Si ricomincia?

Da mesi non vedo bene dall’occhio dx. Sì, proprio quello. Il maledetto occhio dx, o meglio, quel maledetto occhio dx che per primo suonò trombe davvero ascoltate, da me ma soprattutto da un bravo medico, quell’oculista che dopo una sola visita e una serie di esami ben assestati, nello spazio di un mese – rapidità che oltre 20 anni fa corrispondeva a pure utopia – mi mise in mano la diagnosi e mi trasportò grazie alle sue conoscenze direttamente al Centro Sclerosi Multipla di Padova. Il non plus ultra della regione dove vivo. Che dire d’altro? Che dopo due decenni anche l’altro ieri la visita è cominciata in un modo e finita in un altro, con lo stesso clima di quella prima volta che mammano si è caricato di tensione, la mia, innegabile, la sua, non meno presente. Potrebbe essere entrato in ballo altro infatti, una deviazione verso un nuovo burrone prodotta dalla solita stronza: ora serve un esame specifico da fare meglio se certificato dagli strumenti del Policlinico universitario, reparto oculistico. Mi chiede di sollecitare la collaborazione dei miei neurologi, butterò giù due righe inviando la scansione della lettera che ha preparato dove chiede di preparami lo spazio per un consulto specialistico che so per certo mi procureranno come sempre hanno fatto per andare fino in fondo a eventuali nuove complicanze della sm. Ha concluso dicendo di fargli sapere se ci sono problemi, se non riesco ad avere risposta certa mi aiuterà. Mi sono venuti i brividi lungo la schiena. Le stesse parole che disse oltre vent’anni fa. E che mi hanno portata fin qui, sarei stanca. Ma poi penso che fatto 100 faremo anche 101. Ho alternative?

Presidente nostro Presidente

Chissà se prima dell’inizio del Festival di Sanremo la prossima settimana lo avremo o meno un nuovo Presidente della Repubblica. Mentana e gli altri giornalisti che seguono in diretta tutte le fasi delle votazioni potrebbero uscirmi di senno altrimenti, Amadeus pure per carità, ma lui conta davvero meno rispetto al tema direi. Vedo e non vedo questi lunghissimi speciali per questioni di tempo ovvio, ma l’interesse non può che esserci, ci mancherebbe pure non ci fosse. Ma il mio traguardo massimo lo raggiungo quando vedo negli speciali di La7 Alessandra Sardoni: la più brava senza ombra di dubbio, la più organizzata, con la risposta sempre adeguata, una certezza, quanto dice è il risulto della sua preparazione e dello studio, una netta garanzia di informazione per chi l’ascolta. Lei infatti è l’unica capace di tenere testa a Mentana, in grado di contraddirlo se serve, di buttare sul piatto il tema più adeguato senza timore di smentita. Con gli ospiti che le passano sotto il microfono non è da meno: quando tentano di deviare a loro comodo dal tema richiesto, lei, senza superbia alcuna, li riprende al volo indicando le tracce della sua domanda, formulandola diversamente semmai ma con il compito bello netto di centrare il bersaglio da cui infatti nessuno riesce a sfuggire. Oggi o domani dicono che avremo un nuovo Presidente, il nostro Paese si metterebbe al sicuro un po’ di più quindi, Sanremo anche – stai sereno Amadeus – i vari tg potrebbero ammainare le vele degli speciali, i loro corrispondenti salirebbero ancora in redazione e non più per strada a seguire chiunque per cercare le dichiarazioni di tutti anche quelle di certi peones che contano meno dei tre euro in moneta. La Sardoni è roba diversa, Mentana l’ha messa nelle sale interne del Parlamento non a caso. Sbrigatevi a fare un buon Presidente, per il Paese e per Sanremo, Amadeus la vuole all’Ariston.

Louboutin

Tantissimi anni fa – qui potrei averlo già scritto – facevo una terapia contro le ricadute della sclerosi multipla che prevedeva un calendario di appuntamenti mensili per sottopormi, insieme a un gruppo di cinque o sei malati per volta, a una mattinata di fleboclisi con un farmaco che all’epoca era all’avanguardia. Volete due ragioni per avermi fatto odiare quel periodo? L’ago sul braccio per ore e la vicinanza forzata con altri compagni di sventura. Rispetto al primo punto non fatemi scrivere nulla, potrei svenire davanti alla tastiera tanta è la mia paranoia sul tema, sul secondo facciamo due chiacchiere invece. Non sopporto il contatto con altri malati di sm, i loro discorsi, le paure, le domande, i confronti che fanno, le proposte che buttano sul piatto, insomma tutto quello che respiro quando li incontro. Quelle mattinate le ricordo come corse nel buio, certo per l’ago ma anche per la ricerca di solitudine verso gli altri che risolvevo con la lettura, di giornali e libri, che portavo sempre con me per evitare ogni contatto, anche un semplice scambio di sguardi. Sono passati anni da allora, forse sono cambiata anche io e magari oggi sarebbe diverso. Dubito. Perché il confronto con altri malati di sm mi disturba, il fondamento è che questa bella stronza di malattia è diversa da paziente a paziente ed è questa la sua forza. Ma anche io non scherzo in quanto ad antipatia e insofferenza, mi basta poco per prendere le distanze dalle persone quando proprio non mi vanno giù. Ieri in tv ho visto una tizia che non so bene se faccia l’attrice o cosa, è malata di sm, non la sopporto, quando la becco sta sempre seduta su una sedia dello studio senza rotelle, stampella colorata a lato, tacchi altissimi ai piedi. Non so il messaggio che vuole dare, non so che sintomi le lasci la sm, muove bene le mani, sono anni che la vedo così, si alza in piedi in modo agevole, fa qualche breve passetto e quando parla non sembra sfasata nei dialoghi. Ha pure una rubrica su un giornale, risponde alle lettere che le inviano i lettori su temi che sono sempre gli stessi: malattie anche più gravi della sclerosi multipla. Lei sa sempre cosa dire, una soluzione da dispensare a tutti e risolutiva per tutto. Quando la vedo penso a quelle mattinate di terapia di molti anni fa e a come se me la fossi trovata accanto con una flebo attaccata al braccio per poterla sopportare avrei dovuto portarmi da casa un volume della Treccani da leggere oppure da tirarle addosso. Sono solo invidiosa di lei? Dei suoi tacchi? Della sua situazione che sembra facile e leggera? Sì? So per certo che nel caso come tacchi sceglierei un paio di Louboutin comunque.

Fosse che fosse la volta buona

Sono intrappolata da una rete di noia che spranga ogni tentativo di alzarmi in piedi. Che poi fa ridere mi rendo conto, siedo in su una sedia rotelle, ho la sclerosi multipla, c’è il Covid, che cavolo voglio fare? Una maratona? Buttiamola in ridere che è meglio. Il fatto è che sto davvero mortificando il mio pensiero, porco cane, nessuna voglia di fare niente, accidenti a me. Anche scrivere qui mi risulta duro, non mi ruotano in testa idee. Apro il file di word e la pagina bianca resta lì, ferma, scrivo due righe e poi le cancello, zero idee. Da anni la scrittura è il mio pane quotidiano ma uno stop del genere non mi era mai accaduto. Di conseguenza sto trascurando anche il mio blog – se penso all’entusiasmo con cui l’ho aperto – ma anche altre cose: il lavoro ovvio, pure gli amici, e tanto altro. Ho l’abbonamento a Netflix, Prime Video e come tutti ho Rai Play, potrei guardare le serie tv del momento che però perlopiù mi annoiano o i film più nuovi ma che visti in tv hanno un sapore decisamente minore. A parte l’ultimo di Sorrentino che, dove lo vedi lo vedi, capolavoro resta con quel finale che devasta il cuore per la bellezza e l’intensità. I libri? Per ora idem. Lo scorso anno ho letto moltissimo, senza nemmeno forzare troppo la mano, forse perché ho beccato un filotto di titoli spettacolari, il bello della lettura mi dà dipendenza, mi slega da ogni fatica e mi spinge in avanti a voler leggere ancora di più. Spero sia questa la ragione di questa momentanea frenata perché ora ho in mano un libro non proprio brillante, mi piace a metà insomma, mollarlo lì? Potrei, ma non fa parte di me, in carriera non ho mai lasciato le pagine di nulla, neanche del peggio solo che le conseguenze sono una sostanziale disaffezione alla lettura, come una corsa che rallenta poco alla volta. Accidenti a me e a come sono fatta. Per riempire il tempo ho perfino cominciato a guardare The Ferragnez che, senza tirarmela troppo, spegne davvero la testa, del tipo che terminata la puntata ti chiedi cosa cavolo hai guardato. Ieri invece ho fatto un altro genere di tentativo e allora mi sono rimessa a guardare l’amatissimo Downton Abbey, in lingua originale però, coi sottotitoli in italiano ovvio, e qualcosa si è risvegliato. Oggi ci riprovo allora.

Ci sono amici che… parte seconda

Eravamo rimasti al mio compleanno, alla festa a sorpresa giù nel giardino di casa mia, ai miei amici che mi accolgono sulle note di Riccardo Fogli, al regalo arrivato il giorno dopo, quella stampa con bordo deteriorato che parla di passato: 1767, autore Niccolò Machiavelli, una raccolta di lettere scritte tra il 1502 e 1506 durante la sua carica di segretario della Repubblica di Firenze e indirizzate a Cesare Borgia prima e Giulio II poi. Al termine di quel pomeriggio di festa e sorpresa che io avevo trovato perfetto e autentico, pieno di amore e affetto di proporzioni immense tutto per me era finito li tanta era la gioia provata, ma per loro no, i miei amici hanno voluto sbancare il mio cuore e mentre io salivo a casa si sono appartati tra loro per definire altri elementi del mio regalo: un libro antico si sono detti, ognuno ha aggiunto la propria idea e poi, il giorno dopo, Federica, Gloria e Adriano a nome di tutti si sono messi in moto, direzione libreria antiquaria Emiliana in Calle Goldoni a Venezia per cercare un’altra perla tutta per me. Il risultato l’ho già scritto. Non potrò mai rendere a nessuno di loro una felicità tanto grande perché la festa a sorpresa è stata unica e inimmaginabile e il libro prezioso e unico, pagine immense per il loro autentico valore letterario e storico e il pensiero che le ha portate a me ancora di più. Ecco appunto. Con la mia copia antica in mano, mentre leggevo le note bibliografiche, il frontespizio e sfogliavo le pagine antiche nella mia testa un pensiero ha cominciato a farsi strada: e se Niccolò Machiavelli avesse saputo? Se avesse potuto immaginare che dopo più di 500 anni dalla sua stesura e 250 dalla sua stampa questa copia sarebbe diventata mia siamo certi che non si sarebbe innervosito almeno un po’? Caro Niccolò se ti senti un po’ svalutato mi sa che hai ragione ma non è colpa mia, prenditela coi miei amici speciali.

Ci sono amici che…

Ieri ne ho compiuti 50 di anni, ahimè. E di mattina poi causa catena rotazione dei turni ho pure lavorato, accidenti. Finalmente a casa, dopo aver mangiato, proprio mentre cominciavo a evadere la posta dei tanti wapp ricevuti mi vedo rientrare, all’improvviso, mio fratello che mi alza in fretta dal divano, mi fa indossare uno dei miei cappotti multi strato, una sciarpa fin troppo lunga e mi accompagna giù, in giardino, con una scusa davvero poco credibile, ma si sa, sono un pesce che abbocca anche all’amo meno appetitoso e infatti non l’ho capito cosa stesse accadendo. Arrivata giù la prima cosa che vedo, a un paio di metri di distanza da me, è un gruppetto di persone che parlano tra loro, chiedo a mio fratello se sono lì per me, nessuna risposta. Hanno in mano fiaccolette luminose, palloncini colorati con un grosso 50 bello gonfio, non riconosco ancora nessuno di loro, non capisco, mentre mi avvicino cominciano le note di Storie di tutti i giorni, Riccardo Fogli, 1982, la prima canzone entrata nella hit delle mie preferite quando di anni ne avevo molti ma molti meno di oggi, cavolo, sono amici miei allora, solo loro possono sapere quanto mi piace questa canzone, certo che sono amici miei, ma quali? C’è nebbia, li guardo, fa freddo sono imbacuccati con piumini e berretti, mi do questa come scusa, ma loro ridono tanto, hanno ragione, sono vecchia ecco cos’è, ecco perché brancolo ancora nel buio. Riconosco Federica per prima, volto storico tra i miei amici, sempre accanto io e lei, abbiamo condiviso tutto insieme, il bello e quei tratti brutti, spesso tremendi, che ci hanno travolte, accanto a lei c’è Gloria, stessa definizione, mica si può sbagliare, solo che con lei io faccio mancanze clamorose, lei no, mai e poi mai senza far pesare mai nessuna delle mie assenze, poi c’è Adriano, il compagno di Fede e meno male che c’è lui accanto a lei adesso, storia lunga da raccontare. Mi giro a sinistra e cavolo, finalmente la riconosco, è Donatella, la mia compagna di banco al liceo, la giovinezza tra le dita, le nostre cotte molto più belle da ricordare dei compiti di greco, la dolcezza di un sorriso che non le manca mai e poi suo marito Giorgio, l’uomo che merita, quadrato, intelligente, capace di renderla felice e quindi per me impossibile da non rispettare e voler bene; non manca nemmeno Enrico, direttamente dal liceo anche lui, quanti discorsi tutti insieme nelle nostre serate collettive con pizza e chiacchiere per raccontare il presente, la politica, l’oggi che domani sarà storia, i libri, il cinema con lui a fare da magister di ogni conversazione per la sua capacità di aggiungere contenuti e quell’ironia che punge ma sa anche aprire risate indimenticabili e poi Ilaria, la sua compagna di vita che infatti non poteva che essere una donna intelligente, capace di entrare nel nostro gruppo fin da subito con quel ventaglio di qualità che le è stato riconosciuto subito. Tutti lì per me ieri, sotto la nebbia del nordest che certo non si fa amare, congelati da un freddo umido e acuto, morsi da timori del Covid, lì solo per dirmi buon compleanno. No, non sono storie di tutti i giorni queste, sono storie di giorni speciali. Grazie.

PS. Finita qui? Non li conoscete allora. Oggi il campanello ha suonato di nuovo. Erano Federica e Gloria, a nome di tutti mi hanno portato quello che hanno chiamato “dono”, ho aperto – rigorosamente sulle note di Storie di tutti i giorni – dentro una copia delle Lettere di Niccolò Machiavelli pubblicate nel 1767 a Firenze dalla stamperia Granducale. Machiavelli le scrisse tra il 1502 e 1506 durante la sua carica di segretario della Repubblica di Firenze indirizzandole a Cesare Borgia prima e Giulio II poi. To be continued.  

L

E cosi finisce anche il 2021 e così il 1 gennaio compio gli anni e mamma mia quanti. 50. Addirittura. 50. Tanti e imbarazzanti. Eppure è questo che tocca. Senza troppi pensieri comunque, perché in realtà mica mi frullano tante preoccupazioni in testa, soprattutto perché mica c’è molto da fare e poi mica voglio farmi travolgere da nessuna tristezza, nemmeno la più vaga, anche perché al di là del compleanno ce ne sarebbero di motivi per infilare la testa sotto il cuscino e dire almeno un sonoro mammamia. E allora che 50 siano. Mi consola il fatto che non ho un milione di rughe disegnate sulla faccia, che i capelli bianchi li ho coperti dal parrucchiere, che sono una che ride malgrado tutto e poi che attorno a me ho un numero bello di amici che non mi mollano mai malgrado io non sia una che li cerca tutti i giorni. Stupida che non sono altro. In passato pensavo a 50 del genere? Non credo. Con la sm accanto? Proprio no, ovvio. Fatto sta che c’è, ma almeno non mi fa più piangere come una volta e pensa un po’ te proprio da quando è diventata più violenta e cattiva, da quando io l’ho messa lì bella che in vista perché anche un po’ chissenefrega. E così vale anche per i 50, che non sono certo come li avrei voluti ma è così e allora buon compleanno grosso, grosso e tondo, tondo a me.

Quando ancora lo chiamavamo Coronavirus

In questi giorni è morto causa Covid lo zio di due cari amici. In un modo improvviso e velocissimo, mica roba nuova per carità, la stessa raccontata fin troppe volte da giornali e tg, ma quando la respiri vicino alla tua pelle la sensazione cambia e di grosso. È stato un ricovero di soli pochi giorni e non è nemmeno passato dalla terapia intensiva, così, non sembrava necessaria forse, un tampone positivo e dritto in ospedale senza nemmeno il tempo di salutare nessuno dei propri cari, fino alla morte. Lo sappiamo che il Covid fa così, dopo quasi due anni è cosa drammaticamente nota che però almeno io credevo non dico si fosse bloccata ma almeno rimessa sotto guardia, quasi in una fase di controllo. So che il Covid esiste, ho fatto tre vaccini e mille e più mille tamponi, non transigo a nessuna regola fin da quei primi mesi di Covid, quando ancora era Coronavirus. Ho tutto in testa, come tutti. La grande paura, composta da immagini secche, dure, inimmaginabili. I cortei di mezzi militari in uscita da Bergamo per trasportare le bare delle vittimi fuori dalle mura perché non c’è più posto per loro nei cimiteri della città, il Papa che prega, da solo, in piazza San Pietro, sotto la poggia, con le sirene delle ambulanze a fare da sottofondo, il livello Rt che cresce e non si ferma. Come adesso quindi, punto e a capo, nulla é cambiato, malgrado le speranze, di nuovo qui, il Veneto per Natale diventerà giallo e poi chissà cosa accadrà, intanto è morto lo zio di due miei cari amici.

Perdono, l’unica cosa da dire

Spero mi perdonino tutte e tutti, quelle carissime amiche e quei carissimi amici a cui sto chiudendo la porta in faccia con sonori no a ogni invito che mi fanno a uscire con loro. Facciamo alla prossima dico sempre, perdonatemi ma questo Covid mi fa paura aggiungo, come a voi ovvio ma io con la pesante valigia che mi trascino addosso mi sento un bersaglio pronto all’uso. Ma sto negando anche semplici telefonate, wapp, mail e tutto il necessario, anzi il fondamentale, per mantenere contatti aperti, vivi, sempre speciali, per me fondamentali. Non prendo in mano il telefono quasi mai, oltre a tutto ho un lavoro con orari indecifrabili pure per me: oggi il pomeriggio, domani la mattina senza un senso di prevedibilità, sabati e domeniche compresi, un va e vieni che spinge ogni comunicazione su e giù, settimana dopo settimana senza, ordine né disciplina. E poi il Covid mi ha travolta soffocandomi sotto una montagna di cercato silenzio che sto nutrendo e assecondando. Ci penso e se ci penso bene mi dico che forse non è solo a causa sua però. Perché per quanto sia corretto proteggermi, proteggersi dal Covid io quanto lo sto usandolo per favorire quella ricerca di solitudine che negli ultimi anni si è impadronita di me? A rifletterci bene su infatti, mi accorgo che più o meno nello stesso tempo io mi sono trovata su una doppia strada che viaggiava verso una direzione uguale: il Covid che impone un isolamento ahinoi noto si è perfettamente sposato con quel mio desiderio di silenzio e isolamento diventato parte di me. Vorrei fosse sottolineato un dettaglio in più poi: non ho ancora nominato in modo esplicito che ho la sclerosi multipla, la scusante suprema, la via maestra verso ogni mio dove. Ecco se cercavo delle giustificazioni da mettere sul piatto le ho trovate. Ma in realtà ciò che devo davvero dire è che io sono una bella stupida a mettere a rischio quel prezioso patrimonio di amicizia che mi regge, sopporta e vuole bene. Perdono a tutti, amiche e amici miei, farò del mio meglio per rimettermi sulla strada giusta. Promesso.