Ieri mi sono connessa a Rai Play, cercavo una cosa che mi ero persa e che volevo recuperare. Entrando nella home ho visto le proposte e i consigli offerti, gran parte di questi compongono una rosa completa della migliore tv del passato, quella con cui sono cresciuta o di cui ho comunque sentito parlare come caposaldo dello spettacolo di casa nostra. E tra questi c’è Indietro Tutta, Arbore e Frassica & co, quella pagina di televisione che ha fatto molto più che storia. Credo si fosse nel 1987 o 1988 giù di lì, ero una ragazzina, al Ginnasio, ne parlavano tutti davvero tanto perché in un botto il linguaggio della comunicazione era stato travolto da ragazze coccodè, dalla vita che era tutta un quiz, dal cacao Meraviliao, dal telecomando riconosciuto scettro del potere per chi lo aveva in mano. So per certo di non aver mai visto una puntata intera di Indietro Tutta e sicuramente non in diretta, andava in onda troppo tardi la sera e io vado a letto presto invece, da sempre. Però anche senza guardarlo tutti ne eravamo sedotti: le sigle venivano trasmesse per radio continuamente e quel cacao, proprio quel cacao che non esisteva, era tra i più richiesti in ogni negozio. Io di Indietro Tutta ho comunque un ricordo diverso e tutto mio associato a due compagni di classe che non potevano rappresentare niente di più diverso l’uno dall’altro. Enrico, capelli lunghi, sguardo robusto, eloquenza scorrevole come i migliori uomini della sinistra italiana di quegli anni, come il suo omonimo a cui chiaramente ispirava il suo pensiero. Ogni giorno entrava in classe sbattendo sul banco una copia de Il Manifesto. Pier Filippo, perfetto esponente dell’alta borghesia cittadina, tutte le mattine camicia Oxford perfettamente stirata, eleganza innata e dichiarata educazione politica collocata a destra. Quando morì Almirante conservò dentro il portafoglio l’articolo che Montanelli gli aveva dedicato per celebrarne il peso istituzionale. Era nota la loro reciproca antipatia, ma, lontani di quasi un decennio dalle più feroci lotte politiche conosciute nel nostro Paese, si limitavano a ignorarsi, niente avevano in comune, niente volevano condividere. Fino a quando una mattina cominciano a ridacchiare tra loro, uno dice una cosa, l’altro risponde a tono. Il giorno dopo lo stesso, uno scambio di battute veloci, niente di più, ma la risata è più convinta e non proprio sotto il banco. Fino a quando cominciano ad aspettarsi prima di entrare in classe, addirittura davanti alla scalinata del liceo, non si deve perdere tempo, ce n’è da dire e da ridere soprattutto. Per me Indietro Tutta è questo, la storia di un’amicizia nata senza porre condizioni e poi è la memoria di Pippo come lo chiamavano tutti noi a scuola, meno borghesi, meno ingessati, più popolani e allo stesso modo addolorati quando purtroppo morì.
Autore: Quella che prova a farcela
La paura e una carezza
Quando ho cominciato il nuovo lavoro, ormai più di un anno fa, mi ero ripromessa di non creare legami troppo stretti con i colleghi, cordialità certo che sì, gentilezze e cortesie, ma bandite amicizie, intimità, confidenze che andassero oltre il dovuto. Il passato ti insegni, mi ripetevo, quello che è successo ti ha ferita e tanto, ti sia di lezione, mantieni le distanze, rispetta gli spazi degli altri e soprattutto i tuoi. Arrivavo da un periodo pesante, quello del licenziamento, affrontato con tutta la forza a mia disposizione tentando comunque di lasciar passare ogni tormento senza rifletterci troppo sopra, il rischio era quello di colare a picco come un qualunque Titanic contro un iceberg. Ma le ammaccature quelle sì che le vedevo, lividi viola che non sfioravo per misera difesa dal dolore, ma, accidenti a loro, quanto erano evidenti. E non era solo il licenziamento ad accoltellarmi – anche se quei modi e quei tempi erano tutti da discutere -, erano i rapporti umani caduti in frantumi senza spiegazioni a graffiarmi di più. Di quei quindici anni di vita sono rimaste tracce importanti, questo sì, che anzi oggi appaiono rafforzate perché oltre ad aver condiviso la tragica discesa, la fatica di una lenta risalita e poi di un nuovo ritrovato equilibrio, ora vivono insieme un presente libero dai legacci del lavoro comune scoprendo che questo fa bene, almeno alla loro amicizia. Però mi manca anche il resto, perché di quegli anni rimpiango il tanto che avrei voluto conservare, tutti i rapporti umani con gli altri colleghi costruiti con impegno: gli scambi di segreti, le risate, il cameratismo e perfino le liti furenti con le successive riappacificazioni. Tutto passato. Chi lo sa perché poi. Ecco perché quando mi sono seduta alla nuova scrivania l’accordo con me stessa è stato di stare in disparte rispetto a tutti i meccanismi umani del nuovo ufficio, di lavorare senza stringere rapporti troppo stetti con i colleghi oltre a quelle chiacchiere che ti fanno essere nulla più che educata. Certo nei primi mesi è stato più facile poi a mano a mano che il tempo passava qualche risata in più è scivolata, due parole da scambiare sono nate, quel buon vivere, insomma, che alleggerisce anche il lavoro. Ieri sera ho ricevuto un wapp da uno dei tre o quattro colleghi con cui per ragioni di stretto servizio ho scambiato il numero. Mi chiedeva come stavo in queste settimane di forzata quarantena e che non vedeva l’ora di parlare ancora con me perché al lavoro si sente la mia mancanza. Mi ha resa felice. Poi mi sono fermata col telefono in mano e mi è venuto in mente che qualche giorno fa un’altra collega mi aveva scritto dicendomi su per giù le stesse cose. E che la scorsa settimana quando avevo scritto io a uno dei miei capi per chiedere qualche informazione il tono era stato grosso modo lo stesso. Sì è vero è bene proteggersi, le botte sul viso mica si cancellano, ma in fondo non è nemmeno male sentire qualche leggera carezza.
Nel Connecticut o giù di lì
È un tempo pesante questo, inutile tornare sull’argomento per renderlo ancora più pesante, la situazione è questa ed è fin troppo nota la questione, che ci si può fare se non sperare che passi in fretta senza fare ancora più danni? Si tratta di trovare il modo per renderlo più disteso forse. Io ho scelto di buttarmi per l’ennesima volta tra i cari amici che abitano a Stars Hollow nel Connecticut o giù di lì visto che Stars Hollow non esiste. Care amiche che mi prendete in giro per questo sappiate, e lo dico con fierezza, ho deciso di mettermi a guardare ancora una volta Una mamma per amica. Per la quinta volta? La decima? La ventesima? E chi lo sa. Adesso ne ho più bisogno che mai. Io davanti alla tv insieme alle ragazze Gilmore ci sto bene, mi rilasso, mi risposo, allontano i pensieri più cupi, mi sento meglio. Non ho scelto da dove cominciare, sono andata a caso, tanto le puntate le conosco tutte a menadito, quale importanza ha decidere da dove partire se mi piace tutto, ogni momento della serie lo conosco perfettamente e mi fa stare bene allo stesso modo? Quando vedo uno qualsiasi dei personaggi fare qualunque cosa la mia immaginazione vola: Lorelai beve un caffè? ne voglio subito uno anche io; Rory legge un classico russo? lo devo avere in mano immediatamente; è seduta tra i banchi del suo esclusivo e rigorosissimo liceo? mamma mia, quanta voglia di essere la sua compagna di studio; sono tutte e due a cena dai ricchi ed eleganti nonni? è quello il posto dove vorrei essere anche io più diqualunque altro al mondo; mangiano pizza, patatine e schifezze sedute sul divano? è il mio menù preferito, roba nota. Tutto qui? Macché. Il fatto è che Lorelay, Rory e tutta la squadra che si muove a Stars Hollow e immediate vicinanze è brillante, simpatica, raramente stupida e il registro che distingue la sceneggiatura delle puntate è questo, o almeno è quello che ci leggo io. Qui si ride, ci si innamora e poi si litiga e pure molto, si fanno cavolate ai limiti dell’eccesso ma tutte condotte sul filo dell’ironia ma soprattutto prevale il dialogo da cui escono considerazioni lontane mille miglia dalla mediocrità. E anzi spesso sono piene di luce. Nella puntata che ho guardato ieri sera, per esempio, Rory è con Paris, la nemica/amica con la quale ha condiviso tutto il percorso di studio, sono ad un passo dalla laurea all’università di Yale e stanno ricevendo le risposte alle domande per la specializzazione che hanno fatto. Paris ha un carattere che definire spigoloso è un po’ più che un eufemismo e infatti ai tempi della scelta universitaria il suo desiderio di essere ammessa ad Harvard viene bocciato proprio dal suo temperamento severo e instabile malgrado il curriculum scolastico sia all’altezza della fama dell’ateneo. Harvard accetta, invece, la sua richiesta per gla specializzazione in giurisprudenza. Paris la legge, salta sul divano e grida: “Non mi hai voluta quattro anni fa? Oggi sono io che non voglio te.” Strappa la risposta e butta le carte all’aria. Paris, maestra di vita. Le tue parole valgono per tutti, valgono per tutto.
Ruvido e profumato
Ieri sera ero di cattivo umore, in tv passava il solito inutile niente e non avevo nemmeno voglia di leggere. E allora l’ho visto sopra il mio comodino e l’ho preso in mano, un albo di Topolino che avevo comprato la scorsa estate come ammonimento che avevo cercato di darmi dopo una stagione di scarse letture che mi avviliva davvero tanto. Con Topolino volevo darmi coraggio, un modo tutto mio per riaccendere il m personale meccanismo della lettura, la sera, una volta entrata a letto, come d’abitudine. Solo dopo ho capito che la causa delle scarse letture non era la mia inettitudine, è stata sufficiente una visita oculistica, ci vedevo molto meno, sai com’è l’età che passa. Eppure anche ieri sera il pur bel libro che sto leggendo è rimasto lì sopra il comodino, troppi i crucci che mi passavano per la testa. È allora che ho visto quel Topolino abbandonato in un angolo e l’ho preso in mano. E quante risposte mi sono data. Topolino è la mia infanzia, in casa ne giravano parecchi, mio fratello, che è più grande di me, ne aveva diversi e a me ancor prima di aver imparato a leggere piaceva sfogliarli, con quelle pagine che all’epoca avevano una grana ruvida e un profumo che ricordo ancora. Chiedevo a mio fratello di leggermi le storie mentre io guardavo i disegni, non saprò mai se lo facesse davvero o se le inventasse in velocità per assecondare i miei capricci, a me piaceva comunque. Credo però che appena ho cominciato ad andare a scuola in famiglia s’è respirato: mio fratello perché l’ho lasciato in pace, i miei perché mentre ero intenta sopra le pagine di qualunque cosa mi capitasse per mano finalmente smettevo di chiacchierare. Ieri sera leggere Topolino è stata una grande sorpresa, non ricordavo infatti che la costruzione delle sue storie ruotasse attorno a scelte linguistiche così ricche, complesse, articolate e bellissime. Oltre al fiorire dei vari wow, gulp, slurp, sbam che sono la cifra che definisce il linguaggio tipico del fumetto attraverso l’uso dell’onomatopea, ieri sera ho letto ben altro e con estremo piacere. Cosa posso dire infatti di tutti quei sostantivi, aggettivi, modi verbali, costruzioni sintattiche di livello simil letterario che ho trovato? Su Topolino l’intera grammatica italiana si muove con piena convinzione di sé, il temibile congiuntivo su queste pagine non conosce imperfezioni, la consecutio dei tempi verbali poi appare senza sbavature di sorta, non vorrei esagerare ma qui s’è lavato in panni in Arno. Ma c’è ben alto, basti pensare che i malintenzionati tra questi fumetti si chiamano gaglioffi, le ragazze carine come Minnie vengono descritte come amabili e che quel pigro di Paperino è meglio chiamarlo col suo nome, sfaccendato. Perfino la Banda Bassotti deve arrendersi e farsi definire come merita: tre mariuoli e niente di più. Mamma mia che bellezza! Da piccola leggendo Topolino devo aver rotto le scatole a chiunque con i miei continui cosa vuol dire questo, cosa vuol dire quello, tanto che secondo me ad un certo punto pure mio fratello deve aver tentato di strapparmelo dalle mani più di una volta per ricominciare a leggermelo a suo modo. Ma vale di più la seconda ipotesi: io mi sono innamorata proprio con Topolino della bella parola, con questo fumetto dalla pagina ruvida e profumata. E ieri sera pure il malumore m’è un po’ passato.
Tra le pagine chiare e le pagine scure
Non capitava da tempo. Da anni credo. Stamattina ho pianto. Perché la sclerosi multipla è fatta così, si guarda in giro e trova alleati ovunque, finge di non vederli ma invece no, ha uno sguardo lunghissimo e un’intelligenza sottile che si infila dappertutto, vede una debolezza e la porta dalla sua parte. E fu così che come un’infame si è attaccata allo stress delle ultime settimane, a tutti quei lampi di autentica paura respirati, alla seppur minima normalità violata, alle incognite sul domani, ai pericoli e ai rischi, al tanto che non sarà più lo stesso. Carico sopra carico. E con danni conseguenti. La mia dominatrice, sempre pronta, sempre in agguato, soprattutto nei momenti di debolezza, fa capire che comanda lei. Punto e capo. Malgrado io ci metta tutto l’impegno che ho per fingere che vada bene anche così. Ma sono giornate strane e impegnative queste, quelle in cui ti racconti qualche bugia, del tipo che a volte capita di non sentirsi a mille, che a tutti succede di non essere in piena forma, e quindi va bene così, sono momenti no, quindi, se anche la sclerosi multipla allunga un po’ troppo le mani, pazienza. Poi arriva la mattina in cui crolli e ti ritrovi a piangere, perché sei stanca e le lacrime escono, le vorresti fermare ma la fatica è tanta, è troppa e allora le lasci andare. Dura poco e alla fine sei di nuovo in sella, sopra un cavallo imbizzarrito ma tanto non è mai domo, figuriamoci se non lo sai. Tornerà il sereno, è già più o meno tornato, anche se gli assi vincenti li ha in mano tutti lei, lo sai fin troppo bene e da tanti, tantissimi anni, ma a te resta il sorriso e il piacere di fare una risata. Oggi magari no. Ma domani prometto di sì.
Piove, senti come piove, vedi come viene giù
Mi chiedono spesso quale sia il mio libro preferito. Temporeggio sempre prima di dire che non ce l’ho un libro preferito, sono diversi quelli veramente belli che ho letto, come si fa a fare una classifica. Senza voler essere saputella comunque, è una semplice e banale considerazione la mia. Però se ci penso bene ecco che un titolo lo trovo, che forse non corrisponde in assoluto al mio libro preferito ma senz’altro coincide con quello che ha gettato le basi della mia storia di lettrice: I promessi sposi. Me lo ha fatto amare la mia prof. del Ginnasio, che forse a insegnare latino e greco non era proprio una scheggia, ma sul capolavoro di Manzoni si è concentrata a lungo e con passione e, pagina dopo pagina, io con lei. Tra quei capitoli ho scoperto cosa cerco quando leggo, quel qualcosa che va oltre, quel dettaglio che innalza la costruzione narrativa facendola diventare bella pagina. Con Manzoni ho imparato che vuol dire faticare leggendo, tornare indietro nel paragrafo per orientarsi meglio nella comprensione del testo, provare piacere facendosi travolgere dalla bellezza di una struttura sintattica dalla perfezione totale, scoprire il valore estetico di una consecutio ben fatta. Ah, la lingua italiana quanto è bella, li ha lavati lui i panni in Arno, o no? Oggi ho ripreso in mano la mia copia dei tempi del liceo, usata anche all’università credo – l’apparato delle note è di Natalino Sapegno, tanto per dire – e dentro ci sono tutti i miei commenti scritti a matita tanto, ma tanto tempo fa. La loro stupida ingenuità ne è autentica dimostrazione, del resto. L’intenzione di adesso è quella di rileggere i capitoli sulla peste, ci pensavo da settimane, ma ho preso tempo, meglio evitare, mi dicevo, non aggiungiamo paura a paura. Ora però mi sono decisa. Farò questo tuffo nella pagina suprema ma anche nel racconto di un dramma vissuto in modo simile a quello dei nostri giorni che si risolse con un diluvio atteso e implorato che spazzò via tutto pulendo Milano dall’angoscia, dal dolore e dalla morte. Lo stesso che speriamo noi oggi, che sia pioggia, caldo o vai a capire cosa. Anche perché se Renzo e Lucia dopo 600 pagine di casini sono riusciti a sposarsi possibile che non ne veniamo fuori noi?
Addio, venerato maestro
Ieri è morto Alberto Arbasino. Qualche settimana fa aveva compiuto 90 anni, avevo scritto anche qui del suo compleanno, non sapevo fosse malato, ma da tempo non trovavo sui giornali niente con la sua firma e due risposte me le ero date. Saputo della sua morte ho subito pensato che in questi tempi di Coronavirus non avrebbe avuto nemmeno un funerale ufficiale adeguato alla portata intellettuale del suo nome e mi è spiaciuto. Che ingiustizia ho pensato. Ieri sera mi sono riletta una sua intervista di qualche tempo fa in cui ricordava i vecchi amici che non c’erano più, quelli ormai diventati “Delle edizioni complete o degli indirizzi utili ai tassisti”, detto con il sarcasmo di cui era padrone senza rivali. Gli mancava la possibilità di conversare ancora con loro, ricordava, amici come Parise, Testori, Pasolini, Gadda o Calvino e tutti gli altri morti troppo presto e molto prima di lui. “Ce lo dicevamo sempre – ribadiva – quando saremo vecchi litigheremo dicendoci sul muso ogni cosa. Non abbiamo fatto in tempo”. Non leggeva gli scrittori contemporanei, e lo dichiarava senza troppo girarci attorno “Non scorgo illuminazioni” e il discorso lo chiudeva lì. E allora ho pensato: ma Arbasino, avrebbe tollerato un funerale alla presenza di un’intellighènzia come quella di oggi che di certo non stimava? Stamattina ho letto uno dei brillanti tweet di Guia Soncini che mi ha fatto riprendere in mano Fratelli d’Italia, edizione del 93: segnalava alcune pagine che ho riletto e m’è venuto da ridere. Arbasino parla del funerale di uno dei personaggi centrali del romanzo: “C’è molta gente alla messa che alcuni prendono come un cocktail, con molti saluti […] – scrive – e tutti i ragguagli sulle crociere future […] tutti gli chic tendono a stare in fondo per fare del gossip”. E via così, per due facciate, scritte con la sua sorprendente grandezza narrativa, moderna ancora oggi, trent’anni dopo. Eccolo l’ultimo guizzo di acume di Arbasino, morire ai tempi del Coronavirus per essere certo di non avere il funerale. Addio, mio venerato maestro, tua casalinga di Voghera, la stessa che non ha mai fatto nemmeno una gita a Chiasso
Punto stampa
Non credo ci sia nessuno di noi che a partire dalle 18.00 della sera non si colleghi con radio, tv o social per sentire come è andata la giornata sul fronte Coronavirus, quel drammatico bollettino di vincitori e vinti che somiglia al resoconto di una novella Radio Londra e che oggi si chiama Punto Stampa. Politici nazionali e locali, rappresentanti di Protezione civile e Forze dell’ordine che danno il resoconto di queste giornate vissute ai limiti del tollerabile e anche oltre. Seduti su una tribuna ci sono i responsabili dell’Ordine pubblico che forniscono le informazioni ai giornalisti giù in platea pronti a fare domande su domande alcune più pertinenti di altre. Va da sé. In passato ho avuto una piccola esperienza lavorativa presso l’ufficio stampa del Comune dove vivo, molto interessante devo dire, per le cose che ho imparato, per le persone che ho conosciuto – fra tutte un’amica speciale – per quello che ho fatto in tempi in cui la comunicazione era ancora in divenire e l’improvvisazione sul tema era un fattore decisivo, bastava portare a casa il risultato, finire sulla stampa, come si voleva, quando si voleva e nei modi in cui si voleva. Punto di forza di quel mondo era la conferenza stampa: era sufficiente una notizia con un po’ più vigore delle altre e partiva l’invito a firma del sindaco e i giornalisti correvano a frotte e per gli addetti stampa il gioco era presto fatto. Risulta fin troppo chiaro però che un piccolo comune di provincia, per quanto “a vocazione turistica” come ama dire di sé il mio, non produca un numero così alto di notizie forti da giustificare gli spostamenti della stampa. Ben presto poi tutto il sistema è cambiato, i tempi si sono evoluti e quello che fino ad un certo punto è stato l’elemento più alto della comunicazione poco alla volta si è sgonfiato sostituito da altro. Ma le cose non sempre sono facili da capire in tempo e quindi in modo ingenuo e inesperto da me s’è continuato a organizzare conferenze stampa anche oltre il tempo scaduto. Quando ce n’era una da organizzarne mi sentivo male, gli inviti avevano temi sempre più deboli e le riposte di quegli stessi giornalisti che prima correvano si facevano sempre più scarse, e così i loro posti rimanevano tristemente vuoti. Io ci provavo con molta fierezza preparando inviti ufficiali il più possibile suadenti e quindi falsi e poi nei giorni precedenti cominciavo con un giro supplichevole di telefonate per assicurarmi qualche presenza almeno. Ma niente. Bei tempi, bei tempi davvero, quando le conferenze stampa erano poco più che niente, quando le notizie da dare non avevano alcun peso.
Monito contro la mia di paura
Oggi ho sentito un’amica bergamasca che vive poco distante da dove abito io, la sua famiglia sta però ancora a Bergamo, per giorni le ho fatto domande solo generiche, non volevo intralciare con le sue più che prevedibili preoccupazioni, sono fatta così. Ma la discrezione vale solo fino a un certo limite e quindi oggi sono stata più diretta con le domande. Un disastro, mi ha risposto, tutti i giorni sento della morte di qualcuno che conosco, amici di lunga data, cugini, madri e padri di gente con cui sono cresciuta e poi la preoccupazione per mio papà, per mia sorella, per il resto della mia famiglia cresce di giorno in giorno e mi toglie il sonno da settimane. I bergamaschi, ha continuato, sono gente dura, come il marmo, e adesso li sento piangere, disperati, senza possibilità di trovare risorse per farcela. Mi sono sentita meschina a lamentarmi, mi fa davvero paura tutto questo e so bene che un’area del Paese realmente sicura non c’è, ma è certo che ora come ora quelle al momento più bastonate dalla violenza di questo virus meritano più riguardo. Capiterà lo stesso anche qui dove sto io? È anche probabile purtroppo, attorno a me si registrano episodi su episodi ed è per questo che io sono chiusa in casa da una settimana e chissà per quanto altro tempo ancora. Devo migliorare il mio umore lo stesso, mettendo all’angolo la malinconia che provo, ricordando pure che quella simpaticona che mi governa approfitta alla grande di ogni mio pensiero negativo per alzare la testa e fare danni, e che la noia da cui mi sto facendo accerchiare, sa il cielo quanto è stupida. E allora prometto che farò di tutto per combattere ogni cosa: malumore, malinconia e noia, ovvero i caratteri fondanti della mia personalità ingarbugliata. Sarà dura lo so, ma si comincia da oggi. Punto primo: si legge, e quel libro, fra l’altro bello, che mi porto appresso da una stanza all’altra e che appoggio in ogni dove ma che fatico ad aprire, va terminato tempo due giorni e poi si comincia con un altro, che tanto ne ho. Punto due: la mia libreria, va messa in ordine, è un casino, ogni sera vado letto, la guardo, e mi dico domani lo farò, ecco bisogna ricordarsene la mattina non a fine giornata. Punto tre: quel Topolino comprato alla fine dell’estate non l’ho ancora finito, eppure ci avevo trovato un sacco di spunti, anche belli da raccontare, pure qui. Punto quattro: ecco appunto, questo spazio, la mia zona d’aria, quella che mi permette di scrivere ciò che scelgo io e che mi diverte un sacco e che mi fa stare bene, va seguito con maggiore attenzione, il tempo adesso non mi manca. Punto cinque: The Crown, un’amica mi ha fatto scoprire che mi ero persa la terza serie, recuperare, recuperare subito, e con continuità e non come la solita cialtrona che sono. Punto sesto: due esercizietti di ginnastica che posso fare e che conosco vanno messi in campo, ecchecavolo, muovi quel culo che ti fa solo bene. Punto settimo: innaffiare la vita di paura non mi fa bene, e nemmeno alla mia salute già sbilenca di suo, stare a casa ma riempire le mie giornate ecco cosa devo fare.
Generazione di fenomeni, come mai?
“Tu stai bene dove stai, ho già parlato di te all’Azienda Sanitaria, sei un soggetto a rischio, qui ci sono troppe persone che girano, non abbiamo nessun caso positivo, tranquilla, ma su di te un eventuale contagio avrebbe un effetto devastante, e lo sai. È a casa che devi stare, finché passa. E passa e ti aspetto”. Stamattina ho chiamato al lavoro, volevo sapere qualcosa sui tempi previsti per il mio rientro, di quando e di come, ma la mia direttrice, con infinito calore, mi ha fermata, qui dove sono, a forma di tutela. Io, che vorrei tornare domani al lavoro perché vorrebbe dire che tutto questo incubo è finito, io che vorrei fosse domani perché significherebbe rimettere in moto la mia normalità, ho ascoltato in silenzio, grata. Come direttrice poteva non prenderla questa decisione e invece senza doverle chiedere molto lei ha fatto i conti con tutto il carico che indosso e ha scelto di proteggermi. E ora restano domande imponenti. Chi lo avrebbe mai potuto prevedere che ci sarebbe venuto incontro questo colosso di dolore e morte? A una generazione come la mia poi, svagata e mediocre, che come pensiero principale ha sempre messo prima se stessa, cresciuta senza battaglie da fare perché tutto avevano già fatto i nostri padri e le nostre madri, lavoratori indefessi, forse deboli nella profusione fisica dei sentimenti perché concentrati a garantire soprattutto solidità ai figli, noi. Adesso che tutto è cambiato eccoci qui, a chiedere perché, a sentire il brivido della fine, a veder morire proprio quegli anziani che hanno costruito il mondo in cui viviamo, nel modo in cui lo viviamo, almeno fino a un mese fa. E che dire di me allora che adesso sono accoccolata sotto l’ala di protezione spinosa e pesante offerta dalla sclerosi multipla, la mia peggior nemica, quella che mi rende fragile ma che pur mi permette di stare a casa dal lavoro senza correre più rischi del dovuto. Una contraddizione epocale come lo è tutta questa situazione illogica, sconclusionata e sconnessa. E tanto, troppo spaventosa, per quello che è e per quello che sarà.