Non farlo mai più

Stanotte c’è stato un gravissimo incendio nella mia città. Un condominio con sei appartamenti è andato a fuoco, un morto, 30 evacuati, vigili del fuoco intervenuti da tutta la provincia, una notte d’inferno. Ci mancava pure questa in un periodo del genere. La notizia l’ho saputa stamattina dai social che, pur con tutti i loro limiti, hanno comunque il vantaggio di mantenerci informati, quel minimo che serve, in tempo reale su quanto accade nelle immediate vicinanze. E infatti malgrado le immagini non fossero chiarissime, grazie soprattutto ai commenti in calce alle foto, poco alla volta ho capito in quale zona si trovasse e quale fosse il condominio: una ex discoteca, che è stata una delle più famose della mia città, una delle tantissime chiuse in anni cui la famosa movida del divertimento si frantumava, regalando al mercato, che non li richiedeva, una serie di appartamenti venduti a peso d’oro. Ma questo è un altro, ben amaro, discorso. A mano a mano che in questa giornata passavano le ore anche le informazioni si sono inspessite di dettagli e particolari dolorosi molti dei quali fuori luogo e senza attinenza con la realtà, perché si sa è così che funziona quando il buonsenso manca. Poco alla volta è spuntato il primo video, poi il secondo e poi chissà quanti altri, con lampeggianti blu, sirene nella notte e fumo e fiamme violente, dentro a una casa in particolare dove poco di buono è infatti accaduto. Mi sono immaginata tutti gli smartphone puntati verso l’incendio a registrare chissà cosa, per ricordare chissà cosa, da mostrare a chissà chi. È un po’ la vecchia storia dell’incidente in autostrada che blocca anche l’altra corsia, tutti che rallentano per guardarlo, la curiosità del macabro è quella cosa che fa dire a me non è successo, meno male. Quando ancora mi muovevo camminando, male, sempre peggio, oltre a fare molta fatica, sempre di più, mi divertivo almeno a fissare negli occhi chi, tutti, incrociandomi per strada, mi guardava, la curiosità, mista a stupore, mi suggeriva la provocazione e allora piantavo il mio sguardo in quello dell’altro mettendo bene in evidenza un rancore bruciante, se indossavo gli occhiali da sole li alzavo addirittura, costringendo a spostare velocemente il volto da me con un imbarazzo che mi divertiva. E allora mi sono chiesta da dove arrivino certe curiosità, come quelle che portano a fare un video rivolto ad una casa in fiamme al cui interno sta morendo qualcuno. Desiderio di sapere? Completo disinteresse per il senso della vita? Significa che non avrei guardato l’incendio se fossi stata lì? No, lo avrei guardato. È quel robusto rapporto con la cronaca che abbiamo tutti, quello che ci spinge naturalmente a voler sapere, non si sarebbe mosso il mondo se così non fosse, la storia sarebbe rimasta lì, senza esiti di continuità. Esiste un limite però, che si chiama rispetto, da un lato ci deve essere la voglia di mantenersi informati dall’altra la decenza di porsi dei limiti. Nessuno smartphone si accende da solo, nessuno sguardo si regge privo di educazione e di ragione. Tantissimi anni fa, ero bambina, passeggiavo in riva al mare con la mia amatissima zia Bruna, incrociammo un bimbo con una grave disabilità motoria, lei con infinità dolcezza lo salutò, io lo fissai e una volta passate oltre mi girai per guardarlo ancora. Mi arrivò uno strattone fortissimo al braccio che quasi mi fece male, non farlo mai più disse mia zia, non ho mai dimenticato una delle lezioni più importanti della mia vita, ricevuta senza troppe parole ma con la fermezza di un insegnamento da ricordare per tutta la vita.

God save the queen

Per impegnare queste giornate di quarantena ho ripreso a guardare The crown, la terza serie, me la stavo perdendo, credevo che in Italia non fosse ancora uscita, è stata un’amica a farmi notare che invece sì, era già arrivata anche qui, dovevo correre ai ripari. Che io non ami le serie tv l’ho scritto, danno troppa dipendenza e se non mi catturano nel profondo le mollo, in genere dopo poche puntate. Le prime due serie di The crown le ho guardate anche un po’ per obbligo, la storia, a quanto pare abbastanza verificata dalla realtà dei fatti, di Elisabetta II non poteva certo passarmi accanto vista la mia passione per i Windsor, ma la struttura narrativa con cui sono costruite le puntate nel loro insieme mi hanno dato noia fin all’inizio. Ma visto che ora di tempo ne ho in abbondanza e che anzi devo trovare il modo per investirlo al mio meglio mi sono detta ok, recuperiamo The crown. E ho ricominciato a guardarla, piano piano, lentamente, ma la noia ha comunque ripreso a portarmi via con sé. Fino a che pochi giorni fa per errore la puntata mi è partita in lingua originale. Che cambiamento. Mica male mi sono detta, certo non capisco un granché ma se mettessi i sottotitoli? Magari in italiano visto il livello scadente del mio inglese? Fatto. Che scoperta. The crown è diventato quello che doveva essere, una delle poche serie tv che ho visto e con piacere crescente. C’è un’aria diversa restituita dall’uso dell’inglese BBC – come mi ha insegnato a dire la mia amica che vive a Londra – che rende i dialoghi più raffinati, capaci di attribuire agli spazi e agli ambienti rappresentati la giusta regalità, cosi come alle interpretazioni degli attori, che si riempiono di un’intonazione maestosa anche nei silenzi. Il doppiaggio italiano soffoca la credibilità che la serie vuole e deve restituire alla vita della sovrana britannica. Possibile mi sono chiesta? Sono tornata ai tempi dell’Università, per laurearmi mi serviva avere sul libretto un esame dell’ambito linguistico, nel semestre in cui avevo deciso di darlo c’era solo la possibilità di frequentare le lezioni di Fonetica, non sapevo nemmeno di cosa si trattasse, non potevo immaginare che una tal casualità potesse diventare tanto importante e formativa per la mia vita. Mi si aprì una finestra che non solo era chiusa ma nemmeno sapevo esistesse. Fu l’occasione per capire che conoscere la propria lingua non significa solo avere chiari verbi, strutture sintattiche, concordanze, etimologie e via dicendo ma sapere anche quali sono le pronunce corrette da dare alle singole lettere e alle singole parole, i gradi di vocalità e delle intonazioni da utilizzare tanto per dire solo i termini generali della materia. Solo così la lingua si potenzia, cresce, declina verso versanti autentici e chi la ama non può che volerli fare propri. In Italia questa materia non è considerata e infatti la pronuncia della nostra lingua è pessima, in televisione si parla il romanesco pure con tono ammiccante, chiunque di noi nell’esprimersi viene travolto da un’inflessione regionale che a volte nemmeno sa riconoscere. E se pure i nostri doppiatori e i più bravi tra gli attori conoscono la dizione corretta da dare all’italiano noi che non la conosciamo non ci accorgiamo nemmeno della differenza che c’è tra una lingua cialtrona e una lingua perfetta. Ma una regina sì che lo sa, per questo deve parlare la sua di lingua anche in una serie tv che solo in questo modo diventa davvero bella.

Rosso e rosa

Continuo a guardare la trasmissione della Benini con le sue interviste a scrittori italiani. Diversi non li conosco e mi è venuta voglia di leggerli, di alcuni so a sufficienza per essere certa che non sfoglierò pagina, di altri ancora ho letto e con molta soddisfazione non dico tutto ma abbastanza. Quel che mi basta è che la trasmissione mi piace molto, mi rilassa, mi fa venir voglia di stare coi libri, elementi sufficienti per farmi vivere bene in questi giorni di triste, forzata quarantena. Guardando queste interviste, seppur diverse tra loro, una cosa ho notato in modo evidente: esiste una sorta di filo conduttore che accomuna questi scrittori che malgrado le loro diversità raccontano di aver vissuto un’infanzia e un’adolescenza solitaria, strana la definiscono, non infelice ma comunque isolata dai coetanei, una solitudine cercata, addirittura desiderata. Sono tornata indietro nel tempo e mi sono rivista. Guarda un po’, eccomi, che con gli altri andavo d’accordo ma solo a determinate condizioni, in certi momenti ma non sempre e non con tutti e spesso per scelta mia. Piano un attimo però, che non ne esca il ritratto della piccola fiammiferaia, ai margini del mondo, abbandonata al proprio destino. Ma no che non era così, cercavo di andare d’accordo con tutti e mi riusciva abbastanza direi, diciamo che spesso qualche cosa non funzionava, ero un’attenta selezionatrice, ecco cos’ero, se non sentivo un valore comune preferivo stare da sola. Va pure detto che nessuno mi inseguiva comunque, se io non volevo condividere rapporti con tutti mica avevo la fila dietro la porta di gente che implorava la mia presenza, questo proprio no. Ricordo i tre anni di scuola media con l’orrore di un incubo. L’adolescenza non perdona. In aggiunta ero pure un po’ bruttina e vestivo in modo anonimo, le regole della moda, queste sconosciute. Erano gli anni Ottanta poi, quelli in cui l’abbigliamento all’improvviso cominciava a costare troppo, i miei genitori non erano troppo disposti a spendere a caso, a una ragazza che sta crescendo durano due mesi quelle scarpe, diceva mamma, per non parlare del fatto che sono brutte, e chiudeva lì il discorso. Ma attorno a me avevo due smorfiosette – per essere elegante – in piena competizione tra loro che la mattina sfilavano tra i banchi vestite di tutto punto, si invidiavano reciprocamente ma erano entrambe ammirate oltre ogni limite da tutte noi ragazze che le avevamo prese a modello anche perché tutti ragazzi volevano loro e solo loro. Io come tutte le mie compagne di classe le guardavamo da lontano, erano la traccia inarrivabile, di stile, moda e bellezza. La via d’uscita che sceglievo era stare in disparte il più possibile. Fino a quel giorno di primavera in cui entrai in classe vestita con una camicia rossa e una gonna rosa, non mi sembrava grave. Ma le due tizie non erano della stessa opinione, sei vestita di rosso e rosa, dissero ridendo come pazze. Evidentemente non si poteva. Le vedo ancora di tanto in tanto, sono ancora amiche tra loro, chissà se si imvidiano ancora. Ma oggi è bello incontrarle. Sfrutto la mia sedia a rotelle. Le investo? Macché. Le guardo in faccia con la precisa idea di non dargli scampo, non le aiuto a gestire un comprensibile imbarazzo, non vado loro incontro per favorirle, non do suggerimenti, non le agevolo, le mollo alle loro domande. È probabile che sappiamo tutto ma non le guido a condurre il momento dell’incontro, faccio finta di niente, saluto, sorrido e me ne vado. In fondo io resto ancora quella vestita di rosso e rosa messa all’angolo dalla loro superbia perché dovrei comportarmi in altro modo. Aggiungo una cosa doverosa. Il fatto che io da piccola amassi stare da sola non fa di me una scrittrice, sottolinea piuttosto che avevo poco in comune con certe stronzette. Comunque non mi sembra poco come titolo da attribuirmi.

Pasquetta off

Tre appuntamenti fondamentali: Capodanno, Pasquetta e Ferragosto. Sono le date che da anni passo con tre ex compagni di liceo e la mia amica storica. Facciamo un’uscita insieme, per cena o per pranzo, dipende. Insieme a noi c’è sempre un corollario composto da mariti, fidanzati, compagne, amanti che negli anni è stato piuttosto mutevole, attualmente si è stabilizzato va detto, abbiamo messo la testa a posto. Oggi niente da fare ovviamente, spiace molto ma è davvero ingeneroso protestare, stiamo bene, parenti e amici vicini a noi anche quindi meglio far accomodare lontano ogni lamento. Ci si vede solo tre volte l’anno perché aspettiamo i rientri della mia ex compagna di banco che vive e lavora a Londra col marito, noi che siamo tutti padani potremmo vederci anche in altre occasioni ma non lo facciamo, sembra di non portare loro rispetto. Ma anche perché si sente se manca qualcuno del gruppo, si mettono in crisi gli equilibri e le discussioni ne soffrono, perché ognuno di noi gioca il proprio ruolo, ci conosciamo da troppo tempo per non accorgerci delle assenze. E poi perché siamo grandi amici, è vero, ma mica andiamo d’accordo su tutto sia chiaro, e ogni volta ad un certo punto il dibattito prende quota e sempre con gran vigore, non si litiga ma si discute e ciascuno mette sul piatto i propri argomenti. Finisce tutto sempre con grandi risate e più di qualche presa in giro, quelle non mancano mai. Ci si ritrova sempre nella città dove abito io, questo non sarebbe giusto, anzi direi che non lo è per niente, dovremmo alternare le destinazioni visto che non viviamo tutti nello stesso posto, ma è come se tra i miei amici ci fosse un tacito accordo per favorirmi. Lo sanno che io non sono mai stata vivace al volante, figuriamoci ora, ma meglio essere onesti e non dare la colpa di tutto alla sclerosi multipla, sono da sempre un’imbranata alla guida almeno questa accusa non gliela attribuisco, pensa te come sono buona. I primi minuti di queste serate non li vivo benissimo, quando rivedo dopo tanto tempo qualcuno, anche se amico, mi sento in grande imbarazzo, sotto giudizio, è come se fosse una partita che so di perdere in partenza, non amo fallire le prove. Ma questa stronza che mi porto addosso procede e lascia tracce di cui mi vergogno, l’imbarazzo misto a timore che leggo negli occhi degli altri mi umilia, fingo di niente ma è così. Ho scelto di sorridere in questi casi, più per gli altri che per me, loro così si ammorbidiscono e io passo oltre, come se cambiassi argomento. Ma questi tre appuntamenti annuali restano importanti per tutto il carattere che hanno, mettono insieme chi eravamo e chi siamo diventati, e ci sono fin troppe ragioni per esserne orgogliosi. Ora che Pasquetta è saltata ci sarà Ferragosto e noi del gruppo avremmo ogni elemento per poter parlare accuratamente di questo periodo fuori dal tempo, fuori dalla ragione, senza logica e nessun giudizio. Davanti ad una pizza, perché anche in questo mi accontentano sempre: io sono felice il doppio se mangio anche solo una margherita con una Coca media. Meglio ancora se Pepsi.

 

Buon Natale

Da ieri sera si sa che questa fottuta quarantena durerà quantomeno fino al 3 maggio. Non credo che la notizia abbia colto qualcuno di sorpresa, la situazione la conosciamo figuriamoci, ma sentirselo dire a brutto muso mica è cosa piacevole, per niente anzi. Chissà come sarà il nostro stato d’animo alla volta della fine di questo periodo, piuttosto. Posso andare in libreria però, è una delle poche attività a cui è consentita la riapertura: potrei mettermi lì, in un angolo con un libro in mano, leggere per respirare aria nuova. Non male come idea, in effetti. Fino a qualche anno fa lo facevo, almeno una volta la settimana. C’era una libreria qui nella città dove abito, a pochi metri da dove vivevo – possibile pure che fosse entro i 200 -, che finché non ha chiuso è stata il mio rifugio preferito. Ci andavo, stavo lì, e anche se sapevo già cosa avrei comprato mica facevo veloce, mi sedevo da qualche parte ma non per leggere, per chiacchierare invece, con la libraia, persona deliziosa, romantica e un po’ svanita, e con i suoi clienti, una in particolare divenuta mia amica. Ci si aspettava, si cominciava a parlare, di libri, di scrittori, di nuove uscite ma anche di noi, della vita e di cazzate, ché la cultura è bella ma c’è bisogno anche di tutto il resto. Gli ultimi giorni prima di Natale raggiungevano il picco massimo del mio piacere in libreria, c’era da fare i pacchettini regalo e come se quella fosse stara una frontiera di guerra io mi sono sempre sentita in dovere di arruolarmi. E Natale dopo Natale, dietro quel piccolo banco, pieno di carta regalo colorata e rotoli luminosi di nastro, eravamo sempre in tre, io, l’amica libraia e l’amica di lettura. Girava un sacco di gente in quei giorni, c’era bisogno di aiuto perché coi libri è così: quando le hai pensate tutte e non hai più idee, quando il destinatario appartiene all’ultima categoria dei cugini di quarto grado che vedrai al pranzo dai nonni, quando devi fare i conti con suocera o cognata indisponente diventano il regalo ideale. Ma se a tua volta non sei un lettore autentico ti ritrovi a girare tra gli scaffali per comprare un po’ a caso. E noi giù a ridere, figurati se non li riconoscevamo al volo i clienti natalizi, piuttosto mi stupisco che nessuno non ci abbia tirato addosso uno di quei tomi da 500 pagine di Vespa che invece venivano comprati senza misura. Ma si finiva in fretta di ridere, il negozio si riempiva sempre, c’era da lavorare, pacchetti su pacchetti, i miei erano i più sbilenchi, al punto che s’era deciso, tra le risate, che dovevo limitarmi a fermare il nastro con il dito mentre loro ci cimentavano a costruire le più fantasiose decorazioni. Arrivati al momento della chiusura del 24 sera, l’amica libraia tirava fuori dal cassetto i due pacchetti più belli che contenevano proprio i titoli che ciascuna di noi due voleva. Solo un’insopportabile quarantena può farmi ricordare alla vigilia di Pasqua proprio il Natale.

 

Stringiamoci a coorte

Abito in una località di mare, affacciata sull’Adriatico, in Veneto, qui l’asse portante dell’economia è il turismo. In tempi di Covid 19 siamo a secco. Parlavo proprio ieri con la mia ex dirimpettaia di scrivania, lavoravamo per una piccola agenzia di comunicazione che si occupava della realizzazione di free press costruiti attorno ad un solido architrave pubblicitario, dicevamo quindi che con ogni probabilità quei giornali, su cui avevamo investito passione, mista a idee e indiscussa fatica, era ben difficile che potessero uscire quest’estate, e non certo nei tempi e nei modi noti. E invece stamattina, sorpresa, sui social compare la copertina del primo numero della stagione, puntuale, per Pasqua, come ogni anno, come da tradizione, nel pieno rispetto delle regole decise dalla redazione. Il giornale più rappresentativo poi, il pezzo da novanta dell’intera produzione, quello più atteso, quello che disegna i contorni di una località attrezzata per accogliere ogni estate milioni turisti. Ha una copertina molto bella fra l’altro, con uno strillo che dà l’idea della squadra che in un momento del genere stringe i denti, non molla il timone. Io e la mi ex dirimpettaia di redazione ci telefoniamo subito, non ce l’aspettavamo questa calata di asso vincente e certo non con questa puntualità. Che penso? Mi piace questo atto di coraggio, orgoglio e valore messo in campo da tizi che comunque continuo a non stimare, ma non posso non considerare che questo è il momento per mettere da parte ogni desiderio di rivalsa, adesso più che mai è bene stare sull’attenti per tratteggiare un qualunque carattere di speranza sul domani. Ci parliamo io e la mia ex dirimpettaia di computer e a tutte due viene addirittura l’idea di scrivere un wapp all’unico degli ex capi con cui siamo rimaste in qualche modo legate, certamente perché a lui diamo credito di professionalità ma soprattutto perché, diciamolo, anche lui è stato disarcionato come noi. Poi lui lo hanno riarruolato nel momento del più grave bisogno questo va detto, ha accettato di malavoglia, dice, perché di qualche cosa bisognerà pur mangiare. Sta di fatto che ora fa di nuovo parte della compagnia quindi a me e alla mia ex dirimpettaia di idee geniali è parso necessario fargli i complimenti attribuendogli, chissà poi perché, gran parte delle fondamenta di questo progetto. Lui ha risposto con finta umiltà ma tant’è. Poco dopo su FB ho visto il video nel quale l’altro ex capo, quello che di sicuro non considero, tutt’altro, e che si fa chiamare editore, è seduto alla scrivania del suo ufficio – l’ultima volta che sono entrata lì dentro in è stato per sentirmi formalizzare il licenziamento con la specifica che non c’era intenzione di pagare a breve giro di posta le ultime mensilità e il TFR pari a 15 anni di lavoro – e nel suo italiano precario, butta fuori parole a caso, che dicono tutto e dicono niente, gira attorno a concetti che sono molto simili a un’auto celebrazione. Poi entra in scena il nuovo direttore, lo conosco da anni, anche se fortunatamente non ci ho mai lavorato insieme, un egoriferito convinto di essere la penna più autorevole del creato e che infatti dirige un free press. Parla dalla sala riunioni – non ha nemmeno un ufficio suo là dentro non posso che notarlo – dice le stesse cose, hanno cercato di offrire un servizio per spiegare che la località è viva e come sempre pronta a ripartire. Mi resta attaccato alla pelle un senso profondo di occasione perduta. Era tanto difficile mettere da parte i propri supposti allori per dire che il valore autentico di questa eccezionale uscita era quella di dare spirito ai tanti – a tutti? – quelli che qui di turismo vivono e che all’improvviso non solo sentono di aver perso ogni bussola ma pure una strada sulla quale orientarsi? Serviva la verità: è dura ma si farà, noi abbiamo fatto un tentativo, rischiando tanto, troppo, ma è questo il momento di farlo. Qui i turisti sono fondamentali, si doveva dire, e li aspettiamo, ma ora questo giornale è dedicato a noi che qui lavoriamo, alle nostre paure a tutti i pensieri che ci pesano sul cuore ma che devono diventare l’occasione per farci diventare una squadra compatta, un gruppo che solo insieme può vincere una partita che sembra persa in partenza. Questo almeno è quello che io e la mia dirimpettaia di utopie avremmo voluto diventasse il messaggio. Ma infatti ci hanno licenziate.

Annalena, è un piacere

 

In queste giornate che si muovono tra preoccupazioni e malumore, durante le quali ci sono troppi spazi da riempire per non sprofondare, per non lasciarsi soffocare definitivamente ho trovato un modo per rimanere a galla. Ho scoperto per caso un programma tv che sto guardando anche in replica, per non perderne nemmeno un dettaglio, da cui mi sento coccolata, addirittura viziata, perché parla delle cose che mi piacciono, i libri, con i toni che preferisco, quelli più morbidi. Si chiama Romanzo italiano, lo conduce Annalena Benini che fa un viaggio attraverso le regioni italiane per rintracciare gli scrittori che abitano lì, per intervistarli, parlare dei loro luoghi, i libri che hanno scritto, i tempi e i modi dei loro esordi. Ora, che Annalena Benini fosse una garanzia già lo sapevo, ottima lettrice e di conseguenza ottima suggeritrice di titoli, sulla stampa ma anche sui social, qui si rivela capace di interviste ammalianti, una voce pacata che non interrompe mai, lascia parlare mentre accompagna chi la guarda dentro un circolo di bellezza perfetto. In ogni regione incontra uno alla volta tre scrittori, con ciascuno di essi mette in mostra un pezzo d’Italia che parla di loro, si fa portare negli angoli che più amano, di una città, di una piazza, di uno sguardo verso il mare, di uno spazio immerso nella natura. E poi si parla dei loro libri, lontani da toni accademici, da registri sofisticati, se ne parla e basta, con gusti intelligenti e passionali, che conquistano. Si raccontano gli esordi e di come si è passati un manoscritto ad una finale di un Premio Strega, per esempio, magari alla fine anche vinto. Non tutti gli scrittori intervistati mi piacciano e di sicuro non leggerò mai loro libri, poco importa mi ha interessato conoscerli. Se è per questo ho avuto anche la conferma che di quelli che mi piacciano non ho letto tutto purtroppo e che dovrò rimediare al più presto. Per non parlare di quelli che certamente potrebbero piacermi e di cui però non ho letto niente, me tapina. Questo è il momento giusto per riparare, il tempo in effetti non manca. Purtroppo.

Indietro tutta

Ieri mi sono connessa a Rai Play, cercavo una cosa che mi ero persa e che volevo recuperare. Entrando nella home ho visto le proposte e i consigli offerti, gran parte di questi compongono una rosa completa della migliore tv del passato, quella con cui sono cresciuta o di cui ho comunque sentito parlare come caposaldo dello spettacolo di casa nostra. E tra questi c’è Indietro Tutta, Arbore e Frassica & co, quella pagina di televisione che ha fatto molto più che storia. Credo si fosse nel 1987 o 1988 giù di lì, ero una ragazzina, al Ginnasio, ne parlavano tutti davvero tanto perché in un botto il linguaggio della comunicazione era stato travolto da ragazze coccodè, dalla vita che era tutta un quiz, dal cacao Meraviliao, dal telecomando riconosciuto scettro del potere per chi lo aveva in mano. So per certo di non aver mai visto una puntata intera di Indietro Tutta e sicuramente non in diretta, andava in onda troppo tardi la sera e io vado a letto presto invece, da sempre. Però anche senza guardarlo tutti ne eravamo sedotti: le sigle venivano trasmesse per radio continuamente e quel cacao, proprio quel cacao che non esisteva, era tra i più richiesti in ogni negozio. Io di Indietro Tutta ho comunque un ricordo diverso e tutto mio associato a due compagni di classe che non potevano rappresentare niente di più diverso l’uno dall’altro. Enrico, capelli lunghi, sguardo robusto, eloquenza scorrevole come i migliori uomini della sinistra italiana di quegli anni, come il suo omonimo a cui chiaramente ispirava il suo pensiero. Ogni giorno entrava in classe sbattendo sul banco una copia de Il Manifesto. Pier Filippo, perfetto esponente dell’alta borghesia cittadina, tutte le mattine camicia Oxford perfettamente stirata, eleganza innata e dichiarata educazione politica collocata a destra. Quando morì Almirante conservò dentro il portafoglio l’articolo che Montanelli gli aveva dedicato per celebrarne il peso istituzionale. Era nota la loro reciproca antipatia, ma, lontani di quasi un decennio dalle più feroci lotte politiche conosciute nel nostro Paese, si limitavano a ignorarsi, niente avevano in comune, niente volevano condividere. Fino a quando una mattina cominciano a ridacchiare tra loro, uno dice una cosa, l’altro risponde a tono. Il giorno dopo lo stesso, uno scambio di battute veloci, niente di più, ma la risata è più convinta e non proprio sotto il banco. Fino a quando cominciano ad aspettarsi prima di entrare in classe, addirittura davanti alla scalinata del liceo, non si deve perdere tempo, ce n’è da dire e da ridere soprattutto. Per me Indietro Tutta è questo, la storia di un’amicizia nata senza porre condizioni e poi è la memoria di Pippo come lo chiamavano tutti noi a scuola, meno borghesi, meno ingessati, più popolani e allo stesso modo addolorati quando purtroppo morì.

La paura e una carezza

Quando ho cominciato il nuovo lavoro, ormai più di un anno fa, mi ero ripromessa di non creare legami troppo stretti con i colleghi, cordialità certo che sì, gentilezze e cortesie, ma bandite amicizie, intimità, confidenze che andassero oltre il dovuto. Il passato ti insegni, mi ripetevo, quello che è successo ti ha ferita e tanto, ti sia di lezione, mantieni le distanze, rispetta gli spazi degli altri e soprattutto i tuoi. Arrivavo da un periodo pesante, quello del licenziamento, affrontato con tutta la forza a mia disposizione tentando comunque di lasciar passare ogni tormento senza rifletterci troppo sopra, il rischio era quello di colare a picco come un qualunque Titanic contro un iceberg. Ma le ammaccature quelle sì che le vedevo, lividi viola che non sfioravo per misera difesa dal dolore, ma, accidenti a loro, quanto erano evidenti. E non era solo il licenziamento ad accoltellarmi – anche se quei modi e quei tempi erano tutti da discutere -, erano i rapporti umani caduti in frantumi senza spiegazioni a graffiarmi di più. Di quei quindici anni di vita sono rimaste tracce importanti, questo sì, che anzi oggi appaiono rafforzate perché oltre ad aver condiviso la tragica discesa, la fatica di una lenta risalita e poi di un nuovo ritrovato equilibrio, ora vivono insieme un presente libero dai legacci del lavoro comune scoprendo che questo fa bene, almeno alla loro amicizia. Però mi manca anche il resto, perché di quegli anni rimpiango il tanto che avrei voluto conservare, tutti i rapporti umani con gli altri colleghi costruiti con impegno: gli scambi di segreti, le risate, il cameratismo e perfino le liti furenti con le successive riappacificazioni. Tutto passato. Chi lo sa perché poi. Ecco perché quando mi sono seduta alla nuova scrivania l’accordo con me stessa è stato di stare in disparte rispetto a tutti i meccanismi umani del nuovo ufficio, di lavorare senza stringere rapporti troppo stetti con i colleghi oltre a quelle chiacchiere che ti fanno essere nulla più che educata. Certo nei primi mesi è stato più facile poi a mano a mano che il tempo passava qualche risata in più è scivolata, due parole da scambiare sono nate, quel buon vivere, insomma, che alleggerisce anche il lavoro. Ieri sera ho ricevuto un wapp da uno dei tre o quattro colleghi con cui per ragioni di stretto servizio ho scambiato il numero. Mi chiedeva come stavo in queste settimane di forzata quarantena e che non vedeva l’ora di parlare ancora con me perché al lavoro si sente la mia mancanza. Mi ha resa felice. Poi mi sono fermata col telefono in mano e mi è venuto in mente che qualche giorno fa un’altra collega mi aveva scritto dicendomi su per giù le stesse cose. E che la scorsa settimana quando avevo scritto io a uno dei miei capi per chiedere qualche informazione il tono era stato grosso modo lo stesso. Sì è vero è bene proteggersi, le botte sul viso mica si cancellano, ma in fondo non è nemmeno male sentire qualche leggera carezza.

Nel Connecticut o giù di lì

È un tempo pesante questo, inutile tornare sull’argomento per renderlo ancora più pesante, la situazione è questa ed è fin troppo nota la questione, che ci si può fare se non sperare che passi in fretta senza fare ancora più danni? Si tratta di trovare il modo per renderlo più disteso forse. Io ho scelto di buttarmi per l’ennesima volta tra i cari amici che abitano a Stars Hollow nel Connecticut o giù di lì visto che Stars Hollow non esiste. Care amiche che mi prendete in giro per questo sappiate, e lo dico con fierezza, ho deciso di mettermi a guardare ancora una volta Una mamma per amica. Per la quinta volta? La decima? La ventesima? E chi lo sa. Adesso ne ho più bisogno che mai. Io davanti alla tv insieme alle ragazze Gilmore ci sto bene, mi rilasso, mi risposo, allontano i pensieri più cupi, mi sento meglio. Non ho scelto da dove cominciare, sono andata a caso, tanto le puntate le conosco tutte a menadito, quale importanza ha decidere da dove partire se mi piace tutto, ogni momento della serie lo conosco perfettamente e mi fa stare bene allo stesso modo? Quando vedo uno qualsiasi dei personaggi fare qualunque cosa la mia immaginazione vola: Lorelai beve un caffè? ne voglio subito uno anche io; Rory legge un classico russo? lo devo avere in mano immediatamente; è seduta tra i banchi del suo esclusivo e rigorosissimo liceo? mamma mia, quanta voglia di essere la sua compagna di studio; sono tutte e due a cena dai ricchi ed eleganti nonni? è quello il posto dove vorrei essere anche io più diqualunque altro al mondo; mangiano pizza, patatine e schifezze sedute sul divano? è il mio menù preferito, roba nota. Tutto qui? Macché. Il fatto è che Lorelay, Rory e tutta la squadra che si muove a Stars Hollow e immediate vicinanze è brillante, simpatica, raramente stupida e il registro che distingue la sceneggiatura delle puntate è questo, o almeno è quello che ci leggo io. Qui si ride, ci si innamora e poi si litiga e pure molto, si fanno cavolate ai limiti dell’eccesso ma tutte condotte sul filo dell’ironia ma soprattutto prevale il dialogo da cui escono considerazioni lontane mille miglia dalla mediocrità. E anzi spesso sono piene di luce. Nella puntata che ho guardato ieri sera, per esempio, Rory è con Paris, la nemica/amica con la quale ha condiviso tutto il percorso di studio, sono ad un passo dalla laurea all’università di Yale e stanno ricevendo le risposte alle domande per la specializzazione che hanno fatto. Paris ha un carattere che definire spigoloso è un po’ più che un eufemismo e infatti ai tempi della scelta universitaria il suo desiderio di essere ammessa ad Harvard viene bocciato proprio dal suo temperamento severo e instabile malgrado il curriculum scolastico sia all’altezza della fama dell’ateneo. Harvard accetta, invece, la sua richiesta per gla specializzazione in giurisprudenza. Paris la legge, salta sul divano e grida: “Non mi hai voluta quattro anni fa? Oggi sono io che non voglio te.” Strappa la risposta e butta le carte all’aria. Paris, maestra di vita. Le tue parole valgono per tutti, valgono per tutto.