Il passato è una ragazza che diventa donna

Dicembre, tempo di cene aziendali, cene di Natale, motivo valido per scambiarsi gli auguri tra colleghi, chissà se sinceri, ma alla fine chissene va bene così e quindi ricevuto l’invito si partecipa. Poche sere fa ci sono andata, una cena tutto sommato per pochi, quelli che si muovono negli stessi spazi di lavoro, che praticano meccanismi simili, non è escluso che nella mia azienda ce ne siano delle altre per coinvolgere gli altri settori e gli altri numerosi dipendenti. Sarebbe giusto. Conoscevo il nome del ristorante dove dovevo andare ma con capacità di orientamento infelici come le mie non ho avevo fatto subito i collegamenti necessari e quando sono entrata la sorpresa: lo stesso posto dove avevo fatto l’ultima cena di Natale con l’azienda per la quale lavoravo fino a due anni fa più o meno. Una vera ultima cena compresa di vittime e traditori con Giuda in prima fila. Un tavolo simile, non lo stesso ma orientato in un modo identico, con un numero di commensali più o meno uguale. Passato e presente che si incontrano e si stringono la mano, piacere io sono quello che eri e io quello che sei diventata. Tuo malgrado? Per sventura? Meno male? Per fortuna? Per gran parte della serata mi sono guardata intorno ricostruendo dettagli di ieri, ricordando le cose che non andavano, quei germogli che stavano fiorendo e che dovevano mettere in allerta perché proprio durante quella cena erano fin troppo evidenti. E nello stesso tempo non ho potuto non tirare fuori dalla memoria quelle risate, certi sguardi piena di intesa, occhi che luccicavano perché condividevano molto, e non solo il lavoro. Poi ho guardato il tavolo di oggi, la me più adulta, anche più segnata per la verità, quella che per scelta sta sulle sue e le basta, partecipa al brindisi di buon Natale e poi posa il bicchiere senza bere, si guarda intorno e vede il suo oggi, ma senza fare bilanci, confronti o paragoni. Certo è che se il prossimo anno la  cena di Natale si fa ancora non sarebbe una cattiva idea farla da un’altra parte .

A parlar di surgelati rincarati/3

No che non ho accettato. Perché sono una fiera rompipalle.

Gentile direzione,

ho letto con grande attenzione la vostra risposta alla mail che vi ho inviato nella quale lamentavo la pessima esperienza vissuta da cliente disabile nel punto vendita della mia città. Mi confermate che il vostro negozio è conforme e rispettoso delle vigenti norme in materia di superamento ed eliminazione delle barriere architettoniche nonché di sicurezza negli edifici aperti al pubblico ne prendo atto ma state spostando il significato delle mie parole su altro in un modo francamente ipocrita. Come lo è del resto il vostro modo di definirmi persona con particolari esigenze: no, cara direzione, voi con queste parole tentate di risolvere il problema rovesciando su di me le vostre manchevolezze più che evidenti. Non sono io infatti ad avere particolari esigenze è l’incapacità umana del vostro personale a rappresentare la grossa lacuna, almeno del negozio dove sono andata io. E qui si arriva al nodo centrale: quel giorno, alle ore 11.20 circa, c’erano in servizio almeno tre addette alla vendita che mi hanno trattata con sufficienza al punto da prendersi gioco delle mie legittime richieste, alzando i toni con fare arrogante arrivando alla fine ad offendermi davanti ad altri clienti. Queste sono le barriere architettoniche che dovete abbattere e il compito spetta solo a voi, con un’adeguata formazione al personale e quando serve anche con severi ammonimenti. La qualità di cui vi vantate nei vostri claim passa anche da qui. Accetto le vostre scuse ovviamente, mentre rifiuto il buono che mi proponete e vi assicuro che qualunque cifra non sarebbe stata sufficiente a controbilanciare l’umiliazione subita.

 

A parlar di surgelati rincarati/2

Un’attesa febbrile, come quando alle medie aspettavi la risposta del compagno di banco al quale avevi scritto un fiume in piena di parole d’amore, una letterina stupidina e piena di cuori con cui ti dichiaravi e augurandoti che ti volesse in moglie per l’eternità e dieci figli, ma anche di più se voleva. Ecco alla fine la direzione del supermercato a cui ho scritto, senza nessun cuore, anzi una buona dose di veleno e rabbia, pura incazzatura sarebbe meglio dire, mi ha risposto. Gentile signora, mi ha detto, siamo in regola con le norme in materia di superamento ed eliminazione delle barriere architettoniche però il nostro personale in occasione del suo ingresso potrebbe non essersi comportato in modo corretto considerando le sue particolari esigenze. Strana questa cosa ha continuato dato che la politica aziendale della nostra società è sempre orientata all’attenzione e alla soddisfazione del cliente nel limite del possibile e della ragionevolezza. Ma nel caso  sia successo qualcosa che l’ha offesa offriamo un buono spesa di € 20,00 da utilizzare presso il nostro punto vendita. Per rimanere alle medie faccio un breve riassunto: colpa mia. Non ho capito una minchia perché loro sono in regola con le normative e bla bla, ho esigenze particolari e quindi giù la testa e poche pretese, tutto possono fare mai io non ho avuto ragionevolezza di sorta ma siccome la prof e buona ciapa qua 20,00 euro e silenzio per favore.

Sono sulle spine, non so che fare, accetto 20.00 o riscrivo una nuova letterina come una vera rompipalle?

A parlar di surgelati rincarati/1

Cose che capitano. Che mi innervosiscono a mille ma che non lascio cadere. Sono andata a fare la spesa in un piccolo supermercato della mia città, di relativa recente apertura, nel quale comunque io non ero mai stata. Cronologia di una mancata spesa. Entrata dalla porta automatica, la mia carrozzina fa scattare il sensore di allarme, roba nota. Attiro l’attenzione della cassiera seduta davanti a me che però non alza la testa dal suo lavoro. Mi dirigo lo stesso verso i tornelli di ingresso, rischio di incastrarmi, la mia sar modello slim non passa. Tento di nuovo di richiamare l’attenzione, a vuoto. Riesco ad entrare abbassando la testa per passare attraverso il cancello dei carrelli per la spesa, piccolo dettaglio le barre di plastica mi sbattono sul viso. Fermo l’addetta alla frutta e verdura, è lì a pochi passi da me. Spiego la gravità di quanto sta succedendo, con tono arrogante e saccente mi dice che io avrei dovuto avvisare e che i tornelli mi sarebbero stati aperti manualmente. Dico che ora voglio solo uscire. Con più fastidio di prima dice che per questo c’è un passaggio dalla cassa disabili. Fermo una nuova addetta, meno seccata dalla mia richiesta – ma non del tutto serena in ogni caso – mi accompagna alla tanto celebrata cassa-disabili occupata però da un cliente impegnato a pagare la sua spesa, con carrello strapieno, passeggino davanti a sé con bimbo a bordo ma che molto gentilmente accetta di spostarsi. A quel punto esco, passo davanti alla cassiera che solo in quel momento si accorge di me salutandomi. Non rispondo, lei urla davanti a tutti che sono una maleducata.

Cara direzione, questa maleducata, ahilei, di disabile, pretende di conoscere quanto prima le ragioni per cui il vostro negozio non rispetta le regole contro le barriere architettoniche che tutelano la sicurezza e la comprensione verso i bisogni di minima dei vostri clienti.

Questa sarà la prima parte di uno scambio epistolare che non finirà a breve.

A spasso con Fujiko

Ieri ho fatto una scoperta e subito dopo mi sono fatta una gran risata, pensa te, ecco qui un nuovo vantaggio mi sono detta. Ero in giro per shopping, mi serviva una cosa in particolare, proprio quella, non altro, ma andava scelta, provata, verificata con attenzione. E dopo mille giri, altrettante parole, un numero smisurato di richieste precise quasi mai assecondate con la stessa meticolosità, affrontando per giunta la noiosissima ressa di un sabato simil-festivo, ho trovato ciò che faceva per me. Ho pagato e me ne sono andata. E uscendo le barriere elettriche antitaccheggio hanno suonato, dalla cassa mi hanno sorriso indicandomi di passare senza muovere un dito contro di me, ero pulita secondo loro, figuriamoci se non lo ero, lo stesso suono c’era stato anche all’entrata quando aveva provocato le stesse reazioni, avanti, avanti, prego si accomodi, sia mai. Non ero stata io far suonare l’antitaccheggio, la mia sedia invece sì, nessuna ragione per muovere un passo contro di me secondo loro. E ridendo ho fatto una secondo prova, stesso percorso: entrata in un negozio, scelto con cura, uno di quei multi store pieni di pretese ma poca ciccia, in cui le commesse assumono con il cliente l’insopportabile tono cosa-entri-qui-che-sei-un-pezzente, e l’antitaccheggio ha suonato, stesso repertorio di sorrisi per sottolineare il benvenuto nei miei confronti. Ho fatto un giro tra gli scaffali, ho pure provato una giacca, bella e carissima va da sé, che ho appeso nuovamente alla sua rella, sono passata inosservata tra tutta la gente e poi sono uscita e l’antitaccheggio ha suonato ma dalla cassa mi hanno detto, sorridendo, che potevo uscire senza nessun problema. Riassumendo posso andare per negozi senza impazzire per trovare parcheggio perché io ho il diritto di occupare i posti migliori, quelli che sono lì, proprio davanti all’ingresso, e poi, e poi… ma no che lo farò, anche se tutta la carità pelosa che c’è in giro mi mette in testa molti pensieri, così anche solo per poter dire: guarda che io sono davvero come tutti gli altri, anche nel male. Anche perché quella giacca era proprio bella.

E non avrò paura se non sarò bella come dici tu

Ieri parlavo con una collega, quattro parole al volo, siamo talmente in tanti che non è facile legare con tutti anche perché gli ambiti professionali nei quali ciascuno di noi si muove sono così diversi che ci si vede tutto sommato molto poco. Ecco, vado a simpatie, questione di sguardi che con alcuni sono di maggiore intesa con altri meno, diciamo che con lei quel certo clic è scattato, almeno per me. Mi chiedeva come andava, dicevo bene, si dimostrava contenta, pensava che quello spazio lavorativo fosse perfetto per me come per lei del resto. Ho annuito senza capire davvero dove volesse andare a parare e lei, forse capendo i miei dubbi, ha aggiunto che era cicciona, il mondo del lavoro non è per i ciccioni ha concluso. Chiara, ferma e per niente ironica. Ma il mio sguardo deve essere rimasto interrogativo perché lei ha continuato ribadendo difficoltà oggettive e tutt’altro che banali che non riguardavano solo la pur importante ricerca di lavoro. Mi ha spalancato gli occhi anche su orizzonti nuovi legati alla vita di tutti i giorni parlando di camerini di negozi troppo piccoli per entrare, sedie di bar e ristoranti troppo strette per accomodarsi, poltroncine di teatri, cinema e palasport con braccioli troppo alti per sedersi. Cicciona s’è definita la mia collega, senza nessun sarcasmo, con la lucidità di chi sa che se le parole esistono vanno usate. A me, che vengono i brividi quando sento parlare di disabilità come tutte le volte che devo fare i conti con quelle due fottute parole che corrispondono a sclerosi multipla, la sua schiettezza ha impressionato. Anche perché ho pensato che parlando di lei mai l’avrei definita tale, certo vedevo da sola che non era magra ma il punto è proprio questo: era importante definirla in qualche modo? Come cicciona poi? No. Per onestà? Buon senso? Educazione? O per incapacità a essere del tutto sincera. Proprio come faccio con me stessa del resto, pur riconoscendo che finché ho taciuto è stata più dura. Ma se la mia testa dura è abbastanza difficile da scalfirsi so almeno che da oggi quando entrerò in un locale, un bar, un ristorante, un cinema non guarderò solo la qualità prestata all’accessibilità ma anche altro, perché se è vero che ci sono le parole e vanno usate è pur vero che esistono anche tante necessità da non ignorare.

Lo so io il perché di questa lacrima

Ho firmato il nuovo contratto di lavoro. Rinnovato. Trasformato in tempo indeterminato. So molto bene per esperienze pregresse che può voler dire nulla, se salta la baracca salto io con lei. Ma questa firma mi dà tranquillità, ne ho bisogno, mi serve per un numero imprecisato di ragioni. L’anno scorso a questo periodo ero tirata e irrequieta, dopo un’estate che mi ero concessa per allontanare pensieri troppo pesanti per essere affrontati tutti insieme – il licenziamento prepotente e in totale malafede subìto, i soldi che mi stavano rubando senza vergogna, corse a destra e sinistra tra avvocati e inutili sindacati, la sm messa pericolosamente in seconda linea rispetto a tutto il resto – a settembre c’era da fare i conti con la realtà che coincideva con la voglia estrema di avere un lavoro, necessario più dell’aria, più dei soldi, più della salute stessa che solo da un nuovo impegno avrebbe potuto trarre giovamento. E così è cominciata la vera ricerca, un po’ a caso, con curricula inviati a mazzi e senza un senso preciso, facendo piuttosto leva sulla speranza di quel valore aggiunto che potevo vantare rispetto ad altri: l’iscrizione alle “categorie protette” elemento che fa saltare sulla sedia molti responsabili delle risorse umane per il vantaggio economico che rappresenta per un’azienda. Eppure un anno fa mi sembrava davvero troppo anche solo immagine che di lì a pochi mesi non solo avrei trovato lavoro ma che oggi avrei addirittura firmato un contratto a tempo indeterminato. Che lo ripeto può voler dire niente ma a me dà più pace, quella di cui ho necessità, fasciata come sono di ansie e preoccupazioni oltre ogni limite di ragionevolezza. Quello di cui ho bisogno io è successo, e se mi scappa una lacrima capitemi tutti.

Il morbillo e la cazzate tra di noi

Che amarezza mi ripeto. Rabbia? E chi lo sa, non mi do tempo per pensare, il rischio sarebbe stare davvero male e non me lo posso permettere. Sono cresciuta con un punto di riferimento fermo, una maniglia a cui appoggiarmi, una mano da tendere sempre nella stessa direzione a cui chiedere e a cui dare nella piena certezza che una fiducia di quel tipo non fosse mal spesa. Perché quando certe amicizie nascono e sei molto giovane e senti tutta la loro sincerità attaccarsi sulla pelle, sono roba tua, e se gli anni che passano non ti smentiscono sei fiera del bottino portato a casa, con coraggio, con fatica, con impegno ma soprattutto con gioia. Anche perché ti fanno imparare cosa cerchi nell’amicizia e che c’è spazio anche per altre persone, nessuno si senta escluso, tu sai cosa vuoi, niente di meno del massimo che sei pronta a cercare, a pretendere e a dare, a questo sei abituata, ne conosci il valore e ben venga tutto quello che viene in più, è quello che vuoi del resto. Ma resta certo che quel primo rapporto ti ha insegnato il meglio che hai nella tua vita e lo vuoi proteggere con cura, malgrado il tempo che passa, i cambiamenti, gli incontri nuovi, gli sgarbi che la vita non ha risparmiato. È con quell’intimo punto di riferimento che come regola si discute tutto prima, poi arrivano gli altri, che ci sono, eccome se ci sono, ma noi siamo un’altra cosa e ve lo ripetete sempre, e nessuno sia geloso, siamo sono state brave, brave e fortunate a incontrarci, non può che essere speciale il nostro rapporto. Fino a che qualche cosa cambia, poco alla volta, senza saperlo e senza volerlo, credo, fino ad un limite che non è più trascurabile perché poco alla volta le strade hanno preso direzioni diverse, più lontane, sempre più lontane, e certe cose da dire in modo naturale non lo sono più, senza una lite, senza un ragione, così. E ti senti ferma al palo, e non vuoi dare colpe, saranno anche tue, non lo sai, è entrato in gioco dell’altro, quando di preciso, in che modo maledizione e perché soprattutto non ha risposta. Hai altre amicizie costruite negli anni e nei sei felice, ma tra i tuoi pensieri si fa spesso largo l’immagine di quelle crepe che si sono inghiottite troppe cose, i mai detti, le mancate parole al tempo giusto, i come stai negati quando era necessario dirli e non è semplice pensare che va bene così. No che non va bene così, ma di parlarne non ne hai voglia tanto lo sai che dopo tanti anni il capitolo si è chiuso con una pagina un po’ pesante da voltare.

Carolina e le altre

Ho una passione per la spesa, sempre nello stesso posto di cui conosco ogni segreto, spazi e corridoi per portare a casa quello che mi serve in tempi abbastanza veloci senza dimenticare nulla. E ancora di più mi piace il catalogo dei premi destinati ai clienti più fedeli. È così ovunque, ti registri per ottenere uno sconto al momento di pagare, spesa dopo spesa accumuli punteggio che viene di volta in volta aggiornato sullo scontrino e quando vuoi passi all’incasso scegliendo il regalo che preferisci. Passo oltre sul fatto che così loro hanno tutti i tuoi dati e sanno cosa, quanto e quando consumi perché a me interessa lo stesso il catalogo e lo studio nel dettaglio. Del resto è facile fare affari con questo sistema perché investendo il punteggio ottenuto in sei mesi di spesa e aggiungendo solo 4,00 euro puoi riscuotere un set composto da due coltelli, due forchette e due cucchiai, ché se ti arrivano ospiti in più a cena non sfiguri, per quattro bicchieri oltre al tuo punteggio servono 6,00 euro, si sa che la sete è più difficile da arginare. È con questo meccanismo che io negli anni ho ceduto spazio all’idiozia accumulando tappetini sui quali sono regolarmente inciampata, copertine da divano troppo corte per rendere davvero indimenticabili certi pomeriggi invernali e scatole per alimenti di ogni forma, misura e colore che come ruolo principale hanno quello di cadermi addosso quando apro la dispensa. E poi arriva quest’anno e i premi sono sempre gli stessi, e il mio punteggio non è poi tanto alto, e gli euro da aggiungere sono aumentati, e io sono sempre più taccagna, e quando sto mollando l’osso l’occhio si posa lì, e coi punti ci sto e senza aggiungere un nichelino: abbonamento per due mesi ad un giornale di gossip. Ci penso su, io che la smeno tanto con le belle lettere mica posso svendermi così, però è estate, sono poche paginette da sfogliare in velocità, niente che possa intorbidirmi il cervello in fondo e lo faccio. Il mio nome associato all’abbonamento di un giornale di gossip. Ma ancora peggio, un giornale che ogni settimana occhieggia nella mia cassetta della posta in evidenza a tutto il vicinato. Persa la faccia. Risultato finale? Ripetere per un’intera estate che questi tempi non sono tempi ché ai miei il gossip era un’altra cosa e che senza le sorelle di Monaco e le cognate Windors, quelle originali, la bionda e la rossa, non c’è nessuna ragione per parlare di pettegolezzo. Grande sintomo di vecchiaia questo, il prossimo anno sceglierò i bicchieri.

Oltre il Papeete c’è di più

Sere fa sono andata ad ascoltare Massimo Cacciari, era qui, al paesello, presentava il suo ultimo libro e non potevo certo mancare. Mica per niente ma solo per il fatto che con lui io sono sempre d’accordo e poi perché mentre parla mi offre gli strumenti necessari per conoscere temi che fino a quel momento ignoravo offrendomi meccanismi capaci di rafforzare le assi del mio pensiero. Non si tratta di condizionamento o di dipendenza dal suo per me innegabile fascino, niente di più sbagliato, Cacciari è Cacciari, punto e a capo. Quindi l’altra sera sono andata, era ospite di una di quelle rassegne letterarie che d’estate si organizzano un po’ su tutte le piazze d’Italia, e mentre mi accomodavo in platea, abbastanza vicina per non essere disturbata e sufficientemente lontana perché Cacciari si accorgesse che non avevo il suo nuovo libro in mano e che quindi ero lì ma completamente impreparata, mi chiedevo quale fosse lo stato d’animo della conduttrice della serata che intravedevo dietro le quinte. Non era Lilli Gruber eppure non sembrava terrorizzata. Coraggiosa? Superba? Ingenua? Tutte e tre le cose forse. Ma ci ha pensato il professore che, salito sul palco, ha preso in mano il microfono e ha salvato tutti, lei e noi, ha parlato solo lui, del suo nuovo Saggio sull’Umanesimo che rovescia schemi noti, apre orizzonti inediti e offre risposte a quesiti mai fatti. A scuola l’Umanesimo ci veniva presentato come il movimento letterario che metteva al centro della riflessione l’uomo, Cacciari, invece, ne dà un’altra lettura, è l’uomo che da solo si mette al centro del pensiero, coprendo spazi oscuri, aggiungendo i guizzi della sua genialità su ambiti bui per illuminarli del bello che rassicura lo spirito. Ovvero l’opera d’arte. Quel dettaglio su cui posare gli occhi e che fa dire ce la si può fare, la melma che sembra sovrastarci è destinata a passare finché l’arte esiste. Non ha mai parlato di politica Cacciari, ha glissato con sapere ogni domanda sul tema, ma ha detto, eccome se ha detto.