Ieri Alberto Arbasino ha compiuto 90 anni. È su un capitolo della terza riscrittura del suo romanzo più importante che ho preparato la mia tesi di laurea. Mio Dio, che lavoro infame ho fatto, non glielo farei leggere nemmeno se mi garantisse la soluzione del mio sogno più alto. Magari uno sì, ma questo è un altro discorso. Avevo comprato, pure un po’ a caso, un suo romanzo, conoscevo il suo nome come uno dei più celebrati della letteratura italiana, pubblicava per Adelphi e ai tempi dell’università ero ancora più snob di adesso e questo mi era bastato per l’acquisto. Mi sono messa a leggere e mi sono divertita, perché non avevo mai letto niente di simile, per la definizione dei personaggi, l’uso della lingua, l’ironia del testo, il racconto dissacrante, un gioco letterario dove il nuovo entrava in modo prepotente. Poche settimane dopo avevo appuntamento con il docente che volevo, intensamente volevo, come relatore alla mia tesi di laurea: letteratura contemporanea, che in quel periodo era il Novecento, tanto per sottolineare il tempo passato. Entrai e mi disse no, ho troppi laureandi da seguire a meno che lei non abbia qualcosa capace di sorprendermi, dissi Arbasino, in un modo un po’ troppo avventuroso lo ammetto, mi rispose va bene la accetto. E cominciò una lunga faticosa battaglia durante la quale non mancarono le sorprese, l’ansia di non farcela, ma anche il divertimento per tutto quello che ho imparato dentro una bibliografia ricchissima e molto, ma molto, intelligente. Meno male che all’università ero snob e avventurosa.
Autore: Quella che prova a farcela
Grazie, Giampaolo
Con la morte di Pansa ne va un altro pezzo della mia giovinezza. Perché quando io diventavo grande finivano gli anni Ottanta con tutto quel bagaglio di eventi che Pansa raccontava con una penna arguta e intelligente che sembrava mettesse in moto proprio per una generazione, la mia, che cresceva tra echi fortissimi tutti da dover conoscere. Si stavano chiudendo le pagine di un terrorismo sia rosso che nero che avevano messo in ginocchio un Paese intero, ora c’era un’Italia che senza il tempo di respirare si trovava in preda alla confusione totale dopo decenni di politica ferma sugli stessi luoghi e dalle stesse persone ora faceva i conti con altro, del tutto nuovo, del tutto imprevisto, e poi c’era un’Europa che un giorno di novembre si svegliava diversa tra domande che cercavano risposte per difendersi da paure sempre presenti. Il suo giornalismo ha contribuito a formare la mia coscienza civica come pochi altri, leggere ogni settimana il suo Bestiario era una pillola di sapere che non potevo perdere, i suoi libri sulle BR hanno risposto a molte domande che mi facevo, le sue battute al fulmicotone mi hanno sempre fatta sorridere ma soprattutto pensare. Un pezzo di bel giornalismo se n’è andato e la cosa ancora più grave è che in Italia non vedo in giro grandi pezzi da novanta minimamente in grado di essergli messi a paragone. Grazie di tutto, Giampaolo Pansa.
Leggere è un vizio che si impara
Ho appena terminato di rimettere a posto una decina di libri che avevo prestato tempo fa e che mi è stata restituita in questi giorni. Oggi, anche se ancora malaticcia, mi sono messa all’opera e mentre la posizionavo nel punto corretto della mia libreria, che segue un ordine preciso che mi permette di trovare tutto al volo quando cerco qualcosa, mi sono ripetuta che mai più avrei prestato un libro, ma proprio mai più. Perché mi sono trovata tra le mani titoli che dimenticavo perfino di aver avuto, li ho sfogliati per riprendere le fila del loro contenuto e mi sono accorta che era pure inutile farlo, ricordavo solo che tal autore, rispetto ad altri mi era rimasto nel cuore ma che senza una vera traccia nella mente avrei pure rischiato di perderlo. Quindi ho deciso di seguire il consiglio di una cara amica con cui condivido la passione per la lettura: firmare tutti i miei libri per definirne in modo netto la proprietà, mia e solo mia; preparare un registro se proprio non so dire no alle richieste nel quale annotare le uscite con data precisa e passato un tempo ragionevole reclamarne il rientro; mai e poi mai prestare i libri più amati, quelli su cui è rimasto attaccato un pezzo del mio cuore o della mia mente ché riprenderli in mano con frequenza fa sempre bene. Perché stamattina riportando l’ordine nella mia libreria, seguendo la personale architettura che negli anni ho costruito, questo ho scoperto, leggo abbastanza – anche se meno di quanto vorrei, va tristemente detto – ma riconosco solo il valore che ogni libro mi ha scritto addosso, non la storia, nemmeno il nome dei personaggi e vagamente la trama. So solo dirmi se mi è piaciuto o non mi è piaciuto, se la mia personale classifica lo include tra i capolavori o solo tra i sufficienti, se lo ha inserito tra sopravalutati dalla critica o meno, ma solo secondo i miei di parametri, e solo secondo loro. Basta per definirmi una buona lettrice quale mi sono sempre ritenuta se poi non ricordo altro del libro che ho letto? Mi sa che non è poi così grave prestare i miei libri, in fondo quando ritornano serve anche per riconoscere di non essere questo fulmine di guerra e che gli esami di coscienza sono sempre molto, ma molto, utili. A patto che i miei libri ritornino però.
Chissà che sarai
Naso che cola. Gola in fiamme. Starnuti a ripetizione. Tosse stizzosa. E Sua Maestà che si fa largo, ne approfitta, sorride con il solito ghigno fastidioso, di chi comanda anche solo con un potente raffreddore che io devo solo subire, come sempre, ma stavolta mi girano davvero le palle. Sono arrabbiata e tanto, ma proprio tanto perché mi accorgo che qualcosa forse sta cambiando dentro me, e non so se è bene o se è male. Mi sono spostata dall’angolo in cui mi ero messa, quello della debolezza, quello dell’arrendevolezza, quello dell’accettazione, quello che mi portava solo a dire: è così, questo è capitato, era meglio altro ma è questo che succede che vuoi farci. E per vent’anni la testa è rimasta bassa, senza troppe pretese come se fosse giusto tutto quello che succedeva o non succedeva, quello che passava e non si fermava, che diritti potevo avanzare del resto? Ma quanto ci ho messo di mio in questa mancanza di coraggio, quanto ho aggiunto nelle decisioni prese e soprattutto non prese? So di essermi lamentata pochissimo, direi per niente, e mi va bene così, ma è sufficiente per dire che mi sono aiutata o ho solo permesso alla sm di farsi spazio ancora di più di quanto avrebbe fatto? E ora sono confusa, lei mi ha punita tantissimo perché questo solo questo le riesce di fare bene e io l’ho usata senza respingerla mai, senza dirle nemmeno una volta ti odio o che la mia vita è un casino proprio perché ci sei tu Ho preferito chiudermi dentro una botola senza vie di fuga perché mi ha sempre fatto comodo. Se non scegli mica puoi sbagliare. Voglio davvero uscirne? Mi conosco abbastanza per dire che nascosti lì dentro ci si sta bene. Passato il raffreddore mi ci rimetterò di nuovo dentro? Ho abbastanza coraggio per prendere una decisione diversa? O questa rabbia mi volerà via presto? Ma un cavolo di via di fuga deve pur esserci, la sm sta vincendo a mani basse, è lurida e maledetta, è capitata nel mio destino e ora mi scende una lacrima, la prima forse, di certo una delle poche. E forse è un bene,
Con un poco di zucchero
Il giorno dell’Epifania ero al lavoro. Capirai la novità, le ho lavorate tutte le Festività, mi sono risparmiata solo il Capodanno, che era anche il giorno del mio compleanno se è per questo, ma è stato un caso puro e semplice. Be’ insomma all’Epifania ero lì, me ne stavo dietro al computer e vedo entrare sorridente uno dei miei colleghi, compagno di lavoro con il quale ci alterniamo per i vari turni, che in velocità poggia sulla scrivania una scatola a forma di calza, è per te, mi dice, sei la mia befana preferita. Lo guardo sorpresa, al Sud l’Epifania è una festa molto sentita, continua, e tu sei accogliente come noi napoletani. Ho aperto la scatola colorata e dentro c’era il bendiddio: cioccolata, al latte, bianca, fondente – la mia preferita – croccante, biscotti, caramelle morbide e dure, marshmallow rosa e bianchi e poi non finisce certo qui. Un patrimonio di dolcezza che senza aiuto finirò non prima della prossima Epifania, ma non ho avuto cuore per dirgli che i dolci li mangio molto poco, sono donna da salato io. E chi se ne frega aggiungo, questo giovane poco più che ventenne mi ha resa felice, il suo gesto mi ha fatta sentire speciale, anche perché è dichiaratamente gay e conosco pure il suo compagno, non mi sta certamente facendo la corte, non ha interessi. Si è mosso di suo, senza nemmeno immaginare che quella valanga di cioccolato, che quasi sicuramente non mangerò tutta, ha addolcito quel certo pensiero malinconico che mi gira per la testa in questi giorni.
Un oculista per amico
Svelato l’arcano. Dei pochi libri letti ultimamente, delle scarse righe scritte negli ultimi mesi, dello zero interesse per quotidiani e riviste di questo periodo. Sono andata finalmente dal mio oculista di grande fiducia ed è uscita la verità: ci vedo di meno e devo potenziare le lenti dei miei occhiali. Finita qui. Abbiamo fatto una bella visita che ha sgomberato il campo da ogni dubbio, perché a suo tempo la grande sfida della mia vita partì proprio da un occhio malconcio che lanciava presagi sul futuro. Ora invece devo solo andare da un ottico, nuovi occhiali, nuove lenti e nuova vita di lettura di cui ho enorme bisogno. Anche perché tra Natale e compleanno ho ricevuto un serbatoio di libri dentro il quale non vedo l’ora di tuffarmi. Siccome mi piace leggere a letto il mio oculista mi ha consigliato anche un occhiale con lenti specifiche per distendermi sotto le coperte con in mano il mio libro preferito senza dover prendere posizioni scomode e fastidiose. E questa pratica l’ho conclusa. Poi per la vita di tutti i giorni ci sarà quello con lente doppia, quella progressiva, per leggere e vedere anche da lontano, perché sono diventata vecchia, ma già lo sapevo. E pure questa è una pratica conclusa. E poi mi servirebbe anche un occhiale con lente fotocromatica per stare al sole, ma qui sono indecisa e poco convinta. Ci voglio pensare. Ma dalla visita di ieri sono uscite una serie di belle cosette. La prima, il mio occhio malconcio, quello da cui si è scoperto che la sm aveva gettato le basi dentro me e che avrebbe fatto i danni che stronzissima lei ha poi fatto, sta bene, o comunque è sempre lì, con le sue ferite che però al momento non sanguinano. La seconda, sono libera da alibi di sorta, ora ci vedo meglio e posso leggere di nuovo in quantità, senza faticare sopra le pagine e questo è un personalissimo motivo di grande felicità. La terza, il mio oculista di fiducia, quello che vent’anni fa mi prese per mano accompagnandomi con professionalità e dolcezza a scoprire quello che stava succedendo cercando però di raccontarmelo con i toni caldi di un vero amico, resta sempre un gran figo.
Accidenti ai miei occhi chiusi
Non sono fotogenica. Il risultato è che nelle foto vengo fuori sempre con gli occhietti chiusi, con quell’espressione per nulla vivace che mi fa somigliare a una tonta. Comincio a sorridere troppo presto forse e al momento dello scatto la mia palpebra si è già chiusa, certo è che mentre gli altri vengono fuori tutti belli, sorridenti al punto giusto e in posa perfetta, io no. Quindi, cari amici che eravate con me l’altra sera, a cui ho chiesto il permesso assicurando che proprio qui avrei messo la foto della nostra rimpatriata, sappiate che quell’immagine resterà ben stretta nei nostri telefoni, qui non la vedrete mai. Rimarrà il ricordo di una bella serata, che prende le mosse da quattro amici che si conoscono da almeno trent’anni a cui nel tempo si sono aggiunte le tracce raccolte negli anni: mariti, compagne, compagni, figlie, figli, quel po’ di tutto che la vita ha distribuito senza chiedere permessi. La scuola è stata il traino portante di questa speciale amicizia, tre compagni di banco che si sono riconosciuti al volo o che magari hanno avuto solo la grande fortuna di dirsi parole giuste al momento giusto, vicine di casa che senza saperlo hanno scoperto di fare la stessa strada per arrivare in classe e proprio lungo il percorso si sono accorte di piacersi. E poi affinità crescenti che anno dopo anno hanno creato relazioni forti di cui andare fieri, perché trent’anni sono tanti, cavolo se sono tanti. E l’altra sera, ancora una volta, come facciamo almeno due volte l’anno in accordo con gli impegni di tutti, eravamo seduti allo stesso tavolo di una pizzeria a raccontarci chi siamo diventati con un occhio sempre ben teso verso quel passato che ci ha fatto conoscere, prendendoci in giro come allora e anzi più di allora perché non abbiamo mai smesso di farlo e questa è la nostra vera potenza.
Downton Abbey welcome your Majesties
10…9…8… buon anno! E dopo pochi minuti buon compleanno!!! E tutti verso di me, perché io compio gli anni l’1 gennaio, la fortunata, e via di baci, abbracci, sempre graditi, ci mancherebbe pure, e ancora telefono che suona, wapp da vendere, perché i migliori si ricordano subito di me, gli altri un po’ meno ma sono impegnati nei loro di festeggiamenti, mi basta che il giorno dopo ci siano, ovvio. Resta il fatto che il conto alla rovescia di Capodanno è da sempre una delle cose che mi fa scendere una tristezza profonda, sono tipa strana lo so, un po’ spigolosa, so anche questo, ma che ci posso fare se San Silvestro mi mette addosso un livello di malinconia moltiplicato all’ennesima potenza? E quindi cerco di scivolarci accanto al Capodanno, passo oltre agli inviti, supero gli ostacoli con una certa destrezza. Forse perché ricordo quando ero ragazza e Capodanno doveva essere una serata epica, preparata per tempo, di quelle ricoperte di aspettative, speranze e sogni. Spesso traditi. Sempre traditi meglio dire. Noi ragazze dovevamo vestici da sera, abiti inutilnente sbrilluccicosi, trucco e parrruco ridicoli e irragionevoli. Un anno, una parrucchiera incapace, senza gusto e senso del ridicolo, mi costruì in testa un carciofo fermato da duemila forcine ed etti di lacca appiccicaticcia che ebbero un ruolo decisivo sull’origine del buco dell’ozono. Poi ci fu quel Capodanno in cui mi ricoprii di un abitino corto, elastico e bruttissimo, nero e pieno di grossi pois color argento da far rabbrividire e soprattutto vergognare. Ma eravamo piccoli e San Silvestro era la notte senza coprifuoco e anche se non ti divertivi – e io non mi sono mai divertita infatti – andava bene lo stesso. Ma vuoi vedere che certe serate infelici dell’adolescenza scrivono il loro segno negativo sul resto della vita di una persona? E allora io, arrivata al 2020, donna e libera da condizionamenti mi faccio piccola ma sorridente davanti agli inviti, grazie mille davvero di volere proprio me, stupita anzi da alcune richieste inattese, proprio da chi non mi aspettavo mi invitasse e anzi insistesse con tanto entusiasmo, dimostrandosi visibilmente deluso dal mio convinto rifiuto. Stasera ho i miei programmi, ho il discorso di Mattarella che quello no che non posso perderlo e poi ho Downton Abbey da guardare, il film, quello che chiude una delle serie tv che più ho amato. A casa dei conti Crawly arrivano sua maestà Giorgio V con Queen Mary, i nonni di Elisabetta, la regina che in mille e piu mille anni di regno ha dovuto sopportare tutte le stupidate della sua disgraziata famiglia. E alla fine che buon anno sia.
Anche questo Natale…
Passata anche questa. Ma diciamolo, fa più paura l’ansia dell’arrivo stesso. Il giorno dopo, Natale è già una memoria fragile, di quelle che ti dici “sembrava un uragano che travolge e invece guarda qui, andato senza fare danni”. E poi da quando non sogno più il Natale perfetto è diventato anche più facile chiudere il bilancio in positivo: sono stati più belli i regali ricevuti – uno in particolare – di quelli fatti e molto più che importanti le persone sentite – una in particolare – di quelle nemmeno cercate. Insomma tutto bene e il 26 dicembre è già una boccata d’aria libera finalmente. Sono pure contenta, e sa il cielo perché, anche se tra pochi giorni compirò gli anni e pensa che gioia posso provare, anche se quello che sta arrivando è il periodo dell’anno in cui le giornate si allungano e in un battibaleno sarà di nuovo primavera e poi subito estate e io non ne ho mai voglia, e anche se la stronza di sm non smette di mordere, io sto bene. E non c’entra niente il Natale che se n’è andato senza fare danni e non è nemmeno vero che non so il perché, lo so fin troppo perché sto bene. Capita quando arrivano parole inattese che già sai rimarranno lì, buone buone e per sempre, da tirare su al momento giusto come una copertina che scalda al bisogno, pronte a venire fuori quando serve per ricordare che niente è stato inutile. Basta che ci sia stato. Per fortuna.
Domani è un altro giorno
Dovevo dire no, come faccio da tempo come con tutti gli altri inviti sul genere, quelli che partono da lontano, sintonizzati come sono sulle corde di un’altra me, quella che ha chiuso ogni contatto con ieri. Ho sempre rifiutato infatti, mi spogliano mi sono sempre detta, oggi sono altra cosa, fragile ma dura e ben fiera di non avere rimpianti né colpe da dare. E poi ho troppo da difendere continuavo: un nuovo prezioso io da mettere al sicuro. Stavolta però ho detto si e ora mi ritrovo squarciata nel profondo, insultandomi per non aver capito nulla, per aver accettato con troppa leggerezza, io che sono la regina del controllo, della misura, e invece ora mi guardo attorno e non mi riconosco più perché dopo troppo tempo ho fatto i conti con una fottuta emozione che mi ha riscoperta un po’ più sola. Ma sarò di nuovo in piedi in velocità come so fare da gran maestra quale sono, lo so, non doveva succedere ma ormai è andata. Che posso farci adesso? Niente. Solo aspettare che passi il prima possibile e cosi sarà lo so bene. Facevo le parole crociate oggi pomeriggio e in tv è passato lo spot di Via col vento, lo fanno la sera di Natale, ho applaudito dalla gioia, è il mio film preferito, mia mamma era seduta accanto a me e mi ha baciata: sei bellissima, mi ha detto, riesci a trovare ogni ragione per essere felice.