Chissà se prima dell’inizio del Festival di Sanremo la prossima settimana lo avremo o meno un nuovo Presidente della Repubblica. Mentana e gli altri giornalisti che seguono in diretta tutte le fasi delle votazioni potrebbero uscirmi di senno altrimenti, Amadeus pure per carità, ma lui conta davvero meno rispetto al tema direi. Vedo e non vedo questi lunghissimi speciali per questioni di tempo ovvio, ma l’interesse non può che esserci, ci mancherebbe pure non ci fosse. Ma il mio traguardo massimo lo raggiungo quando vedo negli speciali di La7 Alessandra Sardoni: la più brava senza ombra di dubbio, la più organizzata, con la risposta sempre adeguata, una certezza, quanto dice è il risulto della sua preparazione e dello studio, una netta garanzia di informazione per chi l’ascolta. Lei infatti è l’unica capace di tenere testa a Mentana, in grado di contraddirlo se serve, di buttare sul piatto il tema più adeguato senza timore di smentita. Con gli ospiti che le passano sotto il microfono non è da meno: quando tentano di deviare a loro comodo dal tema richiesto, lei, senza superbia alcuna, li riprende al volo indicando le tracce della sua domanda, formulandola diversamente semmai ma con il compito bello netto di centrare il bersaglio da cui infatti nessuno riesce a sfuggire. Oggi o domani dicono che avremo un nuovo Presidente, il nostro Paese si metterebbe al sicuro un po’ di più quindi, Sanremo anche – stai sereno Amadeus – i vari tg potrebbero ammainare le vele degli speciali, i loro corrispondenti salirebbero ancora in redazione e non più per strada a seguire chiunque per cercare le dichiarazioni di tutti anche quelle di certi peones che contano meno dei tre euro in moneta. La Sardoni è roba diversa, Mentana l’ha messa nelle sale interne del Parlamento non a caso. Sbrigatevi a fare un buon Presidente, per il Paese e per Sanremo, Amadeus la vuole all’Ariston.
Categoria: Cose che leggo
Ci sono amici che… parte seconda
Eravamo rimasti al mio compleanno, alla festa a sorpresa giù nel giardino di casa mia, ai miei amici che mi accolgono sulle note di Riccardo Fogli, al regalo arrivato il giorno dopo, quella stampa con bordo deteriorato che parla di passato: 1767, autore Niccolò Machiavelli, una raccolta di lettere scritte tra il 1502 e 1506 durante la sua carica di segretario della Repubblica di Firenze e indirizzate a Cesare Borgia prima e Giulio II poi. Al termine di quel pomeriggio di festa e sorpresa che io avevo trovato perfetto e autentico, pieno di amore e affetto di proporzioni immense tutto per me era finito li tanta era la gioia provata, ma per loro no, i miei amici hanno voluto sbancare il mio cuore e mentre io salivo a casa si sono appartati tra loro per definire altri elementi del mio regalo: un libro antico si sono detti, ognuno ha aggiunto la propria idea e poi, il giorno dopo, Federica, Gloria e Adriano a nome di tutti si sono messi in moto, direzione libreria antiquaria Emiliana in Calle Goldoni a Venezia per cercare un’altra perla tutta per me. Il risultato l’ho già scritto. Non potrò mai rendere a nessuno di loro una felicità tanto grande perché la festa a sorpresa è stata unica e inimmaginabile e il libro prezioso e unico, pagine immense per il loro autentico valore letterario e storico e il pensiero che le ha portate a me ancora di più. Ecco appunto. Con la mia copia antica in mano, mentre leggevo le note bibliografiche, il frontespizio e sfogliavo le pagine antiche nella mia testa un pensiero ha cominciato a farsi strada: e se Niccolò Machiavelli avesse saputo? Se avesse potuto immaginare che dopo più di 500 anni dalla sua stesura e 250 dalla sua stampa questa copia sarebbe diventata mia siamo certi che non si sarebbe innervosito almeno un po’? Caro Niccolò se ti senti un po’ svalutato mi sa che hai ragione ma non è colpa mia, prenditela coi miei amici speciali.
Ci sono amici che…

Ieri ne ho compiuti 50 di anni, ahimè. E di mattina poi causa catena rotazione dei turni ho pure lavorato, accidenti. Finalmente a casa, dopo aver mangiato, proprio mentre cominciavo a evadere la posta dei tanti wapp ricevuti mi vedo rientrare, all’improvviso, mio fratello che mi alza in fretta dal divano, mi fa indossare uno dei miei cappotti multi strato, una sciarpa fin troppo lunga e mi accompagna giù, in giardino, con una scusa davvero poco credibile, ma si sa, sono un pesce che abbocca anche all’amo meno appetitoso e infatti non l’ho capito cosa stesse accadendo. Arrivata giù la prima cosa che vedo, a un paio di metri di distanza da me, è un gruppetto di persone che parlano tra loro, chiedo a mio fratello se sono lì per me, nessuna risposta. Hanno in mano fiaccolette luminose, palloncini colorati con un grosso 50 bello gonfio, non riconosco ancora nessuno di loro, non capisco, mentre mi avvicino cominciano le note di Storie di tutti i giorni, Riccardo Fogli, 1982, la prima canzone entrata nella hit delle mie preferite quando di anni ne avevo molti ma molti meno di oggi, cavolo, sono amici miei allora, solo loro possono sapere quanto mi piace questa canzone, certo che sono amici miei, ma quali? C’è nebbia, li guardo, fa freddo sono imbacuccati con piumini e berretti, mi do questa come scusa, ma loro ridono tanto, hanno ragione, sono vecchia ecco cos’è, ecco perché brancolo ancora nel buio. Riconosco Federica per prima, volto storico tra i miei amici, sempre accanto io e lei, abbiamo condiviso tutto insieme, il bello e quei tratti brutti, spesso tremendi, che ci hanno travolte, accanto a lei c’è Gloria, stessa definizione, mica si può sbagliare, solo che con lei io faccio mancanze clamorose, lei no, mai e poi mai senza far pesare mai nessuna delle mie assenze, poi c’è Adriano, il compagno di Fede e meno male che c’è lui accanto a lei adesso, storia lunga da raccontare. Mi giro a sinistra e cavolo, finalmente la riconosco, è Donatella, la mia compagna di banco al liceo, la giovinezza tra le dita, le nostre cotte molto più belle da ricordare dei compiti di greco, la dolcezza di un sorriso che non le manca mai e poi suo marito Giorgio, l’uomo che merita, quadrato, intelligente, capace di renderla felice e quindi per me impossibile da non rispettare e voler bene; non manca nemmeno Enrico, direttamente dal liceo anche lui, quanti discorsi tutti insieme nelle nostre serate collettive con pizza e chiacchiere per raccontare il presente, la politica, l’oggi che domani sarà storia, i libri, il cinema con lui a fare da magister di ogni conversazione per la sua capacità di aggiungere contenuti e quell’ironia che punge ma sa anche aprire risate indimenticabili e poi Ilaria, la sua compagna di vita che infatti non poteva che essere una donna intelligente, capace di entrare nel nostro gruppo fin da subito con quel ventaglio di qualità che le è stato riconosciuto subito. Tutti lì per me ieri, sotto la nebbia del nordest che certo non si fa amare, congelati da un freddo umido e acuto, morsi da timori del Covid, lì solo per dirmi buon compleanno. No, non sono storie di tutti i giorni queste, sono storie di giorni speciali. Grazie.
PS. Finita qui? Non li conoscete allora. Oggi il campanello ha suonato di nuovo. Erano Federica e Gloria, a nome di tutti mi hanno portato quello che hanno chiamato “dono”, ho aperto – rigorosamente sulle note di Storie di tutti i giorni – dentro una copia delle Lettere di Niccolò Machiavelli pubblicate nel 1767 a Firenze dalla stamperia Granducale. Machiavelli le scrisse tra il 1502 e 1506 durante la sua carica di segretario della Repubblica di Firenze indirizzandole a Cesare Borgia prima e Giulio II poi. To be continued.
Si ricomincia?
Da mesi non vedo bene dall’occhio dx. Sì, proprio quello. Il maledetto occhio dx, o meglio, quel maledetto occhio dx che per primo suonò trombe davvero ascoltate, da me, ma soprattutto da un bravo medico, quell’oculista che dopo una sola visita e una serie di esami ben assestati nello spazio di un mese – rapidità che oltre 20 anni fa corrispondeva a pure utopia – mi mise in mano la diagnosi e mi trasportò grazie alle sue conoscenze direttamente al Centro Sclerosi Multipla di Padova. Il non plus ultra della regione dove vivo. Che dire d’altro? Che dopo due decenni anche l’altro ieri la visita con lui è cominciata in un modo e finita in un altro, con lo stesso clima di quella prima volta che mammano si è caricata di tensione, la mia, innegabile, la sua, non meno presente. Perché oggi potrebbe essere entrato in ballo altro di grave infatti, una deviazione verso un nuovo burrone prodotta dalla solita stronza: ora serve un esame specifico meglio se certificato dagli strumenti del Policlinico universitario di Pd, reparto oculistico. Il mio fidato oculusta mi chiede di sollecitare la collaborazione dei neurologi che mi seguono: butterò giù due righe per accompagnare la scansione della lettera che ha preparato per me dove chiede di preparami lo spazio per un consulto specialistico che so per certo mi procureranno come sempre hanno fatto. Il mio oculista ha concluso dicendo di fargli sapere se ci sono problemi, se non riesco ad avere risposta certa mi aiuterà. Mi sono venuti i brividi lungo la schiena. Le stesse parole che disse oltre vent’anni fa. E che mi hanno portata fin qui. Ma poi penso che fatto 100 faremo anche 101. Ho alternative?
Non le manca mai il coraggio
Aspettavo da tempo di leggere il romanzo di Francesca Mannocchi, la giornalista de L’Espresso che proprio sulle pagine del settimanale per il quale scrive aveva raccontato, con tempi e modi che mi avevano colpita moltissimo, di avere la sclerosi multipla. Poche settimane fa per Einaudi è uscito il suo Bianco è il colore del danno. Sulla risonanza magnetica cerebrospinale, l’esame che noi malati facciamo periodicamente per controllare i movimenti che la sm scrive dentro il nostro sistema nervoso, vengono fotografate le alterazioni della sostanza bianca e i conseguenti danni sulla mielina, tutto quello che segnala lo stato avanzamenti lavori della malattia insomma, le infiammazioni e tutta quella roba che in vent’anni di storia, ormai in sedia a rotelle da tempo, sono ancora capace di temere come una pistola puntata alla fronte. Titolo perfetto quindi, autrice anche, visto che la copia di quell’Espresso è ancora ben custodita nei miei cassetti. Con questo libro in mano però, pagina dopo pagina mi sono scostata dal racconto quasi subito. Proprio la Mannocchi non mi è piaciuta, l’analisi che ha fatto, le considerazioni, quel filo di cattiveria che fa uscire e che non rivolge alla sclerosi multipla ma a tutti quelli a cui non è capitata in sorte. No, che non mi è piaciuta, né lei né la sua scrittura, un italiano banale se non addirittura scadente. Che i malati non fossero tutti uguali lo sapevo fin troppo bene, basta vivere in una sala d’attesa per capirlo: chi cerca il dialogo lanciando il lazo verso il primo sguardo che si alza, chi si lamenta per gli inevitabili ritardi chi, come me, tiene gli occhi fissi in basso rimandando l’idea del provate a parlarmi se ci riuscite. Sono stati i contorni di quanto ha scritto la Mannocchi a non piacermi per niente, con tutti quei perché a me sì e a te no, io che sono così brava a scrivere di guerra e che vado in Asia a fare l’inviata, era più giusto capitasse a un semplice impiegatuccio, fino a quell’insopportabile e ripetuto: è stata la gravidanza a svegliare la sclerosi multipla, me lo hanno detto i neurologi, capita, capita spesso, starei bene adesso se non fossi rimasta incinta. In più di un momento avrei tirato il libro al muro inchiodando anche lei per la sua cattiveria e l’egoismo. Salvo solo una riga su 200 pagine: “Fatti avanti se hai coraggio. Non le manca mai il coraggio”. Ma solo perché è l’unica verità che ha detto sulla sclerosi multipla che condivido.
Un’intervista
Ne stanno parlando tutti di quella roba che si è vista in tv con Harry Windsor e la moglie come protagonisti, un’intervista di quelle che si fanno sicuramente per soldi in cambio del racconto vero o presunto di fatti di famiglia, propria o acquisita, per gettarne addosso fango a chili. Si sa, la famiglia in causa è quella reale inglese, nel dettaglio il ramo cadetto, quello sposato con un’attricetta di scarsa categoria con un bel nasino all’insù e poco più. In Italia ne stanno parlando tantissimo, ci sono le varie “barbaredurso” che tentano di aprire teatrini per dare ragione alla moglie e creare discussioni finte quanto inutili ma non ce la fanno mai, anche il più impreparato dei giornalisti presente in studio non può che accendere i riflettori su tutto quello che non torna. La Corona ha chiuso la retta settimanale alla coppia che è rimasta senza soldi dice, si è sentita vittima di accuse di razzismo per le origini afroamericane della duchessa ma non fa i nomi di chi li accuserebbe, lei in gravidanza ha perfino pensato al suicidio, come la suocera Diana, ma guarda te la coincidenza, al figlio è stato negato il titolo di principe, ma non dice che si tratta di una regola dinastica dei Windsor secondo la quale solo quando il nonno diventerà re pure il piccolo sarà principe. È per Harry che mi spiace, se ci penso mi viene in mente lui costretto a sfilare per chilometri dietro alla bara della mamma circondato da una folla di semplici dementi che piangevano a dirotto mentre a lui e al fratello non veniva concessa nemmeno una lacrima, solo un mazzolino di fiori con su scritto mummy. Meghan, a corte devono vedersela con un paese in preda a Covid, Brexit e con il principe consorte, nonno di tuo marito lì, lì per morire, scansati per favore, che è meglio.
Ultima ora: la regina ha detto la sua, è dispiaciuta per come i due si sentono, ma saranno sempre amati dalla casa reale. Le accuse di razzismo sono gravi, ne parleranno privatamente infatti. Che nell’insieme vuol dire qualcosa del tipo cari ragazzi attenti a fare altre cazzate sul tipo, non so se la Ditta avrà ancora altra pazienza con voi due.
Un altro bianco
Stamattina ho letto un tweet di Francesca Mannocchi, sta uscendo il suo nuovo libro, Bianco è il colore del danno, edito per i bianchi d’eccellenza, Einaudi. Mannocchi è una penna di prim’ordine, collabora con L’Espresso e numerose altre prestigiose testate, italiane e internazionali, raccontando gran parte della situazione politica e civile del Nord Africa, tra Libia ed Egitto, Tunisia e poi Libano, Afghanistan e Medio Oriente. Insomma, una gran firma, intelligente e coraggiosa. La leggo? Quasi mai. Leggerò il suo libro? Certamente. Francesca Mannocchi ha la sclerosi multipla, il libro parla di questo e il bianco, vado ad intuito, è il colore della guaina mielinica, quella che avvolge le fibre del sistema nervoso rendendo possibili e fluidi i movimenti, quella che nella sclerosi multipla va a farsi fottere secondo una progressione di tempi e di modi del tutto imprevedibili e propri. Che Francesca Mannocchi avesse la sclerosi multipla lo ha scritto lei in un articolo su L’Espresso di tempo fa e che io conservo ancora perché ne ho condiviso ogni riga e non perché lei è malata come me, no, non solo per questo almeno, ma per il fiato corto con cui ho sentito la fatica nel dire “ecco a voi la mia sclerosi multipla”. Difficile non trovarmela addosso quell’ansia che fonde dolore e paura a vergogna di cui ho parlato fin troppe volte qui. Sulla quarta di copertina Mannocchi parla di un corpo guasto che si confronta con quello degli altri nascondendosi molte verità per tentare di passare oltre scoprendo poi che chi sta davanti mostra una vergogna addirittura maggiore perché incapace di stabilire un contatto. «La vergogna è questa cosa qui. Ci rivela cosa siamo per gli altri, quanto valiamo nel catalogo dei vivi, ora che siamo guasti».
Quello che leggo, quello che penso
Ieri c’è stato il giuramento di Biden e oggi i quotidiani hanno fatto il riassunto della giornata. L’ho vista come un’occasione che si sono dati per uscire dai confini imposti dal Covid che da un anno, lo sappiamo fin troppo bene, ci ha agganciati al collo stringendolo sempre più, facendolo ovviamente anche con la stampa imponendo i suoi maledetti ritmi. E quindi oggi, come una boccata d’aria fresca, titoli, fondi, commenti, immagini, editoriali sono in larga parte dedicati alla giornata di ieri e come lettrice non mi sono di certo sentita defraudata dalla verità. Anche se, anche se. Perché mi sono imbattuta in più di un articolo che ha fatto l’analisi comunicativa sulla scelta di abiti, colori e accessori da parte dei protagonisti del giuramento di ieri, tutti sovrapponibili tra loro, molto più che simili anzi, firmati da nomi noti del giornalismo italiano, esperti di comunicazione o che almeno in questo modo si definiscono. Il viola. Grande protagonista della giornata di ieri hanno fatto notare: il cappotto della vicepresidente Kamala Harris era viola, così come quello di Michelle Obama di una tonalità che tendeva al bordeaux, l’altra ex first lady, Hilary Clinton, era imbacuccata da una sciarpa dello stesso colore. Un caso? No, dicono gli specialisti, il viola è il risultato della mescolanza di blu e rosso, i colori che definiscono democratici e conservatori, gli Stati Uniti insieme, l’immagine di una nuova pagina di storia che si apre sotto il segno dell’unità, quella che accomunerà tutti. La nuova first lady. Vestita di blu oceano, quello che circonda gli Stati Uniti, colore che dà sicurezza dicono gli stessi esperti, scelto anche per la cravatta di Biden. L’inno. Cantato da Lady Gaga in modo supremo secondo il giudizio di chi sa – io che di musica so poco infatti non l’ho nemmeno riconosciuto – con un abito in linea col suo stile e con una grande spilla a forma di colomba sul petto, messaggio di pace. Letture condivisibili? Forse sì. La comunicazione moderna questa è. Ma raggiunge sempre l’obiettivo? Il viola assume il significato dell’unità degli Sati Uniti per tutti? Il blu ricorda l’oceano che li circonda e aggiunge ricchezza alla loro storia nell’immaginario di ciascuno? O forse va più veloce il nero lutto con cui i Trump hanno lasciato la Casa Bianca? Perché mi chiedo, gli abitanti del Midwest, che stanno vivendo una profonda crisi economica e sociale per esempio, che non riescono a risolvere il loro crollo di identità politica, che certamente non sono stati beffati da brogli elettorali di nessun genere ma che così si sentono, che non riconoscono il rischio Covid e che non si sentono tutelati da nessuna classe governativa, potranno mai comprendere il significato di viola, blu oceano o spille a forma di colomba? La boccata d’aria fresca che si è presa la stampa credo possa chiudersi qui, ora si torni al giornalismo.
Tonino Carotone, bentornato
Stamattina che ero a casa dal lavoro mentre facevo altro ho acceso la radio e ho messo su Deejay chiama Italia il programma di Linus e bum, che botta di ricordi mi ha travolta, un getto un po’ freddo ma anche caldo di nostalgia amara e felicità pura e vivace. Tutto insieme. Era da anni che non lo ascoltavo Linus, dopo aver cambiato il lavoro di sicuro, mi restava una malinconia che coinvolgeva più le persone con cui lo seguivo tutti i giorni e con cui lo commentavo piuttosto che per lui e la sua squadra. Linus è diventato un saputello superbo mi ripetevo, un po’ come me, e negli altri non si tollerano i nostri di difetti, quindi chiusa lì la questione. Di Savino non ne parliamo, io poi che ho imparato a conoscerlo come l’UDS, l’Uomo Della Strada, quello che dava opinioni semplici-semplici, capaci di amplificare le mie, di ben altra struttura ovvio. Ora che di strada ne ha fatta, grazie proprio al suo inizio da UDS, la sensazione è che nemmeno Linus lo sopporti più e che porti il rimpianto di avergli concesso un nome e un cognome. Vabbè, fatti loro comunque. Ma stamattina che ne so cosa mi è successo, li ho riascoltati e mi sono passati davanti vent’anni buoni della mia vita radiofonica, estati soprattutto e me n’è venuta in mente una, quella del 2000 o giù di lì e un tormentone lanciato da Radio Deejay, proprio dall’UDS che lo aveva ascoltato l’anno prima in vacanza. Il tempo sufficiente per far sentire Tonino Carotone a Sua Maestà Linus e Me cago en el amor l’estate dopo diventa anche in Italia la canzone di tutti noi. E chissà come mai stamattina ho spalancato le porte sui ricordi di quell’estate, su quegli spritz in mano che all’epoca erano solo roba veneta mica da Navigli milanesi, e su quel è un mondo difficile, è vita intensa, felicità a momenti, futuro incerto che appena partiva alzava i toni di gente come noi di poco più di vent’anni che cominciava a cantare senza capire davvero il senso di quelle parole, ma che importava, mica pretese da filosofi noi, solo tanta voglia di divertirci con la nostra piccola vita e il nostro grande cuore.
God save the Queen
Un paio di domeniche fa, di pomeriggio, sono rientrata dal lavoro di pessimo umore, sai la novità aggiungo. Ma non è il lavoro, almeno non solo quello, diciamo che nell’insieme c’è abbastanza che non funziona, non torno sull’argomento perché altrimenti finisco per mettere insieme una lagna fastidiosa, soprattutto per me. Be’ insomma quella domenica mi sono messa a sfogliare un quotidiano con la svogliatezza con cui lo faccio da qualche tempo, che vuoi leggere, mi dico ogni volta, ché tanto lo sai non troverai nulla che accenda in qualche modo il tuo interesse? Ma magari è colpa mia anche qui, non della riconosciuta pochezza della stampa italiana. E invece guarda un po’ cosa trovo: quattro paginate dedicate al compleanno di Elisabetta II concluse da un lungo editoriale firmato da Natalia Aspesi. La gioia. Purissima. Perché insieme c’erano la mia sovrana del cuore raccontata da una delle firme più vivaci del giornalismo italiano: preparata, ironica e pungente, dotata di una penna tra le più brillanti, capace di giostrare la lingua italiana a suo piacimento per regalare al lettore la bellezza della pagina impeccabile. Cosa volere di più? E dietro a tutto questo Elisabetta II e i suoi 94 anni, con un regno che dura da più di 60, con un erede, Carlo, invecchiato in attesa di quel qualcosa di grande riservatogli per diritto dalla natura, con un nipote, William, che studia da re da sempre e che infatti ha scelto con cura una moglie con cui ha dato vita a una nidiata bella come il sole ma non sufficiente per far abdicare la nonna. Ma cosa aspettarsi da lei? Ha visto morire troppo giovane il padre divenuto re per caso dopo che il fratello Edoardo VIII gli aveva lasciato il trono preferendolo ad una donna e lei lo ha giurato: mai abdicherò, essere re o regina è un privilegio non un impegno da cedere a piacimento. Regina sono diventata. Regina resterò. Nel suo lungo regno ha visto cambiare la storia del suo Paese, passando attraverso tredici primi ministri a partire da quel Winston Churchill che l’ha aiutata a gettare le basi della regina che è diventata, discutendo a denti stretti con Margaret Thatcher di cui non ha mai condiviso le posizioni politiche ma che ha onorato, cosa rarissima, presenziando al funerale, fino a questo Boris Johnson che nei giorni più neri del Covid-19 ha surclassato con uno dei pochissimi discorsi fatti alla tv per rassicurare i suoi sudditi dispensando loro forza e coraggio. Se è per questo ha visto anche il disfacimento di gran parte dell’impero coloniale britannico, lotte sociali, cambiamenti fiscali che le impongono di pagare tributi allo Stato ma lei è comunque sempre intoccabile seduta sul suo trono. Un unico errore. Non capire in tempo quell’accelerata verso il nuovo, l’inedito, l’imprevedibile che i mass media stavano imponendo anche alle vite reali. Cosa capita al volo invece da quella giovane ventenne scelta con attenzione per salire al trono, individuata come perfetta rappresentazione del protocollo di corte che invece, dopo un matrimonio da favola – come nei secoli dei secoli della storia di ogni monarchia – prende quota muovendosi in modo autonomo, utilizzando foto, immagini, interviste e roba sul genere per mettere in mostra i tradimenti e i limiti del principe-marito trasformandosi nella vera vittima della royal family. Fino all’imprevedibile: quella morte parigina che stravolge in modo inspiegabile il celebre stile imperturbabile di un impero che per giorni si trasforma in una regione arretrata con pianti pubblici e isterici per una donna mai conosciuta. Londra viene bloccata per ore da un funerale che segue l’etichetta Windsor e che costringe Elisabetta II ad abbassare il capo al passaggio del feretro di una donna da lei sempre meno amata. Una sconfitta? No, il gesto di una grande sovrana che riconosce il modo per riprendere in mano la fiducia del suo popolo. Auguri, Sua Maestà.