscerlo. La senatrice a vita ha proposto alla blogger una visita, subito accettata, al Memoriale della Shoah, quel Binario 21 della stazione centrale di Milano da dove partivano i treni diretti ai campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau e da cui anche lei ancora adolescente è stata drammaticamente spedita a causa delle sue origini ebraiche. Liliana Segre ha voluto coinvolgere Chiara Ferragni per riuscire attraverso la sua sensibilità a fare breccia sulle nuove generazioni, le stesse che potrebbero ignorare un passato che non ci si deve permettere di dimenticare anche in considerazione di un presente che si sta macchiando di una nuova guerra scoppiata nell’Europa dell’Est e che non sappiamo bene che direzione stia prendendo. Ma poi arriva questa mattina, esame di maturità 2022, nuovamente in classe dopo due anni, prova di italiano, esce la traccia necessaria, richiesta di commento a La sola colpa di essere nati, il libro scritto dalla Senatrice con Gherardo Colombo. Il risultato? Questo Ministero, ragazzi, ha creduto in voi, e ne sono felice.

Voglio ancora sorrisi autentici sul mio volto

Dove vorrei essere quest’estate? In molti posti, ma anche no, conoscendomi. Pigra quale sono, svogliata più che mai, ma anche piena di sogni per la verità, ché quelli no la sclerosi multipla non mi ha sottratto. O forse sì, non so dirlo con certezza. Ma una cosa di certo mi emoziona ancora tanto ed è la musica, quella italiana, quella con cui sono cresciuta. Oggi in tv ho visto un giovane ragazzo, Giovanni Baglioni si chiama e quest’estate sarà sul palco di Roma, Siracusa, Verona per suonare il basso: è stato facile fare due conti rapidi, è il figlio di Claudio che infatti accompagnerà sul palco durante il suo tour estivo. Lui insomma è il piccolo che ha ispirato Avrai, quella canzone che se ascolto, ancora adesso dopo oltre trent’anni dalla sua uscita, mi fa tremare il cuore. Avrai è la dedica in musica a un figlio appena nato per il quale il papà scrive un testo intenso e carico tanto da emozionare anche me che di figli non ne ho e non so cosa si prova ad averne eppure le parole mi hanno sempre inchiodata tanto sono cariche di unica magia. Allora diciamo che anche questa è la ragione per cui vorrei vedere uno dei concerti che Claudio Baglioni farà in uno di questi spazi nei quali potrei incontrare quel passato che tanto amo per mettergli accanto i miei sentimenti di oggi, spogli e troppo vuoti. Sono quelle emozioni che vorrei riprendermi perché oggi mi sento povera, con il cuore sfocato e, accidenti a lui, senza desideri. E la colpa non so a chi darla. Ancora alla sclerosi multipla? No, basta soddisfazioni sm, è causa mia, cavolo, diamoci una scossa, Cinzia.

Trucco, parrucco e passa tutto

Domani ho la visita di controllo coi neurologi che mi seguono. E parto di cattivo, cattivissimo umore. Quante volte l’ho scritto su queste pagine? Ogni sei mesi di sicuro, per non parlare poi della pesante depressloone annuale causata dalla sempre temibile RMN e poi per tutte le altre visite il cui esito va portato sulla cattedra dei professori, per carità bravi e pure gentili, che mi accolgono però con la matita rossa e blu in mano per prendere in considerazione l’andamento della sm che mi si è disegnata addosso. Dopo 22 anni dovrei esserne abituata? Dovrei. Invece no, perché sono prevalentemente scema. Cara Cinzia, adesso ti tocca un po’ di meritata predica. Che vuoi che possano dirti se non il solito, la china verso il basso l’hai ben imboccata ed è chiara. Capisco all’inizio della tua storia con la sm che era al suo esordio: quando entravi negli ambulatori di neurologia eri piena di dubbi e di autentica e comprensibile paura, quando ancora stavi abbastanza bene, quando viaggiavi in bilico tra un presente tutto sommato cauto e un futuro dai tratti popolati di un’incognita che speravi distante. Però ora che il velo si è alzato? Cavolo, ci vuole dignità adesso, mica hai commesso una colpa per vincerti la sclerosi multipla come trofeo, coraggio ragazza, se domani andasse male qualcosa non è certo per colpa tua, o forse anche sì chè avresti dovuto imbarcarti in una classe maggiore di fisioterapia, questo lo sai e questo quindi ti porti a casa e finiscila qui. Oggi pomeriggio pensa a te, vai dalla parrucchiera, taglio e colore, mi raccomando, e domani ricomincia a truccarti, non costa nulla ma è un pensiero in più che ti regali in una giornata che sarà così, punto e basta.

The Queen’s Speach, secondo me

Scuro in volto, occhi fissi sulla corona poggiata su un cuscino accanto al trono imperiale, Carlo. Sguardo irritato, l’arroganza del primo della classe destituito senza capirne la ragione, William. Eccoti, Donatella, cara, carissima amica mia fin dai tempi del liceo, che vivi a Londra da tanti anni e che ora, se mi leggi, stai facendo un salto sulla sedia. Ma come? Ti stai dicendo, un pezzo così middle-class, che parla dei Windsor, tu, amica mia, che secondo me non sai nemmeno come si chiamano, concentrata come sei su ben altro e ben più in alto. Invece io no, cara, carissima amica mia, te lo dico ma in fondo lo sai, i Reali e la nobiltà inglese mi affascinano, Downton Abbey è o non è una delle mie serie tv preferite? Quindi ecco spiegata la ragione per cui scrivo di un argomento che parte così dal basso, del Queen’s Speach senza regina, assente per motivi di salute e sporadici problemi di mobilità come dichiarato da Palazzo. Le immagini passate in tv mi hanno molto incuriosita soprattutto perché mi sono soffermata a osservare i due rami di successione reali seduti uno accanto all’altro. Ho visto Carlo con il viso diroccato, forse preoccupato per l’assenza della regina che sta male, ma anche per aver capito che l’aria sta cambiando, che la mamma ha terminato di risolvergli ogni problema, che le serate serene con un brandy in mano insieme a Camilla sono terminate, che il bridge con gli amici è passato in second’ordine perché il gioco tra poco sarà quello di reggere le fila di una monarchia. E poi William molto teso, con i denti digrignati, la nonna è sempre la nonna, è preoccupato per la sua salute? O forse per la voglia crescente di sedersi al più presto sul trono?  Lui ha fatto tutto per bene, ha scelto la moglie giusta, una che scarseggia solo di nobiltà ma i soldi li ha e quelli servono sempre, non manca nemmeno la nidiata, ha messo in campo ogni carta corretta per diventare re, ma non ha tempo da perdere, ha fatto fuori anche il fratello, c’è solo da smuovere i tempi. Se papà abdicasse tutto rientrerebbe nei tuoi progetti, William, ma sporcherebbe la monarchia, la faccia di Carlo che guarda la corona sullo scranno reale lo dice chiaro e tondo, non è tempo per fare mosse ridicole. Te lo direbbe anche mamma Diana. E tu Donatella, porta pazienza per questa pagina molto borghese!

Almeno mezz’ora rincuorante

L’avete mai vista la tv la mattina? Certo che no: siete al lavoro. A me capita invece, se ho il turno pomeridiano c’è da risparmiare un po’ le forze, le spire della sm, si sa, si muovono come un circuito sempre acceso, alt ti dicono, non sei infinita, comando io. Quindi rispetto e taccio senza fare troppo prima di andare al lavoro e spesso mi tocca fermarmi e guardare la tv. Va detto comunque che negli ultimi due drammatici anni, sotto il marchio del Covid e dell’Ucraina, le mattine sono state utili per stare davanti ai tg, appuntamenti fondamentali appena svegli per conoscere e sapere il giro delle notizie. Ma poco alla volta tutta la programmazione, anche quella del mattino, ha virato verso toni di altro genere, un triccheballacche continuo di sciocchezze che ha aperto le braccia al tutto e al niente, a quest’ultimo in particolare. C’è il racconto della cronaca nera più bassa, autentica protagonista della tv del mattino, ripetuta all’infinito con il commento degli stessi nomi, meglio se privi di qualifica. Non possono mancare le lezioni di cucina ma anche l’oroscopo ovvio, che ci vuole anche anima e coraggio per mettersi lì a leggere chissà cosa in tempi come questi. Ma l’altro giorno in una di queste trasmissioni ho beccato Umberto Broccoli e mi sono fermata all’istante perché lui sì che sa come mettere in scena la bella televisioni avendone tutti i titoli e le competenze. Umberto Broccoli porta in televisione, all’interno di una trasmissione molto popolare, la sua esperienza universitaria raccontando i punti salienti della storia del Novecento, ma anche della letteratura più bella di ogni tempo, oppure il ricordo dei programmi e dei personaggi tv che ne hanno scritto la storia. Ogni giorno Broccoli apre una porta nuova sul nostro passato, sfogliando pagine di quotidiani di ieri da cui legge la strada che ha imboccato l’oggi. Purtroppo nello spazio di mezz’ora tutto si conclude, lui si siede su un divano e subisce come noi spettatori il resto del programma: cronaca nera, cucina e l’intollerabile oroscopo. E vabbè.

Ahimè

Da tempo mi riprometto di tornare ad essere presente di più su queste pagine perché ci tengo molto, credo di averlo già scritto comunque. Ma davvero non sono così tanto lavativa come sembra, o meglio lo sono ma non troppo, sono pigra da morire e questo ben si sa ma va detto anche che in questi ultimi tempi mi sono ritrovata coinvolta da qualche impegno in più da portare a termine perché alle promesse di collaborazione fatte mica si può dire no. Del lavoro credo di aver già detto, un part time che coinvolge come un tempo pieno di fatto, almeno dentro la mia testa, vai a capire la ragione, forse perché per me tutto è faticoso, mi sembra di più rispetto agli altri, o meglio mi giustifico così. Del Covid che chiude in casa credo di aver già ampiamente detto, ma che forse sia una giustificazione? E allora che facciamo, Cinzia, la troviamo una via d’uscita che porti a dare un senso di normalità alla tua vita. Che poi di normalità ha davvero ben poco lo si sa, nessuno lo mette mica in discussione ma vale lo stesso la pena di darsi una mossa, quindi via, e cerca una via d’uscita: almeno torna qui, su queste pagine che hai aperto con tanto amore e voglia di farcela perché scrivere sicuro che ti piace. Invece lo hai fatto diventare pesante e pure noioso da fare e figuriamoci se non da leggere. Non ci credi più neanche tu? Non credo visto che ci rimani molto male al solo pensarci.