Fedez ha subito un importante intervento al pancreas conseguenza di un pericoloso tumore che ha messo sottosopra la sua vita ricoprendola di paure, ansie e molti, anche troppi e comprensibili, drammi personali e famigliari. Qualche tempo fa in una trasmissione di Pietro Gomez Fedez disse che dopo una risonanza magnetica gli era stata riscontrata una malattia legata a una demielinizzazione. Ricordo che feci un salto sulla sedia. Malattia demielinizzante? Sinonimo, accidenti a lei, di sclerosi multipla. Per arrivare a quel triste post su Instagram in cui, piangendo, racconta di un nuovo percorso che gli sta aprendo davanti di cui non si sente pronto per parlare apertamente chiedendo ai suoi numerosi follower del tempo per riordinare le idee, per parlare apertamente della sua malattia e buttare sul piatto il nome di quello che gli è capitato addosso. Eccola qui la sm, mi sono detta, avvolta nel suo solito stronzo bisogno di silenzio. Come me appunto, di fronte alla diagnosi chiesi a tutti di sigillare le bocche: alla mia famiglia, ai pochi amici che sapevano, nessuno doveva parlarne, negate le voci in giro, sclerosi multipla erano due orrende parole da non pronunciare. È per questo che ho capito Fedez, prima nel bisogno di silenzio ammirandolo poi quando ha raccontato della sua malattia che non è sclerosi multipla ma un brutto tumore che apre la strada a un periodo di cura e a una guarigione che gli auguro di tutto cuore. Bravo lui che ne ha parlato apertamente quindi? Avrei dovuto farlo prima anche io? Con la stessa scioltezza con cui si è mosso lui dopo un’inziale e naturale blocco? Era meglio se mi fossi messa in campo prima anche io? Avrei sofferto meno in termini di ansie personali? Le risposte le so tutte con chiarezza senza troppi punti domanda. No. E del mio orgoglio non ne parliamo? Dentro quel silenzio nel quale mi sono tuffata mi butterei di testa anche adesso potendolo fare. Sclerosi multipla restano due stronze parole che detesto, le porto in groppa perché mi tocca. Punto e a capo.
Categoria: Cose che penso
Deve essere questa la stampa bellezza?
Strano Paese il nostro. Lo vedi da come si sia mosso l’impaginato di un qualunque tg in questi ulimì giorni, da come le notizie di apertura abbiano fatto delle virate improvvise, da una direzione all’altra, da come poi, con la stessa rapidità si soffermino al sottovuoto spinto, così, senza alibi. Ora che l’Europa deve fare i conti con una guerra che non si aspettava, quantomeno non con questi toni, la stampa ne sta dando notizia a tamburo battente, proprio come deve essere, spesso inviando notizie anche ripetitive per cogliere al volo coloro che non hanno il tempo materiale per seguire tutti i tg a tutte le ore. Conseguenze? In una settimana, poco più poco meno, il Covid pare addirittura scomparso. La stampa non ne parla più, di certo molto meno, se non per niente. Tutti guariti? Nessun nuovo contagio? Questo mi sto chiedendo. Serviva il pericolo di una guerra mondiale, probabilmente atomica, per mettere a tacere le voci giornalistiche sul Covid degli ultimi due anni facendoci magari credere che la pandemia sia solo un ricordo da dimenticare? Difficile scegliere le notizie da prima pagina me ne rendo conto soprattutto quando si parla di una guerra e di una pandemia tutte due insieme. Strani giochi fa la storia: ci fu la Prima Guerra Mondiale con la Spagnola che colpirono insieme il mondo nel primo/secondo decennio del ‘900, come oggi quindi che stiamo vivendo il Covid più l’invasione Russa dentro Ucraina. Quello che contesto alla stampa però è il pericoloso silenzio in cui ha fatto cadere il Covid soprattutto quando ieri in chiusura di un tg ho visto la notizia che riguarda la paternità di Tiziano Ferro, in un altro il nuovo 45 giri firmato De Gregori e Venditti e poi le ultime sul campionato di calcio per non parlare della meschina puntata del Grande Fratello andata comunque in onda. Non è questa la stampa, bellezza.
Fosse che fosse la volta buona
Sono intrappolata da una rete di noia che spranga ogni tentativo di alzarmi in piedi. Che poi fa ridere mi rendo conto, siedo in su una sedia rotelle, ho la sclerosi multipla, c’è il Covid, che cavolo voglio fare? Una maratona? Buttiamola in ridere che è meglio. Il fatto è che sto davvero mortificando il mio pensiero, porco cane, nessuna voglia di fare niente, accidenti a me. Anche scrivere qui mi risulta duro, non mi ruotano in testa idee. Apro il file di word e la pagina bianca resta lì, ferma, scrivo due righe e poi le cancello, zero idee. Da anni la scrittura è il mio pane quotidiano ma uno stop del genere non mi era mai accaduto. Di conseguenza sto trascurando anche il mio blog – se penso all’entusiasmo con cui l’ho aperto – ma anche altre cose: il lavoro ovvio, pure gli amici, e tanto altro. Ho l’abbonamento a Netflix, Prime Video e come tutti ho Rai Play, potrei guardare le serie tv del momento che però perlopiù mi annoiano o i film più nuovi ma che visti in tv hanno un sapore decisamente minore. A parte l’ultimo di Sorrentino che, dove lo vedi lo vedi, capolavoro resta con quel finale che devasta il cuore per la bellezza e l’intensità. I libri? Per ora idem. Lo scorso anno ho letto moltissimo, senza nemmeno forzare troppo la mano, forse perché ho beccato un filotto di titoli spettacolari, il bello della lettura mi dà dipendenza, mi slega da ogni fatica e mi spinge in avanti a voler leggere ancora di più. Spero sia questa la ragione di questa momentanea frenata perché ora ho in mano un libro non proprio brillante, mi piace a metà insomma, mollarlo lì? Potrei, ma non fa parte di me, in carriera non ho mai lasciato le pagine di nulla, neanche del peggio solo che le conseguenze sono una sostanziale disaffezione alla lettura, come una corsa che rallenta poco alla volta. Accidenti a me e a come sono fatta. Per riempire il tempo ho perfino cominciato a guardare The Ferragnez che, senza tirarmela troppo, spegne davvero la testa, del tipo che terminata la puntata ti chiedi cosa cavolo hai guardato. Ieri invece ho fatto un altro genere di tentativo e allora mi sono rimessa a guardare l’amatissimo Downton Abbey, in lingua originale però, coi sottotitoli in italiano ovvio, e qualcosa si è risvegliato. Oggi ci riprovo allora.
Sempre e comunque
E sono anche caduta. Di nuovo. E in casa. E con quel cavolo di roller che detesto fin da primo giorno che l’ho avuto tra le mani se è per questo. E che mi sforzo di usare in ogni caso per cercare di ridare significato alle mi gambe divenute rigide come fastidiose e inutili asticelle. E invece sono scivolata a terra e non so nemmeno come, lo sapessi avrei una soluzione almeno, per evitare di ripetere l’impresa. E ho preso paura. Tanta. E ne ho fatta prendere. Troppa. Ancora ko, affossata dentro quella buca che la sclerosi multipla continua a scavare attorno a me. E lo sapevo che lo fa. E lo so che non smetterà. Non ci voleva adesso, come se ci fosse un momento utile comunque. E ho pianto. Di stanchezza. Di angoscia. Di voglia di mandare tutto a puttane, di chiudermi in quel guscio che intravedo da sempre all’orizzonte ma che adesso pare ancora più vicino e che mi chiama con un sorriso sornione, ‘fanculo a lui. Vieni qui mi dice, cosa ti sforzi a fare continua a dirmi, non l’hai capito che vinco io, sempre e comunque. Sempre e comunque. Poco da fare, meno da dire, certo che ha ragione. Abbondonare il campo allora? Dargliele tutte vinte? Più di così? Ho detto un timido no. La sera stessa avevo in programma un’uscita per una pizza. A due passi da annullare tutto, con la testa ancora dolorante e una bella botta nera sul gomito, ho solo deviato il programma: si fa tutto a casa mia ho detto, Coca Cola e birra in frigo e che problemi ci possono essere? Oltre alla mia voglia pari a zero sovrastata dal desiderio di buttarmi a letto al più presto? Ieri mattina avevo in progetto una colazione con la mia amica Laura, che chiamo la mia spacciatrice di titoli e libri, che non vedevo da mesi e mesi – Covid ti odiamo tutti, fatti in là maledetto – con cui parlo di tutto quello che mi piace di più, leggere certo, ma anche di pettegolezzi che non vanno mai in seconda fila, sia mai. Ero a due passi dal disdire, ma poi no che non l’ho fatto. E il pomeriggio di ieri? Da sola, pasticceria, con caffè, biscotto al cioccolato, spremuta d’arancia, romanzo di Roth sul tavolo. Un’ora per me. Con la sm sempre lì lo so, lei lavora e ride, ma io resto qui e faccio quello posso. Sempre e comunque.
5X1000 a FISM
Ora che sono uscita dal sipario e ho detto quella frasetta semplicissima ma per me pesante e che per due decenni è stata impossibile da dire – Salve, sono Cinzia Stringhetta, abito a Jesolo, vicino a Venezia e ho la sclerosi multipla – mi sento autorizzata ad andare oltre. In questo periodo di dichiarazione dei redditi dico altro: il vostro 5×1000 datelo a FISM la Fondazione Italiana che si occupa della ricerca contro la sclerosi multipla. Parlo come uno spot televisivo adesso, l’invito potrebbe non riguardarmi nemmeno infatti, la mia strada in mezzo alle spire della sm è così ben tracciata e poco confortante che, al netto di un miracolo della scienza, rimarrò qui dove sono, se va bene oltretutto. Ma l’ho detto un sacco di volte, guardatevi in giro, ascoltate, i malati di sclerosi multipla che potreste trovare in giro sono fin troppi e molti di questi davvero vicini a voi. La ricerca è l’unica strada per trovare uno spicchio di libertà da tutto – pure dal Covid speriamo – ma se non avete altre ragioni importanti per mettere un codice fiscale diverso sulla vostra dichiarazione dei redditi scegliete questo:
FISM 95051730109
E grazie.
Gli esami che non finiscono mai
E alla fine non mi hanno nemmeno chiamata. Quelli di Pd intendo, i neurologi che mi hanno in cura, quelli che dovevano farmi l’esamino per giudicare le mie capacità cognitive verificandone l’eventuale compromissione dovuta a vent’anni di sclerosi multipla. Il risultato è stato un lunedì pomeriggio di attesa e non proprio tra i più sereni e un martedì con replica anche se con nervi decisamente meno tesi. E per oggi vediamo. Ieri sera un mio amico mi ha fatta molto ridere dicendomi che forse sono i medici a dover controllare lo stato della loro memoria perché a quanto pare si sono dimenticati di me. Ma io il punto finale comunque non l’ho ancora messo perché mi frulla in testa l’idea di aver passato un’informazione sbagliata, forse ho confuso i due giorni liberi dal lavoro che avevo questa settimana: lunedì e mercoledì, io ne pensavo uno e a loro ne ho detto un altro. Le mie capacità cognitive le ho già documentate io quindi, confuse, balorde, fuori fase. Prendi e porta a casa. Adesso mi chiedo se questo progetto tanto declamato come innovativo e fondamentale in termine di ricerca e progresso per raggiungere risultati di riscatto contro la sclerosi multipla sia proprio ben formulato. Perché strutturato in questi termini fa passare nella testa del malato un’idea che lo travolge: potrei retrocedere nei caratteri del pensiero o forse è già accaduto? E questo mi deprime. Quindi se il centro sm di Padova non mi dovesse chiamare per mettere nero su bianco che con la testa sto perdendo note di buon conto sarei più felice.
Netflix stavolta no
Da quanto tempo viaggiamo con accollato addosso il Covid? Facciamo i conti della serva. Siamo saliti in carrozza a febbraio 2020 più o meno? Oggi è la fine di aprile 2021? Quanto tempo è passato? Abbondantemente più di un anno. Le regole quante volte ce le hanno ripetute? Sempre le stesse e semplici. Sì alle mascherine. No agli assembramenti. Lavaggio costante delle mani. E per carità del cielo no contatti, evitare di stringersi le mani anche nel caso si sia fatto il vaccino o ci si sia già presi il Covid. Saranno circa 14 mesi che guardo la tv, le pubblicità nella fattispecie, e mi incazzo, e progressivamente sempre di più. I protagonisti dei vari spot vanno al supermercato, senza mascherina, si corteggiano tra vicini di pianerottolo, senza mascherina, vanno al Mc, senza mascherina, al parco coi figli, senza mascherina. All’inizio la ragione era semplice perché l’inimmaginabile non aveva dato l’opportunità di cambiare sceneggiature, riprese, copioni all’istante, come prevedere poi i tempi e i modi del futuro mondiale che ci attendeva? Ma ora le traiettorie delle nostre vite sono fin troppo note ed è necessario virare con quei cavolo di spot che hanno per protagonisti attori sempre senza mascherina. Tipo quello che mette in scena un gruppo di amiche che si abbraccia per promuovere uno shampoo, oppure quell’altro con un tizio che beve una tisana a meno di venti centimetri da uno sciamano di chissà che tipo, o quello con la cena tra conoscenti che ridono per consigliare l’acquisto di assorbenti. Tutti ma proprio tutti senza mascherina. Ma ora i tempi lo impongono, anche le pubblicità televisive hanno l’obbligo morale di cambiare rotta, la vita che mettono in scena è quella che facciamo noi tutti i giorni con la mascherina divenuta roba nostra, quotidiana, obbligatoria. Mi si dirà: allora il cinema, le amatissime serie tv? Ecco appunto, facciamo i bravi, mettiamoci le mascherine prima che il Covid diventi un serie tv di Netflix e metta in luce quanto siamo stati scemi.
Quelle lacrime che non ti ho detto
È nata la figlia di Chiara Ferragni. Adesso chi mi conosce si aspetta un pippotto moralistico sulla clinica privata dove ha partorito, su come ha speculato anche con una linea di pigiami creati dal suo brand ed esibiti per l’occasione e subito dopo fuggiti a ruba, sulle tutine per neonati lanciati dal suo nome, su quella regalatale da zia Donatella Versace e poi su molto altro che nemmeno ricordo visto il tanto che in questi giorni ha sovrastato il web e soprattutto il suo profilo Instagram e quello del marito, e quello delle sue sorelle e quello di altri ancora. Invece no, me ne taccio, perché Chiara Ferragni è una che dà lavoro a tanti e di questi tempi avercene, che lei piaccia o meno, che si stimi il suo linguaggio e il suo mondo popolato oggettivamente dal nulla non vale la pena criticarla. Invidiare la sua vita splendida? Se lo fosse certo che sì, ma come si fa a crederlo quando si sa che nessun cerchio esce perfetto quando lo si traccia a mano libera? Quindi nessuna predica contro Chiara Ferragni, nemmeno da parte mia che sono una spendi morale gratuita soprattutto quando so che il modo per evitare ogni nervosismo sarebbe facile da mettere in moto, basterebbe voltare pagina, mica difficile come mossa. Ma il suo profilo Instagram fa obiettivamente simpatia, non tutto certo – tipo dei vestiti mi frega pochetto – ma molte cose creano una certa dipendenza, lei e il marito sono la nostra coppia reale per esempio, di livello basso certo, ma questa abbiamo e questa ci teniamo. E poi si arriva all’autunno scorso e a me cambia qualcosa: il marito rilascia un’intelligente intervista tv a Pietro Gomez in cui dice con la voce rotta dalle lacrime di avere la sclerosi multipla. La lettura del suo personaggio cambia, forse non per tutti, ma per me ovviamente si, perché, anche se sono lontana mille e più mille anni dal tragico e innominabile momento della diagnosi, il suo stato d’animo me lo sento addosso, appiccicato. E da allora ne ho interpretato i passi, l’ho visto piangere, l’ho visto sul palco di Sanremo soffocato da un’autentica crisi di panico, l’ho visto cullare la piccola figlia appena venuta al mondo mentre la inonda di troppe lacrime per esprimere solo gioia. Ci ho letto la paura di un futuro seminato di perché, di punti di domanda vaporosi e leggeri pronti a fissarsi ovunque decidano di farlo trasformandosi a piacimento in chiodi inestirpabili. Forse è vero, il marito della Ferragni ha i soldi per correre ovunque la migliore scienza medica lo voglia, prima di tutti, prima di me di certo, ma il carico di quelle lacrime che escono fuori in modo incontrollato lo conosco e purtroppo lo so che niente lo porterà via. Ahinoi.
La tregua
Sabato con una certa sicurezza farò il vaccino anti Covid parte seconda, ovvero la conclusione di un percorso molto ma molto importante, fondamentale vista la situazione attuale. Sono emozionata ma a tratti anche un po’ spaventata, più della prima volta, due settimane fa. Il fatto è che molti dei colleghi della struttura per la quale lavoro e che già hanno fatto il secondo vaccino sono stati più male della prima volta con febbre, dolori muscolari durati giorni e giorni e io, che sono certamente più fragile, temo per le conseguenze che potrebbero aprirsi su di me. Ma giro subito pagina e penso alla fortuna che ho per questa occasione che mi viene servita in perfetto orario e soprattutto senza ostacoli e allora i pensieri negativi e la paura li metto in disparte: sabato farò il vaccino e mi godrò anche i due giorni di risposo successivi certamente utili a ridarmi nuova energia. La cosa importante infatti è che io farò il vaccino, lo stesso che in Italia dopo una partenza che sembrava regolare e ben disciplinata si trova imballato dentro meccanismi dal sapore poco chiaro. Eccola la ragione che per settimane mi ha fatta pensare che poterlo fare con largo anticipo rispetto a tutti altri per il solo fatto di avere il lavoro giusto nel posto giusto mi sembrava quasi un furto. Fino a quando non mi è arrivata la newsletter di AISM-Associazione sclerosi multipla che mi informava come il Ministero abbia inserito la patologia in prima categoria, i suoi malati verranno chiamati per fare il vaccino fin da subito e davanti a tutti gli altri e non tanto perché immunodepressi ma espressamente perché affetti dalla bella stronza. Quindi ho solo potuto anticipare i tempi, nessuna rapina, tutto onore guadagnato sul campo.
Sanremo 2021/2
E invece mi sono sbagliata, tutto lo sproloquio che ho scritto ieri va cestinato perché Sanremo 2021 si farà, a marzo, a un anno dal precedente, secondo tempi e modi imposti dal Covid, ma si farà. Ieri sera un amico mi ha letta e subito corretta e aveva ragione lui, almeno ad oggi. Perché a marzo sul palco storico dell’Ariston anche quest’anno si esibiranno i cantanti in gara, mentre seduti sulle poltroncine del teatro ci sarà un pubblico composto da figuranti per dare quanto più possibile il senso della normalità. Io lo amo Sanremo, certo oggi molto meno che in passato perché i nomi in gara troppo spesso per me sono quelli di autentici sconosciuti, ma è il sistema festivaliero a piacermi, mi riporta a quando ero bambina e tutto era un evento. Il primo Festival che ho seguito con l’attenzione di una protagonista è quello del 1982: lo conduce Claudio Cecchetto mentre a un certo Giucas Casella viene affidato il compito di mettere in moto il potere della mente per scrivere il titolo della canzone vincente su un foglio da infilare dentro una busta chiusa con tanto di ceralacca. Tutto quel Festival gira attorno ai cantanti e alla busta sigillata che a pochi minuti dalla proclamazione ufficiale viene aperta per svelare la previsione di Casella che dice Storie di tutti i giorni, ha indovinato, è la canzone di Riccardo Fogli che infatti vince quel Sanremo. Per anni ogni Festival si è fatto roba mia, una pausa da tutto il resto da vivere guardando tutte le serate, i programmi tv che a quei tempi parlavano solo del Festival così come le pagine dei quotidiani da leggere tutte d’un fiato. Ricordo esibizioni che fanno epoca: Anna Oxa che scende le famose scale vestita praticamente di nulla, Loredana Berté con una pancia finta che fa credere a tutti di aspettare un bimbo, i Mattia Bazar affidati alla voce di Antonella Ruggero che disegnano attorno a loro un’atmosfera anni Venti, Eros Ramazzotti che si fa vedere qui per la prima volta ma già si capisce di che pasta sarà fatto il suo futuro, Renato Zero, vestito tutto di nero, che canta uno dei suoi testi migliori, Vasco Rossi e che dire di lui? Niente, è Vasco. E mi fermo ma so che potrei proseguire a mille giri, per circa vent’anni poco più poco meno il Festival è stato una settimana televisiva molto più che imperdibile per me, ora un po’ meno ma sapere che in un modo o nell’altro pure quest’anno lo faranno aggiunge un certo senso di normalità a questo oggi che di normale ha molto poco.