Quest’anno a differenza del passato l’esame di maturità mi è scivolato accanto, più o meno sotto silenzio. Ma anche sulla stampa mi sembra, certo ci sono stati molti articoli sui cambiamenti imposti dai rischi Coronavirus con le solite polemiche politiche: si poteva fare meglio, così è perfetto, ma no è colà che invece sarebbe stato impeccabile, ma scherziamo, è questa l’unica soluzione da prendere, ma va’ che peggio era impossibile fare. E via dicendo. Fatto sta che l’unica cosa autentica è che gli scritti non ci sono stati e che noi adulti abbiamo dovuto farcene una ragione. Con molta fatica ci siamo accorti che siamo invecchiati e quelle canzoni di Venditti – che per quante ne ha scritte su questo tema sembra che nella vita abbia fatto solo esami di maturità – quest’anno non le abbiamo ascoltate, non con la stessa partecipazione almeno. Perché l’attesa dei titoli dello scritto di italiano, per esempio, per noi è roba alta: a distanza di trent’anni dalla maturità – almeno nel mio caso – tutti lì ancora in prima fila a commentarli insieme, con discorsi tipo quello di storia quest’anno è meglio di quello di letteratura, attenzione a quello di attualità che è sempre la solita ancora di salvezza invece proprio no, è pericoloso. E poi il giorno dopo la stessa solfa: eccolo che è uscito Tacito, maledizione, o magari scoprendo l’uscita del tremendo Tucidide, qui li rovinano, e via sul tema, che tanto tutte le lotte fatte col Rocci sono solo vaghi, vaghissimi ricordi per la maggior parte di noi. Il fatto vero è che noi adulti lo sappiamo fin troppo bene che la maturità è la fine di una pagina storica che non è nemmeno la giovinezza ma è la definitiva chiusura di un portone che ci accolti fin da bambini: 8.15 più o meno, campanelle che suonano, zaini, libri, amicizie, aule, esperienze che ci hanno fatto crescere. E davanti a quei tabelloni finali, bene o male che siano andati, c’è l’incontro con la vita, quella vera. La maturità che amiamo tanto ricordare è solo nostalgia per quel debutto verso il futuro. E quest’anno, nel modo peggiore possibile, quell’esordio lo abbiamo restituito ai ragazzi, è sola roba loro, con l’augurio che ne facciano il miglior uso possibile.
Autore: Quella che prova a farcela
E sono ancora qua
Io sono tipa che quando ci sono grandi battaglie da combattere tira fuori unghie e denti, scende in campo, lotta allo sfinimento, vince? perde? Non è importante, ma è al fronte, con tutta se stessa e con la voglia di esserci. Poi però finita la guerra, crolla, rientra nei suoi ranghi, quelli del silenzio, della solitudine, voluta, cercata, amata, richiesta, urlata quasi. E nel periodo Covid-19 così è stato, me ne sono resa conto solo adesso. Quei giorni mi hanno spaventata, la quarantena, le porte chiuse, il silenzio, gli occhi bagnati mi hanno toccata dentro senza che me accorgessi. Io ero lì, guardavo e disegnavo percorsi più amari di quanto credessi e adesso, che qualcosa sembra muoversi verso una verità a tratti migliore, io ho smesso di reggere il colpo, la paura che mi sembrava di non provare ieri ha preso il largo oggi. E mi sono chiusa, avvolta dentro una tristezza che mi stringe e mi fa aver voglia di stare sola con la mia debolezza che è qui, pronta prendersi spazio. Mi conosco fin troppo bene, di grandi lotte la cara sclerosi multipla me ne ha regalate in esubero e questo si sa, e nemmeno solo lei a voler essere precisi, anche questo di prim.ato mica glielo voglio regalare. Diciamo allora che il Covid-19 è stato una tempesta davvero grossa, improvvisa e inattesa, come un fidanzato che dice di amarti e ti lascia sull’altare. Tanto da farmi smettere di scrivere anche qui, il mio luogo, quello che mi rilassa, che mi porta altrove, che mi rende felice. Ma non è un caso che riprenda proprio oggi. Sono in attesa di una telefonata. Dai miei neurologi. Per fare la visita di controllo. Al telefono. Causa Covid-19 si mantengono le distanze ma ci si sente comunque. Ma che momento è questo? Giù allora, di nuovo nell’arena delle mie battaglie, a fare quello che posso fare, per ritrovare tutte le sicurezze perdute in questi ultimi mesi.
Era il 2017
Ieri ho rivisto per caso la tipa a cui avevo chiesto i contatti per arrivare all’azienda dove ho comprato la mia sedia a rotelle, modello super moderno, leggero, ridotto nelle misure, comodo e via su questa strada. Lei ci è arrivata prima di me, causa grave incidente stradale che le ha spezzato la spina dorsale con conseguenze facili da immaginare. Donna di grande coraggio, temeraria e risoluta ha affrontato la vicenda che le ha stravolto l’esistenza in modo del tutto diverso dal mio. Tanto io cerco solitudine e riservatezza, tanto lei si butta dentro la vita con carica ed energia, tanto io chiudo cardini e stringo nodi, tanto lei cerca legami e connessioni verso l’esterno. Siamo diverse, ma lo saremmo state anche senza sedia a rotelle. La tizia l’ho conosciuta sul mio precedente posto di lavoro, nel giornaletto per il quale scrivevo mi venne affidata una rubrica nella quale lei raccontava la sua esperienza di vita da disabile: storie, racconti, aneddoti e curiosità che la vedevano protagonista, mettendo in luce, anche in chiave simpatica, episodi di vita. Lei mi inviava il suo racconto, io lo mettevo un po’ in ordine secondo il mio stile, lei lo rileggeva per l’approvazione definitiva che molto immodestamente non mi sembra sia mai mancata. Poi quel lavoro è finito con un licenziamento di cui ho scritto e riscritto mentre quella rubrica c’è ancora, non so in che termini e in che modi. Sopravvive comunque il nome della tipa, ma anche l’occhiello che introduce la rubrica: quello che ho scritto io, nell’estate del 2017. Di tempo ne è passato tanto, nel frattempo sono accadute molte cose come quando, a inizio primavera 2018, ho deciso che i tempi erano diventati maturi per far virare la mia vita verso una sedia a rotelle e ho chiamato lei per ricevere consigli. Fu una lunga telefonata la nostra, a breve ci fu un appuntamento nelle sale dell’azienda dove ho fatto uno degli acquisti più importanti della mia vita, poi anche un caffè bevuto insieme nel quale commentammo la fighezza del commesso che mi aveva seguita. Ma non ci fu nessun accenno ad altro, una cosa sul tipo, sai, mi hanno chiamata dalla redazione, continua la rubrica, mi spiace non lavorare più con te. Stai tranquilla avrei detto, non c’è nessun problema, era proprio quello che pensavo allora e che penso oggi. Perché poi, pur ricordando molto bene quella dolorosa pedata sul sedere che mi hanno tirato per liberarsi di me, con quella ciurma di incapaci non vorrei lavorare più. Gente che non si è nemmeno accorta che tracce della mia penna sopravvivono ancora sulle pagine di quel fottuto giornale.
Ora tocca a Nonna Papera
Ieri, dopo una quarantena infinita, sono tornata dal parrucchiere per coprire quella coltre di capelli bianchi che mi era spuntata in quantità ma pure per mettere in ordine un po’ tutto. Perché c’era una chioma cresciuta in modo casuale, in lunghezza, volume e forse anche in altezza che aveva bisogno di una mano esperta per restituirle significato. Fatto il colore, fatto il lavaggio poi tocca al taglio, due parole con la ragazza che si prende cura di me e alla fine una decisione: grande cambiamento, abbandonare dopo un numero imprecisato di anni l’uso troppo deciso della forbice sui miei capelli. Che ora mi sfiorano di nuovo le spalle. Ma non solo, ho spostato l’orientamento della riga che non è più a sinistra ma al centro assecondando in questo modo il suo andamento naturale. La mia chioma è piena di attaccature sbagliate, così le chiamano le professioniste, io so solo che mi creano ciuffi indisciplinati di capelli che sono sempre in disordine, inutile metterli a posto tanto vanno dove vogliono, tocca arrendermi. Con la riga in mezzo invece tutto si risolve e così, mentre la ragazza si metteva al lavoro, mi sono illuminata, e se costruissimo il taglio attorno a lei le ho chiesto? Fatto. Poco per la verità, perché in lunghezza ho voluto fare il minimo e la riga in mezzo è davvero la regina della mia testa, basta farla accomodare e lei prende posto. Agevolmente e senza intoppi. Per la piega poi non ne parliamo, ho i capelli dritti come fusi, due colpi di spazzola ben assestati e sono perfetti senza bisogno di piastra o roba sul genere. Ieri sera ero felice del risultato raggiunto, non mi capitava da anni di uscire contenta da una seduta dal parrucchiere. Anche un po’ per colpa mia lo ammetto. Sedotta da certi tagli di capelli un po’ troppo alla moda, negli ultimi anni me li sono fatta accorciare un po’ troppo, progressivamente e sempre di più, finché ho beccato una parrucchiera davvero incapace che s’è fatta prendere la mano – completamente al di fuori delle mie richieste va detto – trasformandomi in Harry Potter. Dopo essermene andata sbattendo la porta, ho dovuto aspettare, centimetro dopo centimetro, per recuperare un minimo di presentabilità tradotta in un caschetto che mi ha accompagnata per anni. Quello che avrei riprodotto anche ieri se non fosse stato per questo tentativo di cambiamento che mi ha colto all’improvviso e che guardatami allo specchio subito dopo mi ha pienamente soddisfatta. Poi c’ho dormito sopra e, insomma, questo prodigio di riga in mezzo stamattina si faticava a notarlo perché i capelli erano tutti schiacciati dal cuscino e nemmeno il più deciso dei colpi di pettine li ha ravvivati. E ora, bastano due trecce e sembro Mercoledì degli Addams.
Per chi suona la campanella
Ora che questo anno di scuola farabutto sta finendo, un po’ ovunque è uno sbocciare di considerazioni più che lecite su quanto i nostri ragazzi abbiano perduto. Oggi ho letto un post su un social che mi ha aperto molto finestre sul passato buttandomi addosso un po’ di strana malinconia. Parlava di come questi mesi che hanno costretto a casa tutti gli studenti non solo hanno tolto loro molto spazio alla formazione ma hanno anche ridotto al massimo la loro socialità con i coetanei che, all’improvviso, non hanno più potuto vedere, senza avere nemmeno il tempo per far loro un saluto. Ora si fa largo il movimento di pensiero che vorrebbe le scuole di nuovo aperte almeno per l’ultimo giorno per dare la possibilità ai compagni di banco di guardarsi negli occhi e dirsi buona estate. Il post che ho letto si soffermava proprio su questo tema, ricordando la gioia del giorno più bello dell’anno scolastico, proprio l’ultimo, quello che da sempre mette fine a tutto con una grande festa e un grido collettivo e altissimo al suono della campanella conclusiva che butta tutti dentro a un’estate piena di sorprese. Un bel post, niente da dire, autentico, soprattutto, è il ritratto di quello che accade arrivati a metà giugno in tutte le scuole, certo che me lo ricordo, in quel momento c’ero anche io. Mah. Bimbetta strana io. Ragazzetta peggio. Io tutta quella gioia non credo di averla mai provata davvero. Urlavo anche io al suono della campanella, ma solo perché lo facevano tutti gli altri. L’emozione di un’estate davanti a me? No. Proprio no. Qualche bella cosa accadeva certo, ma non era l’estate a buttarmici dentro. Capitava e basta. Oggi è una giornata no, forse è per questo che se penso a quei momenti mi sento un bel po’ di nero attorno, esagero certo, ma non posso che sovrapporre quel passato a questo presente. Ha ripreso a fare caldo, ne arriverà sempre di più, quello che non mi fa stare bene, la sclerosi multipla con l’umidità sale di quota. Io al suono della campanella avrei fatto meglio a non urlare perché che cavolo di emozione c’è ad avere l’estate davanti a sé?
È il mocassino che parla
Ora che le cose potrebbero essere tornate alla quasi normalità – o almeno così speriamo tutti – anche al lavoro sembra di poter dire che dài forse se ne viene fuori. L’altro giorno, per esempio, ho rivisto un tizio che gira dalle mie parti e con cui sono costretta ad avere a che fare perché è un cliente. Non lo vedevo da mesi, non mi mancava neanche un po’, ma, vabbè, con tutto quello che c’è stato di mezzo meglio ritrovarmelo davanti, anche lui è segno di una quasi ritrovata normalità. Qui dove abito ci conosciamo un po’ tutti, quantomeno di fama, la cittadina è piccola e lui è il marito di una tipa con cui, ahimè, ho dovuto crescere, una vecchia compagna di scuola, di quelle che purtroppo ti tocca sopportare almeno per qualche anno. E ora, guarda la vita, sulla mia strada è capitato lui, un cinquantenne o giù di lì, senza contenuto, vanesio, superbo, arrogante. Uno spasso insomma. Ma con me mai uno scontro, ovvio, c’è una sedia a rotelle di mezzo, non ha idea di come gestirla, tra i suoi talenti non colgo intelligenza dopo tutto. Quando me lo vedo arrivare davanti mi si torce comunque stomaco, perché lo capisci subito com’è un personaggio anche da come si veste e lui, col suo capello inutilmente lungo per nascondere a mala pena una calvizie incipiente, la giacca da manager abbinata alla camicia con collo inamidato, il pantalone a vita alta e gamba corta che mette in vista l’inguardabile mocassino senza calza, è l’ineleganza costruita in poche mosse attorno ad una personalità vuota. L’altro giorno quando ha suonato il campanello l’ho accolto con il consueto sorriso sotto la mascherina, ho ascoltato le sue richieste e mentre io assolvevo ai miei compiti lui parlava, un blablabla sufficientemente vano, commenti vari sugli ultimi mesi finché l’ho sentito dire che abbiamo passato un periodo che ha richiesto grande resilienza a tutti noi. Resilienza. Già. Ho consegnato le carte richieste e ho salutato. Mi serve molta forza per sopportare l’uso della parola resilienza, non perché sia brutta, non perché venga utilizzata in modo scorretto, non perché sia più sgradevole di tante altre. Ma perché è di moda, perché è ripetuta a caso, senza ordine, senza criterio, senza giudizio. Da chiunque. Solo per averla sentita dire. Detta e ridetta a catena, in quantità esagerata, in troppi casi solo per dare l’idea di essere colti, capaci di mettere insieme grandi discorsi per incartarsi subito dopo attorno al verbo giusto. In pochi – e di sicuro non io – possono dirsi certi di parlare perfettamente una lingua complessa come l’italiano, ma quel che è certo è che l’abuso di parole come resilienza non trasforma nessuno in un novello Dante. Figuriamoci un tizio con mocassino senza calza.
Zero in condotta
Stamattina ho chiamato il Centro sclerosi multipla che mi segue, volevo avere qualche informazione in più sulla mia prossima visita di controllo, ce l’avrei il prossimo 25 giugno ma, causa Covid-19, potrebbe saltare, così mi avevano detto tempo fa, e ridursi solo a un contatto Skype o Wapp. Oggi volevo la conferma che ce l’avrei fatta a non vederli per portare a casa un risultato molto più che vincente e, viste le mie capacità inventive e quel certo talento creativo che mi appartengono, ne sarei potuta uscire come una prima della classe senza sottopormi al loro giudizio diretto. E invece oggi mi hanno detto che il protocollo potrebbe cambiare, manca ancora un mese hanno sottolineato con tono di sufficienza, e l’obiettivo è quello di tornare al più presto alla normalità per riprendere con le classiche visite di controllo, che da un lato vuol dire che le cose stanno andando bene e che questa Fase 2 prenderà a breve la direzione verso la Fase 3, ma dall’altro che io sono stata fottuta. Di rivederli in faccia non ho nessuna voglia, con quel pacco di esami di controllo che devo portare sulle loro scrivanie soprattutto, gli stessi che a distanza di vent’anni dalla prima volta ancora mi mettono ansia come un compito di greco di Aristotele da tradurre. E allora ho deciso. Faccio la strafottente questa volta, stravolgo le regole del gioco e risolvo io. Non farò niente, soprattutto niente risonanza, così come niente di tutto il resto, capiranno mi sono detta, se non lo sanno loro in che condizione stanno gli ospedali chi lo deve sapere? Candida come un ingenuo giglio innocente dirò che non c’è stata possibilità di prenotare tutti gli esami e che ho dovuto disdire anche quelli già fissati in agenda. Semplici bugie, perché tempo un mese sarei in grado di fare tutto, per l’odiosa risonanza poi ho già la data e basta andare a farla, ma serve dirlo che non ne ho nessuna voglia? Resta comunque la premessa che non è nemmeno detto che l’ospedale in questione me la faccia fare, un casino insomma. Quindi ho preso in mano la situazione, se loro decideranno di volermi vedere in diretta mi presenterò del tutto impreparata, per la prima volta davanti a quella temibile commissione rischierò un brutto voto che potrebbe fare media lo so, rovinando la mia pagella di studentessa ineccepibile che ha sempre rispettato ogni regola senza mai sgarrare. Ma che ora, lo dichiara, s’è rotta le palle.
Bandiera gialla
Ha certamente sbagliato questa generazione di ventenni, poco più poco meno, che, di fronte a un sonoro tana libera tutti che ha riaperto le frontiere ributtandoli fuori casa all’improvviso, ha reagito così come si è visto. Ma poteva andare diversamente? Questi sono ragazzi che si sono visti strappare di mano circa tre mesi di giovinezza e che, nuovamente sulla linea di partenza, hanno voluto correre dentro le loro notti imperiose al grido di basta è finita, con abbracci che hanno negato ogni distanza di sicurezza, senza mascherine, per riprendersi in mano quella socialità che forse li ha fatti rimpiangere perfino scuola e studio. E gli adulti tutti lì col ditino alzato, la movida killer l’hanno chiamata i giornali, chiuderemo tutto di nuovo stanno dicendo i sindaci, perfettamente consapevoli che non lo faranno perché se hanno permesso le riaperture è solo per non affossare ancora di più un’economia che vacilla drammaticamente e ha bisogno di registratori di cassa in funzione daccapo. Ma questo divertimento in moto dopo troppo tempo di silenzio mi ha dato quasi l’idea di entusiasmo forzato, da certe immagini ho ricavato addirittura un’idea di finzione, stasera è d’obbligo essere felici mi sembrava si dicessero quei ragazzi, sono qui, a fare casino, urlo perché è giusto cosi, cavolo, sto vivendo serate speciali, le ricorderò per sempre, come potrei non farlo, e allora resto per strada all’infinito e abbraccio tutti, lo fanno gli altri e lo faccio anche io. Sono molto più giovani di me e magari pensano proprio questo, ma chissà perché a me sono venuti in mente certi Capodanni di quando ero ragazza io, a quei tempi era la serata per eccellenza, quella in cui potevo stare fuori più a lungo, quasi senza coprifuoco – quasi -, eppure ce ne fosse stata una in cui mi sono divertita. Erano serate che partivano piene di speranza, con pianificazioni lunghissime ed elaborate, prima fra tutte l’augurio di ricevere l’invito alla festa dei desideri che prevedeva di conseguenza la scelta di un look all’altezza. Vorrei soprassedere su certi abiti scelti con cura eppure orridi e pure sfoggiati senza vergogna, ricordo molto bene, comunque, di non essermi mai divertita sul serio. Perché se penso al vero divertimento mi vengono in mente quelle serate partite dal nulla, nate un po’ a caso e scoppiate in mano senza più tornare indietro con decolli prepotenti e voli altissimi. Perché la gioventù è davvero bella e sia come sia, sono felice che i ragazzi di oggi se la siano ripresa in mano.
Di sei mesi in sei mesi
Ieri ho terminato, finalmente, la procedura del cambio armadio, quella pratica semestrale lunga, faticosa e molto, ma molto, impegnativa. Ho tentato di prendere tempo prima di obbligarmi su un’operazione che mi toglie il fiato al solo pensiero. Guardavo fuori e mi appellavo ad ogni vaga nuvoletta all’orizzonte per dirmi che potevo aspettare ancora un giorno, o forse due, facendo forza su camicie e felpe più leggere che dentro al mio armadio non conoscono stagione e se ne stanno sempre lì pronte all’uso. Ma sulla griglia di partenza rimanevano pur sempre maglie di lana e pantaloni pesanti, già lavati e pronti all’espatrio, questo sì, però ancora in prima fila mentre tutto l’estivo se ne stava dentro scatole non proprio a portata di mano. Fino a ieri appunto, quando ho ribaltato tutto, vuotato cassetti e scatole che poi ho riempito di nuovo seguendo l’ordine stabilito, inverno in pausa, estate pronta per essere indossata. Ad ogni stagione mi impongo di mettere in pratica la regola suprema del cambio armadio che prevede l’eliminazione di tutta quella parte del guardaroba che non si indossa da tempo, solo così si ricava più spazio e più ordine. Quelli che ne sanno fanno autentica filosofia sul tema proponendo tutti gli innegabili vantaggi della questione, se da due anni scegli di non indossare più quel tal pantalone, gonna o maglia vuol dire che nella più facile delle opzioni non ti piace più e che quindi è inutile tenerlo, al suo posto è meglio mettere qualcosa d’altro, un nuovo acquisto per esempio. E come non essere d’accordo. Eppure io dentro al mio guardaroba conservo autentiche perle di antiquariato che non metto da molto più di due anni ma che mi ostino a non buttare via, facendole scendere e salire da cassetti a scatole, da una stagione all’altra, senza convincermi a liberarmene. E quando faccio shopping e devo ingegnarmi per riuscire e rintracciare un ripiano qualunque dell’armadio dove infilare il nuovo acquisto, mi dico sempre che a fine stagione farò un deciso repulisti però al momento opportuno salta fuori sempre un buchetto per non buttare via niente. Ora ho l’estate nei cassetti, mi sembra che vada tutto bene, ma ad agosto, già lo so, la penserò diversamente e come ogni anno mi dirò che quel vecchiume a settembre prenderà la via del non ritorno, ma sarà di nuovo tempo per tirare fuori l’inverno, un’altra stagione a cui pensare, scatole da svuotare, cassetti da riempire e qualche spazio da trovare per la mia privata collezione di antiquariato che chissà, potrebbe sempre servire.
Ognuno c’ha il suo mare dentro al cuore
Trovare la più bella canzone italiana dal 1975 al 2019 per celebrare la musica e la storia della radio italiana. Eccolo il mio concorso, non posso che partecipare, non si vince niente ma vuoi mettere la soddisfazione, quindi mi sono studiata per bene la lista delle canzoni che hanno selezionato i direttori di tutte le radio italiane mettendomi d’impegno per dire la mia, stiamo parlando di musica italiana, roba seria. Ho cominciato con grande entusiasmo, cavolo, ci sono proprio tutte le migliori canzoni passate in radio negli ultimi 45 anni, perfino Gianni Togni con Luna, che sì vabbè mi piace, bella è bella, ma mica posso votarla e preferirla alle altre. Perché molte sono proprio di categoria superba come Una donna per amico, che però non è la mia preferita di Battisti questo va detto, anche se Battisti resta Battisti. Prendo nota e ci penso. Non può mancare De Gregori ovvio, ma la canzone che hanno scelto è La donna cannone, non tra quelle che mi piacciono di più del Principe, mica è Rimmel o Sempre e per sempre, a queste due avrei dato il voto con più convinzione. E poi, caspita, vedo Centro di gravità permanente e qui siamo nel 1981 ma nello stesso tempo è anche il 2081, Battiato è avanti più di mille miglia di chilometri rispetto agli altri, andrebbe votato, lo so. Mi faccio un appunto allora. C’è Dalla con Caruso ma qui è facile devo essere l’unica al mondo a cui questa canzone non piace, volevo Cara semmai, per vedere se di tanti capelli ci si può fidare allora sarebbe stato molto diverso il mio giudizio. Baglioni lo hanno messo con Sabato pomeriggio che mi fa scendere il latte dalle ginocchia, quel passerotto che va via vi prego risparmiatemelo, ma dico io c’erano Strada facendo e Avrai, non si poteva mettere queste? Continuo a leggere con attenzione tutti i titoli, accidenti, quanta vita rintraccio là dentro, molti pezzettini di me, e nemmeno piccoli, racconti, episodi e persone che vengono fuori stringendomi un po’ di anima, come si fa a scegliere? Difficilissimo. Mi muovo senza metterci il cuore allora, accendo il motore e la voglia di energia: per questo c’è quel maestro di Silvestri e Salirò perché prima o poi ripartirò e salirò, salirò, tra le rose di questo giardino ma c’è anche 50 Special per fare su e giù per i colli bolognesi con Cremonini o Certe notti insieme a Ligabue quando la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. Fino a quando la vedo, è lei, è la corsa verso il Mare mare di Luca Carboni e voto, senza più nessun dubbio, perché in questo tempo balordo e malfermo c’è bisogno di sentire l’onda e di nuovo la libertà che sbatte in faccia.