La tregua

Sabato con una certa sicurezza farò il vaccino anti Covid parte seconda, ovvero la conclusione di un percorso molto ma molto importante, fondamentale vista la situazione attuale. Sono emozionata ma a tratti anche un po’ spaventata, più della prima volta, due settimane fa. Il fatto è che molti dei colleghi della struttura per la quale lavoro e che già hanno fatto il secondo vaccino sono stati più male della prima volta con febbre, dolori muscolari durati giorni e giorni e io, che sono certamente più fragile, temo per le conseguenze che potrebbero aprirsi su di me. Ma giro subito pagina e penso alla fortuna che ho per questa occasione che mi viene servita in perfetto orario e soprattutto senza ostacoli e allora i pensieri negativi e la paura li metto in disparte: sabato farò il vaccino e mi godrò anche i due giorni di risposo successivi certamente utili a ridarmi nuova energia. La cosa importante infatti è che io farò il vaccino, lo stesso che in Italia dopo una partenza che sembrava regolare e ben disciplinata si trova imballato dentro meccanismi dal sapore poco chiaro. Eccola la ragione che per settimane mi ha fatta pensare che poterlo fare con largo anticipo rispetto a tutti altri per il solo fatto di avere il lavoro giusto nel posto giusto mi sembrava quasi un furto. Fino a quando non mi è arrivata la newsletter di AISM-Associazione sclerosi multipla che mi informava come il Ministero abbia inserito la patologia in prima categoria, i suoi malati verranno chiamati per fare il vaccino fin da subito e davanti a tutti gli altri e non tanto perché immunodepressi ma espressamente perché affetti dalla bella stronza. Quindi ho solo potuto anticipare i tempi, nessuna rapina, tutto onore guadagnato sul campo.

Parigi o cara

Mi è capitata tra le mani una foto di diversi anni fa, ’94 o ’95 poco più poco meno, il ricordo di una vacanza a Parigi, quattro amiche allegre, La Défence a fare da scenografia a sorrisi ventenni, spalancati e accesi. Non è la prima volta che la vedo, nessuna novità per me, una foto ben nota e legata ai bei momenti passati con carissime amiche. Fino all’altro ieri quando rivederla è stato invece come un no deciso verso le mie emozioni, uno squarcio aperto, e non so nemmeno perché. Diciamolo, sopra quel sorriso, il mio di sorriso, ho letto mille speranze tradite, sogni infranti, ambizioni sotterrate dal fango. Per la prima volta sono tornata indietro nel tempo e ho visto quella che ero, quando non avevo segni disegnati sul corpo e figuriamoci nella mente di quello che sarebbe accaduto, all’oggi che si trascina avanti solo con fatica. Sclerosi Multipla era un nome senza significato, non era la veste pesante di adesso con cui convivo da oltre vent’anni portandole pure rispetto, comanda lei. Non so cosa mi sia successo con quella foto tra le mani, anche perché non è l’unica ante diagnosi che mi capita di vedere ogni tanto, ma forse in questo caso è stato il carattere che si porta addosso a farmi male, il profumo di quella giovinezza senza risultati che ritrae a farmi scendere mezza lacrima e a cambiarmi l’umore. Ma poi mi sono rimessa in carreggiata in fretta, non vale la pena fare diversamente e questo lo so fin troppo bene, me lo dico da sempre, è andata così purtroppo, ma poteva anche andare peggio, diciamo che in questi giorni si è messa in moto solo una piccola scossa storta già superata, promesso. A me stessa.

C’è il prima e c’è il dopo

E quindi ho scalato il primo gradino della mia storia vaccinale contro il Covid. Come è andata? Non mi lamento. Nel pomeriggio dopo averlo fatto ero un po’ spaventata, che roba strana mi sono detta. Io e la sclerosi multipla ne abbiamo girate fin troppe di avventure mediche e il nervosismo, l’insofferenza ancor prima della paura arrivavano prima del grande evento. Prendiamo il caso dell’annuale Risonanza magnetica: è l’esame che odio dal profondo delle mie viscere con un disgusto che non trova parole sufficienti per essere descritto, ma non è l’esito a darmi tormento – per quanto sia il cardine da cui si leggono i movimenti della stronza di sm – ma è quel buco nero dentro il quale mi devo infilare per oltre tre quarti d’ora di rumore infernale a fare da colonna sonora rendere i momenti precedenti davvero nevrotici e quindi per questo dopo averla fatta sono serena, per un anno nessuno mi ricaccerà là dentro. Stavolta, invece con l’anti Covid anche se si trattava di affrontare un appuntamento al buio, potenzialmente pericoloso, con un temibile ago che per natura detesto, prima ero tutto sommato tranquilla. Il dopo invece lo è stato un po’ meno. Forse perché fin dal pomeriggio ogni dieci minuti dentro di me si sono accese autentiche vampate di calore come se mi stesse salendo all’improvviso la febbre, tanto che, coraggiosa come sono, l’ho provata senza tregua. Ma per fortuna tutto a posto. Nel frattempo il braccio dove mi avevano fatto il vaccino ha cominciato a farmi davvero male, dolore che mi sono portata appresso fino al mattino dopo, ero stata informata ma faticavo pure a passarci la mano sopra. Poi mammano che si andava verso sera mi sono sentita sempre più stanca da non avere nemmeno la voglia di aprire bocca e questo no che non è da me, la chiacchiera è roba mia non certo di altri. All’ora di cena pochissima fame e una volta a letto non sono riuscita ad addormentami come si deve, stress, nervosismo credo, molto più che effetti collaterali da antivirus. Il lato davvero positivo è stato sapere che il giorno dopo sarei stata casa, un piccolo spazio di fortuna che mi sono ricavata per tutelare la mia salute in primis e poi sollevarmi da ansie o che so io. Va detto che è passato tutto anche se con qualche timore arrivato dopo anziché prima come il mio solito aggiungendo una cosa senza soffermarsi su altro: devo riconoscere di essere stata molto più che fortunata a poter cominciare il percorso anti covid molto prima di altri, una grossa occasione per cui ringraziare e basta.

Eccome vax

Farò il vaccino. Ma questa non è una scontata dichiarazione d’intenti. È un annuncio. Domani comincia il mio percorso vaccinale, convinto anzi auspicato, verso il no Covid. Lavoro in una struttura sanitaria: medici, infermieri, oss, ospiti sono stati vaccinati oltre un mese fa, all’inizio di gennaio, non appena i varchi di Pfizer hanno aperto le loro porte. Poi il blocco e chi lo sa cosa è successo, cosa ha provocato uno sbarramento improvviso e troppo rapido. O forse la ragione è roba fin troppo nota, una frenata a 200 all’ora in autostrada che merita di far rovesciare i tavoli di ogni discussione politica ed economica, perché di questo si tratta, poco da aggiungere. La mia Asl qualcosa ha ottenuto, almeno per la mia azienda di natura sanitaria ottenendo le forniture necessarie per vaccinare anche il personale amministrativo come me che domani comincerà con il primo richiamo, tra 15 giorni con il secondo e ultimo. Avevo già chiesto ai neurologi che mi seguono informazioni sulle possibili controindicazioni rispetto a un peggioramento della sclerosi multipla in seguito alla vaccinazione, non si sono sbilanciati, ci arrivo da sola che non è possibile dire niente al momento, mi basta sapere che a conclusione del dialogo abbiano detto: fallo. E io corro, e domani sarò pronta ad esporre il mio braccino a un nuovo ago, mica un piacere per me ma per chi ha fatto due rachicentesi cosa vuoi che sia mi ripeto da finta coraggiosa quale sono. Rido da tempo con un amico di questo vaccini parlando delle immagini che passano in tv e mettono sempre in mostra proprio il momento in cui l’ago viene infilato nel braccio. Mica robetta per chi ha poco fisico e meno coraggio come me. Vabbè vado oltre. Perché in testa mi passano anche pensieri diversi, ovvero il vantaggio che sto vivendo rispetto a tutti gli altri. Grazie a un lavoro, quello giusto, e che per giunta ho in un periodo targato sotto il marchio di una crisi molto più che nera, mi viene offerta pure la possibilità di fare il vaccino battendo tutti i tempi della media che dico nazionale, direi mondiale. Un privilegio, in tutti i sensi.

Sanremo 2021/2

E invece mi sono sbagliata, tutto lo sproloquio che ho scritto ieri va cestinato perché Sanremo 2021 si farà, a marzo, a un anno dal precedente, secondo tempi e modi imposti dal Covid, ma si farà. Ieri sera un amico mi ha letta e subito corretta e aveva ragione lui, almeno ad oggi. Perché a marzo sul palco storico dell’Ariston anche quest’anno si esibiranno i cantanti in gara, mentre seduti sulle poltroncine del teatro ci sarà un pubblico composto da figuranti per dare quanto più possibile il senso della normalità. Io lo amo Sanremo, certo oggi molto meno che in passato perché i nomi in gara troppo spesso per me sono quelli di autentici sconosciuti, ma è il sistema festivaliero a piacermi, mi riporta a quando ero bambina e tutto era un evento. Il primo Festival che ho seguito con l’attenzione di una protagonista è quello del 1982: lo conduce Claudio Cecchetto mentre a un certo Giucas Casella viene affidato il compito di mettere in moto il potere della mente per scrivere il titolo della canzone vincente su un foglio da infilare dentro una busta chiusa con tanto di ceralacca. Tutto quel Festival gira attorno ai cantanti e alla busta sigillata che a pochi minuti dalla proclamazione ufficiale viene aperta per svelare la previsione di Casella che dice Storie di tutti i giorni, ha indovinato, è la canzone di Riccardo Fogli che infatti vince quel Sanremo. Per anni ogni Festival si è fatto roba mia, una pausa da tutto il resto da vivere guardando tutte le serate, i programmi tv che a quei tempi parlavano solo del Festival così come le pagine dei quotidiani da leggere tutte d’un fiato. Ricordo esibizioni che fanno epoca: Anna Oxa che scende le famose scale vestita praticamente di nulla, Loredana Berté con una pancia finta che fa credere a tutti di aspettare un bimbo, i Mattia Bazar affidati alla voce di Antonella Ruggero che disegnano attorno a loro un’atmosfera anni Venti, Eros Ramazzotti che si fa vedere qui per la prima volta ma già si capisce di che pasta sarà fatto il suo futuro, Renato Zero, vestito tutto di nero, che canta uno dei suoi testi migliori, Vasco Rossi e che dire di lui? Niente, è Vasco. E mi fermo ma so che potrei proseguire a mille giri, per circa vent’anni poco più poco meno il Festival è stato una settimana televisiva molto più che imperdibile per me, ora un po’ meno ma sapere che in un modo o nell’altro pure quest’anno lo faranno aggiunge un certo senso di normalità a questo oggi che di normale ha molto poco.

Sanremo 2021

Con ogni certa possibilità quest’anno il Festival non si farà causa Covid, troppi rischi e via dicendo. Le voci attorno all’argomento si inseguono: in fondo abbiamo solo un’economia a pezzi, un governo che lasciamo stare, il virus che ben sappiamo, i vaccini che chissà dove sono finiti e noi qui a discutere di Amadeus e Fiorello, non fa una piega, ovvio. I due, che avevano già messo in piedi la direzione artistica di Sanremo 2021, sono sul piede di guerra, il Governo, o quel che ne resta, con forza ha messo una croce sopra al Festival, no, dice, non si deve fare. Chi ha torto o chi ha ragione? Tutte due le parti in fondo. Sanremo si poteva fare con le strategie di tutela individuate dagli organizzatori. Ma forse no, meglio mantenere su le sbarre, senza esporci ad altri mali come dicono i vertici governativi. Il punto è di altra natura piuttosto, perché Sanremo è una vetta molto alta dello spettacolo italiano e celebralo avrebbe un significato importante per la ripresa di uno dei tanti settori economici caduti a picco. Ma anche se gli organizzatori assicurano di aver rintracciato tutti quei sistemi necessari a evitare il contatto umano e mettere al bando il contagio questi non sono stati giudicati del tutto validi e quindi arrivederci al prossimo anno. Quello dell’anno scorso fu un Sanremo davvero bello, con poche canzoni inascoltabili e un podio da incorniciare. Finì l’8 febbraio, meno di dieci giorni dopo eravamo dentro al peggiore degli incubi e di Sanremo ci fregava già più niente. Se poi avessimo saputo che un anno dopo saremmo stati ancora in preda al contagio e alle prese con una crisi economica che andrà sui libri di scuola avremmo urlato: Sanremo? Ma per favore, ho altro a cui pensare.

Un altro bianco

Stamattina ho letto un tweet di Francesca Mannocchi, sta uscendo il suo nuovo libro, Bianco è il colore del danno, edito per i bianchi d’eccellenza, Einaudi. Mannocchi è una penna di prim’ordine, collabora con L’Espresso e numerose altre prestigiose testate, italiane e internazionali, raccontando gran parte della situazione politica e civile del Nord Africa, tra Libia ed Egitto, Tunisia e poi Libano, Afghanistan e Medio Oriente. Insomma, una gran firma, intelligente e coraggiosa. La leggo? Quasi mai. Leggerò il suo libro? Certamente. Francesca Mannocchi ha la sclerosi multipla, il libro parla di questo e il bianco, vado ad intuito, è il colore della guaina mielinica, quella che avvolge le fibre del sistema nervoso rendendo possibili e fluidi i movimenti, quella che nella sclerosi multipla va a farsi fottere secondo una progressione di tempi e di modi del tutto imprevedibili e propri. Che Francesca Mannocchi avesse la sclerosi multipla lo ha scritto lei in un articolo su L’Espresso di tempo fa e che io conservo ancora perché ne ho condiviso ogni riga e non perché lei è malata come me, no, non solo per questo almeno, ma per il fiato corto con cui ho sentito la fatica nel dire “ecco a voi la mia sclerosi multipla”. Difficile non trovarmela addosso quell’ansia che fonde dolore e paura a vergogna di cui ho parlato fin troppe volte qui. Sulla quarta di copertina Mannocchi parla di un corpo guasto che si confronta con quello degli altri nascondendosi molte verità per tentare di passare oltre scoprendo poi che chi sta davanti mostra una vergogna addirittura maggiore perché incapace di stabilire un contatto. «La vergogna è questa cosa qui. Ci rivela cosa siamo per gli altri, quanto valiamo nel catalogo dei vivi, ora che siamo guasti».

Quello che leggo, quello che penso

Ieri c’è stato il giuramento di Biden e oggi i quotidiani hanno fatto il riassunto della giornata. L’ho vista come un’occasione che si sono dati per uscire dai confini imposti dal Covid che da un anno, lo sappiamo fin troppo bene, ci ha agganciati al collo stringendolo sempre più, facendolo ovviamente anche con la stampa imponendo i suoi maledetti ritmi. E quindi oggi, come una boccata d’aria fresca, titoli, fondi, commenti, immagini, editoriali sono in larga parte dedicati alla giornata di ieri e come lettrice non mi sono di certo sentita defraudata dalla verità. Anche se, anche se. Perché mi sono imbattuta in più di un articolo che ha fatto l’analisi comunicativa sulla scelta di abiti, colori e accessori da parte dei protagonisti del giuramento di ieri, tutti sovrapponibili tra loro, molto più che simili anzi, firmati da nomi noti del giornalismo italiano, esperti di comunicazione o che almeno in questo modo si definiscono. Il viola. Grande protagonista della giornata di ieri hanno fatto notare: il cappotto della vicepresidente Kamala Harris era viola, così come quello di Michelle Obama di una tonalità che tendeva al bordeaux, l’altra ex first lady, Hilary Clinton, era imbacuccata da una sciarpa dello stesso colore. Un caso? No, dicono gli specialisti, il viola è il risultato della mescolanza di blu e rosso, i colori che definiscono democratici e conservatori, gli Stati Uniti insieme, l’immagine di una nuova pagina di storia che si apre sotto il segno dell’unità, quella che accomunerà tutti. La nuova first lady. Vestita di blu oceano, quello che circonda gli Stati Uniti, colore che dà sicurezza dicono gli stessi esperti, scelto anche per la cravatta di Biden. L’inno. Cantato da Lady Gaga in modo supremo secondo il giudizio di chi sa – io che di musica so poco infatti non l’ho nemmeno riconosciuto – con un abito in linea col suo stile e con una grande spilla a forma di colomba sul petto, messaggio di pace. Letture condivisibili? Forse sì. La comunicazione moderna questa è. Ma raggiunge sempre l’obiettivo? Il viola assume il significato dell’unità degli Sati Uniti per tutti? Il blu ricorda l’oceano che li circonda e aggiunge ricchezza alla loro storia nell’immaginario di ciascuno? O forse va più veloce il nero lutto con cui i Trump hanno lasciato la Casa Bianca? Perché mi chiedo, gli abitanti del Midwest, che stanno vivendo una profonda crisi economica e sociale per esempio, che non riescono a risolvere il loro crollo di identità politica, che certamente non sono stati beffati da brogli elettorali di nessun genere ma che così si sentono, che non riconoscono il rischio Covid e che non si sentono tutelati da nessuna classe governativa, potranno mai comprendere il significato di viola, blu oceano o spille a forma di colomba? La boccata d’aria fresca che si è presa la stampa credo possa chiudersi qui, ora si torni al giornalismo.

Tutto quell’affetto perso

Anche quest’anno poteva andare come sempre. E invece no. Quelle parole in più che dovevo aggiungere molto, ma molto, tempo fa le ho finalmente tirate fuori e tutto ha preso la piega che doveva prendere. “Ho la sclerosi multipla”. È fin troppo noto quanto mi costi dirlo e mi chiedo perché poi, sarà mica colpa mia, maledizione a me, ma insomma le cose vanno così. Lo so, ci sono molte persone con cui avrei dovuto aprire il sipario con maggiore anticipo soprattutto per potermi godere tutti quegli abbracci che mi sono negata da sola. Con le amiche almeno, con gli amici almeno. Invece ho taciuto con molti, finché c’era margine per farlo in ogni caso. Come quella volta. E qui ritorno daccapo. Tanto tempo fa quando ho cominciato quel lavoro ormai perduto, ho iniziato un’amicizia con una ragazza che lavorava lì già da qualche tempo. Un giorno le chiesi se durante la pausa pranzo voleva venire a bere un caffè con me: fu la prima mossa del nostro nuovo spazio, un immancabile appuntamento quotidiano, alla solita ora, prima di rientrare ancora in ufficio, il modo per creare un momento inedito tra noi per chiacchierare, spettegolare, sfogarci in attesa di sederci ancora alle nostre scrivanie. Ricordo che a quel primo caffè, dopo pochissime settimane dacché avevo cominciato il nuovo lavoro, mi chiese come mi trovavo, risposi che mi sembrava bene, che forse era presto per dare giudizi certi ma che di una cosa non avevo dubbi, non piacevo a uno dei capi, sembrava mi snobbasse, forse perché ero un Capricorno, quale fosse il mio segno zodiacale era l’unica domanda che mi aveva fatto durante il mio colloquio di lavoro del resto e in quell’occasione aveva decisamente storto il naso. Lei scoppiò in una risata che ricordo ancora e che mi tranquillizzò molto, anche perché scoprimmo di essere nate a un giorno di distanza, lei il 31 dicembre, io l’1 gennaio, due capricorni, alla faccia di quel capo, antipatico e vegano, e non ho mai capito se le due cose vanno sempre di pari passo, ma nel suo caso certo che sì. Intanto l’appuntamento caffè diventò immancabile tra noi, un momento che cresceva sempre più di livello che spesso si trasformava in soste in gelateria per pause dolci oppure in pizzeria quando ci veniva la voglia di stare insieme di più tra confidenze profonde e voglia di esserci l’una per l’altra ben oltre il lavoro. Ma durante tutti quei momenti, io che ero già malata, mai che le abbia svelato la verità su quel bagaglio indigesto che mi portavo addosso, non per mancanza di fiducia in lei ma per quel mio mal inteso senso di dignità. E poi un giorno lei mi disse che si sarebbe licenziata perché aspettava un bambino ed era felice. E, ovvio, anche io per lei, ma sapevo anche che mi sarebbe mancata molto. Da allora, per ben più di 10 anni e certo per meno di 20, non ci siamo più viste ma ogni anno gli auguri al compleanno non sono mai mancati: 31 dicembre/1 gennaio. Fino a che quest’anno di botto con lei mi sono uscite quelle quattro, pesanti, parole di numero “Ho la sclerosi multipla”. Il tutto senza pianificare nulla, solo per il bisogno di parlarle con sincerità, rimpiangendo piuttosto che al momento giusto mi sono persa l’occasione per ricevere da lei molti abbracci sinceri che mi avrebbe certamente dato e che senza nessun dubbio sarebbero stati un’àncora in più a cui aggrapparmi per ricevere un pieno di affetto di cui avevo bisogno.

Era una notte del 1976

Oggi, ora di pranzo più o meno, l’istinto, o chissà che, mi fa alzare gli occhi verso l’alto, guardo le lampade e si muovono per un tempo troppo lungo, continuo, che non accenna a fermarsi. La terra sta tremando, e molto, e da qualche parte non troppo lontana da me. Terremoto infatti, in Croazia, a Zagabria, 6.3 scala Richter, percepito in Friuli Venezia Giulia, Veneto, lungo tutto l’Adriatico, Bosnia, Serbia, Austria, Germania, Repubblica Ceca e altro credo. È il 6 maggio del 1976, ho quattro anni e sono a letto, vengo svegliata all’improvviso da mio papà, mi prende in braccio con un impeto che non gli riconosco, urla al resto della famiglia qualcosa che non afferro, mi porta fuori insieme a loro, alzo la testa e vedo tutto che si muove ma in un modo che non mi diverte anche se sono bambina. E poi ricordo tutta quella gente in strada, non chiedo perché lo stiamo facendo insieme a loro, e di notte poi – che ne sono io che sono solo le 21.00 -, forse mi riaddormento subito eppure quella serata così strana non l’ho mai dimenticata, è il mio ricordo più remoto, quello nel quale non avevo capito cosa stava accadendo, quello in cui Friuli, Udine e Gemona avrebbero preso significato qualche anno dopo, ma tensione e nervosismo disegnato sul volto di tutti questo sì è ben impresso nella mia testa. Come la parola terremoto. Quando cominciarono le elementari la mia maestra spiegò che la città dove abitavamo noi, al mare, poggiata sulla sabbia, apparteneva a una zona a basso rischio sismico, le scosse si sentono – ci disse – ma il terreno ne attutisce le vibrazioni mettendoci in salvo. Ricordai la notte di pochi anni prima e tirai un sospiro di sollievo. Mi interessa poco o niente se gli studi di geologia da quando ho finito le elementari io sono andati avanti di quasi quattro decenni aggiungendo caratteri diversi alla sismologia, le parole della mia maestra per me restano d’oro, le uniche vere da non mettere in discussione. Anche se stamattina per la paura mi è scesa una lacrima.