Che scossa stamattina, sono entrata in una pasticceria per fare colazione e mentre scelgo il mio dolcetto preferito parte Mille giorni di te e di me e Baglioni mi spalanca il cuore, cavolo proprio oggi che è il 12 settembre, non un giorno qualunque, oggi è il compleanno di lui, quel primo grande amore che nel tempo, negli anni, mi ha fatta tremare di emozione, lacrime, silenzi, batticuore, ritorni, innamoramento, dolcezza e un po’ di tutto. Mica roba di oggi, è da vent’anni che questo è un giorno speciale. Quando ci si frequentava ancora, era sempre il 12 settembre a darci l’occasione per la ripresa dei contatti che erano spesso stati interrotti da qualche settimana o addirittura mese a causa di liti furenti, quasi sempre dovute a tradimenti e conseguenti scenate. Ci si prendeva, ci si lasciava con la certezza che sarebbe stato per sempre e poi bastava una telefonata, un cenno e tutto riprendeva con la stessa passione per poi interrompersi di nuovo per tutto o magari per nulla. Roba strana lo so, ma era così che andava. Per questo il 12 settembre era e restava il 12 settembre, lo si sapeva e lo si aspettava, punto e basta. E poi anche con il passare degli anni, quando il tempo aveva fatto il suo corso e la vita di tutti e due aveva preso altre direzioni e di certo non meno importanti chissà perché il 12 settembre restava una gran data e anche se nulla andava oltrea un sms prima e un wapp dopo, i toni, sempre dolci, sempre partecipati, sempre pieni di emozione e comunque nell’assoluto rispetto del presente di entrambi, sapevano fare la differenza. Una piccola porta che si apriva lì, su quel passato evidentemente tanto importante. E poi stamattina, 12 settembre 2020, due decenni dopo quel primo incontro, mi ritrovo seduta ai tavoli d una pasticceria per fare colazione mentre attorno a me parte una colonna sonora perfettamente agganciata a quei momenti. Un tempo lontano, lontanissimo, dettagli importanti di vita che una selezione di canzoni ben assegnate porta a galla senza annuncio. Buon compleanno, allora.
Autore: Quella che prova a farcela
Mea culpa
Disintossicata. E come è stato facile uscirne poi. Riassumiamo, quest’estate tornata casa dal lavoro, mentre mangiavo, mi incollavo davanti alla tv per guardare, con una certa soddisfazione per giunta, una roba che con i toni suadenti di oggi si chiama serie tv. Ambientata a Istambul, ma soprattutto con un figaccione di dimensioni epiche come protagonista. E questo ha avuto un ruolo fondamentale per mantenere alta la mia fascinazione estiva, va detto. Anche se, ogni giorno, quando lo vedevo comparire sulla scena due punti di domanda mi si disegnavano sulla faccia perché diciamo che se le sue qualità estetiche non le potevo mettere in discussione anzi, il suo modo di vestire al contrario era sintonizzato sull’asse contraria dei miei gusti. Camicie sbottonate fino a metà torace, collane e collanine lunghe a toccare la cintola, polsi ricoperti di bracciali con perle e perline, pantaloni infilati dentro stivaletti malmessi, uno che nella vita di tutti i giorni mi provocherebbero quanto meno l’orticaria. Ma, metti che fosse perché lui malgrado il pacchetto orrido che lo avvolgeva restava un figo di grande categoria, metti perché ovviamente di mezzo c’era una bella storia d’amore da cui era impossibile sopravvivere immuni, eccomi tutti i pomeriggi davanti alla tv. Ma non da sola evidentemente, perché gli ascolti sono stati così alti da convincere la rete a cambiarne la programmazione, la serie tv turca è passata da quotidiana a settimanale, non più pomeridiana ma serale. Promozione completa per quel gran figo quindi a cui tocca il debutto in prima serata, quella roba che comincia quasi alle 22.00 però, l’ora in cui io sono stesa a letto da un bel po’ e se non dormo di già è solo per un bel caso. E così prima puntata ovviamente persa. E nel frattempo passa una settimana senza quel figo da vedere tutti i giorni ma bene aggiungere: nessuna nostalgia. Finché succede che ieri pomeriggio, e pure senza troppo entusiasmo, decido di guardare su una piattaforma online quel serale mai visto e… la noia. Perché è noto che quando manca uno studio adeguato del plot mezz’ora la reggi, 50 minuti no, anche se il protagonista è quel figo che è. Resta il fatto che io le ho tutte le colpe per il tempo perduto e la droga ingurgitata: al di là di ogni fatto un uomo con la camicia aperta oltre il primo bottone è quantomeno indecente, quindi non può essere troppo diverso per la serie tv che interpreta. Arrivarci prima, testona.
Cara amica ti scrivo
Rumori strani, mai sentiti prima, vibrazioni, no ecco, scricchiolii più correttamente, in arrivo dalla mia sedia a rotelle, ad ogni svolta, segnali insoliti, cambiamenti che negano la morbidezza di un meccanismo perfetto, coordinato, leggero, agile. È stato un pomeriggio d’inferno quello trascorso al lavoro qualche giorno fa, fino all’arrivo a casa sperando che qualcuno mi dicesse che no, mi stavo sbagliando, che tutto correva al solito, che non c’era motivo di preoccuparsi, la mia era solo un’impressione volevo mi si dicesse, invece no, attorno a me vedo musi che si fanno più lunghi, telefonate alla ricerca di consigli per analizzare a fondo la questione e che infatti aprono le porte a incursioni improvvise in casa mia che portano tutti attorno a lei. Mi butto sul divano e la testa mi scoppia. Possibile mi dico? È così importante, maledetta lei? T’ho odiata, mi hai fatto una paura da tremare dentro e ho sempre spostato il mio pensiero, anche quando era evidente che su di te dovevo finire, e ora? Ti sei rotta e tutta la mia vita è in bilico di nuovo? E domani non potrò andare al lavoro? E per quanto tempo poi? E manca poco perché mi metta a piangere anche se io non piango mai nei momenti in cui la vita mi porta sopra il burrone, semmai dopo quando cado perché danni o meno io mi rialzo con più forza di prima, ma ora la testa pulsa lo stesso, sei così importante maledetta te? È una lezione quella che mi vuoi dare? Forse perché proprio adesso, che mi sono abituata, che ti uso il doppio perché mi fai fare meno fatica comincio a notare la differenza tra te e la normalità. Guardo gli altri e magari li invidio, noto cosa significa stare su di te e camminare da soli, andare dove si vuole senza dover scegliere una via senza gradini, tra te e il desiderio di affondare i piedi dentro la sabbia di una spiaggia sapendo di non cadere a terra, di rimanere in equilibrio, riconoscere sempre di più la differenza tra te e la piena libertà. Perché sta andando così da qualche tempo: vedo dei bei vestiti e mi accorgo che magari mi piacciono, li vorrei, ma per cosa poi, sopra di te potrei stare sempre in pigiama, la differenza non si noterebbe, con te vedo gruppi che parlano tra loro e che per includere me devono cambiare posizione, i tavoli per bere un caffè che devono ricomporsi per farmi spazio, è così che ci si sente diversi? Allora io mi ci sento diversa. Ecco spiegato il malumore di questi mesi quindi? Anche sì. Ma tu, che sei la preziosa compagna del mio viaggio, non ti sei rotta e la tua importanza, cavolo se l’ho capita. Ora si va avanti come ci eravamo abituate a fare, è facile credere che tutto vada bene se lo si vuole, perché, cara amica mia, la colpa di tutto non è nostra ma della sclerosi multipla, che esiste ed evidentemente si diverte con poco.
Fuori tema
Sto leggendo un libro bellissimo. In linea con molte delle letture fatte in questi mesi di 2020 se è per questo. Ecco che sono già fuori tema, sto dicendo che leggo tanto, mamma mia, sempre con un libro in mano io, e via di foto su Ig con copertina di premio Pulitzer sul tavolo e tazza di caffè accanto. Il contrario di quello che intendevo in pratica. Leggo quel che leggo e sono pur sempre fatti miei, sono una lettrice lentissima oltretutto, un’attenta selezionatrice di titoli piuttosto, ma non credo che nessuno che mi conosce veramente, né tantomeno chi è solo una figura che mi sfiora, possa dire di avermi mai sentita dire “Io leggo tantissimo”. Forse perché lo faccio molto meno di quello che vorrei. Ma sono ancora fuori dal tracciato che mi ero data. Dicevo che sto leggendo un libro bellissimo, eppure non sto rallentando la lettura per terminarlo il più tardi possibile, per prolungare il piacere di averlo con me, o via sul genere, cose che ho sentito dire molto spesso o che magari ho letto, sui social in particolare. Tra poco lo finirò invece, forse già stasera, farò la mia piccola breve recensione a personale futura memoria e poi lo riporrò in libreria nel suo spazio. È un Einaudi, starà tra gli altri bianchi, accanto al precedente titolo della sua autrice. Subito dopo ne comincerò un altro come faccio sempre, “io non leggo tantissimo” ma ho il tempo e la voglia per avere sempre un libro sopra il comodino. Ecco che adesso rientro nello svolgimento che mi ero data. A chi potrebbe interessare tutto ciò? A nessuno. Eppure gli andamenti letterari di un paese che legge statisticamente molto poco trasformano il libro in argomento per fugaci confronti tra socialité. Non partecipo, grazie per l’invito. Io quest’estate ho fatto un acquisto, l’unico, una T-shirt che ho visto sul web e che mi ha scatenato la voglia di averla per quello che c’era scritto: Mai sottovalutare una donna che ama leggere ed è nata a gennaio. Sono io mi sono detta e l’ho ordinata e in un attimo, fuori tema.
Quell’amore di tanti anni fa
Mi ha chiamata di sorpresa un vecchio, vecchissimo amico di mille e più mille anni fa. Presente le scuole elementari? Ecco tanto per dire da quanto ci conosciamo. Ma non abbiamo mai avuto chissà che tipo di frequentazione; mi tocca fare la classista adesso – roba che mi piace un sacco fare, si sa – diciamo che siamo cresciuti su fronti sociali opposti, io sono quel che sono, lui è sempre stato quel genere di “uomo-della-piazza” amante della bella moda, della gente di rappresentanza, delle auto in linea con l’ambiente che frequenta e via dicendo. Ci sono stati anni della mia vita in cui era davvero impossibile non farsi sedurre da questo mondo, almeno dove vivo io, almeno nella maggior parte dei locali che ci sono, almeno dalla frequenza degli incontri fatti, delle conoscenze che seppur leggere erano presenti attorno a me. Poi si cresce, poi si stringono rapporti autentici, poi si fa il liceo classico, poi ci si iscrive a lettere, poi si leggono libri, poi arriva anche la sclerosi multipla che nel suo male nasconde nuove prospettive di pensiero e quel piano di vita si allontana e diventa solo un modo di essere diverso dal tuo. Con il proprio sistema è cresciuto pure lui, ha fatto il suo di percorso, è diventato un uomo, col suo lavoro, i suoi impegni e che l’altro ieri mi ha chiamata per fare due chiacchiere e per sapere come sto soprattutto. Ciascuno ha il numero dell’altro perché per molti anni ci siamo sentiti periodicamente per lavoro: lui gestisce un paio di locali molto modaioli, ovviamente, di cui io parlavo sul giornaletto pubblicitario per il quale scrivevo. Ancora una volta niente amicizia, scambi professionali diciamo, condotti in ogni caso su toni di allegra simpatia. Arrivando a quel finto segreto che ho custodito con gelosia e orgoglio. La sapevano tutti la verità, anche lui, ma solo la sedia a rotelle ha alzato il sipario dando l’occasione per svelare pensieri sinceri. Qualche tempo fa l’ho incontrato in banca, l’avrei evitato ma non è stato possibile, mi è corso incontro, mi ha abbracciata, sono felice di vederti ha detto, l’ho sentito vero. E l’altro giorno al telefono lo stesso, vengo a prenderti appena passa quest’estate folle e si va a bere un caffè insieme, sto impazzendo ha quasi gridato, la gente non capisce che anche nei locali si devono mantenere le distanze di sicurezza, ché questo cavolo di Coronavirus è vivo e vegeto, ché le mascherine vanno messe in faccia non sui polsi. E mi è venuto in mente che lui è stato il mio primo amore, alle elementari mi aveva fatto prendere una bella cotta e volevo sposarlo: avevo capito che era una persona per bene evidentemente Mica male per essere una bambina.
God save the Queen
Un paio di domeniche fa, di pomeriggio, sono rientrata dal lavoro di pessimo umore, sai la novità aggiungo. Ma non è il lavoro, almeno non solo quello, diciamo che nell’insieme c’è abbastanza che non funziona, non torno sull’argomento perché altrimenti finisco per mettere insieme una lagna fastidiosa, soprattutto per me. Be’ insomma quella domenica mi sono messa a sfogliare un quotidiano con la svogliatezza con cui lo faccio da qualche tempo, che vuoi leggere, mi dico ogni volta, ché tanto lo sai non troverai nulla che accenda in qualche modo il tuo interesse? Ma magari è colpa mia anche qui, non della riconosciuta pochezza della stampa italiana. E invece guarda un po’ cosa trovo: quattro paginate dedicate al compleanno di Elisabetta II concluse da un lungo editoriale firmato da Natalia Aspesi. La gioia. Purissima. Perché insieme c’erano la mia sovrana del cuore raccontata da una delle firme più vivaci del giornalismo italiano: preparata, ironica e pungente, dotata di una penna tra le più brillanti, capace di giostrare la lingua italiana a suo piacimento per regalare al lettore la bellezza della pagina impeccabile. Cosa volere di più? E dietro a tutto questo Elisabetta II e i suoi 94 anni, con un regno che dura da più di 60, con un erede, Carlo, invecchiato in attesa di quel qualcosa di grande riservatogli per diritto dalla natura, con un nipote, William, che studia da re da sempre e che infatti ha scelto con cura una moglie con cui ha dato vita a una nidiata bella come il sole ma non sufficiente per far abdicare la nonna. Ma cosa aspettarsi da lei? Ha visto morire troppo giovane il padre divenuto re per caso dopo che il fratello Edoardo VIII gli aveva lasciato il trono preferendolo ad una donna e lei lo ha giurato: mai abdicherò, essere re o regina è un privilegio non un impegno da cedere a piacimento. Regina sono diventata. Regina resterò. Nel suo lungo regno ha visto cambiare la storia del suo Paese, passando attraverso tredici primi ministri a partire da quel Winston Churchill che l’ha aiutata a gettare le basi della regina che è diventata, discutendo a denti stretti con Margaret Thatcher di cui non ha mai condiviso le posizioni politiche ma che ha onorato, cosa rarissima, presenziando al funerale, fino a questo Boris Johnson che nei giorni più neri del Covid-19 ha surclassato con uno dei pochissimi discorsi fatti alla tv per rassicurare i suoi sudditi dispensando loro forza e coraggio. Se è per questo ha visto anche il disfacimento di gran parte dell’impero coloniale britannico, lotte sociali, cambiamenti fiscali che le impongono di pagare tributi allo Stato ma lei è comunque sempre intoccabile seduta sul suo trono. Un unico errore. Non capire in tempo quell’accelerata verso il nuovo, l’inedito, l’imprevedibile che i mass media stavano imponendo anche alle vite reali. Cosa capita al volo invece da quella giovane ventenne scelta con attenzione per salire al trono, individuata come perfetta rappresentazione del protocollo di corte che invece, dopo un matrimonio da favola – come nei secoli dei secoli della storia di ogni monarchia – prende quota muovendosi in modo autonomo, utilizzando foto, immagini, interviste e roba sul genere per mettere in mostra i tradimenti e i limiti del principe-marito trasformandosi nella vera vittima della royal family. Fino all’imprevedibile: quella morte parigina che stravolge in modo inspiegabile il celebre stile imperturbabile di un impero che per giorni si trasforma in una regione arretrata con pianti pubblici e isterici per una donna mai conosciuta. Londra viene bloccata per ore da un funerale che segue l’etichetta Windsor e che costringe Elisabetta II ad abbassare il capo al passaggio del feretro di una donna da lei sempre meno amata. Una sconfitta? No, il gesto di una grande sovrana che riconosce il modo per riprendere in mano la fiducia del suo popolo. Auguri, Sua Maestà.
Le parole al posto giusto
Sono rotta, rottissima alle palle. Roba nota, ahimè, niente di nuovo. Ma non amo i lamentosi e mi vanto di non appartenere alla categoria pur dotata di un portfolio di rogne ben nutrito regalato con generosità e premura dalla sclerosi multipla, vivo i momenti no abbastanza in solitudine e poi ci passo sopra il più veloce possibile, di sicuro fingo ma resta roba mia. E così ora ho deciso: farò un po’ di fisioterapia. La stessa che dovrei fare con continuità da almeno una decina d’anni va detto, quella che ho sempre ignorato di cominciare seriamente per milioni di ragioni, l’identica che è sempre passata in second’ordine – magari con consapevoli sensi di colpa – per motivi di ogni tipo. Ora ho deciso, comincerò. In autunno. Mi sembra il momento giusto. Non per posticipare oltre, sia mai, ma l’estate per me è già abbastanza pesante e non la voglio rendere intollerabile più di quello che sento. Per lavoro ho contatti molto frequenti con un fisioterapista, amico di vecchia, vecchissima data, uomo di polso, intransigente, di poche parole, poco incline alla chiacchiera, famoso per una capacità professionale per nulla disposta a sconti o abbuoni, valgono solo quelli maturati sul campo per lui. Ci vediamo per lavoro da mesi e fin da subito, con la leggerezza con cui vivo o fingo di vivere seduta su una sedia a rotelle, gli ho detto che avevo la sclerosi multipla, mi ha risposto, stupendomi molto, che lo aveva capito dalla posizione con cui tenevo le spalle. Ho registrato il dato sul file che mi gira in testa e che si chiama Persone intelligenti. Adesso che ho deciso di cominciare un percorso di fisioterapia ho pensato a lui: credo sia bravo come professionista e che abbia un atteggiamento sufficientemente ruvido per tenere a bada la mia pigrizia. Gliel’ho detto, mi ha risposto: “Non sei pigra, sai di stancarti subito e prima che accada quella discesa di energie che ti costringerebbe ad una risalita faticosa e lunga, scegli la via più semplice e ti fermi prima”. Poi mi ha chiesto come si è arrivati alla diagnosi e ho cominciato la solita solfa raccontando di quel famoso abbassamento della vista di mille e più mille giorni fa, la visita dall’oculista, il nervo ottico rovinato e poi il primo esame fallito, quel campo visivo dall’esito disastroso che poteva aprire il varco a tutto e a molto di più oltre a quello che poi ha rivelato nel mio caso. Già mi dice lui, un campo visivo che non va può rivelare anche un tumore al cervello come nel mio caso. L’ho guardato. Mi ha guardata. Basta così, senza battere ciglio, con freddezza e ordine. Niente da aggiungere. File Persone non lamentose aggiornato.
No che non va bene
Ieri. Giornata insopportabile, una di quelle che non sono più capace di tollerare, per tempi, modi, carico emotivo, conseguenze fisiche oltre che morali. Quante di questo genere negli ultimi vent’anni? Impossibile contarle. Inutile ricordarle. Visita di controllo dai neurologi che mi seguono in buona sostanza, appuntamento che questa volta dovrebbe aprire il varco al rinnovo della patente, altro momento che si fa detestare al solo pensiero. Ecco cosa succede, l’ho capito. Sto mollando il colpo, mi sento prosciugata nelle forze, poco alla volta stacco le mani da quella zattera a cui sono aggrappata da anni per rimanere a galla in questo mare in tempesta. Ora però le onde sono troppo alte per essere gestite o forse è il contrario, sono diventate piatte, ogni riva è sparita, mi ritrovo senza capacità d’azione: mancano le prospettive, mani alzate, fine dei giochi, ha vinto lei. Ma non c’entra niente l’esito della visita o chissà che altro, semplicemente mi sono rotta le palle, di tutto. Che vinceva la sclerosi multipla sai che notizia, ma è come mi sento io oggi che non va bene, senza sorriso, triste, sola. Se fino a qualche tempo fa darle anche questa di soddisfazione mi avrebbe fatto balenare in testa un lampo luminoso da alzare tutte le bandiere del mio coraggio, ora basta, capitolo chiuso. Anche il mio orgoglio – che non è mai stato robetta da poco – indietreggia dicendole di fare pure il cavolo che vuole, io non ne posso più di venirti dietro, di essere sempre lì pronto a buttarla sull’ironia, sull’energia, sulla fermezza, tutto inutile tanto. Vent’anni, maledizione a loro, che si sono portati dietro un numero assordante di cose. Se solo ci riuscissi ora piangerei. Ma neanche le lacrime fa più scendere quella stronza che è solo capace di prendersi tutto.
Uomini e quaquaraquà
Ventotto anni fa. E io ne avevo venti. Nel pieno della consapevolezza sociale, quando tutto quello che stai vivendo è roba tua e non di altri, quando il tuo presente sarà storia e tu lo sai e ne prendi atto con una maturità nuova che ti rende protagonista di quello che ti sta intorno. È l’estate del 1992 quando si fa largo la fine di due modelli di responsabilità e di pensiero giusto che segna un’epoca in modo incancellabile: gli attentati mafiosi contro Falcone e Borsellino sconvolgono il Paese con una morte cruenta e annunciata, da loro stessi prima che da altri. Ricordo quelle bombe con la lucidità di una memoria troppo vicina per pensare che in mezzo ci siano quasi trent’anni di vita. Ci pensavo ieri mentre ricordavo nitidamente dov’ero e cosa facevo quando mi veniva detto che c’era stato un attentato in mezzo all’autostrada contro Falcone e poi due mesi dopo uno sotto casa della mamma di Borsellino che aveva ucciso lui e la sua scorta. E poi la corsa davanti alla tv, le edizioni straordinarie dei tg e la paura e i brividi lungo la schiena e l’incredulità davanti a quelle immagini che spazzavano via tutte le speranze di una ragazza di vent’anni che ancora ci credeva. A cosa non so bene perché certi eventi vanno oltre anche alle idee che comunque c’erano, ma puoi essere bianco, rosso o nero ma se ci credi vale solo quello mica altro e in quell’estate di ventotto anni il pensiero si è scontrato con la consapevolezza che qualcosa di molto grande che non andava c’era. E infatti poi tutto è fuggito verso altro, una discesa molto veloce in direzione del grosso niente che ci sta attorno oggi. E allora mi è venuto in mente Sciascia che ne Il giorno della civetta durante l’interrogatorio al padrino mafioso arrestato dalla Polizia gli fa dire che secondo la sua esperienza di vita, il genere umano è diviso in uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliancuolo e quaquaraquà e che il Comandante che lo sta inchiodando con le sue domande e il suo coraggio di vero uomo di Stato è certamente un uomo. Ecco a cosa penso, quei due giganti morti ventotto anni fa erano molto più che uomini, molti dei politici di quell’epoca forse anche, diversi erano mezzi uomini, altri solo ed esclusivamente delinquenti. Io invece sono solo egoisticamente felice di non avere vent’anni oggi per non circondare la mia giovinezza da questa messe di quaquaraquà che ci governa, da qualunque prospettiva li si guardi.
Cui prodest
Eccomi qui. Dopo un lungo, lunghissimo, fastidioso silenzio alle spalle di cui sono responsabile, ovvio che sì, il blog è mio, se non ci scrivo io di chi può essere la colpa se non mia? Ma in questo ultimo periodo sono stata sovrastata da una rottura di scatole grossa come il mondo: un corso e-learning compreso di test finale richiesto in modo obbligatorio dall’azienda per la quale lavoro. Tema? Covid-19. Sei ore da passare davanti al pc per seguire video con successive slide di ripasso su argomenti specialistici legati alla nostra nuova e stramaledetta vita, quella che dal 23 marzo ha cambiato tutto di noi. Nell’insieme qualcosa di interessante c’era pure – non certo quei venti minuti di video sulle modalità corrette per lavarsi le mani – perché sono stati tanti i passaggi tecnici messi in campo nei momenti topici del Coronavirus quando nulla si sapeva di preciso eppure in forza di tentativi più o meno riusciti il meccanismo si è messo in moto. Le domande finali non erano per nulla difficili, il vero impegno del corso era superare la visione dei video che non era possibile tagliare o mandare avanti manualmente, desiderio che si faceva sempre più forte di fronte alla loro costante ripetitività. Comunque ora è roba fatta, ho pure guadagnato il mio piccolo attestato di partecipazione, mica male dopo essermi sfracellata le scatole per giorni e giorni. Ma una domanda non può che uscirmi. Quale sistema ha deciso di commissionare e quindi pagare un corso del genere? Ecco l’ho buttata lì. Polemica la mia? Forse. Ma sei ore investite dentro un progetto di cui ancora adesso fatico a capire il senso possono sembrare poche, ma non è vero. E poi, e poi c’è sempre quella domanda: chi ha pagato il corso? E a chi?