Con uno spritz in mano

Circa quindici anni fa o giù di lì, mentre facevo i conti con tanti sentimenti, primo fra tutti quello di conservare tutta la normalità possibile, quella che si stava sgretolando sotto i colpi della sclerosi multipla che percepivo diventare sempre piu feroci, al lavoro mi arriva una nuova collega, dentro un ufficio anche quello nuovo, che regala spazi più belli, che però mica mi piacciono. Non amo il cambiamento mai e in quel momento mi ritrovo incastrata in un corpo che dà segnali strani, la sento la sclerosi multipla, anche lei è un cambiamento, lei è il cambiamento, voglio provare ad ignorarla, fare finta di niente, pensare a ieri, a quello che c’era, mica facile, malgrado gli sforzi. La nuova collega non mi piace, poco da fare meno da dire, è nuova, può bastare. Dobbiamo condividere però lo stesso lavoro, scrivere piccoli e inutili pezzi di simil giornalismo che presentano il calendario di eventi organizzati nella nostra città, ce li dividiamo secondo criteri equi e casuali finché un giorno lei mi dice che ne vorrebbe uno in particolare tra quelli messi in lista dal caporedattore: un torneo sportivo tra non udenti. E mentre io vado avanti col mio lavoro la sento telefonare agli organizzatori per prendere le solite informazioni, dove si fa, quando, come, domande note, fino a che non la sento chiedere se i partecipanti sono non udenti o sordi. Eccola qui, quella nuova, ma saranno cose da chiedere queste, mamma mia, lo dicevo io che proprio non ce n’era. Quindi da stronza quale sono, messa giù la cornetta, le chiedo perché ha fatto quella domanda. I miei genitori sono sordi mi dice, pienamente consapevoli del loro essere disabili vivono la quotidianità con l’equilibrio di una vita che non conosce intoppi, solo quelli che a volte impongono gli altri, da cui si difendono molto bene comunque. Ma non per tutti è così, ha continuato, soprattutto i genitori che sentono, davanti all’arrivo di un figlio sordo, faticano molto anche solo ad accettarne la parola, così si sono fatte largo definizioni parallele come non udenti che spesso fanno capo ad associazioni che promuovono addirittura interventi chirurgici che non danno nessuna garanzia, anzi. Con sordomuto ho chiesto, cosa si intende? Niente, non esiste, il sordo parla, in modo atipico, ma solo perché non sente la sua voce, leggendo il labiale sostiene ogni conversazione, basta avere l’accortezza di guardalo in faccia mentre ci si rivolge a lui. E si arriva ai giorni di oggi, quell’antipatica di nuova collega piano piano è diventata la mia dirimpettaia di scrivania con cui ho condiviso un po’ tutto – più di vita che di lavoro comunque – e si parlava di questo burrascoso ritorno alla normalità dopo la quarantena. Il discorso è finito sulle mascherine e di come stiano influenzando la vita dei suoi genitori: impossibile leggere il labiale. In quei negozi nei quali si entra uno alla volta, nei quali si mantengono due metri di distanza per comprare una bistecca e tre etti di cotto c’è chi fatica ad abbassarle per pochi secondi per parlare con un cliente che fa la spesa da loro, tutti i giorni, da decenni. E non credo sia paura del contagio, con lo spritz in mano vedo che le mascherine scivolano giù che è un piacere.

Poco da fare se sei scemo

Stamattina ero al lavoro e, oltre a litigare con gli occhiali che insieme alla mascherina si appannano in modo indecente, ho scoperto che posso usare la mia sedia sfruttandone tutti quei lati che fin dal primo giorno in cui mi ci sono messa sopra mi hanno sempre fatta innervosire oltremodo. Forse l’ho già scritto ma non ricordo dove, comunque il sunto è che esiste una categoria di persone che vedendomi lì, relativamente giovane – questo lo aggiungo io! – e perlopiù sorridente, mi si parano davanti con un atteggiamento di esagerato altruismo, come se spettasse loro attribuirmi la forza per affrontare le mie giornate. Serve dirlo che mi danno sui nervi? Li riconosco subito e passo oltre con una cattiveria nello sguardo che smorza all’istante sorrisi sproporzionati e la curiosità di conoscere cosa mi è successo con il sollievo di sapere che qualunque cosa sia non è capitata a loro. Ma se sono al lavoro devo cambiare rotta e comportamento, amplificare finta gentilezza e smussare lo spregio che mi provoca quella gente, e guarda te cosa ho scoperto. Seduco. Conquisto. Affascino. Anche i rompipalle. La mia più grande sfortuna diventa un viatico che mi permette di trovare qualche soluzione in più, là dove camminerei sui piedi con le ruote della mia sedia perché certi atteggiamenti mi mandano ai matti, è un’occasione perfetta da sfruttare per ottenere ciò che voglio. La poverina alza la testa e si accorge che anche senza volerlo può trovare un beneficio dalla sua sfiga? Certo, io ci metto il massimo delle mie possibilità per fare bene il mio lavoro, mi impegno e comunque sorrido perché mi va di farlo, non sono certo personaggia che si piange addosso stile me misera, me tapina, ma se tu, piccolo ignorante, limitato nel pensiero e nella mente, credi che con me devi essere più gentile che con altri perché la natura ti ha messo in croce da un cervellino piccolo che nessuna sedia a rotelle potrà correggere, prego fai pure, continuo a disprezzarti ma in più ti uso, sei scemo e nemmeno lo capisci. Mica è colpa mia.

Quel rumore infernale che fa

Nello spazio di dieci giorni due care amiche mi hanno detto che i loro psicologi, con i quali hanno cominciato le rispettive terapie di analisi, hanno fatto dei commenti positivi nei miei riguardi, cose sul tipo è in gamba, tenetevela stretta. Ora, non so cosa si sia detto di me o a che titolo io sia entrata nelle loro terapie, qualcosa mi è stato riportato ma mi permetto di dubitare sulla realtà di quanto detto, mica si usa raccontare in giro il percorso che nasce durante le sedute con questo genere di professionisti, o meglio io non lo farei. Già io. Che forse due parole con uno psicologo avrei pure bisogno di farle, tanto per capire se dentro di me ho individuato tutte le tracce per superare i limiti necessari per liberare mente e pensiero da quello che mi ha regalato con grande generosità la sclerosi multipla. Ecco appunto. Io ho scelto di cacciare tutto dentro un profondissimo buco nero coperto da vagonate di terra spessa e nera perché niente esca, e che nessuno si permetta di farlo. Fatico perfino a dire sclerosi multipla, mi urtano queste due parole che ai più sembrano nulla, ma per me sono un condizionamento crudele che ha tradito progetti e vita e che per di più, a leggere bene, ha elargito anche alibi in quantità per non prendere decisioni importanti. Ecco, io parto da qui, ho soffocato tutto, ho cancellato in profondità e non voglio nessuno che mi aiuti a far riemergere il male assoluto che conosco e fin troppo bene. Quindi mi inchino davanti ai commenti positivi di questi due professionisti, ma il dialogo si chiude qui, ringrazio e porto a casa. Che poi non è nemmeno vero che non ho mai partecipato a una seduta di analisi psicologica, tanti anni fa sì, all’inizio della mia storia con la sm, quando piangevo pubblicamente e in quantità, ma non per roba stupida come ora, ma per affari di autentico spessore come la neo diagnosi appena arrivata, la paura, il futuro che sentivo negato e le tutte incognite che si intravedevano. Di preferenza lo facevo davanti ai medici, allora mi seguiva una neurologa che adoravo, perché era dura, competente e spietata, lei non nascondeva niente, diceva cose sul tipo: ciccia, questa cosa ti è capitata, mi chiedi risposte? Non ne ho, io ti posso dare questa terapia, ma non sono attrezzata per i miracoli, vediamo di venirne fuori al massimo della scienza. Io la ascoltavo e condividevo, ma piangevo lo stesso, eccheccacchio aggiungerei, voglio vedere chiunque al mio posto, ma mi fidavo, di lei e della scienza. Fino a che un giorno, all’ennesimo pianto, mi ha detto che il centro metteva a disposizione una psicologa se lo volevo, no, ho risposto, sempre piangendo, mica mi serve e lei mi ha detto che si vedeva che ero forte – non ho mai capito se mi prendesse in giro, voglio credere di no – ma c’è, dái vai, prova, ha concluso. E sono andata. La tipa mi ha fatto fare un sacco di test di memoria e roba sul genere che mi hanno fatto crescere delle ansie clamorose, odio sbagliare, detesto che si creda che non raggiungo valori minimi di preparazione. Poi un bel giorno l’appuntamento con la tizia mi capita un’ora prima di quello per la risonanza magnetica, l’esame centrale per monitorare l’andamento della sclerosi multipla. Non è doloroso, ma è molto lungo, lo odio fin dalla prima volta che ho dovuto farlo, è un momento cruciale, stabilisce se la sm è ferma allo stesso punto della volta precedente o se è andata oltre, se ha fatto danni che non si sono ancora manifestati, se avanza di corsa o si è bloccata un minimo. Quando la fai sei infilato, pieno di ansia, dentro un tunnel di metallo, stretto e basso, senti nelle orecchie un rumore infernale e aspetti che a un certo punto, dopo tre quarti d’ora circa, ti entri dentro le vene il temibile e freddo liquido di contrasto quello che passa dall’ago che ti hanno infilato dentro il braccio: è il censore supremo dell’intera risonanza, se ci sono infiammazioni in corso lo dice lui. Quel giorno sono distratta con la psicologa, mi chiede cos’ho e le dico la ragione. Ah, è solo per questo, esclama sorridente, ma l’ho fatta anche io, dovevo provarla per essere certa di capirvi, e mette su una faccia ebete, mi sono addormentata, continua, cavolo, quanto è lunga, ma per fortuna non è dolorosa. Già, le ho detto, e mi sono alzata. Dopo pochi giorni ho portato l’esito della risonanza alla mia dottoressa, non ho pianto e le ho detto che pensavo fosse meglio non andare più dalla psicologa, ché mi sentivo meglio. Ora, è certo che ho beccato un’incapace, ma non è nemmeno a causa sua se poi ho deciso di evitare qualunque terapia di analisi. Ho preferito costruire uno buco profondo accanto a me dove ficcarci dentro tutto, da lì non si tira fuori niente come regola di vita, scoppierebbe una bomba troppo rumorosa. Da far rimpiangere il casino che ti fa nelle orecchie fa una risonanza magnetica.

Agosto è il più crudele dei mesi

Soffiata via una stagione. Me ne sono accorta lunedì mattina quando dopo tantissimo tempo sono uscita di nuovo per tornare al lavoro. Nell’aria l’ho sentito quel qualcosa di strano che non si poteva non notare, sicuramente per com’ero vestita, non avevo cambiato niente del mio guardaroba rispetto all’ultima volta in cui ero stata fuori, la prima settimana di marzo. Non è più inverno, ora c’è una bella primavera, intensa, ai confini di un’estate che giri l’angolo e sarà qui, stagione che da sempre detesto, perché che io sia strana è roba nota. Stavolta guarda un po’ cosa è successo, neanche il tempo di accorgermene, con i cappotti ancora appesi lì e le giacche un po’ più leggere tirate fuori in gran fretta, perché eccome se fa già quasi caldo. E io nei cassetti invece ho ancora le maglie di lana pesante, i cardigan davvero poco primaverili, mentre le camiciole, le magliettine più leggere, quei pantaloni di lino belli solo se stropicciati sono ancora chiusi altrove. Anche questo tempo s’è portato via il Coronavirus, che rispetto a tutto il resto, per carità, è cosa da nulla. L’ho notato pure io e con fastidio anche se non la amo questa stagione perché si porta dietro l’estate e io vivo al mare e se solo per questo dovrei amarla nel profondo, non l’aspetto mai con nessuna ansia, ma vedermela portare via sotto gli occhi non l’ho trovato corretto, tutto qui. Che primavera ed estate non siano amate da gente come me che vive al mare può sembrare roba strana è vero ma il punto è questo, almeno per quello che mi riguarda. Perché il mondo del turismo invade fin da quando ero piccola i miei spazi, non ha mai significato vacanza, lavoro invece, per i miei genitori e poi crescendo pure per me. Il turismo io l’ho sempre vissuto con la strana sensazione della violazione, ecco cos’era e quando tutto finiva e tutti se ne andavano riprendevo a respirare. Ma è il turismo che mi ha dato tanto, mi ha fatta crescere, studiare, è suo il sistema da cui ho avuto tutto quello che avuto, come negarlo. E di conseguenza come non rispettarlo. Proprio ora che vacilla, tra dubbi, indefinibili incertezze, paure motivate e preoccupazioni molto più che valide, il turismo prende quota tra i miei sentimenti perché in giro dalle mie parti vedo e sento facce e parole che sanno di crisi barbarica, discesa verso il profondo nulla, che rischia di demolire una potenza economica che coinvolge tanti, troppi. Cosa accadrà su questo fronte è un’incognita che confonde perché mancano risposte adeguate a domande che fino a pochi mesi fa nessuno pensava di doversi fare. Sarà un’estate in bilico quindi, un turismo che giocherà una partita difficile come mai avrei creduto, proprio io che da piccola arrivati all’1 agosto cominciavo il conto alla rovescia verso l’inizio di settembre, il mio mese preferito. Avrei dovuto capirlo per tempo che agosto è un mese crudele solo perché chiude una pagina da non dare per scontata.

Almeno oggi, per favore, no

Non so se scrivere quello che ho in mente. C’è qualcosa di più potente di me che mi governa, roba nota, decide tutto la sclerosi multipla, sempre, e io sto un passo indietro rispetto a lei, preferisco stare sulle mie, ogni volta, l’ottimismo non gioca a mio favore infatti, quando ne sfodero una goccia quella si volta, mi guarda, fa un ghigno di sfida, e dà la sua lezione. Allora la prendo larga. In piena quarantena la voglia di tornare al lavoro era tanta, ma non potevo fare finta di niente, tipo trascurare l’improvvisa corsa verso il basso del mio corpo che d’un botto non sembrava aver più tanta voglia di assecondare le mie abitudini. Quel minimo sindacale garantito per essere vagamente indipendente, secondo canoni tutti miei che gli altri giudicano limiti insopportabili e che per me sono tesoro prezioso da preservare, d’un lampo li ho visti annichilire sotto una coperta pesante da trasportare. Come quella volta in cui venni licenziata anni fa: i danni allora furono di corpo soprattutto, ma anche di testa, cuore e sentimento. Giriamo pagina ché non voglio dare a quel tempo nemmeno il vantaggio del ricordo. Questa quarantena invece, oltre alla paura seminata dal Coronavirus, è stata dura anche per altro: la voglia di rientrare al lavoro era tanta ma nello stesso tempo eccomi diversa, così all’improvviso i miei movimenti si sono fatti ancora più impacciati, una stanchezza inspiegabile mi piombava addosso senza ragione, difficoltà su difficoltà si impilavano una sopra l’altra, no, così non va mi ripetevo. Tornare al lavoro, già. Ma ne sarei stata in grado? Almeno come prima? Fino al giorno preciso in cui mi ritrovo seduta a quella scrivania, emozionata come la prima volta – perché c’ho i miei anni con le stesse insicurezze di una dodicenne, scema che sono – ma piena di paure in più, perché l’ultimo mese e mezzo non è passato senza lasciare tracce mi dico. Finché mi riconosco. Proprio com’ero fino a un’abbondante quarantena fa. Io ho bisogno di uno scopo, di un obiettivo da raggiungere, uno piccolo, qualcosa che mi faccia sentire risolta, quel tanto che basta per rendermi partecipe a un ruolo. Ormai l’ho scritto, ormai lo penso, ormai lo sa anche lei che potrebbe fare uno sgarbo dei suoi, per dimostrare l’universo intero di cui è capace da vera sovrana della mia vita, che ha tolto e pure tanto, e continua a togliere e pure troppo. Che non mi voglia felice ci mancherebbe se non lo so, spero che accetti di volermi almeno un po’ serena, oggi poi, che non ho nessuna voglia di stare qui ad aprire dibattiti, bilanci e discussioni di sorta.

6×8

Finita la mia quarantena, oggi, primo rientro dal lavoro, poche ore fa. Di nuovo alla stessa scrivania abbandonata di corsa alla metà di marzo, tra le ansie che crescevano e che mordevano il collo, mi sono sentita come una scolaretta di seconda elementare, tutto da riprendere in mano dall’anno prima per poi scoprire quanto velocemente le cose possano cambiare per non parlare di quei passaggi che si dimenticano, soprattutto se d’estate non s’è studiato. Di nuovo seduta lì, e non solo a causa di una mascherina fissa a coprire naso e bocca o per quei maledetti fili di capelli bianchi in testa sempre più numerosi perché per le parrucchiere c’è ancora molto da aspettare, mi sono sentita diversa e fragile perché niente mi è sembrato nemmeno simile a come l’avevo lasciato. Procedimenti nuovi da imparare, meccanismi mai visti prima con cui prendere velocemente confidenza, richieste senza risposta certa da dare mi hanno travolta, perché questo Coronavirus ha cambiato tutto il mio lavoro e stare a casa non ha giocato a mio favore. E poi stamattina ho sentito netta la sensazione del favore esplicito che mi viene rivolto, perché io ne ho bisogno, più di altri, ma questo mi urta pur riconoscendo la buonafede di chi mi aiuta. Ma non ci posso fare niente, ho alzato le mani davanti a tutti i danni fisici che la sclerosi multipla mi ha fatto, ma questo suo farmi sembrare inadeguata nelle relazioni con gli altri mi disturba nel profondo. E non è colpa di nessuno, se non suo, brutta stronza. Ora però mi sgancio da lei, faccio un bel respiro, mi concentro, al lavoro ho imparato la prima volta, mi ambienterò anche in questa seconda e ringrazierò per i favori che mi vengono rivolti con generosità. Sarà un po’ come ripassare le tabelline in fondo.

Maturità, t’ho presa prima

Ieri ho scritto al centro sclerosi multipla che mi segue da due decenni perché mi servivano delle informazioni, l’ho fatto con largo anticipo perché visto il periodo mi sono detta che era meglio non trovarmi con l’insopportabile fiato sul collo dell’ultimo minuto. In programma per il prossimo 25 giugno infatti ho la visita semestrale di controllo e in quell’occasione ho bisogno di un paio di documenti che mi devono preparare proprio i neurologi che mi seguono, visto quello che la sanità sta passando meglio essere previdenti mi sono detta. Ho inviato la mail e ho ricevuto una replica immediata, una di quelle risposte preimpostate che raggiungono il mittente subito: tutto cambia mi si dice, le visite saltano, saranno sostituite da contatti con il paziente via Skype o Wapp concordati al telefono a tempo debito, chiamano loro, come i fidanzatini delle medie, e tu lì in attesa. Quindi ricapitolando, in questa Fase 2 è entrata in vigore un’ordinanza regionale che chiude gli ingressi agli ospedali, anche non strettamente Covid-19, nei quali verranno accolte solo le urgenze mentre per tutto il resto si fa quello che si può e come si può. Visite di controllo con Skype o Wapp, allora, come le interrogazioni della scuola, poveri ragazzi, come la loro maturità senza una vera indimenticabile notte prima degli esami. Non riesco nemmeno a immaginare il modo in cui verranno organizzate le visite perché per farne una di controllo per sclerosi multipla serve un rapporto diretto tra medico e paziente, domande ma anche contatti fisici, prove dirette sulla resistenza del corpo, analisi di occhi, serrata dei denti, sensibilità agli arti e via discorrendo. Provo a concentrarmi su come potrebbe essere la visita, ed eccola qui la mia soluzione: scoverò una postazione della casa dove alle mie spalle esca bene la libreria, perché si usa così, e sorriderò, e mentirò, a ogni domanda dirò che va tutto benissimo, mai stata meglio, la visita sarà virtuale, loro, infatti, potranno mettermi alla prova solo entro un certo limite, non potrò presentare nemmeno l’esito della temutissima risonanza magnetica, quello che decide quanti danni ha seminato sul campo la bella stronza, la clinica dove dovrei farla ha posto gli stessi freni, tutto andrà benissimo quindi, obiettivo raggiunto, 100/100 sul tabellone dei voti. Pensando di essere io la più furba del reame.

Molliamo gli ormeggi, ché si riparte

Lunedì rientro al lavoro. Finalmente. Avevo quasi perso le speranze e non credevo potesse succedere, non con questa relativa rapidità quantomeno, e invece si riparte. L’altro pomeriggio mi avevano chiamata per sottopormi al tampone – e per inciso, quello nasale è parecchio fastidioso – e la direttrice appena mi ha vista mi ha chiesto come la vedevo la possibilità di rientrare, se me la sentivo addirittura, se la vedevo come un’evenienza plausibile. Da sotto la mascherina ho cacciato un sorriso talmente largo che credo sia uscito dai lati, ho annuito con la testa e lei ha ribadito che non voleva forzarmi, ma se io ero d’accordo era del parere che i tempi fossero maturi, ci sono margini di pulizia nella struttura che mi lasciano tranquilla mi ha detto. Lo scorso 23 febbraio quando è arrivata la prima ordinanza regionale che chiudeva i serragli io ero lì, era domenica quando ho aperto quella maledetta prima mail, nello spazio di dieci minuti me la sono trovata davanti, la direttrice, è entrata senza salutare, mi ha fatto stampare tutto, in silenzio abbimo appeso le informative alle pareti, mentre dalla tv si sentivano tutti quei tg in sottofondo, c’erano Codogno e Vo’ Euganeo in prima pagina. Da domani stop ad ogni ingresso mi ha detto. E poi uno alla volta sono arrivati altri colleghi, una piccola riunione al volo per capire le nuove regole, cosa fare, come comportarsi. Fino a che la direttrice mi ha guardata, il tuo sistema immunitario è debole, fragile, stanco, mi ha detto, lo sai vero? E giorno dopo giorno, con il progressivo appesantirsi della situazione, ogni volta che mi passava accanto mi guardava e mi diceva qualcosa di simile ad un concetto che si riassumeva tutto lì, la sclerosi multipla non gioca la tua stessa battaglia ricordatelo. Fino a quando l’ho chiamata io, sto a casa le ho detto, ho paura, per sentirmi dire: finalmente. E ora è lei che mi dice vieni, se te la senti, se pensi sia la cosa giusta per te, noi ti aspettiamo. Sono emozionata come se fosse il mio primo giorno di lavoro in un posto nuovo perché a quanto pare non lo riconoscerò più, tutto è cambiato, tante cose da imparare, meccanismi inediti, pratiche mai viste prima, senza guida diretta e con la paura di fare errori. Perché viste le condizioni quel lavoro, in poco più di un mese di assenza, è diventato altro, quei meccanismi che avevo imparato a gestire con una certa padronanza, spesso inventando quelle vie di fuga che aiutano sempre, ora è diventato qualcosa di differente rispetto a prima, mi hanno già avvisata, questo periodo ha stravolto ogni ordine. E allora dita incrociate, lunedì si riparte.

Ottanta centesimi

Una mattina di due estati fa mi chiama mio fratello: è dentro una libreria – in una di quelle catene senza anima ma tanti sconti – ha raggiunto quota venti euro di spesa che gli dà il diritto alla scelta di un libro compreso in un catalogo fatto da loro, può portarne a casa uno a soli ottanta centesimi. Fai tu mi dice, e comincia ad elencarmi i titoli messi in palio, perlopiù classici che ho già in casa, altro che non mi interessa, e poi una serie di romanzi che so quasi per certo di aver poca voglia di leggere. Mio fratello mi mette fretta, non ho troppo tempo per scegliere quello che mi sembra il meno peggio, e così dico un titolo a caso tra quelli che mi elenca, quello di un romanzo che sono anni che ho scelto di non leggere, per ragioni stupide se vogliamo, ma coi libri è così, o li ami da subito o li metti da parte e basta. Quello che è successo con questo. Conoscevo un tizio anni fa che parlava sempre di questo libro, metteva su una faccia da intellettuale e per la sua diligente sponsorizzazione ripeteva sempre le stesse cose, il dubbio che avesse letto solo questo non mancava. Se c’è una cosa poi che mi annoia è quando mi si raccontano le trame, smetto proprio di ascoltare, annuisco a caso e penso ad altro. E mentre ‘sto tizio parlava e parlava il livello della mia attenzione si inabissava ogni volta che mi capitava di incrociarlo. L’esposizione dettagliata della trama poi, stile interrogazione, non mi interessa per niente, come nascono o finiscono libri, film, o serie tv sono dettagli del tutto secondari per me e nel caso voglia sapere qualcosa in più chiedo, faccio domande specifiche che mi servono a disegnare un’idea, se poi ho voglia di andare oltre lo faccio. Finché si arriva alla telefonata di mio fratello, a una scelta da fare al volo per un affare da ottanta centesimi che non mi va di perdere, sia quel sia mi dico, e scelgo il cavallo di battaglia di quel tizio, Cecità, Saramago. Eccoci poi a queste settimane, vado nello scaffale della mia libreria dove ci sono quei titoli ancora da leggere e lo prendo in mano, chissà perché poi, sono decenni che lo rifiuto, ma mi dico vabbe’ dài, visto che è qui, proviamo. Il primo capitolo. Un brivido freddo lungo la schiena. Il secondo. L’incredulità più pura. E avanti così, pagina dopo pagina. Mi trovo davanti al racconto di una pestilenza improvvisa che colpisce poco alla volta gli uomini e le donne che abitano una cittadina non ben precisata, è la storia un contagio totale e ignoto che procura una strana forma di cecità assoluta. Lo evito da anni questo romanzo, senza ragione, oltre alla seccatura che mi dava quel tizio mai ascoltato, non sapevo di cosa parlasse e mi ritrovo a leggerlo proprio in questi giorni di insopportabile quarantena. Una casualità che fa quasi ridere. Aggiungendo però che, molto al di là della trama, Cecità è un romanzo perfetto, che inserisce un tratteggio di argomentazioni dense dentro una costruzione linguistica tra le migliori mai lette, con un uso della terza persona narrativa che sembra trasformarsi al bisogno in prima persona grazie a una forma di dialogo diretto introdotto solo da virgole e maiuscole, sta al lettore orientarsi nel testo, aumentandone così la soddisfazione. Un assoluto capolavoro – mi tocca pure dar ragione a quel tizio – che mi piace aver letto adesso, per mia scelta, senza aver conosciuto prima la trama, che si mantiene comunque secondaria rispetto a tutto il resto, sono solo queste giornate a farla venire a galla. Certo che aver passato uno spicchio di quarantena con Saramago in mano non è stato per niente male. E a solo ottanta centesimi. Che credo abbia pagato mio fratello.

Bravi, ma non da oggi

In queste giornate disgraziate, il filo conduttore di ogni discussione è retto – al netto di bilanci, mascherine da indossare, igienizzanti che mancano ma anche no, polemiche inutili e chissà che altro ancora – dalla più che doverosa celebrazione per chi lavora dentro gli ospedali, in prima linea, quelli che all’improvviso, senza avvertimento, come con tutte le cose che travolgono quando meno te l’aspetti, si è trovato davanti alla botta Coronavirus da contrastare. E poi ti accadano quelle cose che accendono il pensiero. Stamattina, per esempio, parlavo con un’amica, il suo ultimo periodo mica è stato facile, si è trovata davanti a una battaglia autoritaria, di quelle che ti lasciano senza capelli, seminando paure e tanto dolore. Corazzata di tutto punto, grazie alle armi fornite da un personale medico di ogni rispetto ce l’ha fatta, la guerra è sopita e la frontiera pare finalmente sgombra da nemici. Era felice, e parlandomi mi ha detto di aver incontrato sulla sua strada medici eccezionali, infermieri molto più che attenti e sempre presenti. È qui che ho cominciato a pensare alla mia onorata, ventennale, carriera di paziente in prima linea, occupata sempre su crinali impegnativi, a contatto diretto con vette ospedaliere di prim’ordine, frenetiche, impegnate, mai ferme, sotto continua pressione, ma un centro che si occupa solo dello studio contro la sclerosi multipla è così, diverso non potrebbe essere. Eppure malgrado questo, mai incontrato, se non in rarissimi e sporadici e isolati casi, un medico o un infermiere che non meritasse almeno un grazie. Caratteri ruvidi forse, timidezze malcelate magari, stanchezze ovvie anche, ma sempre ottime professionalità, riconosciute ben oltre l’evidente. Anni fa facevo una terapia mensile: una mattinata intera da passare con una fleboclisi attaccata al braccio, sai la gioia, per una come me poi che ha paura degli aghi, quelli ficcati nel braccio poi non ne parliamo, che anche solo un prelievo del sangue getta dentro un vortice di crisi che fino a qualche decennio fa la faceva crollare a terra. Il giorno del mio debutto con la nuova terapia ho annunciato il mio limite, senza nessuna pretesa si sa, spiegando però che avevo paura, lo dissi alla caposala, Elena, che non rispose, sembrava poco disposta al dialogo e la sua faccia poi non era per nulla incoraggiante. Finì ancor prima che io mi accorgessi di qualcosa. Le sorrisi, si allontanò senza cenni di intesa. Ho continuato con quella terapia per anni, non c’è stata volta in cui Elena, la scontrosa, non si sia occupata di me e anche quando qualche sua collega mi veniva vicino lei le passava accanto e le diceva di andare oltre, ero diventata roba sua, come se avesse adottato le mie ansie. Elena è solo un esempio, dei favori ricevuti, dei sorrisi scambiati, degli incoraggiamenti spesso senza parole percepiti, di quei rapporti che negli anni sono cresciuti, che certo di amicizia non sono, ma nel tempo mi sono diventati necessari per farmi sentire in buone mani. Credo di avere ogni strumento valido per condividere appieno il plauso nei confronti di una categoria che senza preavviso e senza bussole di sorta si è trovata catapultata dove mai avrebbe pensato di andare perché non credeva potessero esistere certi confini. Ma non ti muovi, e bene, dentro un tale disastro se alle tue spalle non hai scuola, metodo e competenze. Bravi, ma non solo da oggi.