Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo

Stanotte è morto Paolo Rossi, il mio eroe del calcio. Perché avevo dieci anni nel 1982. Avevo dieci anni e l’Italia vinceva il mondiale di Spagna. Avevo dieci anni in un luglio sorprendente e bellissimo esploso tra le mani di tutti gli italiani. Dieci anni e la scoperta di un’emozione nuova, impossibile da scordare. Il linguaggio del calcio non è mai stato parlato a casa mia, era rigoroso il tg invece, che mi annoiava molto ma toccava guardarlo e pure in silenzio – ma va detto che se molti pezzi di storia mi sono rimastati incollati sulla pelle lo devo proprio a questa abitudine – ed è anche per questo che quello dell’82 è stato il primo mondiale vissuto da spettatrice abbastanza consapevole. Avevo dieci anni e se non altro avevo capito di cosa si parlasse, sapevo che sarebbe stato importante vincere ma sapevo anche che l’Italia partiva dalle retrovie. In squadra c’era anche un certo Paolo Rossi che chissà cosa avrebbe potuto combinare perché arrivava da un periodo difficile e poi il suo nome veniva associato a roba tipo calcio scommesse che qualunque cosa significasse non mi sembrava niente di buono. Le prime partite di quel mondiale andarono come andarono, molto deludenti e avevano portato l’Italia dentro a un girone di fuoco: Argentina-Brasile. Con i più brutti presagi della vigilia arriva però la vittoria contro l’Argentina, è un caso dicono i bene informati, il Brasile ci straccerà e Paolo Rossi poi non ha ancora combinato niente. Ma quando arriva il Brasile nessuno ancora immagina che sarà la vittoria del secolo. La ricordo tutta la tensione di quel pomeriggio, i gol, le urla e tutta quell’incredulità: è sempre l’Italia a correre in avanti mentre il Brasile del gran calcio, la squadra regina che danza con il pallone, quella di Zico e Falcao, quella che costruisce il gioco imbambolando gli avversari alla fine viene costretta ad arrendersi e a mollare la presa sotto i gol di un Paolo Rossi finalmente ritrovato. Un grido all’unisono di gioia fortissima, in dieci anni di vita mai sentito così alto, apre il cielo. La semifinale contro la Polonia è una passeggiata, In finale ci tocca la Germania, si chiama ancora Repubblica Federale di Germania, tanto per sottolineare il corso che prenderà la storia. Quella partita è fissa dentro una cornice: il rigore sbagliato del Bell’Antonio Cabrini nel primo tempo, la paura di non farcela, ma poi Rossi, ancora lui che segna e trascina di nuovo i nostri, arriva Tardelli con un gol che gli fa lanciare in aria quell’urlo memorabile e poi Altobelli, giovanissimo e spudorato. Indimenticabili quei campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

Rosso relativo

Pochi mesi dopo aver cambiato lavoro – ormai un paio d’anni fa – venni chiamata nell’ufficio della direttrice che mi comunicò che da lì a poco mi sarebbe stata consegnata una divisa da indossare per dare forma e profilo all’ufficio dove mi trovavo. Condivisi il progetto, sul lavoro ci si presenta con rispetto per il dettaglio pensiero maturato anche perché negli anni avevo visto gente venire in ufficio con abiti molto più che discutibili. Considerate le mie mansioni all’accoglienza della struttura mi immaginai la più classica delle uniformi, tipo giacca – fper me meglio blu che nera, grazie – su camicia celeste o bianca, con pantalone oppure gonna. Da brava maestrina quale sono ne ero entusiasta. Fino a quando mi venne consegnata una polo rossa, di almeno due taglie in più della mia, senza logo aziendale tanto da poter essere scambiata per mia, come un pezzo mal uscito dal mio armadio. In poche parole passai tutta l’estate a immaginarmi come sarebbe potuta cambiare e possibilmente migliorare la divisa invernale. Fu semplice, indossando sotto la polo i miei maglioni di lana, giusto per non assiderarmi. Molti dei miei colleghi preferirono armarsi di felpe rosse per coprire le braccia. Io però non ne ho mai trovata una della stessa tonalità della polo e tanto per non svariare il livello di colore della divisa ho rinunciato. L’altro giorno mi è arrivata la newsletter di AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla – a cui sono iscritta da anni, da quando è diventato fondamentale saperne sempre di più sulla mia malattia, da quando ero all’inizio del percorso e non ci volevo credere che ci ero finita dentro anche io in quel tunnel, maledetto lui. Leggevo e rileggevo, post su post, compilavo test e questionari e mi avvilivo perché scoprivo che non era vero che stavo bene, i sintomi stavano facendosi largo impossessandosi di spazi sempre più numerosi. Ma io mi coprivo gli occhi. Tappavo le orecchie. Non ascoltavo. Tacevo. Fino a quando è stato tutto inutile, ogni informazione in più bastava leggersela addosso. Anche le newsletter le facevo passare oltre, senza approfondire niente, fino a quella dell’altro ieri che proponeva idee regalo per Natale. Tutte rosse, il colore di AISM, con oggetti tra i miei preferiti: tazze da te, agende, taccuini, kit cartoleria, penne. E Felpe. Rosse. Tonalità giusta. Su tutto, in bella mostra, la scritta Sclerosi Multipla a caratteri ben esibiti che trasformano il peggiore degli incubi in un brand da sfoggiare, come se una sedia a rotelle non bastasse a esporre uno stato di vita subìto e disprezzato. Vorrei scambiare due parole significative e abbastanza cattive con i brand manager di AISM, mi sembra più che evidente che il loro lavoro non lo sappiano fare considerando poi che si tratta di proposte regalo solidali i cui introiti sono indirizzati alla ricerca scientifica per la sclerosi multipla. I loro cervelli mi sono stati utili solo per rivalutare in un battito d’ali la polo rossa che indosso al lavoro.

365 giorni a Natale

Anche il Natale rallenta causa-Covid. Più che corrette le raccomandazioni in arrivo dall’alto, pranzi famigliari in versione smilza, nonni a casa loro lontani dai nipoti che scartano regali in arrivo via Amazon, messa di Natale anticipata di qualche ora, e via sul tono. Accadrà questo? Certo che no. Le tavolate si riempiranno e senza mascherine, in fondo si sta mangiando, dall’aperitivo al panettone poi, vuoi non farlo. Ci sarà tempo dopo per i rimorsi, come a Ferragosto. Lo spirito pubblicitario sta invece assecondando la misura dei toni con spot sui pandori in clamoroso ritardo rispetto al passato che li faceva partire addirittura da fine ottobre, perché Natale è Natale. Panettoni? Pochi. Idee regalo? Quasi nulle e comunque travestite da qualcosa d’altro: smartphone di nuova generazione, pc, tablet o magari gioielleria, cosmetici, profumeria e via dicendo ma il tutto senza carte luccicanti e fiocchi colorati da scartare. I bimbi? Trascuratissimi dagli spot. Tanto loro non hanno bisogno di suggerimenti. La fiera del regalo sottotono per un Natale che così dovrà essere insomma. Per buttarmi lontanissimo dalla preoccupazione Covid cerco di ricordare un passato di mille e più mille anni fa, quello di una me ragazzina che sulla data di inizio della programmazione pubblicitaria del periodo natalizio ha imparato un bel po’ di cose. Ogni anno con la mia famiglia si partiva per fare le vacanze di Natale nello splendido Cadore, a tutti – tranne che a me, dubbi? – piaceva sciare e quindi via, valigie in auto per raggiungere l’albergo, lo stesso per anni, giornate da trascorrere sulle piste che si concludevano con una cioccolata calda – quella sì molto gradita – e poi dopo cena tra di noi tornei di Monopoli o con carte da gioco in mano. Fino a quel dicembre in cui faccio amicizia con una ragazza di Ferrara con cui poco alla volta riusciamo a scambiare due vaghe parole con un gruppo di ragazzi che rappresentano la migliore gioventù di quell’albergo. Passiamo le serate di quel Natale anche con loro ma non so se della nostra presenza si siano mai accorti, della mia di certo no, so di aver aperto molto poco la bocca di fronte a quei ragazzi, mentre dentro la mia di testolina i pensieri volavano a gonfiare una cotta per tal Alberto, così si chiamava. Quante cose può fare un solo “ciao”, ovvero la gran parte di quello di che ci siamo detti se non ricordo male, sufficiente per accendere il mio cuore comunque. Poi quelle vacanze sono finite, valigie in auto e uno alla volta si è tornati a casa mentre io scrivevo un patto firmato solo dalla mia nuova amica di Ferrara: qui e ora il prossimo anno. Alberto ha firmato per procura, la mia. In quel momento però cominciavano poco meno di 365 giorni al Natale successivo, duri a passare anche per il più forte degli amori. Fino alla fine di ottobre dell’anno dopo quando di botto in tv compare il primo spot di un pandoro: è fatta, è di nuovo Natale, si va in Cadore, diventa meno dura anche l’idea di prendere uno ski lift tanto c’è la cioccolata calda dopo e in serata le chiacchiere con la mia amica di Ferrara, Alberto e il resto della compagnia. Che però non viene. Patto stracciato, procura fallita. Però da allora mi è rimasta una certezza che mi fa sorridere ogni anno: i panettoni in tv da fine ottobre. Stronzo di un Covid, anche il minimo sindacale ti sei preso.

Sto volando, Jack!

Sono pronta a lanciare una sfida contro chiunque, mi butto sul campo senza armi di fronte al più terribile esercito, cattivo, pericoloso e malefico, tanto non mi colpirà. Non ho paura, vinco io, senza dubbi di sorta. Sono molto più che certa che nessuno possa dire di avermi mai sentita maledire un destino che mi ha affidato come come compagna di viaggio la sclerosi multipla, che mi abbia ascoltata mentre chiedevo perché a me e non a un altro, di avermi ascoltata mentre mi lamentavo contro una sorte e mi ha voltato le spalle e mi ha voluta dentro una squadra disgraziata, popolosa e pericolante. No, e lo dico con certezza. Ho pianto all’inizio di fronte a una diagnosi che non avevo nemmeno capito, ma caspita se il nome sclerosi multipla faceva paura, cosa fosse non lo sapevo nemmeno ma le lacrime sono scese lo stesso come una marea: ho abbracciato mia mamma, ci siamo buttate sopra un letto mentre urlavo che io la sedia a rotelle non la volevo. Ma da lì, poco alla volta un nuovo tempo è cominciato, e passaggio dopo passaggio si è affrontato tutto e sono fiera di me per i miei modi, morbidi e remissivi, almeno questo complimento me lo faccio, cavolo, per il mio coraggio e dignità, chiudendomi in me, questo sì, senza dare troppo spazio al mondo di fuori, è pur vero, ma con pochi lamenti rivolti agli altri comunque. In silenzio, cercando di fare ogni giorno il meglio che posso, senza smettere di ridere quando serve, di fare quello che mi piace fare, diciamo che tutto va bene, al meglio di come può andare insomma, ci si abitua a tutto, questo ho deciso io insomma. Ma l’altro giorno di fronte ad un collega che per quanto simpatico possa essere è di fatto uno sconosciuto, mentre finivo il turno e con fatica raccoglievo da terra una cosa che mi era caduta mi è uscito un “Non ne posso più”. Il primo della mia vita. E lì ho cominciato un ragionamento nuovo che mi ha portata a capire che questo ultimo, lunghissimo, periodo di ansia causa-Covid è entrato nella vite di tutti sfondando portoni di ferro portandoci al limite: la paura, autentica e continua, ci sta facendo colare a picco come a bordo di un Titanic nel quale ci affidiamo alla musica di in un’orchestra che continua a suonare ma solo per i passeggeri della prima classe. Serve con urgenza la certezza di un vaccino efficace adesso ma nell’attesa va molto più che bene un Leonardo di Caprio per ciascuno di noi: “Ti fidi di me? “Mi fido di te”.

Ben tornata Pfizer

Forse ci siamo. Entro fine anno potrebbe arrivare il vaccino contro il Covid-19, quello che aspettiamo tutti come l’acqua nel deserto. Le case farmaceutiche si sono messe fin da subito al lavoro per raggiungere il traguardo che garantirà il ritorno alla normalità del pianeta e per chi di loro ce la farà ovviamente anche l’incontro con un progetto economico dalle dimensioni colossali. Questo fanno le case farmaceutiche del resto e la mia non è un’accusa. In prima linea tra le probabili al titolo c’è l’americana Pfizer, poi stanno arrivando anche altri nomi e, vivaddio, meno male. Circa vent’anni fa frequentavo una carissima amica e un carissimo amico che di professione facevano gli informatori scientifici del farmaco. Li ho conosciuti più o meno insieme ma lì per lì il loro lavoro per me era un vero punto di domanda. Non sapevo cosa significasse e chiesi chiarimenti: presentiamo ai medici le proprietà dei farmaci che proponiamo, mi dissero, perché li possano prescrivere correttamente ai pazienti e aiutarli nella cura delle loro patologie. Ah, dissi, siete i rappresentanti, quelli che nelle sale d’attesa dei medici passano davanti a chi è arrivato prima di voi. Mi guardarono tipo fossi un po’ scema. Ma era già nata una certa simpatia tra noi e si passò oltre. Per lunghi anni li ho frequentati e per lunghi anni mi è capitato di sentirli parlare di lavoro, la loro casa farmaceutica era la stessa e quindi anche la direzione nella quale navigavano, ovvio poi che per loro due fossero gli altri quelli sbagliati e fuori rotta. C’era solo un nome concorrente che illuminava lo sguardo di entrambi: Pfizer. Era l’evidente pezzo da novanta, da invidiare, a cui aspirare o comunque questa è la sensazione che avevo io. Poi negli anni la vita ha allontanato le nostre strade ma non la mia attenzione verso la scienza farmaceutica. Ho la sclerosi multipla, come milioni di altri in tutto il mondo, e questa è l’unica fortuna nell’avere una malattia del genere: siamo in tanti e di vario tipo, lo dice anche il nome, i nostri sintomi sono maledettamente multipli, le case farmaceutiche hanno tutti gli interessi economici per studiarmi, per studiarci, per venire a capo di questo gran casino. E infatti in vent’anni di onorata carriera ho cambiato molte terapie, toccando anche il tasto Pfizer mi sembra. Oddio, i risultati non sono stati chissà cosa ma per me la scienza resta il punto fondamentale, l’unico percorso a cui rivolgermi e non certo a quelli dettati dalle varie cialtronerie che ci sono in giro. E ora che sento il nome Pfizer tutti i giorni anche il mio sguardo si illumina: nell’augurio che il vaccino arrivi e sia efficace ma anche nel ricordo di quegli anni del passato così spensierati, belli e liberi.

Chi fermerà la musica

Da pochi giorni è morto Stefano D’Orazio, lo storico batterista dei Pooh, e di Covid per giunta, tanto per aggiungere dispiacere ad altro dispiacere. E come se un pezzettino di me se ne fosse andato, un tassello di ricordi che per quanto piccolo rispetto ad altro è pur sempre una parte di me. Tutto comincia nel 1982, c’era Sanremo, avevo dieci anni e credo che in quel momento sia nata anche la mia passione per il Festival e per la musica italiana. So per certo che quello dell’82 è stato il primo Sanremo che ho visto per intero e quando sul palco è sceso il vincitore di quell’edizione, Riccardo Fogli, bello ed elegantissimo, con la sua canzoncina facile facile ma appunto per questo coinvolgente, qualcosa di diverso mi è scattato in testa. Mi ha conquistata con quell’eleganza classica, il tipo di voce e anche se non sapevo nemmeno chi fosse diviene in breve il mio cantante preferito, così dicevo, mi piaceva infatti molto il modo di cantare e molte canzoni del suo repertorio. Ma bastò poco per scoprire del suo passato con i Pooh e della sua stupida scelta di staccarsi da loro, dalla loro epica musicale, credo per un eccesso di autostima come largamente dimostrato dal tempo e dalla storia. Sta di fatto che comunque io per Fogli ho mantenuto una innocente simpatia – in ricordo certo di quel me ancora bambino – mentre dentro il repertorio dei Pooh c’è ben custodito un serbatoio dove trovo molti dei miei ricordi più belli. Ci ritrovo mille episodi, pezzi di vita, tuffi dentro il cuore che fanno alzare brividi sulla pelle e parole legate alle loro canzoni talmente numerosi da non poter fare nemmeno una classifica. Chiudo così allora. Grazie.

Una mia carissima amica, ma carissima davvero

L’altra sera al rientro dal lavoro ho visto che avevo due chat arrivate su wapp e che una era un audio della durata di 7 minuti che avevo giù deciso di mettere in disparte, di ascoltarlo più tardi, addirittura il giorno dopo, un po’ perché ero stanca un po’ perché non la amo come forma di comunicazione, non sono un’adolescente. Ma il mittente era quello di una mia carissima amica, ma carissima davvero, e allora ho solo aspettato di mettermi un pò tranquilla e poi ho aperto la chat. Che voce strana sento, capita che l’audio trasformi anche i suoni più noti, ma con lei è impossibile, ci ho passato ore al telefono, è una mia carissima amica, ma carissima davvero, la conosco tra più di trent’anni, e poi perché sussurra, non deve farsi sentire da qualcuno? Finché mi dice: sono positiva. Io, mio marito. Mia sorella e il suo di marito. Mio nipote. Ma anche mia mamma e mio papà che hanno ricoverato già due volte. Piango, non posso non farlo. Entro dentro questo dramma perché il Covid ora mi tocca direttamente, lo fa davvero, maledetto, non è solo notizia da tg o da prima pagina ora è qui, sento la voce indebolita, roca, debole e sofferente della mia carissima amica, ma carissima davvero, una delle mie migliori amiche e ora il peggio di quello che c’è in giro ha chiuso il laccio attorno alla sua famiglia, che conosco da una vita, che mi ha vista crescere e che mi ama come io amo lei. Mi spiega le probabili modalità del contagio: il solito disgraziato sistema che fa incontrare sulla propria strada quella popolazione di ebeti negazionisti da prendere a forti randellate dove fa più male. Ma tanto male. Da pochi giorni però gira la notizia che all’orizzonte ci sia la forte possibilità dell’arrivo di un vaccino efficace, entro la fine dell’anno sembrerebbe. Ieri Mentana ha fatto notare che in questo modo il Covid diventerebbe la prima pandemia battuta dalla scienza e non dal corso della natura che esaurite le sue spire fa scendere il livello del contagio seguendo i propri tempi e i propri modi. Popolo di negazionisti andatevene affanculo adesso, provando magari a portarvi a casa la mia sclerosi multipla e inventatevi il modo di negarla visto che siete tanto bravi.

Facciamo basta

E alla fine eccoci al dunque, a quel punto di partenza mai davvero ascoltato, solo un pianto perché di fronte a una diagnosi di sclerosi multipla che si fa, vuoi non piangere? Ma la verità è che non avevi capito niente di quel momento che poi avrebbe portato a questo presente. E per anni è andata così tra te e lei, meglio mettere insieme pezzi sghembi incollati tra loro e perfino male come una protezione debole ma pur sempre protezione, senza ragionarci troppo sopra, assistendo quasi con disinteresse al declino triste e inesorabile del tuo corpo fingendo che andasse bene così. Era scritto che capitasse, che vuoi fare, assecondare ti tocca dicevi, meglio del vittimismo, e magari guardare gli altri allontanarsi da te e approvare, potessi farlo tu lo faresti al volo, ma non puoi e non ti resta che rimanere attaccata qui dove sei e va bene lo stesso. Ma poi arriva il Covid a smantellare tutto, uno stress continuo che da mesi logora i nervi prima che il fisico e tu rifletti su quanti gioielli nuovi potresti collezionare se le cose andassero ancora peggio perché eccola la sclerosi multipla che sbuca fuori da quella buca dove l’hai sotterrata per anni accettando tutto di lei, giorno dopo giorno, passaggio dopo passaggio, fingendo che fosse sopportabile ogni cosa, gestibile, con fatica certo, ma si fa. Ma ora sei stanca, lei ti ha resa diversa, inutile negarlo, e vorresti una vita tua, normale, come gli altri e non con tutti questi limiti e se ti chiedono come stai poter dire male, sto male, senza provocare pietà, e riprenderti quello che eri, quello che saresti potuta diventare compreso fallire se c’era da metterlo in conto perché la causa sarebbe stata tua, solo tua, non sua.

Alla cattedra vi prego no

Sto pensando a quei ragazzetti che a partire dai prossimi vent’anni o giù di lì si potrebbero trovare tra le tracce del loro esame di maturità una che chiede di interpretare un’epoca storica come la nostra. Perché è roba fin troppo nota che ci troviamo in balìa di un dramma sanitario epico gestito tra le altre cose senza direzione né progetto da una classe politica evidentemente inetta e che per giunta ci troviamo a fare i conti anche con la ridicolissima assenza della guida governativa della più importante potenza Occidentale che a giorni dalla chiusura non riesce a far uscire un nome dalle urne. Quanti capitoli del manuale di storia verranno dedicati a questi disgraziatissimi mesi? A questa pandemia, partita chissà quando chissà come dalla Cina che ad oggi sembra l’unico paese pulito. E che quindi ora dica come si fa a venirne fuori, senza false filosofie e inutili maramaldeggi, perché qui si muore e tanto e quella che sembrava una strage destinata ai più anziani adesso ha alzato il tiro indirizzando le sue spire verso tutti. E al dramma si è aggiunto il grottesco – mentre Roma brucia Nerone canta – chi poteva immaginarlo che proprio ora che servono uomini di peso e spessore negli Stati Uniti non si riesca ancora a sapere chi sarà il prossimo presidente? Perché non trovare un nome per battere con agevolezza il secondo mandato Trump è abbastanza indicativo degli anni in cui viviamo, qui si parla di assenza totale non dico di valore politico – rassegnati a non vederne in giro – ma di semplice carisma. Perché questa volta sarebbe stato sufficiente. E se noi che siamo qui a vivere questi giorni non riusciamo a capire quello che succede nel mondo, tra zone chiuse e colorate, quarantene a singhiozzo, barriere, locali chiusi, piazze deserte, domandandoci in più perché non c’è ancora un presidente USA, come potrà farlo quel giovane studente che si troverà a dover capire questo bassissimo e inspiegabile Medioevo. Sarebbe come chiedere a me di calcolare un integrale.

Le otto e mezza, tutti in piedi

Ma pensa te la casualità mi sono trovata a dire e ridire in queste settimane. Al lavoro è arrivato un nuovo collega: un compagno di classe delle elementari che non vedevo da allora, un numero imbarazzante di anni quindi, e che infatti – detto tra di noi perché con lui che mi salutava con calore ho messo su una faccia più o meno falsa – non ho nemmeno riconosciuto. L’altro giorno poi mi ha contattata sulla chat di Fb un altro compagno di classe, sempre delle elementari, visto più spesso di certo ma con saluti al volo, abbastanza in distanza, questa volta invece abbiamo scambiato due parole in più con la promessa di un caffè da bere insieme. Con un altro compagno di banco sempre di quei cinque anni, vuoi per lavoro, vuoi per piacere, non ho mai interrotto invece i rapporti e quindi nessuna sorpresa a sentirlo di tanto in tanto. Degli anni del liceo che posso dire? Sono da sempre il punto più alto della mia vita, sia per le persone con cui ho condiviso aoristi e perifrastiche da studiare fino a piangere ma anche per tutto quello che hanno creato dentro e attorno a me. Molti di loro sono ancora parte fondamentale della mia vita, quelli con cui mi sento, condivido, discuto, rido con lo stesso piacere di sempre. E poi ci sono anche quelli con cui non ho spartito lo spazio della stessa aula ma che senza la scuola oggi non sarebbero al mio fianco. Metti sul piatto una telefonata di millenni di anni fa, il numero trovato sull’elenco – chiaro di quanto tempo si parla? – c’è da contattare una ragazza conosciuta da poco, va a scuola nella cittadina dove vai anche tu, la mattina prende un autobus che parte da una fermata vicina a casa tua, non sai l’orario però così la chiami per saperlo. Ne ridiamo ancora adesso parlando di quella telefonata perché da lì è cominciata un’amicizia che negli anni è cresciuta e dura ancora oggi – tra momenti di potenza e altri più deboli ovvio – e che per giunta nel tempo ha visto attaccarsi attorno a sé altre persone importanti che l’hanno fatta crescere fino ai massimi livelli. Ma come sottovalutare che la dimensione di partenza sia stata la scuola, fondamentale certo per definire i caratteri dello spessore intellettuale di una persona ma non di meno per costruire la rete sociale che l’accompagnerà anche nella sua vita adulta. E poi arriva il Covid, le scuole chiuse per mesi e ora nuovamente a rischio e c’è questa striscia di bambini e ragazzi che si perde la vita tra i banchi ma anche molto altro. Interrogate sul tema Guia Soncini e Annalena Benini che con le loro penne mi convincono sempre questa volta non del tutto invece. Parlano in una generazione che non si è trovata a studiare sentendo sulla testa le bombe di una guerra ed è certamente vero, quella stessa generazione che senza muoversi di casa può non solo seguire le lezioni dei prof. ma anche passare il tempo libero guardando tutte le serie tv che preferisce, telefonare praticamente a costo zero, video chiamare a più persone contemporaneamente, leggere, giocare sul web, ascoltare musica senza limiti per un’adolescenza non scippata solo diversa. Tutto ancora una volta vero. Eppure io continuo a rivedermi durante la ricreazione seduta sulla scalinata del mio liceo a chiacchierare e ridere mentre aspetto che passi il ragazzo che mi piace per poterlo salutare e continuare a sognare. E per nulla al mondo cambierei i modi, la qualità e tempi di quegli anni.