Molliamo gli ormeggi, ché si riparte

Lunedì rientro al lavoro. Finalmente. Avevo quasi perso le speranze e non credevo potesse succedere, non con questa relativa rapidità quantomeno, e invece si riparte. L’altro pomeriggio mi avevano chiamata per sottopormi al tampone – e per inciso, quello nasale è parecchio fastidioso – e la direttrice appena mi ha vista mi ha chiesto come la vedevo la possibilità di rientrare, se me la sentivo addirittura, se la vedevo come un’evenienza plausibile. Da sotto la mascherina ho cacciato un sorriso talmente largo che credo sia uscito dai lati, ho annuito con la testa e lei ha ribadito che non voleva forzarmi, ma se io ero d’accordo era del parere che i tempi fossero maturi, ci sono margini di pulizia nella struttura che mi lasciano tranquilla mi ha detto. Lo scorso 23 febbraio quando è arrivata la prima ordinanza regionale che chiudeva i serragli io ero lì, era domenica quando ho aperto quella maledetta prima mail, nello spazio di dieci minuti me la sono trovata davanti, la direttrice, è entrata senza salutare, mi ha fatto stampare tutto, in silenzio abbimo appeso le informative alle pareti, mentre dalla tv si sentivano tutti quei tg in sottofondo, c’erano Codogno e Vo’ Euganeo in prima pagina. Da domani stop ad ogni ingresso mi ha detto. E poi uno alla volta sono arrivati altri colleghi, una piccola riunione al volo per capire le nuove regole, cosa fare, come comportarsi. Fino a che la direttrice mi ha guardata, il tuo sistema immunitario è debole, fragile, stanco, mi ha detto, lo sai vero? E giorno dopo giorno, con il progressivo appesantirsi della situazione, ogni volta che mi passava accanto mi guardava e mi diceva qualcosa di simile ad un concetto che si riassumeva tutto lì, la sclerosi multipla non gioca la tua stessa battaglia ricordatelo. Fino a quando l’ho chiamata io, sto a casa le ho detto, ho paura, per sentirmi dire: finalmente. E ora è lei che mi dice vieni, se te la senti, se pensi sia la cosa giusta per te, noi ti aspettiamo. Sono emozionata come se fosse il mio primo giorno di lavoro in un posto nuovo perché a quanto pare non lo riconoscerò più, tutto è cambiato, tante cose da imparare, meccanismi inediti, pratiche mai viste prima, senza guida diretta e con la paura di fare errori. Perché viste le condizioni quel lavoro, in poco più di un mese di assenza, è diventato altro, quei meccanismi che avevo imparato a gestire con una certa padronanza, spesso inventando quelle vie di fuga che aiutano sempre, ora è diventato qualcosa di differente rispetto a prima, mi hanno già avvisata, questo periodo ha stravolto ogni ordine. E allora dita incrociate, lunedì si riparte.

Ottanta centesimi

Una mattina di due estati fa mi chiama mio fratello: è dentro una libreria – in una di quelle catene senza anima ma tanti sconti – ha raggiunto quota venti euro di spesa che gli dà il diritto alla scelta di un libro compreso in un catalogo fatto da loro, può portarne a casa uno a soli ottanta centesimi. Fai tu mi dice, e comincia ad elencarmi i titoli messi in palio, perlopiù classici che ho già in casa, altro che non mi interessa, e poi una serie di romanzi che so quasi per certo di aver poca voglia di leggere. Mio fratello mi mette fretta, non ho troppo tempo per scegliere quello che mi sembra il meno peggio, e così dico un titolo a caso tra quelli che mi elenca, quello di un romanzo che sono anni che ho scelto di non leggere, per ragioni stupide se vogliamo, ma coi libri è così, o li ami da subito o li metti da parte e basta. Quello che è successo con questo. Conoscevo un tizio anni fa che parlava sempre di questo libro, metteva su una faccia da intellettuale e per la sua diligente sponsorizzazione ripeteva sempre le stesse cose, il dubbio che avesse letto solo questo non mancava. Se c’è una cosa poi che mi annoia è quando mi si raccontano le trame, smetto proprio di ascoltare, annuisco a caso e penso ad altro. E mentre ‘sto tizio parlava e parlava il livello della mia attenzione si inabissava ogni volta che mi capitava di incrociarlo. L’esposizione dettagliata della trama poi, stile interrogazione, non mi interessa per niente, come nascono o finiscono libri, film, o serie tv sono dettagli del tutto secondari per me e nel caso voglia sapere qualcosa in più chiedo, faccio domande specifiche che mi servono a disegnare un’idea, se poi ho voglia di andare oltre lo faccio. Finché si arriva alla telefonata di mio fratello, a una scelta da fare al volo per un affare da ottanta centesimi che non mi va di perdere, sia quel sia mi dico, e scelgo il cavallo di battaglia di quel tizio, Cecità, Saramago. Eccoci poi a queste settimane, vado nello scaffale della mia libreria dove ci sono quei titoli ancora da leggere e lo prendo in mano, chissà perché poi, sono decenni che lo rifiuto, ma mi dico vabbe’ dài, visto che è qui, proviamo. Il primo capitolo. Un brivido freddo lungo la schiena. Il secondo. L’incredulità più pura. E avanti così, pagina dopo pagina. Mi trovo davanti al racconto di una pestilenza improvvisa che colpisce poco alla volta gli uomini e le donne che abitano una cittadina non ben precisata, è la storia un contagio totale e ignoto che procura una strana forma di cecità assoluta. Lo evito da anni questo romanzo, senza ragione, oltre alla seccatura che mi dava quel tizio mai ascoltato, non sapevo di cosa parlasse e mi ritrovo a leggerlo proprio in questi giorni di insopportabile quarantena. Una casualità che fa quasi ridere. Aggiungendo però che, molto al di là della trama, Cecità è un romanzo perfetto, che inserisce un tratteggio di argomentazioni dense dentro una costruzione linguistica tra le migliori mai lette, con un uso della terza persona narrativa che sembra trasformarsi al bisogno in prima persona grazie a una forma di dialogo diretto introdotto solo da virgole e maiuscole, sta al lettore orientarsi nel testo, aumentandone così la soddisfazione. Un assoluto capolavoro – mi tocca pure dar ragione a quel tizio – che mi piace aver letto adesso, per mia scelta, senza aver conosciuto prima la trama, che si mantiene comunque secondaria rispetto a tutto il resto, sono solo queste giornate a farla venire a galla. Certo che aver passato uno spicchio di quarantena con Saramago in mano non è stato per niente male. E a solo ottanta centesimi. Che credo abbia pagato mio fratello.

Bravi, ma non da oggi

In queste giornate disgraziate, il filo conduttore di ogni discussione è retto – al netto di bilanci, mascherine da indossare, igienizzanti che mancano ma anche no, polemiche inutili e chissà che altro ancora – dalla più che doverosa celebrazione per chi lavora dentro gli ospedali, in prima linea, quelli che all’improvviso, senza avvertimento, come con tutte le cose che travolgono quando meno te l’aspetti, si è trovato davanti alla botta Coronavirus da contrastare. E poi ti accadano quelle cose che accendono il pensiero. Stamattina, per esempio, parlavo con un’amica, il suo ultimo periodo mica è stato facile, si è trovata davanti a una battaglia autoritaria, di quelle che ti lasciano senza capelli, seminando paure e tanto dolore. Corazzata di tutto punto, grazie alle armi fornite da un personale medico di ogni rispetto ce l’ha fatta, la guerra è sopita e la frontiera pare finalmente sgombra da nemici. Era felice, e parlandomi mi ha detto di aver incontrato sulla sua strada medici eccezionali, infermieri molto più che attenti e sempre presenti. È qui che ho cominciato a pensare alla mia onorata, ventennale, carriera di paziente in prima linea, occupata sempre su crinali impegnativi, a contatto diretto con vette ospedaliere di prim’ordine, frenetiche, impegnate, mai ferme, sotto continua pressione, ma un centro che si occupa solo dello studio contro la sclerosi multipla è così, diverso non potrebbe essere. Eppure malgrado questo, mai incontrato, se non in rarissimi e sporadici e isolati casi, un medico o un infermiere che non meritasse almeno un grazie. Caratteri ruvidi forse, timidezze malcelate magari, stanchezze ovvie anche, ma sempre ottime professionalità, riconosciute ben oltre l’evidente. Anni fa facevo una terapia mensile: una mattinata intera da passare con una fleboclisi attaccata al braccio, sai la gioia, per una come me poi che ha paura degli aghi, quelli ficcati nel braccio poi non ne parliamo, che anche solo un prelievo del sangue getta dentro un vortice di crisi che fino a qualche decennio fa la faceva crollare a terra. Il giorno del mio debutto con la nuova terapia ho annunciato il mio limite, senza nessuna pretesa si sa, spiegando però che avevo paura, lo dissi alla caposala, Elena, che non rispose, sembrava poco disposta al dialogo e la sua faccia poi non era per nulla incoraggiante. Finì ancor prima che io mi accorgessi di qualcosa. Le sorrisi, si allontanò senza cenni di intesa. Ho continuato con quella terapia per anni, non c’è stata volta in cui Elena, la scontrosa, non si sia occupata di me e anche quando qualche sua collega mi veniva vicino lei le passava accanto e le diceva di andare oltre, ero diventata roba sua, come se avesse adottato le mie ansie. Elena è solo un esempio, dei favori ricevuti, dei sorrisi scambiati, degli incoraggiamenti spesso senza parole percepiti, di quei rapporti che negli anni sono cresciuti, che certo di amicizia non sono, ma nel tempo mi sono diventati necessari per farmi sentire in buone mani. Credo di avere ogni strumento valido per condividere appieno il plauso nei confronti di una categoria che senza preavviso e senza bussole di sorta si è trovata catapultata dove mai avrebbe pensato di andare perché non credeva potessero esistere certi confini. Ma non ti muovi, e bene, dentro un tale disastro se alle tue spalle non hai scuola, metodo e competenze. Bravi, ma non solo da oggi.

Non farlo mai più

Stanotte c’è stato un gravissimo incendio nella mia città. Un condominio con sei appartamenti è andato a fuoco, un morto, 30 evacuati, vigili del fuoco intervenuti da tutta la provincia, una notte d’inferno. Ci mancava pure questa in un periodo del genere. La notizia l’ho saputa stamattina dai social che, pur con tutti i loro limiti, hanno comunque il vantaggio di mantenerci informati, quel minimo che serve, in tempo reale su quanto accade nelle immediate vicinanze. E infatti malgrado le immagini non fossero chiarissime, grazie soprattutto ai commenti in calce alle foto, poco alla volta ho capito in quale zona si trovasse e quale fosse il condominio: una ex discoteca, che è stata una delle più famose della mia città, una delle tantissime chiuse in anni cui la famosa movida del divertimento si frantumava, regalando al mercato, che non li richiedeva, una serie di appartamenti venduti a peso d’oro. Ma questo è un altro, ben amaro, discorso. A mano a mano che in questa giornata passavano le ore anche le informazioni si sono inspessite di dettagli e particolari dolorosi molti dei quali fuori luogo e senza attinenza con la realtà, perché si sa è così che funziona quando il buonsenso manca. Poco alla volta è spuntato il primo video, poi il secondo e poi chissà quanti altri, con lampeggianti blu, sirene nella notte e fumo e fiamme violente, dentro a una casa in particolare dove poco di buono è infatti accaduto. Mi sono immaginata tutti gli smartphone puntati verso l’incendio a registrare chissà cosa, per ricordare chissà cosa, da mostrare a chissà chi. È un po’ la vecchia storia dell’incidente in autostrada che blocca anche l’altra corsia, tutti che rallentano per guardarlo, la curiosità del macabro è quella cosa che fa dire a me non è successo, meno male. Quando ancora mi muovevo camminando, male, sempre peggio, oltre a fare molta fatica, sempre di più, mi divertivo almeno a fissare negli occhi chi, tutti, incrociandomi per strada, mi guardava, la curiosità, mista a stupore, mi suggeriva la provocazione e allora piantavo il mio sguardo in quello dell’altro mettendo bene in evidenza un rancore bruciante, se indossavo gli occhiali da sole li alzavo addirittura, costringendo a spostare velocemente il volto da me con un imbarazzo che mi divertiva. E allora mi sono chiesta da dove arrivino certe curiosità, come quelle che portano a fare un video rivolto ad una casa in fiamme al cui interno sta morendo qualcuno. Desiderio di sapere? Completo disinteresse per il senso della vita? Significa che non avrei guardato l’incendio se fossi stata lì? No, lo avrei guardato. È quel robusto rapporto con la cronaca che abbiamo tutti, quello che ci spinge naturalmente a voler sapere, non si sarebbe mosso il mondo se così non fosse, la storia sarebbe rimasta lì, senza esiti di continuità. Esiste un limite però, che si chiama rispetto, da un lato ci deve essere la voglia di mantenersi informati dall’altra la decenza di porsi dei limiti. Nessuno smartphone si accende da solo, nessuno sguardo si regge privo di educazione e di ragione. Tantissimi anni fa, ero bambina, passeggiavo in riva al mare con la mia amatissima zia Bruna, incrociammo un bimbo con una grave disabilità motoria, lei con infinità dolcezza lo salutò, io lo fissai e una volta passate oltre mi girai per guardarlo ancora. Mi arrivò uno strattone fortissimo al braccio che quasi mi fece male, non farlo mai più disse mia zia, non ho mai dimenticato una delle lezioni più importanti della mia vita, ricevuta senza troppe parole ma con la fermezza di un insegnamento da ricordare per tutta la vita.

God save the queen

Per impegnare queste giornate di quarantena ho ripreso a guardare The crown, la terza serie, me la stavo perdendo, credevo che in Italia non fosse ancora uscita, è stata un’amica a farmi notare che invece sì, era già arrivata anche qui, dovevo correre ai ripari. Che io non ami le serie tv l’ho scritto, danno troppa dipendenza e se non mi catturano nel profondo le mollo, in genere dopo poche puntate. Le prime due serie di The crown le ho guardate anche un po’ per obbligo, la storia, a quanto pare abbastanza verificata dalla realtà dei fatti, di Elisabetta II non poteva certo passarmi accanto vista la mia passione per i Windsor, ma la struttura narrativa con cui sono costruite le puntate nel loro insieme mi hanno dato noia fin all’inizio. Ma visto che ora di tempo ne ho in abbondanza e che anzi devo trovare il modo per investirlo al mio meglio mi sono detta ok, recuperiamo The crown. E ho ricominciato a guardarla, piano piano, lentamente, ma la noia ha comunque ripreso a portarmi via con sé. Fino a che pochi giorni fa per errore la puntata mi è partita in lingua originale. Che cambiamento. Mica male mi sono detta, certo non capisco un granché ma se mettessi i sottotitoli? Magari in italiano visto il livello scadente del mio inglese? Fatto. Che scoperta. The crown è diventato quello che doveva essere, una delle poche serie tv che ho visto e con piacere crescente. C’è un’aria diversa restituita dall’uso dell’inglese BBC – come mi ha insegnato a dire la mia amica che vive a Londra – che rende i dialoghi più raffinati, capaci di attribuire agli spazi e agli ambienti rappresentati la giusta regalità, cosi come alle interpretazioni degli attori, che si riempiono di un’intonazione maestosa anche nei silenzi. Il doppiaggio italiano soffoca la credibilità che la serie vuole e deve restituire alla vita della sovrana britannica. Possibile mi sono chiesta? Sono tornata ai tempi dell’Università, per laurearmi mi serviva avere sul libretto un esame dell’ambito linguistico, nel semestre in cui avevo deciso di darlo c’era solo la possibilità di frequentare le lezioni di Fonetica, non sapevo nemmeno di cosa si trattasse, non potevo immaginare che una tal casualità potesse diventare tanto importante e formativa per la mia vita. Mi si aprì una finestra che non solo era chiusa ma nemmeno sapevo esistesse. Fu l’occasione per capire che conoscere la propria lingua non significa solo avere chiari verbi, strutture sintattiche, concordanze, etimologie e via dicendo ma sapere anche quali sono le pronunce corrette da dare alle singole lettere e alle singole parole, i gradi di vocalità e delle intonazioni da utilizzare tanto per dire solo i termini generali della materia. Solo così la lingua si potenzia, cresce, declina verso versanti autentici e chi la ama non può che volerli fare propri. In Italia questa materia non è considerata e infatti la pronuncia della nostra lingua è pessima, in televisione si parla il romanesco pure con tono ammiccante, chiunque di noi nell’esprimersi viene travolto da un’inflessione regionale che a volte nemmeno sa riconoscere. E se pure i nostri doppiatori e i più bravi tra gli attori conoscono la dizione corretta da dare all’italiano noi che non la conosciamo non ci accorgiamo nemmeno della differenza che c’è tra una lingua cialtrona e una lingua perfetta. Ma una regina sì che lo sa, per questo deve parlare la sua di lingua anche in una serie tv che solo in questo modo diventa davvero bella.

Rosso e rosa

Continuo a guardare la trasmissione della Benini con le sue interviste a scrittori italiani. Diversi non li conosco e mi è venuta voglia di leggerli, di alcuni so a sufficienza per essere certa che non sfoglierò pagina, di altri ancora ho letto e con molta soddisfazione non dico tutto ma abbastanza. Quel che mi basta è che la trasmissione mi piace molto, mi rilassa, mi fa venir voglia di stare coi libri, elementi sufficienti per farmi vivere bene in questi giorni di triste, forzata quarantena. Guardando queste interviste, seppur diverse tra loro, una cosa ho notato in modo evidente: esiste una sorta di filo conduttore che accomuna questi scrittori che malgrado le loro diversità raccontano di aver vissuto un’infanzia e un’adolescenza solitaria, strana la definiscono, non infelice ma comunque isolata dai coetanei, una solitudine cercata, addirittura desiderata. Sono tornata indietro nel tempo e mi sono rivista. Guarda un po’, eccomi, che con gli altri andavo d’accordo ma solo a determinate condizioni, in certi momenti ma non sempre e non con tutti e spesso per scelta mia. Piano un attimo però, che non ne esca il ritratto della piccola fiammiferaia, ai margini del mondo, abbandonata al proprio destino. Ma no che non era così, cercavo di andare d’accordo con tutti e mi riusciva abbastanza direi, diciamo che spesso qualche cosa non funzionava, ero un’attenta selezionatrice, ecco cos’ero, se non sentivo un valore comune preferivo stare da sola. Va pure detto che nessuno mi inseguiva comunque, se io non volevo condividere rapporti con tutti mica avevo la fila dietro la porta di gente che implorava la mia presenza, questo proprio no. Ricordo i tre anni di scuola media con l’orrore di un incubo. L’adolescenza non perdona. In aggiunta ero pure un po’ bruttina e vestivo in modo anonimo, le regole della moda, queste sconosciute. Erano gli anni Ottanta poi, quelli in cui l’abbigliamento all’improvviso cominciava a costare troppo, i miei genitori non erano troppo disposti a spendere a caso, a una ragazza che sta crescendo durano due mesi quelle scarpe, diceva mamma, per non parlare del fatto che sono brutte, e chiudeva lì il discorso. Ma attorno a me avevo due smorfiosette – per essere elegante – in piena competizione tra loro che la mattina sfilavano tra i banchi vestite di tutto punto, si invidiavano reciprocamente ma erano entrambe ammirate oltre ogni limite da tutte noi ragazze che le avevamo prese a modello anche perché tutti ragazzi volevano loro e solo loro. Io come tutte le mie compagne di classe le guardavamo da lontano, erano la traccia inarrivabile, di stile, moda e bellezza. La via d’uscita che sceglievo era stare in disparte il più possibile. Fino a quel giorno di primavera in cui entrai in classe vestita con una camicia rossa e una gonna rosa, non mi sembrava grave. Ma le due tizie non erano della stessa opinione, sei vestita di rosso e rosa, dissero ridendo come pazze. Evidentemente non si poteva. Le vedo ancora di tanto in tanto, sono ancora amiche tra loro, chissà se si imvidiano ancora. Ma oggi è bello incontrarle. Sfrutto la mia sedia a rotelle. Le investo? Macché. Le guardo in faccia con la precisa idea di non dargli scampo, non le aiuto a gestire un comprensibile imbarazzo, non vado loro incontro per favorirle, non do suggerimenti, non le agevolo, le mollo alle loro domande. È probabile che sappiamo tutto ma non le guido a condurre il momento dell’incontro, faccio finta di niente, saluto, sorrido e me ne vado. In fondo io resto ancora quella vestita di rosso e rosa messa all’angolo dalla loro superbia perché dovrei comportarmi in altro modo. Aggiungo una cosa doverosa. Il fatto che io da piccola amassi stare da sola non fa di me una scrittrice, sottolinea piuttosto che avevo poco in comune con certe stronzette. Comunque non mi sembra poco come titolo da attribuirmi.

Pasquetta off

Tre appuntamenti fondamentali: Capodanno, Pasquetta e Ferragosto. Sono le date che da anni passo con tre ex compagni di liceo e la mia amica storica. Facciamo un’uscita insieme, per cena o per pranzo, dipende. Insieme a noi c’è sempre un corollario composto da mariti, fidanzati, compagne, amanti che negli anni è stato piuttosto mutevole, attualmente si è stabilizzato va detto, abbiamo messo la testa a posto. Oggi niente da fare ovviamente, spiace molto ma è davvero ingeneroso protestare, stiamo bene, parenti e amici vicini a noi anche quindi meglio far accomodare lontano ogni lamento. Ci si vede solo tre volte l’anno perché aspettiamo i rientri della mia ex compagna di banco che vive e lavora a Londra col marito, noi che siamo tutti padani potremmo vederci anche in altre occasioni ma non lo facciamo, sembra di non portare loro rispetto. Ma anche perché si sente se manca qualcuno del gruppo, si mettono in crisi gli equilibri e le discussioni ne soffrono, perché ognuno di noi gioca il proprio ruolo, ci conosciamo da troppo tempo per non accorgerci delle assenze. E poi perché siamo grandi amici, è vero, ma mica andiamo d’accordo su tutto sia chiaro, e ogni volta ad un certo punto il dibattito prende quota e sempre con gran vigore, non si litiga ma si discute e ciascuno mette sul piatto i propri argomenti. Finisce tutto sempre con grandi risate e più di qualche presa in giro, quelle non mancano mai. Ci si ritrova sempre nella città dove abito io, questo non sarebbe giusto, anzi direi che non lo è per niente, dovremmo alternare le destinazioni visto che non viviamo tutti nello stesso posto, ma è come se tra i miei amici ci fosse un tacito accordo per favorirmi. Lo sanno che io non sono mai stata vivace al volante, figuriamoci ora, ma meglio essere onesti e non dare la colpa di tutto alla sclerosi multipla, sono da sempre un’imbranata alla guida almeno questa accusa non gliela attribuisco, pensa te come sono buona. I primi minuti di queste serate non li vivo benissimo, quando rivedo dopo tanto tempo qualcuno, anche se amico, mi sento in grande imbarazzo, sotto giudizio, è come se fosse una partita che so di perdere in partenza, non amo fallire le prove. Ma questa stronza che mi porto addosso procede e lascia tracce di cui mi vergogno, l’imbarazzo misto a timore che leggo negli occhi degli altri mi umilia, fingo di niente ma è così. Ho scelto di sorridere in questi casi, più per gli altri che per me, loro così si ammorbidiscono e io passo oltre, come se cambiassi argomento. Ma questi tre appuntamenti annuali restano importanti per tutto il carattere che hanno, mettono insieme chi eravamo e chi siamo diventati, e ci sono fin troppe ragioni per esserne orgogliosi. Ora che Pasquetta è saltata ci sarà Ferragosto e noi del gruppo avremmo ogni elemento per poter parlare accuratamente di questo periodo fuori dal tempo, fuori dalla ragione, senza logica e nessun giudizio. Davanti ad una pizza, perché anche in questo mi accontentano sempre: io sono felice il doppio se mangio anche solo una margherita con una Coca media. Meglio ancora se Pepsi.

 

Buon Natale

Da ieri sera si sa che questa fottuta quarantena durerà quantomeno fino al 3 maggio. Non credo che la notizia abbia colto qualcuno di sorpresa, la situazione la conosciamo figuriamoci, ma sentirselo dire a brutto muso mica è cosa piacevole, per niente anzi. Chissà come sarà il nostro stato d’animo alla volta della fine di questo periodo, piuttosto. Posso andare in libreria però, è una delle poche attività a cui è consentita la riapertura: potrei mettermi lì, in un angolo con un libro in mano, leggere per respirare aria nuova. Non male come idea, in effetti. Fino a qualche anno fa lo facevo, almeno una volta la settimana. C’era una libreria qui nella città dove abito, a pochi metri da dove vivevo – possibile pure che fosse entro i 200 -, che finché non ha chiuso è stata il mio rifugio preferito. Ci andavo, stavo lì, e anche se sapevo già cosa avrei comprato mica facevo veloce, mi sedevo da qualche parte ma non per leggere, per chiacchierare invece, con la libraia, persona deliziosa, romantica e un po’ svanita, e con i suoi clienti, una in particolare divenuta mia amica. Ci si aspettava, si cominciava a parlare, di libri, di scrittori, di nuove uscite ma anche di noi, della vita e di cazzate, ché la cultura è bella ma c’è bisogno anche di tutto il resto. Gli ultimi giorni prima di Natale raggiungevano il picco massimo del mio piacere in libreria, c’era da fare i pacchettini regalo e come se quella fosse stara una frontiera di guerra io mi sono sempre sentita in dovere di arruolarmi. E Natale dopo Natale, dietro quel piccolo banco, pieno di carta regalo colorata e rotoli luminosi di nastro, eravamo sempre in tre, io, l’amica libraia e l’amica di lettura. Girava un sacco di gente in quei giorni, c’era bisogno di aiuto perché coi libri è così: quando le hai pensate tutte e non hai più idee, quando il destinatario appartiene all’ultima categoria dei cugini di quarto grado che vedrai al pranzo dai nonni, quando devi fare i conti con suocera o cognata indisponente diventano il regalo ideale. Ma se a tua volta non sei un lettore autentico ti ritrovi a girare tra gli scaffali per comprare un po’ a caso. E noi giù a ridere, figurati se non li riconoscevamo al volo i clienti natalizi, piuttosto mi stupisco che nessuno non ci abbia tirato addosso uno di quei tomi da 500 pagine di Vespa che invece venivano comprati senza misura. Ma si finiva in fretta di ridere, il negozio si riempiva sempre, c’era da lavorare, pacchetti su pacchetti, i miei erano i più sbilenchi, al punto che s’era deciso, tra le risate, che dovevo limitarmi a fermare il nastro con il dito mentre loro ci cimentavano a costruire le più fantasiose decorazioni. Arrivati al momento della chiusura del 24 sera, l’amica libraia tirava fuori dal cassetto i due pacchetti più belli che contenevano proprio i titoli che ciascuna di noi due voleva. Solo un’insopportabile quarantena può farmi ricordare alla vigilia di Pasqua proprio il Natale.

 

Stringiamoci a coorte

Abito in una località di mare, affacciata sull’Adriatico, in Veneto, qui l’asse portante dell’economia è il turismo. In tempi di Covid 19 siamo a secco. Parlavo proprio ieri con la mia ex dirimpettaia di scrivania, lavoravamo per una piccola agenzia di comunicazione che si occupava della realizzazione di free press costruiti attorno ad un solido architrave pubblicitario, dicevamo quindi che con ogni probabilità quei giornali, su cui avevamo investito passione, mista a idee e indiscussa fatica, era ben difficile che potessero uscire quest’estate, e non certo nei tempi e nei modi noti. E invece stamattina, sorpresa, sui social compare la copertina del primo numero della stagione, puntuale, per Pasqua, come ogni anno, come da tradizione, nel pieno rispetto delle regole decise dalla redazione. Il giornale più rappresentativo poi, il pezzo da novanta dell’intera produzione, quello più atteso, quello che disegna i contorni di una località attrezzata per accogliere ogni estate milioni turisti. Ha una copertina molto bella fra l’altro, con uno strillo che dà l’idea della squadra che in un momento del genere stringe i denti, non molla il timone. Io e la mi ex dirimpettaia di redazione ci telefoniamo subito, non ce l’aspettavamo questa calata di asso vincente e certo non con questa puntualità. Che penso? Mi piace questo atto di coraggio, orgoglio e valore messo in campo da tizi che comunque continuo a non stimare, ma non posso non considerare che questo è il momento per mettere da parte ogni desiderio di rivalsa, adesso più che mai è bene stare sull’attenti per tratteggiare un qualunque carattere di speranza sul domani. Ci parliamo io e la mia ex dirimpettaia di computer e a tutte due viene addirittura l’idea di scrivere un wapp all’unico degli ex capi con cui siamo rimaste in qualche modo legate, certamente perché a lui diamo credito di professionalità ma soprattutto perché, diciamolo, anche lui è stato disarcionato come noi. Poi lui lo hanno riarruolato nel momento del più grave bisogno questo va detto, ha accettato di malavoglia, dice, perché di qualche cosa bisognerà pur mangiare. Sta di fatto che ora fa di nuovo parte della compagnia quindi a me e alla mia ex dirimpettaia di idee geniali è parso necessario fargli i complimenti attribuendogli, chissà poi perché, gran parte delle fondamenta di questo progetto. Lui ha risposto con finta umiltà ma tant’è. Poco dopo su FB ho visto il video nel quale l’altro ex capo, quello che di sicuro non considero, tutt’altro, e che si fa chiamare editore, è seduto alla scrivania del suo ufficio – l’ultima volta che sono entrata lì dentro in è stato per sentirmi formalizzare il licenziamento con la specifica che non c’era intenzione di pagare a breve giro di posta le ultime mensilità e il TFR pari a 15 anni di lavoro – e nel suo italiano precario, butta fuori parole a caso, che dicono tutto e dicono niente, gira attorno a concetti che sono molto simili a un’auto celebrazione. Poi entra in scena il nuovo direttore, lo conosco da anni, anche se fortunatamente non ci ho mai lavorato insieme, un egoriferito convinto di essere la penna più autorevole del creato e che infatti dirige un free press. Parla dalla sala riunioni – non ha nemmeno un ufficio suo là dentro non posso che notarlo – dice le stesse cose, hanno cercato di offrire un servizio per spiegare che la località è viva e come sempre pronta a ripartire. Mi resta attaccato alla pelle un senso profondo di occasione perduta. Era tanto difficile mettere da parte i propri supposti allori per dire che il valore autentico di questa eccezionale uscita era quella di dare spirito ai tanti – a tutti? – quelli che qui di turismo vivono e che all’improvviso non solo sentono di aver perso ogni bussola ma pure una strada sulla quale orientarsi? Serviva la verità: è dura ma si farà, noi abbiamo fatto un tentativo, rischiando tanto, troppo, ma è questo il momento di farlo. Qui i turisti sono fondamentali, si doveva dire, e li aspettiamo, ma ora questo giornale è dedicato a noi che qui lavoriamo, alle nostre paure a tutti i pensieri che ci pesano sul cuore ma che devono diventare l’occasione per farci diventare una squadra compatta, un gruppo che solo insieme può vincere una partita che sembra persa in partenza. Questo almeno è quello che io e la mia dirimpettaia di utopie avremmo voluto diventasse il messaggio. Ma infatti ci hanno licenziate.

Annalena, è un piacere

 

In queste giornate che si muovono tra preoccupazioni e malumore, durante le quali ci sono troppi spazi da riempire per non sprofondare, per non lasciarsi soffocare definitivamente ho trovato un modo per rimanere a galla. Ho scoperto per caso un programma tv che sto guardando anche in replica, per non perderne nemmeno un dettaglio, da cui mi sento coccolata, addirittura viziata, perché parla delle cose che mi piacciono, i libri, con i toni che preferisco, quelli più morbidi. Si chiama Romanzo italiano, lo conduce Annalena Benini che fa un viaggio attraverso le regioni italiane per rintracciare gli scrittori che abitano lì, per intervistarli, parlare dei loro luoghi, i libri che hanno scritto, i tempi e i modi dei loro esordi. Ora, che Annalena Benini fosse una garanzia già lo sapevo, ottima lettrice e di conseguenza ottima suggeritrice di titoli, sulla stampa ma anche sui social, qui si rivela capace di interviste ammalianti, una voce pacata che non interrompe mai, lascia parlare mentre accompagna chi la guarda dentro un circolo di bellezza perfetto. In ogni regione incontra uno alla volta tre scrittori, con ciascuno di essi mette in mostra un pezzo d’Italia che parla di loro, si fa portare negli angoli che più amano, di una città, di una piazza, di uno sguardo verso il mare, di uno spazio immerso nella natura. E poi si parla dei loro libri, lontani da toni accademici, da registri sofisticati, se ne parla e basta, con gusti intelligenti e passionali, che conquistano. Si raccontano gli esordi e di come si è passati un manoscritto ad una finale di un Premio Strega, per esempio, magari alla fine anche vinto. Non tutti gli scrittori intervistati mi piacciano e di sicuro non leggerò mai loro libri, poco importa mi ha interessato conoscerli. Se è per questo ho avuto anche la conferma che di quelli che mi piacciano non ho letto tutto purtroppo e che dovrò rimediare al più presto. Per non parlare di quelli che certamente potrebbero piacermi e di cui però non ho letto niente, me tapina. Questo è il momento giusto per riparare, il tempo in effetti non manca. Purtroppo.