Tonino Carotone, bentornato

Stamattina che ero a casa dal lavoro mentre facevo altro ho acceso la radio e ho messo su Deejay chiama Italia il programma di Linus e bum, che botta di ricordi mi ha travolta, un getto un po’ freddo ma anche caldo di nostalgia amara e felicità pura e vivace. Tutto insieme. Era da anni che non lo ascoltavo Linus, dopo aver cambiato il lavoro di sicuro, mi restava una malinconia che coinvolgeva più le persone con cui lo seguivo tutti i giorni e con cui lo commentavo piuttosto che per lui e la sua squadra. Linus è diventato un saputello superbo mi ripetevo, un po’ come me, e negli altri non si tollerano i nostri di difetti, quindi chiusa lì la questione. Di Savino non ne parliamo, io poi che ho imparato a conoscerlo come l’UDS, l’Uomo Della Strada, quello che dava opinioni semplici-semplici, capaci di amplificare le mie, di ben altra struttura ovvio. Ora che di strada ne ha fatta, grazie proprio al suo inizio da UDS, la sensazione è che nemmeno Linus lo sopporti più e che porti il rimpianto di avergli concesso un nome e un cognome. Vabbè, fatti loro comunque. Ma stamattina che ne so cosa mi è successo, li ho riascoltati e mi sono passati davanti vent’anni buoni della mia vita radiofonica, estati soprattutto e me n’è venuta in mente una, quella del 2000 o giù di lì e un tormentone lanciato da Radio Deejay, proprio dall’UDS che lo aveva ascoltato l’anno prima in vacanza. Il tempo sufficiente per far sentire Tonino Carotone a Sua Maestà Linus e Me cago en el amor l’estate dopo diventa anche in Italia la canzone di tutti noi. E chissà come mai stamattina ho spalancato le porte sui ricordi di quell’estate, su quegli spritz in mano che all’epoca erano solo roba veneta mica da Navigli milanesi, e su quel è un mondo difficile, è vita intensa, felicità a momenti, futuro incerto che appena partiva alzava i toni di gente come noi di poco più di vent’anni che cominciava a cantare senza capire davvero il senso di quelle parole, ma che importava, mica pretese da filosofi noi, solo tanta voglia di divertirci con la nostra piccola vita e il nostro grande cuore.

Una che le cose la sa davvero

Magari sono io un po’ insofferente. O forse sono proprio io ad essere completamente ignorante. Ma chi lo sa, è pure probabile che io invecchiando sia diventata più fastidiosa della sabbia nel letto. Ma tant’è. In questi giorni mi trovo circondata da voci che sanno tanto. Tendenzialmente tutto. E su ogni argomento. E ogni volta che tento di dire la mia alzano il tono e mi spiegano la verità. Ma mica robetta sia chiaro, loro mettono in campo quella suprema. E allora mi metto da parte e taccio, cosa vuoi discutere con i portatori del verbo? Non si può mica. L’argomento principe è il Covid: c’è da fare così e colà, meglio girarsi a destra invece, o ancora, si faccia una capovolta in alto guardando a sinistra per arrivare al finale. Lo dicono loro, va bene quindi. Perché è così da sempre, più l’argomento è complesso più si sviluppa lo spirito della pura onniscienza, quella insopportabile tra l’altro. Io che non ne so niente, che sono solo terribilmente spaventata, più ancora della scorsa primavera, che mi tengo lontana da giornali e tv per non sentire più gli aggiornamenti diventati inquietanti, che esco solo per andare al lavoro – sperando sia possibile ancora a lungo – mi irrito di fronte ai discorsi inutili di questa ricca schiera di saputo-saputelli. L’altra sera ero al telefono con una cara amica, si parlava in generale, le chiedevo come stava, ha cominciato a raccontarmi, a dirmi che andava meglio e dopo aver passato un periodo difficile sentiva che il percorso cominciato per superare la crisi evidentemente era in via di riuscita. Poi si è interrotta e mi ha detto che sabato sarebbe andata al compleanno di un’amica e che lì avrebbe rivisto il suo ex. Si è fermata un attimo e mi ha detto “Ma per forza che sto meglio!” e siamo scoppiate a ridere. Eccola una con cui mi piace parlare perché lei si sa davvero tanto.

Unposted

Lunedì sera ho guardato il film su Chiara Ferragni che hanno passato in tv. Allora, dire che l’ho guardato è un bel parolone, stesa a letto con la tv accesa mi addormento davanti a tutto, mi risveglio e poi riprendo sonno seguendo ritmi tutti miei che non dipendono da cosa sto guardando, che mi piaccia o meno va così. Quello che ho visto mi è stato comunque sufficiente per confermare l’idea che il film non meritasse la prima fila alla Mostra del Cinema di Venezia del 2019, però – attenzione che lo sto per scrivere – anche a una stronzetta come me che gioca a fare l’intellettualina snob la Ferragni sta simpatica. E non è perché ha messo su un impero di soldi e visibilità partendo dal nulla, anche perché io questa cosa non la credo. Penso piuttosto che le sue basi di partenza siano state altre e ben strutturate e che a creare il fenomeno Ferragni sia stato un accordo di fattori correttamente allineati di cui lei ha avuto certamente il merito di esserne un’ottima interprete. Non mi sembra poco, anzi. È anche per questo che mi piace. Dài su, che Instagram lo domina lei e le sue stories sono inarrivabili: coi vestiti che indossa – anche se molti nemmeno mi piacciono perché sono avanti di mille e più mille anni da me e io li vorrò quando poi nei negozi non ci saranno nemmeno più visti i miei gusti del tutto demodè -, col faccino di quel bambino a cui affida pure il sorriso immenso di annunciare l’arrivo di una sorellina, col marito che è un po’ bruttino secondo me ma che importa, sono tanto innamorati e l’amore è sempre bello. Ricordo quando si sono sposati, tre o quattro giorni di feste, che qualcuno, una banda di invidoosi e senza poesia, ha paragonato allo stile del Matrimonio napoletano col Boss delle cerimonie. Mentre che autentica favola è stato, con quegli abiti da favola che ha messo in mostra lei, quelli sì li ho capiti al volo, come quello di Prada per la festa del pre-sposalizio, quello che sbrilluccicava di rosa e oro togliendo il fiato. Detto questo un attacco da vera stronza cara Ferragni mi tocca fartelo altrimenti non mi riconosco più nemmeno io: e fallo ‘sto corso di dizione ragazza mia, ce la puoi fare, così non ti si può sentire.

Domenica bestiale

Quelli che ne sanno lo avevano già detto e infatti con l’arrivo dell’autunno siamo ripiombati dentro al Covid-19. Ma chissà perché ci sembrava un traguardo lontano, di quelli che non arrivano mai, come quando cominci una maratona senza voglia né preparazione e sai che dopo venti metri ti fermerai al bar per una birra e un panino. Così è stata la nostra estate, provi ad alzare la mano chi si sente del tutto innocente, chi può dire di non aver sgarrato almeno un po’, almeno quella volta in cui ha bevuto uno spritz in spiaggia accalcandosi sugli altri. Eppure ci avevano avvisati che qui si arrivava: l’estate ci avrebbe concesso una tregua in attesa di un autunno che con ogni probabilità riservava invece una pentolaccia piena di punti di domanda. E le risposte? Sono quelle mappe che passano tutti i giorni in tv macchiate di chiazze rosse e arancione e che hanno significati fin troppo noti. Volo via dall’idea di quel periodo, dalle ansie, dalla voglia di passare oltre, dal bisogno di evadere con la mente perché sono stati mesi di dramma. Ci ripiomberemo? Tutti quei morti ancora? Sarà di nuovo chiusura totale? Nessuno lo vuole, sarebbe un tracollo per un’economia che già traballa da sola. Io non voglio stare di nuovo a casa dal lavoro, lo so di essere un soggetto a rischio ma sentirmi vinta di nuovo dalla sclerosi multipla mi manda ai matti, la mia normalità – quella rimasta – è lo scopo di tutto quello che faccio. Sto lontana da giornali e tv, leggo i titoli quasi con distrazione, voglio credere alla speranza che quest’autunno non somigli a quella primavera, che la piccola esperienza messa in campo un minimo ci tuteli, che le mascherine si spostino dal gomito alla bocca e al naso. Oggi ho prenotato per fare l’antinfluenzale: il mio medico mi ha dato appuntamento per domenica, alle 9.05. Di domenica. C’è ben poco da stare tranquilli quindi, mi pare evidente che sui nostri binari ci sia un nuovo treno in arrivo.

Historia magistra vitae

Quasi tutte le sere, poco dopo cena, in tv c’è un programma che parla di storia, ogni puntata apre un capitolo diverso: in studio c’è un docente universitario che riferisce attorno al proprio ambito di studio presentando una lezione che segue l’argomento in questione basandosi esclusivamente sulla sua specializzazione. Per quante puntate ho visto rare volte ho riconosciuto lo stesso docente e nel caso trattava il medesimo ramo storico, per argomento o epoca. Perché l’onniscienza non esiste, men che meno all’università. Chi è sempre lo stesso invece è il conduttore: Paolo Mieli, giornalista, curriculum ben quotato, molto richiesto e via parlando, quindi niente di male se è stata affidata a lui una trasmissione sul genere. Quello che mi stupisce è l’atteggiamento di assoluta conoscenza che mette in campo lui davanti a qualunque pagina di storia si parli, che sia la Rivoluzione francese o Ottaviano Augusto, le cinque giornate di Milano o la guerra di Sparta contro i persiani oppure i Borboni, il Basso Medioevo, Carlo Martello o gli Asburgo e si potrebbe continuare per ore tanto ce n’è da dire in mille e più mille secoli di storia che abbiamo dietro. Ma se i docenti giustamente cambiano per ogni argomento, Mieli no e soprattutto la sua capacità di reggere il dibattito con i migliori professori universitari. Complimenti. Ora, appare evidente che Mieli ha alle spalle il supporto di un’ottima redazione, che con ogni probabilità ci siano anche taciti accordi con gli stessi docenti per garantire atteggiamenti di collaborazione conciliante, che ogni puntata sia composta da sapienti taglia e incolla della regia, ma su tutto prevale comunque l’atteggiamento ben studiato di Mieli, compresa una certa ed estrema sicurezza di sé che spesso scivola via verso la supponenza. Mentre lo guardo, simpatia o meno che provi per lui, lo invidio, non tanto per il lavoro che fa quanto per i referenti con cui si misura. E in gran parte per il fatto che io ultimamente mi sono arrugginita molto invece, mai stata un prof da cattedra universitaria di sicuro, ma vagamente più raffinata questo sì, ora invece sento di aver perso certi dettagli che non so nemmeno più dove sono finiti. Esempio. Sono veneta, regione in cui il dialetto impera, toglie le doppie con l’accetta senza riguardi e senza rispetto, e io pur non parlandolo mai – se non per certe espressioni di carattere gioviale che è un delitto scansare – ultimamente mi ritrovo a pronunciare parole in italiano rimuovendone più di qualcuna. Proprio io che all’università ho fatto un esame di fonetica e fonologia che mi ha insegnato la dizione corretta di gran parte del vocabolario e che con grande fierezza mi ha fatto rompere le scatole a chiunque dopo aver rintracciato pronunce sbagliate. Paolo Mieli, ti prego dimmi tu come si fa a rimettere in moto tutto quello che si è imparato e magari a confrontarsi con qualcosa di nuovo che male non fa.

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Quel ramo del lago di Como

Trump, sua moglie e poi Berlusconi, Flavio Briatore, Zingaretti ma anche Boris Johnson e Bolsonaro. Sono solo i primi nomi che ora mi vengono in mente pensando a persone importanti o anche solo famose prese di mira dal Covid-19. Questa primavera, quando sospiravamo di dolore e paura guardando i mezzi funebri che partivano da Bergamo per portare le vittime fuori città perché i cimiteri erano tutti pieni abbiamo pensato a Manzoni, ai monatti, al popolo che moriva. Credo che a nessuno di noi sia venuto in mente la possibilità che anche i Don Rodrigo si potessero trasformare in vittime, e chissà mai perché. Eppure niente più della malattia sa essere democratica, si muove a caso, fa il suo nido dove preferisce, non dove sembra ovvio e facile fermarsi ma solo dove trova uno spazio di suo gradimento e che le fa piacere guastare, basso o alto che sia. Come la sclerosi multipla per esempio, che è sbucata dentro di me, ma poteva scegliere un’altra, più ricca, più celebre e popolare. E di certo lo fa. Si chiama democrazia che regola la malattia, un po’ qui, un po’ lì, a caso, senza una legge precisa. E infatti io non frigno, è andata in questo modo per me, cerco di venirne a capo in qualche modo che è meglio di ogni inutile lamento. E se la malattia va e viene senza pianificare nulla è da questa mattina che penso alla strana casualità che sta esprimendo il Covid. Mi stupisce quello che sta succedendo, soprattutto perché ora come ora non sembra poi tanto imprevedibile il suo andamento, studiato direi, come durante una partita a Risiko: d’un botto ha colpito con una mitragliata un piccolo repertorio di potenti negazionisti e per di più sul finale di una delle campagne elettorali più importanti del mondo. Serve di nuovo Manzoni a dire la sua. E direbbe di metterla quella cacchio di mascherina.

Renatino mio e la Betty

Sono emozionata da settimane pensando alla doppietta televisiva che mi aspetta tra oggi e domani. Stasera tocca al live di Renato Zero per celebrare i suoi 70 anni in attesa di Alberto Angela che domani mi farà una puntata speciale sulla storia di Elisabetta II, la grande regina. Oh che gioia, oh che felicità! Con la musica di Renato Zero sono cresciuta, anche se quando ero bambina non sapevo nemmeno dove collocarlo, se fosse o meno bravo, ricordo bene però che ogni estate quando usciva con la nuova canzone mi si spalancava il cuore perché certi versi mi entravano dentro e sembravano scritti proprio per farsi urlare a tutta gola. Strano era strano, con quei capelli lunghi e certi abiti mai visti prima, addosso ad un uomo almeno, e infatti il mondo degli adulti non era generoso con lui, ma io lo ascoltavo lo stesso, solo per radio però, mai chiesto di avere un suo disco, mica stupida io, ero certa che non me lo avrebbero comprato. Domandavo Riccardo Fogli, che arrivava a casa infatti, ma lui stava in giacca e cravatta era più facile. Però Renato mi portava lontano, era altro rispetto a tutto il resto e per mille ragioni, impossibile resistergli. Poi arrivò un Sanremo di molti anni fa, lui si presentò tutto vestito di nero, senza trucco colorato e con i capelli dritti e a toccare le spalle, cantava quel capolavoro di Spalle al muro, la vecchiaia che arriva, quando non vieni calcolato più, quando altri dettano le regole, anche alla tua di vita per quell’andamento naturale del tempo che passa e aggiunge il dolore della fine che incombe. Ero una giovane donna quando l’ascoltati ma piansi per un’esibizione già incorniciata come un capolavoro. Chi sono certa non senta le spalle al muro malgrado l’età è certamente Elisabetta II che domani sera mi racconterà Alberto Angela. Direi che visti i suoi eredi mal cresciuti ha altri pensieri: che fine farà la sua preziosa corona conservata fino ad oggi con estremo talento e stile? Per quel che mi riguarda invece ho la certezza che, viste le mie ridicole capacità di restare sveglia davanti alla tv, io Renatino mio e la Betty non li vedrò né stasera né domani sera. Siano benedetti Mediasetplay e Raiplay per i due indimenticabili pomeriggi che mi regaleranno.

S’ha invernà

S’ha invernà: c’era scritto nel wapp che mi ha mandato ieri una mia vecchia amica che non sentivo da tempo. Appena l’ho letto sono scoppiata a ridere. È dialetto veneto, ruvido e molto pesante: significa che l’inverno è sceso in modo veloce e improvviso e noi l’usavamo ogni volta che capitava qualcosa di simile a quello che sta succedendo in questi giorni, una temperatura fredda arrivata senza nessun annuncio di autunno. Chissà perché la usavamo visto che noi due siamo delle grandi tutrici della lingua italiana, ma ‘sta roba del s’ha invernà è sempre stata un’espressione buffa che ci piaceva usare, forse si cominciava addirittura alla prma pioggia di settembre. Io e lei abbiamo condiviso un passato davvero forte, poi ci siamo lasciate piano piano, credo che, con una naturalezza imbarazzante, la vita si sia presa altri spazi, purtroppo. Peccato però, perché io con lei ho trascorso anni divertentissimi e ricchi per quell’intesa che ci portava a fare cazzate di cui non ho nessun rimpianto e nello stesso tempo condividere scampoli di vita indimenticabili. Ricordo lunghissime vasche in macchina a parlare di noi, a scambiarci consigli e pure a spettegolare, che non guasta di certo. Mi sono anche innamorata del suo capo se è per questo, ma non era certo la ragione che mi legava a lei. Un dispiacere se penso a quel periodo però ce l’ho: all’inizio eravamo una squadra di amiche non solo noi due, poi qualche cosa si è spazzato. Un equilibrio da fare invidia che purtroppo s’ha invernà.

Ciao amico, ciao

Che in questi quasi due anni di lavoro io abbia scelto di non creare autentici rapporti di amicizia l’ho già ampiamente scritto, certo ci sono simpatie più strette di altre che alla lunga, se ben coltivate, potrebbero trasformarsi questo sì. Per ora ho fatto restare tutto in superficie comunque, del tipo che un ciao come stai non si nega a nessuno, quattro parole di contorno figuriamoci se non si fanno, ma tutto lì. Per ora almeno. Ma dove non nascono amicizie anche le antipatie se ne stanno in disparte. O no? Evidentemente no visti i nervi che mi ha fatto scoppiare un tizio stamattina. Che poi io e il personaggio in questione ci conosciamo da anni, abbiamo la stessa età e viviamo in una cittadina tutto sommato piccola. Aggiungerei un dettaglio però: non ci siamo mai frequentati, non abbiamo mai condiviso la stessa cerchia di amici, l’unico elemento di vaga unione è una mia cugina con cui lui era in classe alle medie e che io non ho mai frequentato perché le famiglie sono così, ti càpitano, mica le scegli. Vale per me quanto per lei, sia detto. Be’ insomma, ritrovati nello posto di lavoro il ragazzo ha invece magnificato il nostro rapporto di amicizia che affonda le sue radici laggiù in epoca adolescenziale. Io di lui ho solo un vaghissimo ricordo in realtà, dei tempi delle medie questo sì, ma certo non dopo. Comunque una volta ritrovati è sembrato naturale lo scambio facile di qualche sorriso in più, di espressioni divertenti e simpatiche tra noi. Mai poi all’improvviso un cambio d’ordine, ogni mia parola veniva bloccata sul nascere con repliche fredde, prepotenti e immotivate che non mi davano nemmeno il tempo per una debole replica. Fino a stamattina quando sono schizzata via facendomi decidere che da me non avrà più nemmeno il saluto. Non spreco nemmeno una riga per descriverne il carattere, le uscite velenose che mi ha rivolto permettendosi pure di mettere in discussione le modalità con cui svolgo il mio lavoro, e poi quel paio di cattiverie gratuite e pesanti che mi ha rivolto gelandomi il sangue, fino a oggi quando per una ragione banale ho tranciato con la scure quella specie di rapporto di stupida conoscenza. Ascoltavo alla tv un servizio del tg che parlava di calcio, le modalità per riaprire gli stadio e con quanto pubblico e a che distanza e via sul tema. Ero sola mentre lui mi passava davanti e dicevo più a me che a lui ma guarda se il problema deve essere il calcio. Mi ha aggredita “Se a te non piace il calcio mi dici perché gli stadi non dovrebbero aprire? C’è bisogno di alleggerire la testa dal Covid, lo sport è fondamentale, spiegami allora perché la Mostra del cinema sì e gli stadi no?”. Il calcio lo seguo – gli ho detto – il tennis pure, lo sci mi mancherà da morire e se tu leggessi i giornali sapresti che la Mostra del cinema hanno avuto coraggio a farla ma è stata un flop dal punto di vista delle presenze di pubblico, il tutto con una calma tirata fuori da chissà dove. “Allora la colpa è dei giornalisti – ha detto con un tono vagamente più accomodante – ma qui il discorso è lungo”. Facciamolo allora, sono iscritta all’Ordine.

Fino a starsi sulle scatole da sola

Qualche tempo fa la mia amica Gloria mi ha detto che quando parlo con le persone tendo a interromperle, che la conversazione con me non fila mai fluida come dovrebbe perché io mi inserisco sempre e di continuo, che mi ci metto in mezzo con forza, parlo sopra al mio interlocutore, lo blocco per aggiungere la mia opinione che così sale di quota da sembrare più importante. Ci sono rimasta male ma non mi sono sentita in nessun modo attaccata, mi fido della mia amica e ne abbiamo parlato, non me ne ero mai accorta ecco tutto, ma da allora, attenta alle sue parole, ho fatto caso alle mie abitudini notando che è vero, Gloria ha ragione, non è facile conversare con me, io trovamdomi di fronte mi starei parecchio sulle scatole per esempio. Ecco, mi parlo sopra da sola, lo faccio anche con me stessa, che difficoltà essermi amica. Chissà come fa lui a rimanere al telefono con me per più di un’ora ogni volta che mi chiama. Lui è un amico un po’ speciale, quella cosa che in pochi capiscono: io che dovrei essere arrabbiatissima, che fin da subito avrei dovuto tagliare con violenza ogni rapporto, o almeno così dicono tutte le mie amiche (anche Gloria) perché un milione di tempo fa mi ha lasciata e in gran parte a causa della sclerosi multipla, ma lo sappiamo solo noi quanto pesava e come sia stata proprio a favorire quel doloroso addio per giunta. Poi di anni ne sono passati tanti, io non mi sono fermata a contarli, non conto più nulla da tempo del resto, ma credo siamo nell’ordine dei dieci e in mezzo c’è stata tanta vita per me e per lui. Passo dopo passo questi anni sono stati segnati da telefonate che era sempre lui a fare a me, mai troppo improvvise mai troppo distanti tra loro, piacevoli lampi di luce durante i quali nessuno dei due voleva negarsi il piacere di sentire l’altro rispettando comunque quel tacito, invisibile accordo di non parlare del reciproco presente, un condiviso silenzio che dava spazio a conversazioni di altro tenore, il nostro. Era amore che negava la verità del presente? E chi lo sa. Ora che l’oggi è noto, come il futuro che di certo non sarà nostro, si sa che questa traccia di legame così forte non passerà. Ma forse ancora una volta sto alzando troppo il tono parlando sopra la verità. Mai come ora vorrei che Gloria non avesse ragione però.