Sanremo 2021

Con ogni certa possibilità quest’anno il Festival non si farà causa Covid, troppi rischi e via dicendo. Le voci attorno all’argomento si inseguono: in fondo abbiamo solo un’economia a pezzi, un governo che lasciamo stare, il virus che ben sappiamo, i vaccini che chissà dove sono finiti e noi qui a discutere di Amadeus e Fiorello, non fa una piega, ovvio. I due, che avevano già messo in piedi la direzione artistica di Sanremo 2021, sono sul piede di guerra, il Governo, o quel che ne resta, con forza ha messo una croce sopra al Festival, no, dice, non si deve fare. Chi ha torto o chi ha ragione? Tutte due le parti in fondo. Sanremo si poteva fare con le strategie di tutela individuate dagli organizzatori. Ma forse no, meglio mantenere su le sbarre, senza esporci ad altri mali come dicono i vertici governativi. Il punto è di altra natura piuttosto, perché Sanremo è una vetta molto alta dello spettacolo italiano e celebralo avrebbe un significato importante per la ripresa di uno dei tanti settori economici caduti a picco. Ma anche se gli organizzatori assicurano di aver rintracciato tutti quei sistemi necessari a evitare il contatto umano e mettere al bando il contagio questi non sono stati giudicati del tutto validi e quindi arrivederci al prossimo anno. Quello dell’anno scorso fu un Sanremo davvero bello, con poche canzoni inascoltabili e un podio da incorniciare. Finì l’8 febbraio, meno di dieci giorni dopo eravamo dentro al peggiore degli incubi e di Sanremo ci fregava già più niente. Se poi avessimo saputo che un anno dopo saremmo stati ancora in preda al contagio e alle prese con una crisi economica che andrà sui libri di scuola avremmo urlato: Sanremo? Ma per favore, ho altro a cui pensare.

Quello che leggo, quello che penso

Ieri c’è stato il giuramento di Biden e oggi i quotidiani hanno fatto il riassunto della giornata. L’ho vista come un’occasione che si sono dati per uscire dai confini imposti dal Covid che da un anno, lo sappiamo fin troppo bene, ci ha agganciati al collo stringendolo sempre più, facendolo ovviamente anche con la stampa imponendo i suoi maledetti ritmi. E quindi oggi, come una boccata d’aria fresca, titoli, fondi, commenti, immagini, editoriali sono in larga parte dedicati alla giornata di ieri e come lettrice non mi sono di certo sentita defraudata dalla verità. Anche se, anche se. Perché mi sono imbattuta in più di un articolo che ha fatto l’analisi comunicativa sulla scelta di abiti, colori e accessori da parte dei protagonisti del giuramento di ieri, tutti sovrapponibili tra loro, molto più che simili anzi, firmati da nomi noti del giornalismo italiano, esperti di comunicazione o che almeno in questo modo si definiscono. Il viola. Grande protagonista della giornata di ieri hanno fatto notare: il cappotto della vicepresidente Kamala Harris era viola, così come quello di Michelle Obama di una tonalità che tendeva al bordeaux, l’altra ex first lady, Hilary Clinton, era imbacuccata da una sciarpa dello stesso colore. Un caso? No, dicono gli specialisti, il viola è il risultato della mescolanza di blu e rosso, i colori che definiscono democratici e conservatori, gli Stati Uniti insieme, l’immagine di una nuova pagina di storia che si apre sotto il segno dell’unità, quella che accomunerà tutti. La nuova first lady. Vestita di blu oceano, quello che circonda gli Stati Uniti, colore che dà sicurezza dicono gli stessi esperti, scelto anche per la cravatta di Biden. L’inno. Cantato da Lady Gaga in modo supremo secondo il giudizio di chi sa – io che di musica so poco infatti non l’ho nemmeno riconosciuto – con un abito in linea col suo stile e con una grande spilla a forma di colomba sul petto, messaggio di pace. Letture condivisibili? Forse sì. La comunicazione moderna questa è. Ma raggiunge sempre l’obiettivo? Il viola assume il significato dell’unità degli Sati Uniti per tutti? Il blu ricorda l’oceano che li circonda e aggiunge ricchezza alla loro storia nell’immaginario di ciascuno? O forse va più veloce il nero lutto con cui i Trump hanno lasciato la Casa Bianca? Perché mi chiedo, gli abitanti del Midwest, che stanno vivendo una profonda crisi economica e sociale per esempio, che non riescono a risolvere il loro crollo di identità politica, che certamente non sono stati beffati da brogli elettorali di nessun genere ma che così si sentono, che non riconoscono il rischio Covid e che non si sentono tutelati da nessuna classe governativa, potranno mai comprendere il significato di viola, blu oceano o spille a forma di colomba? La boccata d’aria fresca che si è presa la stampa credo possa chiudersi qui, ora si torni al giornalismo.

Tutto quell’affetto perso

Anche quest’anno poteva andare come sempre. E invece no. Quelle parole in più che dovevo aggiungere molto, ma molto, tempo fa le ho finalmente tirate fuori e tutto ha preso la piega che doveva prendere. “Ho la sclerosi multipla”. È fin troppo noto quanto mi costi dirlo e mi chiedo perché poi, sarà mica colpa mia, maledizione a me, ma insomma le cose vanno così. Lo so, ci sono molte persone con cui avrei dovuto aprire il sipario con maggiore anticipo soprattutto per potermi godere tutti quegli abbracci che mi sono negata da sola. Con le amiche almeno, con gli amici almeno. Invece ho taciuto con molti, finché c’era margine per farlo in ogni caso. Come quella volta. E qui ritorno daccapo. Tanto tempo fa quando ho cominciato quel lavoro ormai perduto, ho iniziato un’amicizia con una ragazza che lavorava lì già da qualche tempo. Un giorno le chiesi se durante la pausa pranzo voleva venire a bere un caffè con me: fu la prima mossa del nostro nuovo spazio, un immancabile appuntamento quotidiano, alla solita ora, prima di rientrare ancora in ufficio, il modo per creare un momento inedito tra noi per chiacchierare, spettegolare, sfogarci in attesa di sederci ancora alle nostre scrivanie. Ricordo che a quel primo caffè, dopo pochissime settimane dacché avevo cominciato il nuovo lavoro, mi chiese come mi trovavo, risposi che mi sembrava bene, che forse era presto per dare giudizi certi ma che di una cosa non avevo dubbi, non piacevo a uno dei capi, sembrava mi snobbasse, forse perché ero un Capricorno, quale fosse il mio segno zodiacale era l’unica domanda che mi aveva fatto durante il mio colloquio di lavoro del resto e in quell’occasione aveva decisamente storto il naso. Lei scoppiò in una risata che ricordo ancora e che mi tranquillizzò molto, anche perché scoprimmo di essere nate a un giorno di distanza, lei il 31 dicembre, io l’1 gennaio, due capricorni, alla faccia di quel capo, antipatico e vegano, e non ho mai capito se le due cose vanno sempre di pari passo, ma nel suo caso certo che sì. Intanto l’appuntamento caffè diventò immancabile tra noi, un momento che cresceva sempre più di livello che spesso si trasformava in soste in gelateria per pause dolci oppure in pizzeria quando ci veniva la voglia di stare insieme di più tra confidenze profonde e voglia di esserci l’una per l’altra ben oltre il lavoro. Ma durante tutti quei momenti, io che ero già malata, mai che le abbia svelato la verità su quel bagaglio indigesto che mi portavo addosso, non per mancanza di fiducia in lei ma per quel mio mal inteso senso di dignità. E poi un giorno lei mi disse che si sarebbe licenziata perché aspettava un bambino ed era felice. E, ovvio, anche io per lei, ma sapevo anche che mi sarebbe mancata molto. Da allora, per ben più di 10 anni e certo per meno di 20, non ci siamo più viste ma ogni anno gli auguri al compleanno non sono mai mancati: 31 dicembre/1 gennaio. Fino a che quest’anno di botto con lei mi sono uscite quelle quattro, pesanti, parole di numero “Ho la sclerosi multipla”. Il tutto senza pianificare nulla, solo per il bisogno di parlarle con sincerità, rimpiangendo piuttosto che al momento giusto mi sono persa l’occasione per ricevere da lei molti abbracci sinceri che mi avrebbe certamente dato e che senza nessun dubbio sarebbero stati un’àncora in più a cui aggrapparmi per ricevere un pieno di affetto di cui avevo bisogno.

Resta amica accanto a me

Da più di trent’anni ho un’amica con cui ho condiviso gran parte della mia vita adulta. Il meglio assoluto tra noi è stato il periodo della giovinezza e “delle cazzate tra di noi”, poi non sono mancate le ferite, roba pesante fra l’altro, dolore e pianti cercando sempre le mani l’una dell’altra per tentare una qualche risalita. Senza dimenticare le discussioni, perché va detto, nel tempo molte sono state le cose che hanno imposto improvvise frenate al nostro rapporto, non certo senza reciproca amarezza continuando tuttavia a sapere che sotto la coperta sopravviveva il calore e la certezza che quell’amore sarebbe resistito. Fino a scoprire che uno sguardo complice scambiato al volo ritornava sempre per capire di essere ancora una volta dalla stessa parte. Io e lei siamo però capaci anche di confronti accesi su temi vari che lei vince quando io decido di mollare la presa, mica perché capisca di avere torto e lei ragione, sia chiaro, ma perché il suo modo di discutere – lo sai, vero? – raggiunge toni che io saprei contrastare con due parole secche se solo lei non fosse così polemica – lo sai, vero? Tipo quella dell’altro giorno: la sua bimba di 10 anni ha perso quasi un mese di scuola anche a novembre perché la classe che frequenta è chiusa causa Covid. Parlavo di questa forzata quarantena che coinvolge bambini e ragazzi, scuole, licei e università e le dicevo che gli studenti pagheranno a caro prezzo questo maledetto periodo: la loro istruzione sarà compromessa, lo studio on line, drammaticamente imprescindibile, non potrà mai sostituire il valore della vita scolastica composto da un sistema complesso che si nutre, oltre a tutto il resto, anche del contatto umano, con insegnanti, compagni di banco e della prima sensazione di vita autonoma, fuori casa. No, mi ha detto, ti sbagli, il Covid è una grande occasione di crescita per gli studenti, che consente di capire che diventare grandi significa anche assumersi responsabilità nuove, che la vita non è solo gioco e pigiama party da organizzare con le amiche, c’è soprattutto da capire che i problemi esistono e vanno affrontati con consapevolezze da non trascurare. Ha messo il solito punto fermo – è fastidioso quando fai la saputella, lo sai, vero? – e mi ha chiuso la bocca. O meglio, non ho replicato. Ma ho pensato molto a questa discussione, valutandone ogni fattore, ma il risultato è stato lo stesso, resto della mia idea – lo sai, vero? Non sono madre e dei pigiama party non so niente, ma sono fermamente convinta che tutti questi mesi lontani dai banchi siano gravi, capaci solo di creare lacune difficili da colmare, perché l’aoristo greco è difficile da imparare anche col più terribile dei prof. che ti corregge il compito con sguardo torvo e la più dura delle intenzioni educative figuriamoci se chiusi nella propria cameretta con un computer davanti che c’è e non c’è. Per non parlare degli incontri che la scuola regala, gli amici, e il tipo che ti piace da aspettare davanti alla classe e che ti farà scoppiare il cuore in quel un modo tanto speciale, e tutto il resto come il viaggio in autobus per arrivare a scuola, sinonimo della prima e vera autonomia da mamma e papà. Ti ricordi vero quanto era bello?

Rosso relativo

Pochi mesi dopo aver cambiato lavoro – ormai un paio d’anni fa – venni chiamata nell’ufficio della direttrice che mi comunicò che da lì a poco mi sarebbe stata consegnata una divisa da indossare per dare forma e profilo all’ufficio dove mi trovavo. Condivisi il progetto, sul lavoro ci si presenta con rispetto per il dettaglio pensiero maturato anche perché negli anni avevo visto gente venire in ufficio con abiti molto più che discutibili. Considerate le mie mansioni all’accoglienza della struttura mi immaginai la più classica delle uniformi, tipo giacca – fper me meglio blu che nera, grazie – su camicia celeste o bianca, con pantalone oppure gonna. Da brava maestrina quale sono ne ero entusiasta. Fino a quando mi venne consegnata una polo rossa, di almeno due taglie in più della mia, senza logo aziendale tanto da poter essere scambiata per mia, come un pezzo mal uscito dal mio armadio. In poche parole passai tutta l’estate a immaginarmi come sarebbe potuta cambiare e possibilmente migliorare la divisa invernale. Fu semplice, indossando sotto la polo i miei maglioni di lana, giusto per non assiderarmi. Molti dei miei colleghi preferirono armarsi di felpe rosse per coprire le braccia. Io però non ne ho mai trovata una della stessa tonalità della polo e tanto per non svariare il livello di colore della divisa ho rinunciato. L’altro giorno mi è arrivata la newsletter di AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla – a cui sono iscritta da anni, da quando è diventato fondamentale saperne sempre di più sulla mia malattia, da quando ero all’inizio del percorso e non ci volevo credere che ci ero finita dentro anche io in quel tunnel, maledetto lui. Leggevo e rileggevo, post su post, compilavo test e questionari e mi avvilivo perché scoprivo che non era vero che stavo bene, i sintomi stavano facendosi largo impossessandosi di spazi sempre più numerosi. Ma io mi coprivo gli occhi. Tappavo le orecchie. Non ascoltavo. Tacevo. Fino a quando è stato tutto inutile, ogni informazione in più bastava leggersela addosso. Anche le newsletter le facevo passare oltre, senza approfondire niente, fino a quella dell’altro ieri che proponeva idee regalo per Natale. Tutte rosse, il colore di AISM, con oggetti tra i miei preferiti: tazze da te, agende, taccuini, kit cartoleria, penne. E Felpe. Rosse. Tonalità giusta. Su tutto, in bella mostra, la scritta Sclerosi Multipla a caratteri ben esibiti che trasformano il peggiore degli incubi in un brand da sfoggiare, come se una sedia a rotelle non bastasse a esporre uno stato di vita subìto e disprezzato. Vorrei scambiare due parole significative e abbastanza cattive con i brand manager di AISM, mi sembra più che evidente che il loro lavoro non lo sappiano fare considerando poi che si tratta di proposte regalo solidali i cui introiti sono indirizzati alla ricerca scientifica per la sclerosi multipla. I loro cervelli mi sono stati utili solo per rivalutare in un battito d’ali la polo rossa che indosso al lavoro.

Sto volando, Jack!

Sono pronta a lanciare una sfida contro chiunque, mi butto sul campo senza armi di fronte al più terribile esercito, cattivo, pericoloso e malefico, tanto non mi colpirà. Non ho paura, vinco io, senza dubbi di sorta. Sono molto più che certa che nessuno possa dire di avermi mai sentita maledire un destino che mi ha affidato come come compagna di viaggio la sclerosi multipla, che mi abbia ascoltata mentre chiedevo perché a me e non a un altro, di avermi ascoltata mentre mi lamentavo contro una sorte e mi ha voltato le spalle e mi ha voluta dentro una squadra disgraziata, popolosa e pericolante. No, e lo dico con certezza. Ho pianto all’inizio di fronte a una diagnosi che non avevo nemmeno capito, ma caspita se il nome sclerosi multipla faceva paura, cosa fosse non lo sapevo nemmeno ma le lacrime sono scese lo stesso come una marea: ho abbracciato mia mamma, ci siamo buttate sopra un letto mentre urlavo che io la sedia a rotelle non la volevo. Ma da lì, poco alla volta un nuovo tempo è cominciato, e passaggio dopo passaggio si è affrontato tutto e sono fiera di me per i miei modi, morbidi e remissivi, almeno questo complimento me lo faccio, cavolo, per il mio coraggio e dignità, chiudendomi in me, questo sì, senza dare troppo spazio al mondo di fuori, è pur vero, ma con pochi lamenti rivolti agli altri comunque. In silenzio, cercando di fare ogni giorno il meglio che posso, senza smettere di ridere quando serve, di fare quello che mi piace fare, diciamo che tutto va bene, al meglio di come può andare insomma, ci si abitua a tutto, questo ho deciso io insomma. Ma l’altro giorno di fronte ad un collega che per quanto simpatico possa essere è di fatto uno sconosciuto, mentre finivo il turno e con fatica raccoglievo da terra una cosa che mi era caduta mi è uscito un “Non ne posso più”. Il primo della mia vita. E lì ho cominciato un ragionamento nuovo che mi ha portata a capire che questo ultimo, lunghissimo, periodo di ansia causa-Covid è entrato nella vite di tutti sfondando portoni di ferro portandoci al limite: la paura, autentica e continua, ci sta facendo colare a picco come a bordo di un Titanic nel quale ci affidiamo alla musica di in un’orchestra che continua a suonare ma solo per i passeggeri della prima classe. Serve con urgenza la certezza di un vaccino efficace adesso ma nell’attesa va molto più che bene un Leonardo di Caprio per ciascuno di noi: “Ti fidi di me? “Mi fido di te”.

Alla cattedra vi prego no

Sto pensando a quei ragazzetti che a partire dai prossimi vent’anni o giù di lì si potrebbero trovare tra le tracce del loro esame di maturità una che chiede di interpretare un’epoca storica come la nostra. Perché è roba fin troppo nota che ci troviamo in balìa di un dramma sanitario epico gestito tra le altre cose senza direzione né progetto da una classe politica evidentemente inetta e che per giunta ci troviamo a fare i conti anche con la ridicolissima assenza della guida governativa della più importante potenza Occidentale che a giorni dalla chiusura non riesce a far uscire un nome dalle urne. Quanti capitoli del manuale di storia verranno dedicati a questi disgraziatissimi mesi? A questa pandemia, partita chissà quando chissà come dalla Cina che ad oggi sembra l’unico paese pulito. E che quindi ora dica come si fa a venirne fuori, senza false filosofie e inutili maramaldeggi, perché qui si muore e tanto e quella che sembrava una strage destinata ai più anziani adesso ha alzato il tiro indirizzando le sue spire verso tutti. E al dramma si è aggiunto il grottesco – mentre Roma brucia Nerone canta – chi poteva immaginarlo che proprio ora che servono uomini di peso e spessore negli Stati Uniti non si riesca ancora a sapere chi sarà il prossimo presidente? Perché non trovare un nome per battere con agevolezza il secondo mandato Trump è abbastanza indicativo degli anni in cui viviamo, qui si parla di assenza totale non dico di valore politico – rassegnati a non vederne in giro – ma di semplice carisma. Perché questa volta sarebbe stato sufficiente. E se noi che siamo qui a vivere questi giorni non riusciamo a capire quello che succede nel mondo, tra zone chiuse e colorate, quarantene a singhiozzo, barriere, locali chiusi, piazze deserte, domandandoci in più perché non c’è ancora un presidente USA, come potrà farlo quel giovane studente che si troverà a dover capire questo bassissimo e inspiegabile Medioevo. Sarebbe come chiedere a me di calcolare un integrale.

Le otto e mezza, tutti in piedi

Ma pensa te la casualità mi sono trovata a dire e ridire in queste settimane. Al lavoro è arrivato un nuovo collega: un compagno di classe delle elementari che non vedevo da allora, un numero imbarazzante di anni quindi, e che infatti – detto tra di noi perché con lui che mi salutava con calore ho messo su una faccia più o meno falsa – non ho nemmeno riconosciuto. L’altro giorno poi mi ha contattata sulla chat di Fb un altro compagno di classe, sempre delle elementari, visto più spesso di certo ma con saluti al volo, abbastanza in distanza, questa volta invece abbiamo scambiato due parole in più con la promessa di un caffè da bere insieme. Con un altro compagno di banco sempre di quei cinque anni, vuoi per lavoro, vuoi per piacere, non ho mai interrotto invece i rapporti e quindi nessuna sorpresa a sentirlo di tanto in tanto. Degli anni del liceo che posso dire? Sono da sempre il punto più alto della mia vita, sia per le persone con cui ho condiviso aoristi e perifrastiche da studiare fino a piangere ma anche per tutto quello che hanno creato dentro e attorno a me. Molti di loro sono ancora parte fondamentale della mia vita, quelli con cui mi sento, condivido, discuto, rido con lo stesso piacere di sempre. E poi ci sono anche quelli con cui non ho spartito lo spazio della stessa aula ma che senza la scuola oggi non sarebbero al mio fianco. Metti sul piatto una telefonata di millenni di anni fa, il numero trovato sull’elenco – chiaro di quanto tempo si parla? – c’è da contattare una ragazza conosciuta da poco, va a scuola nella cittadina dove vai anche tu, la mattina prende un autobus che parte da una fermata vicina a casa tua, non sai l’orario però così la chiami per saperlo. Ne ridiamo ancora adesso parlando di quella telefonata perché da lì è cominciata un’amicizia che negli anni è cresciuta e dura ancora oggi – tra momenti di potenza e altri più deboli ovvio – e che per giunta nel tempo ha visto attaccarsi attorno a sé altre persone importanti che l’hanno fatta crescere fino ai massimi livelli. Ma come sottovalutare che la dimensione di partenza sia stata la scuola, fondamentale certo per definire i caratteri dello spessore intellettuale di una persona ma non di meno per costruire la rete sociale che l’accompagnerà anche nella sua vita adulta. E poi arriva il Covid, le scuole chiuse per mesi e ora nuovamente a rischio e c’è questa striscia di bambini e ragazzi che si perde la vita tra i banchi ma anche molto altro. Interrogate sul tema Guia Soncini e Annalena Benini che con le loro penne mi convincono sempre questa volta non del tutto invece. Parlano in una generazione che non si è trovata a studiare sentendo sulla testa le bombe di una guerra ed è certamente vero, quella stessa generazione che senza muoversi di casa può non solo seguire le lezioni dei prof. ma anche passare il tempo libero guardando tutte le serie tv che preferisce, telefonare praticamente a costo zero, video chiamare a più persone contemporaneamente, leggere, giocare sul web, ascoltare musica senza limiti per un’adolescenza non scippata solo diversa. Tutto ancora una volta vero. Eppure io continuo a rivedermi durante la ricreazione seduta sulla scalinata del mio liceo a chiacchierare e ridere mentre aspetto che passi il ragazzo che mi piace per poterlo salutare e continuare a sognare. E per nulla al mondo cambierei i modi, la qualità e tempi di quegli anni.

Unposted

Lunedì sera ho guardato il film su Chiara Ferragni che hanno passato in tv. Allora, dire che l’ho guardato è un bel parolone, stesa a letto con la tv accesa mi addormento davanti a tutto, mi risveglio e poi riprendo sonno seguendo ritmi tutti miei che non dipendono da cosa sto guardando, che mi piaccia o meno va così. Quello che ho visto mi è stato comunque sufficiente per confermare l’idea che il film non meritasse la prima fila alla Mostra del Cinema di Venezia del 2019, però – attenzione che lo sto per scrivere – anche a una stronzetta come me che gioca a fare l’intellettualina snob la Ferragni sta simpatica. E non è perché ha messo su un impero di soldi e visibilità partendo dal nulla, anche perché io questa cosa non la credo. Penso piuttosto che le sue basi di partenza siano state altre e ben strutturate e che a creare il fenomeno Ferragni sia stato un accordo di fattori correttamente allineati di cui lei ha avuto certamente il merito di esserne un’ottima interprete. Non mi sembra poco, anzi. È anche per questo che mi piace. Dài su, che Instagram lo domina lei e le sue stories sono inarrivabili: coi vestiti che indossa – anche se molti nemmeno mi piacciono perché sono avanti di mille e più mille anni da me e io li vorrò quando poi nei negozi non ci saranno nemmeno più visti i miei gusti del tutto demodè -, col faccino di quel bambino a cui affida pure il sorriso immenso di annunciare l’arrivo di una sorellina, col marito che è un po’ bruttino secondo me ma che importa, sono tanto innamorati e l’amore è sempre bello. Ricordo quando si sono sposati, tre o quattro giorni di feste, che qualcuno, una banda di invidoosi e senza poesia, ha paragonato allo stile del Matrimonio napoletano col Boss delle cerimonie. Mentre che autentica favola è stato, con quegli abiti da favola che ha messo in mostra lei, quelli sì li ho capiti al volo, come quello di Prada per la festa del pre-sposalizio, quello che sbrilluccicava di rosa e oro togliendo il fiato. Detto questo un attacco da vera stronza cara Ferragni mi tocca fartelo altrimenti non mi riconosco più nemmeno io: e fallo ‘sto corso di dizione ragazza mia, ce la puoi fare, così non ti si può sentire.

Cara amica ti scrivo

Rumori strani, mai sentiti prima, vibrazioni, no ecco, scricchiolii più correttamente, in arrivo dalla mia sedia a rotelle, ad ogni svolta, segnali insoliti, cambiamenti che negano la morbidezza di un meccanismo perfetto, coordinato, leggero, agile. È stato un pomeriggio d’inferno quello trascorso al lavoro qualche giorno fa, fino all’arrivo a casa sperando che qualcuno mi dicesse che no, mi stavo sbagliando, che tutto correva al solito, che non c’era motivo di preoccuparsi, la mia era solo un’impressione volevo mi si dicesse, invece no, attorno a me vedo musi che si fanno più lunghi, telefonate alla ricerca di consigli per analizzare a fondo la questione e che infatti aprono le porte a incursioni improvvise in casa mia che portano tutti attorno a lei. Mi butto sul divano e la testa mi scoppia. Possibile mi dico? È così importante, maledetta lei? T’ho odiata, mi hai fatto una paura da tremare dentro e ho sempre spostato il mio pensiero, anche quando era evidente che su di te dovevo finire, e ora? Ti sei rotta e tutta la mia vita è in bilico di nuovo? E domani non potrò andare al lavoro? E per quanto tempo poi? E manca poco perché mi metta a piangere anche se io non piango mai nei momenti in cui la vita mi porta sopra il burrone, semmai dopo quando cado perché danni o meno io mi rialzo con più forza di prima, ma ora la testa pulsa lo stesso, sei così importante maledetta te? È una lezione quella che mi vuoi dare? Forse perché proprio adesso, che mi sono abituata, che ti uso il doppio perché mi fai fare meno fatica comincio a notare la differenza tra te e la normalità. Guardo gli altri e magari li invidio, noto cosa significa stare su di te e camminare da soli, andare dove si vuole senza dover scegliere una via senza gradini, tra te e il desiderio di affondare i piedi dentro la sabbia di una spiaggia sapendo di non cadere a terra, di rimanere in equilibrio, riconoscere sempre di più la differenza tra te e la piena libertà. Perché sta andando così da qualche tempo: vedo dei bei vestiti e mi accorgo che magari mi piacciono, li vorrei, ma per cosa poi, sopra di te potrei stare sempre in pigiama, la differenza non si noterebbe, con te vedo gruppi che parlano tra loro e che per includere me devono cambiare posizione, i tavoli per bere un caffè che devono ricomporsi per farmi spazio, è così che ci si sente diversi? Allora io mi ci sento diversa. Ecco spiegato il malumore di questi mesi quindi? Anche sì. Ma tu, che sei la preziosa compagna del mio viaggio, non ti sei rotta e la tua importanza, cavolo se l’ho capita. Ora si va avanti come ci eravamo abituate a fare, è facile credere che tutto vada bene se lo si vuole, perché, cara amica mia, la colpa di tutto non è nostra ma della sclerosi multipla, che esiste ed evidentemente si diverte con poco.