Ieri sera ero di cattivo umore, in tv passava il solito inutile niente e non avevo nemmeno voglia di leggere. E allora l’ho visto sopra il mio comodino e l’ho preso in mano, un albo di Topolino che avevo comprato la scorsa estate come ammonimento che avevo cercato di darmi dopo una stagione di scarse letture che mi avviliva davvero tanto. Con Topolino volevo darmi coraggio, un modo tutto mio per riaccendere il m personale meccanismo della lettura, la sera, una volta entrata a letto, come d’abitudine. Solo dopo ho capito che la causa delle scarse letture non era la mia inettitudine, è stata sufficiente una visita oculistica, ci vedevo molto meno, sai com’è l’età che passa. Eppure anche ieri sera il pur bel libro che sto leggendo è rimasto lì sopra il comodino, troppi i crucci che mi passavano per la testa. È allora che ho visto quel Topolino abbandonato in un angolo e l’ho preso in mano. E quante risposte mi sono data. Topolino è la mia infanzia, in casa ne giravano parecchi, mio fratello, che è più grande di me, ne aveva diversi e a me ancor prima di aver imparato a leggere piaceva sfogliarli, con quelle pagine che all’epoca avevano una grana ruvida e un profumo che ricordo ancora. Chiedevo a mio fratello di leggermi le storie mentre io guardavo i disegni, non saprò mai se lo facesse davvero o se le inventasse in velocità per assecondare i miei capricci, a me piaceva comunque. Credo però che appena ho cominciato ad andare a scuola in famiglia s’è respirato: mio fratello perché l’ho lasciato in pace, i miei perché mentre ero intenta sopra le pagine di qualunque cosa mi capitasse per mano finalmente smettevo di chiacchierare. Ieri sera leggere Topolino è stata una grande sorpresa, non ricordavo infatti che la costruzione delle sue storie ruotasse attorno a scelte linguistiche così ricche, complesse, articolate e bellissime. Oltre al fiorire dei vari wow, gulp, slurp, sbam che sono la cifra che definisce il linguaggio tipico del fumetto attraverso l’uso dell’onomatopea, ieri sera ho letto ben altro e con estremo piacere. Cosa posso dire infatti di tutti quei sostantivi, aggettivi, modi verbali, costruzioni sintattiche di livello simil letterario che ho trovato? Su Topolino l’intera grammatica italiana si muove con piena convinzione di sé, il temibile congiuntivo su queste pagine non conosce imperfezioni, la consecutio dei tempi verbali poi appare senza sbavature di sorta, non vorrei esagerare ma qui s’è lavato in panni in Arno. Ma c’è ben alto, basti pensare che i malintenzionati tra questi fumetti si chiamano gaglioffi, le ragazze carine come Minnie vengono descritte come amabili e che quel pigro di Paperino è meglio chiamarlo col suo nome, sfaccendato. Perfino la Banda Bassotti deve arrendersi e farsi definire come merita: tre mariuoli e niente di più. Mamma mia che bellezza! Da piccola leggendo Topolino devo aver rotto le scatole a chiunque con i miei continui cosa vuol dire questo, cosa vuol dire quello, tanto che secondo me ad un certo punto pure mio fratello deve aver tentato di strapparmelo dalle mani più di una volta per ricominciare a leggermelo a suo modo. Ma vale di più la seconda ipotesi: io mi sono innamorata proprio con Topolino della bella parola, con questo fumetto dalla pagina ruvida e profumata. E ieri sera pure il malumore m’è un po’ passato.
Autore: Quella che prova a farcela
Tra le pagine chiare e le pagine scure
Non capitava da tempo. Da anni credo. Stamattina ho pianto. Perché la sclerosi multipla è fatta così, si guarda in giro e trova alleati ovunque, finge di non vederli ma invece no, ha uno sguardo lunghissimo e un’intelligenza sottile che si infila dappertutto, vede una debolezza e la porta dalla sua parte. E fu così che come un’infame si è attaccata allo stress delle ultime settimane, a tutti quei lampi di autentica paura respirati, alla seppur minima normalità violata, alle incognite sul domani, ai pericoli e ai rischi, al tanto che non sarà più lo stesso. Carico sopra carico. E con danni conseguenti. La mia dominatrice, sempre pronta, sempre in agguato, soprattutto nei momenti di debolezza, fa capire che comanda lei. Punto e capo. Malgrado io ci metta tutto l’impegno che ho per fingere che vada bene anche così. Ma sono giornate strane e impegnative queste, quelle in cui ti racconti qualche bugia, del tipo che a volte capita di non sentirsi a mille, che a tutti succede di non essere in piena forma, e quindi va bene così, sono momenti no, quindi, se anche la sclerosi multipla allunga un po’ troppo le mani, pazienza. Poi arriva la mattina in cui crolli e ti ritrovi a piangere, perché sei stanca e le lacrime escono, le vorresti fermare ma la fatica è tanta, è troppa e allora le lasci andare. Dura poco e alla fine sei di nuovo in sella, sopra un cavallo imbizzarrito ma tanto non è mai domo, figuriamoci se non lo sai. Tornerà il sereno, è già più o meno tornato, anche se gli assi vincenti li ha in mano tutti lei, lo sai fin troppo bene e da tanti, tantissimi anni, ma a te resta il sorriso e il piacere di fare una risata. Oggi magari no. Ma domani prometto di sì.
Piove, senti come piove, vedi come viene giù
Mi chiedono spesso quale sia il mio libro preferito. Temporeggio sempre prima di dire che non ce l’ho un libro preferito, sono diversi quelli veramente belli che ho letto, come si fa a fare una classifica. Senza voler essere saputella comunque, è una semplice e banale considerazione la mia. Però se ci penso bene ecco che un titolo lo trovo, che forse non corrisponde in assoluto al mio libro preferito ma senz’altro coincide con quello che ha gettato le basi della mia storia di lettrice: I promessi sposi. Me lo ha fatto amare la mia prof. del Ginnasio, che forse a insegnare latino e greco non era proprio una scheggia, ma sul capolavoro di Manzoni si è concentrata a lungo e con passione e, pagina dopo pagina, io con lei. Tra quei capitoli ho scoperto cosa cerco quando leggo, quel qualcosa che va oltre, quel dettaglio che innalza la costruzione narrativa facendola diventare bella pagina. Con Manzoni ho imparato che vuol dire faticare leggendo, tornare indietro nel paragrafo per orientarsi meglio nella comprensione del testo, provare piacere facendosi travolgere dalla bellezza di una struttura sintattica dalla perfezione totale, scoprire il valore estetico di una consecutio ben fatta. Ah, la lingua italiana quanto è bella, li ha lavati lui i panni in Arno, o no? Oggi ho ripreso in mano la mia copia dei tempi del liceo, usata anche all’università credo – l’apparato delle note è di Natalino Sapegno, tanto per dire – e dentro ci sono tutti i miei commenti scritti a matita tanto, ma tanto tempo fa. La loro stupida ingenuità ne è autentica dimostrazione, del resto. L’intenzione di adesso è quella di rileggere i capitoli sulla peste, ci pensavo da settimane, ma ho preso tempo, meglio evitare, mi dicevo, non aggiungiamo paura a paura. Ora però mi sono decisa. Farò questo tuffo nella pagina suprema ma anche nel racconto di un dramma vissuto in modo simile a quello dei nostri giorni che si risolse con un diluvio atteso e implorato che spazzò via tutto pulendo Milano dall’angoscia, dal dolore e dalla morte. Lo stesso che speriamo noi oggi, che sia pioggia, caldo o vai a capire cosa. Anche perché se Renzo e Lucia dopo 600 pagine di casini sono riusciti a sposarsi possibile che non ne veniamo fuori noi?
Addio, venerato maestro
Ieri è morto Alberto Arbasino. Qualche settimana fa aveva compiuto 90 anni, avevo scritto anche qui del suo compleanno, non sapevo fosse malato, ma da tempo non trovavo sui giornali niente con la sua firma e due risposte me le ero date. Saputo della sua morte ho subito pensato che in questi tempi di Coronavirus non avrebbe avuto nemmeno un funerale ufficiale adeguato alla portata intellettuale del suo nome e mi è spiaciuto. Che ingiustizia ho pensato. Ieri sera mi sono riletta una sua intervista di qualche tempo fa in cui ricordava i vecchi amici che non c’erano più, quelli ormai diventati “Delle edizioni complete o degli indirizzi utili ai tassisti”, detto con il sarcasmo di cui era padrone senza rivali. Gli mancava la possibilità di conversare ancora con loro, ricordava, amici come Parise, Testori, Pasolini, Gadda o Calvino e tutti gli altri morti troppo presto e molto prima di lui. “Ce lo dicevamo sempre – ribadiva – quando saremo vecchi litigheremo dicendoci sul muso ogni cosa. Non abbiamo fatto in tempo”. Non leggeva gli scrittori contemporanei, e lo dichiarava senza troppo girarci attorno “Non scorgo illuminazioni” e il discorso lo chiudeva lì. E allora ho pensato: ma Arbasino, avrebbe tollerato un funerale alla presenza di un’intellighènzia come quella di oggi che di certo non stimava? Stamattina ho letto uno dei brillanti tweet di Guia Soncini che mi ha fatto riprendere in mano Fratelli d’Italia, edizione del 93: segnalava alcune pagine che ho riletto e m’è venuto da ridere. Arbasino parla del funerale di uno dei personaggi centrali del romanzo: “C’è molta gente alla messa che alcuni prendono come un cocktail, con molti saluti […] – scrive – e tutti i ragguagli sulle crociere future […] tutti gli chic tendono a stare in fondo per fare del gossip”. E via così, per due facciate, scritte con la sua sorprendente grandezza narrativa, moderna ancora oggi, trent’anni dopo. Eccolo l’ultimo guizzo di acume di Arbasino, morire ai tempi del Coronavirus per essere certo di non avere il funerale. Addio, mio venerato maestro, tua casalinga di Voghera, la stessa che non ha mai fatto nemmeno una gita a Chiasso
Punto stampa
Non credo ci sia nessuno di noi che a partire dalle 18.00 della sera non si colleghi con radio, tv o social per sentire come è andata la giornata sul fronte Coronavirus, quel drammatico bollettino di vincitori e vinti che somiglia al resoconto di una novella Radio Londra e che oggi si chiama Punto Stampa. Politici nazionali e locali, rappresentanti di Protezione civile e Forze dell’ordine che danno il resoconto di queste giornate vissute ai limiti del tollerabile e anche oltre. Seduti su una tribuna ci sono i responsabili dell’Ordine pubblico che forniscono le informazioni ai giornalisti giù in platea pronti a fare domande su domande alcune più pertinenti di altre. Va da sé. In passato ho avuto una piccola esperienza lavorativa presso l’ufficio stampa del Comune dove vivo, molto interessante devo dire, per le cose che ho imparato, per le persone che ho conosciuto – fra tutte un’amica speciale – per quello che ho fatto in tempi in cui la comunicazione era ancora in divenire e l’improvvisazione sul tema era un fattore decisivo, bastava portare a casa il risultato, finire sulla stampa, come si voleva, quando si voleva e nei modi in cui si voleva. Punto di forza di quel mondo era la conferenza stampa: era sufficiente una notizia con un po’ più vigore delle altre e partiva l’invito a firma del sindaco e i giornalisti correvano a frotte e per gli addetti stampa il gioco era presto fatto. Risulta fin troppo chiaro però che un piccolo comune di provincia, per quanto “a vocazione turistica” come ama dire di sé il mio, non produca un numero così alto di notizie forti da giustificare gli spostamenti della stampa. Ben presto poi tutto il sistema è cambiato, i tempi si sono evoluti e quello che fino ad un certo punto è stato l’elemento più alto della comunicazione poco alla volta si è sgonfiato sostituito da altro. Ma le cose non sempre sono facili da capire in tempo e quindi in modo ingenuo e inesperto da me s’è continuato a organizzare conferenze stampa anche oltre il tempo scaduto. Quando ce n’era una da organizzarne mi sentivo male, gli inviti avevano temi sempre più deboli e le riposte di quegli stessi giornalisti che prima correvano si facevano sempre più scarse, e così i loro posti rimanevano tristemente vuoti. Io ci provavo con molta fierezza preparando inviti ufficiali il più possibile suadenti e quindi falsi e poi nei giorni precedenti cominciavo con un giro supplichevole di telefonate per assicurarmi qualche presenza almeno. Ma niente. Bei tempi, bei tempi davvero, quando le conferenze stampa erano poco più che niente, quando le notizie da dare non avevano alcun peso.
Monito contro la mia di paura
Oggi ho sentito un’amica bergamasca che vive poco distante da dove abito io, la sua famiglia sta però ancora a Bergamo, per giorni le ho fatto domande solo generiche, non volevo intralciare con le sue più che prevedibili preoccupazioni, sono fatta così. Ma la discrezione vale solo fino a un certo limite e quindi oggi sono stata più diretta con le domande. Un disastro, mi ha risposto, tutti i giorni sento della morte di qualcuno che conosco, amici di lunga data, cugini, madri e padri di gente con cui sono cresciuta e poi la preoccupazione per mio papà, per mia sorella, per il resto della mia famiglia cresce di giorno in giorno e mi toglie il sonno da settimane. I bergamaschi, ha continuato, sono gente dura, come il marmo, e adesso li sento piangere, disperati, senza possibilità di trovare risorse per farcela. Mi sono sentita meschina a lamentarmi, mi fa davvero paura tutto questo e so bene che un’area del Paese realmente sicura non c’è, ma è certo che ora come ora quelle al momento più bastonate dalla violenza di questo virus meritano più riguardo. Capiterà lo stesso anche qui dove sto io? È anche probabile purtroppo, attorno a me si registrano episodi su episodi ed è per questo che io sono chiusa in casa da una settimana e chissà per quanto altro tempo ancora. Devo migliorare il mio umore lo stesso, mettendo all’angolo la malinconia che provo, ricordando pure che quella simpaticona che mi governa approfitta alla grande di ogni mio pensiero negativo per alzare la testa e fare danni, e che la noia da cui mi sto facendo accerchiare, sa il cielo quanto è stupida. E allora prometto che farò di tutto per combattere ogni cosa: malumore, malinconia e noia, ovvero i caratteri fondanti della mia personalità ingarbugliata. Sarà dura lo so, ma si comincia da oggi. Punto primo: si legge, e quel libro, fra l’altro bello, che mi porto appresso da una stanza all’altra e che appoggio in ogni dove ma che fatico ad aprire, va terminato tempo due giorni e poi si comincia con un altro, che tanto ne ho. Punto due: la mia libreria, va messa in ordine, è un casino, ogni sera vado letto, la guardo, e mi dico domani lo farò, ecco bisogna ricordarsene la mattina non a fine giornata. Punto tre: quel Topolino comprato alla fine dell’estate non l’ho ancora finito, eppure ci avevo trovato un sacco di spunti, anche belli da raccontare, pure qui. Punto quattro: ecco appunto, questo spazio, la mia zona d’aria, quella che mi permette di scrivere ciò che scelgo io e che mi diverte un sacco e che mi fa stare bene, va seguito con maggiore attenzione, il tempo adesso non mi manca. Punto cinque: The Crown, un’amica mi ha fatto scoprire che mi ero persa la terza serie, recuperare, recuperare subito, e con continuità e non come la solita cialtrona che sono. Punto sesto: due esercizietti di ginnastica che posso fare e che conosco vanno messi in campo, ecchecavolo, muovi quel culo che ti fa solo bene. Punto settimo: innaffiare la vita di paura non mi fa bene, e nemmeno alla mia salute già sbilenca di suo, stare a casa ma riempire le mie giornate ecco cosa devo fare.
Generazione di fenomeni, come mai?
“Tu stai bene dove stai, ho già parlato di te all’Azienda Sanitaria, sei un soggetto a rischio, qui ci sono troppe persone che girano, non abbiamo nessun caso positivo, tranquilla, ma su di te un eventuale contagio avrebbe un effetto devastante, e lo sai. È a casa che devi stare, finché passa. E passa e ti aspetto”. Stamattina ho chiamato al lavoro, volevo sapere qualcosa sui tempi previsti per il mio rientro, di quando e di come, ma la mia direttrice, con infinito calore, mi ha fermata, qui dove sono, a forma di tutela. Io, che vorrei tornare domani al lavoro perché vorrebbe dire che tutto questo incubo è finito, io che vorrei fosse domani perché significherebbe rimettere in moto la mia normalità, ho ascoltato in silenzio, grata. Come direttrice poteva non prenderla questa decisione e invece senza doverle chiedere molto lei ha fatto i conti con tutto il carico che indosso e ha scelto di proteggermi. E ora restano domande imponenti. Chi lo avrebbe mai potuto prevedere che ci sarebbe venuto incontro questo colosso di dolore e morte? A una generazione come la mia poi, svagata e mediocre, che come pensiero principale ha sempre messo prima se stessa, cresciuta senza battaglie da fare perché tutto avevano già fatto i nostri padri e le nostre madri, lavoratori indefessi, forse deboli nella profusione fisica dei sentimenti perché concentrati a garantire soprattutto solidità ai figli, noi. Adesso che tutto è cambiato eccoci qui, a chiedere perché, a sentire il brivido della fine, a veder morire proprio quegli anziani che hanno costruito il mondo in cui viviamo, nel modo in cui lo viviamo, almeno fino a un mese fa. E che dire di me allora che adesso sono accoccolata sotto l’ala di protezione spinosa e pesante offerta dalla sclerosi multipla, la mia peggior nemica, quella che mi rende fragile ma che pur mi permette di stare a casa dal lavoro senza correre più rischi del dovuto. Una contraddizione epocale come lo è tutta questa situazione illogica, sconclusionata e sconnessa. E tanto, troppo spaventosa, per quello che è e per quello che sarà.
Mi piaci da impazzire
Sono giornate davvero pesanti queste, c’è la paura ma anche la difficoltà a gestire la vita in casa tra spesa da fare, medicinali da procurarsi e via parlando. E poi, ingrato da dire – ridicolo se lo faccio io, regina dell’indolenza come sono – pure noiose. E quindi in queste giornate di quarantena è d’obbligo inventarsi roba da fare perché la tv, mamma mia quanto è scarsa. Pensa a questo, pensa a quello, stamattina mi sono trovata a sfogliare un album di vecchie foto della città dove vivo, anni Venti a salire, cose che non ho riconosciuto perché nate e sepolte prima che ci fossi io, fino a veri ricordi, in tutto e per tutto miei, capaci di stringermi il cuore perché la nostalgia si sa è canaglia, lo dice anche il buon Albano. E tutto d’un tratto, eccola la foto che ha aperto un varco dentro la mia giovinezza, spensierata, felice, ma felice veramente, in quel modo che solo a 18 anni può essere così pulito, senza tracce nere. In mano mi sono trovata la foto che ha acceso l’incanto, l’ingresso di una discoteca famosissima nella mia zona perché a suo modo un capitolo di storia lo ha scritto. Papaya si chiamava, ora non c’è più, ne hanno fatto un condominio senza poesia per i miei ricordi. Perché il Papaya è stata la prima discoteca dove ho messo piede nell’estate dei miei 18 anni e la mente è andata ad una notte in particolare. Da alcuni mesi mi ero presa una cotta colossale per un ragazzo, lo vedevo tutti i giorni all’uscita di scuola, lo trovavo bellissimo, un sorriso spettacolare, mai scambiati nemmeno una parola tra noi, ci salutavamo questo sì, nessuno ci aveva presentati, ma io sapevo tutto di lui, forse lui di me, mi bastava per essere certa che l’avrei sposato e saremmo stati insieme per tutta la vita. Faceva il liceo scientifico, io il classico, quindi diciamo che c’era anche un sottinteso rispetto intellettuale mentre ci si salutava, perché non so se ci siano studenti più snob dei liceali. Be’ insomma poi arriva quella serata indimenticabile, il 12 maggio 1990, a voler essere precisi, ci siamo tutti e due al Papaya, ci studiamo da lontano ma niente, lo vedo ridere con gli amici e anche con altre ragazze, belle stronze, mi ignora però e io mi sento un’idiota. Poi me lo trovo accanto, mi prende le mani e mi porta in disparte: mi piaci da impazzire mi dice e mi dà il bacio che appartiene al sogno. Il brivido lungo la schiena di quella serata indimenticabile lo sento ancora perché 18 anni si hanno una volta, una volta è basta.
La storia siamo noi
E se c’è un’altra pagina di storia che la mia generazione ha vissuto, drammatica e dai sentimenti agitati molto simili a quelli di oggi, be’ allora si torna agli anni Settanta dentro quell’infinito buco che è stato il terrorismo, rosso e nero. Oggi è l’anniversario dal rapimento di Aldo Moro: 16 marzo 1978. Avevo 6 anni e gran parte di quel periodo me lo ricordo: tutti i tg cominciavano con la sua foto scura che appariva sullo sfondo, sui quotidiani c’erano quelle in cui teneva un giornale in mano da intendere come la testimonianza che quel giorno era ancora vivo, oppure certe lettere che si aprivano con una stella dentro a un cerchio. Ricordo che ascoltavo tutto ma che non capivo un granché e che chiedevo sempre che cosa volessero le Brigate Rosse ma non ricevevo risposte soddisfacenti, come quelle che non riceverebbe oggi una bimba che chiedesse cosa sta succedendo. C’era paura allora e non manca di certo adesso, è di altro genere, questo sì, ma ha tratti allo stesso modo oscuri. Era maggio quando si seppe della fine di Moro, stavo facendo i compiti, arrivò mio papà, lo hanno trovato disse, lo raggiunse mia mamma, vivo o morto? chiese lei e la tv risolse ogni dubbio. Oggi i tg non conoscono il concetto di edizione straordinaria, sono sempre in onda e passano continuamente tutte le notizie che servono, l’epoca è cambiata, ci sono social di ogni tipo, davvero difficile rimanere disinformati. Ma l’idea di base mica cambia. Biosogno di sapere, di capire, di essere protagonisti del proprio tempo. Oggi la storia ci ricorda che con l’uccisione di Moro cominciò la fine di un tempo pauroso entrato nei libri di scuola. Arriverà anche la fine di tutto questo tragico oggi. Historia magistra vitae est.
La decisione è corretta, stai tranquilla
Alla fine ho dovuto cedere. Ho alzato le mani e mi sono arresa: ho chiamato al lavoro e ho detto non vengo, perdonatemi, credo sia meglio così, il rischio c’è mica posso fingere ancora per molto che non ci sia. La mia direttrice mi ha detto: ci penso da giorni a te, è la scelta giusta, sarebbe imprudente, sei senza difese immunitarie, non voglio rischiare. E cosi sono a casa, quello che non volevo, perché mi fa sentire diversa, sono strana, lo so, l’Italia è ferma e io non posso tollerare uno stop momentaneo, pensa te. Tutto da stamattina è chiuso, però io, proprio io, non posso ammettere nessuna debolezza. Il fatto è che per me cambia davvero tanto, io voglio farcela oltre ogni limite, soprattutto quelli della ragione. Con la sclerosi multipla sono legata ad una fune che lei tiene ben tesa, non molla mai, talvolta dà uno strattone maledetto, ma io ci sono, reggo per quanto possibile, potrei mai evitare? Non io. Chiedere di poter stare a casa è stata una violenza nel cuore difficile da tollerare ma so che è stata la decisone giusta. Oggi ero di turno di pomeriggio, avevo già compilato l’autocertificazione per spostarmi ma poi ho pensato che era davvero stupido non fare i conti con la verità: tutti a casa è io no, immunodepressa, con una malattia dai mille tentacoli, capace di accendersi e fare danni anche solo con un raffreddore, la stronza. E quindi ho ceduto, sconfitta. Perché io le cose le prendo alla leggera, si sa. Ma stavolta che potevo fare? Nulla in effetti e così eccomi a casa.