E mio papà sorriderà quella sera

È successa una cosa molto strana al funerale di papà. Ma soprattutto molto bella. Perché lo so che l’avrebbe reso felice. E tanto mi basta. Come in tutte le famiglie succedono cose strane, tipo liti e scontri spesso stupidi e immotivati, soprattutto in quelle numerose e in questo caso sono una fidata testimone. Papà aveva dieci fratelli che alla fine nell’insieme avevano dieci mogli, e io una marea di zie e zii, cugini e cugine un risultato che molto spesso ha prodotto liti, motivate da invidie, stupide e malmesse, parole dietro le spalle e sa il cielo cos’altro. C’era uno zio nel dettaglio e una zia, e tre cugini, i loro figli, con cui non ho mai avuto granché di rapporti, anzi niente per la precisione. Sa il cielo cosa sia successo, io non lo so almeno, loro chissà, non l’ho mai chiesto a miei e anche qui chissà poi perché. Ma al funerale di papà c’erano due dei tre cugini: Elena, che ha chiesto di poter leggere un Vangelo in apertura della celebrazione – e che io non ho nemmeno riconosciuto, tanto per chiarire -, Maurizio, che al termine di tutto ha aspettato per venire a salutarmi e abbracciarmi. Ero felice del suo gesto, per me, per la mia famiglia e per papà soprattutto, che lo meritava. L’ho detto a Maurizio aggiungendo che qualunque cosa fosse accaduta in passato tra le nostre famiglie ero felice che lui fosse lì, siamo adulti, voltiamo pagina, spetta a noi adesso gli ho detto. E lui pochi giorni dopo è venuto a casa mia con la moglie per bere un caffè per salutare anche mamma. Tra qualche settimana io lui, Elena e mio fratello andremo a mangiare una pizza insieme, ci siamo già organizzati e mio papà sorriderà quella sera.

Giù le mani, regina

Ho ripreso a leggere, la cornea sembra mi dia tregua – a fine giugno c’è in programma la visita che chiude il cerchio -, papà l’avrebbe voluto che tornassi a prendere in mano un libro e anche a scrivere, altra cosa di cui era fiero, illudendosi che io fossi Proust. Il mio caro papà. E la sclerosi multipla come esce da questi mesi di massacro? Irritata la bella e centralissima donna che poggia le su meni da oltre vent’anni sulle mie spalle. Messa da parte dagli altri e più importanti pensieri degli ultimi tempi ora lo so già che ci penserà lei coi suoi lenti, ma non troppo, passetti in avanti a prendersi lo spazio che le serve per sedere nel suo maledetto trono di regina della mia vita. Ed è già in movimento, bella stronza quale è. Domenica pomeriggio ero fuori per qualche acquisto e mi sono fermata davanti a uno specchio, di quelli che mettono nei Centri commerciali, quelli che nascono per rendere belli i clienti spingendoli all’acquisto facile, quelli che fanno portare a casa anche abbigliamento sbagliato che sembra perfetto ma che forse, guardandolo meglio, già alla cassa somiglia a un errore. Ma io non ho dovuto tornare a casa per fare troppi conti: davanti a quello specchio mi sono vista brutta, magra, con le gambe poggiate sulla mia sedia e pure storte, insolentita dalla mia abbondante dose di sclerosi multipla e da quel dolore che papà con la sua morte non avrebbe mai voluto darmi. E questo lo so. Devo rimboccarmi le maniche adesso, cercare un nuovo filo conduttore a cui appigliarmi – se c’è – per scovare l’àncora sconosciuta per la via di fuga da questo massacro di fiato che sta soffiando davvero forte contro di me.

Cinquantesimo di matrimonio

Domenica prossima io, mamma e Luca andremo alla festa per l’anniversario numero 50 del matrimonio di mio zio Elio, fratello più giovane di papà. Quando zio e zia invitarono la mia famiglia alla loro festa papà c’era ancora. Appariva comunque sottinteso che all’occasione, a differenza dei miei cugini – mio fratello compreso –, la richiesta di partecipazione era rivolta anche a me e non solo a mamma e papà: sclerosi multipla e “amata” sedia a rotelle avevano svolto il loro ruolo, va da sé. E poi appunto papà. Invitato, ovvio che sì. Ma lui non ci sarà. Ricordo comunque che quel pomeriggio – mentre io pensavo alla necessità di comunicare quanto prima alla responsabile del personale dell’azienda per la quale lavoro la data della mia assenza – lo sguardo mi cadde su papà che seduto sulla sua poltrona fissava terra. Non sorrideva come era solito fare di fronte alla possibilità di trascorrere del tempo per una festa con la sua famiglia: sguardo incollato sul pavimento, invece, lo ricordo bene, la cosa mi colpì molto senza voler dare un nome o un perché alla cosa. Ma oggi è diverso tanto da chiedermi: sapeva? Immaginava? Me lo domando  anche per mille cose che sono accadute nel periodo prima che morisse. La fretta che lui ha impiegato per andarsene ha un significato? Per non farci soffrire oltre conoscendo le nostre debolezze che proprio lui curava con tanta e costante attenzione? Come se con il suo rapido e improvviso lasciarci potesse limitare il dolore della nostra sofferenza anticipando invece la sua? Non mi stupirebbe questa verità. Troppe coincidenze che forse mi pianto in testa per cercare un vago perché a tutto. Penso a quel sorriso grande che ci dedicava ogni volta che entravamo nella stanza dell’ospedale dove poi è morto, a quella mano che a destra stringeva me e a sinistra mamma. Fino a quell’ultimo giorno.

Grazie, Graziana

Giovedi sera andrò alla serata organizzata dalla mia amica Graziana con cui conclude in festa la sua lunga stagione di lavoro. E io ci sarò, anche se mi hanno cambiato il turno di lavoro e arriverò un po’ in ritardo, anche se fa freddo, anche se come capita da tempo per strapparmi da casa serve una solida gru. Io e Graziana siamo state compagne di lavoro per circa tre anni credo, una pagina bellissima per me piena di novità e cose da imparare, incontri importanti, paura di sbagliare nella consapevolezza che comunque lei, che in quell’ambiente gestiva con assoluta professionalità il dritto e il rovescio di tutti i pesi in programma, per me ci sarebbe sempre stata per darmi aiuto, collaborazione e sostegno. I miei capi che avevano in mano redini e responsabilità di quel lavoro mi avevano mollata lì, sola, fidandosi un po’ troppo delle mie capacità, sicché giorno dopo giorno dovevo vedermela con impegni sempre nuovi e con le cariche istituzionali più importanti della mia città. Vuota di indicazioni anche minime su come muovermi in un campo che non conoscevo, tra personaggi di un certo peso e spessore, dentro ambiti professionali per me del tutto nuovi, Graziana mi prese per mano fin da subito. Nel tempo mi disse che lo fece perché il mio modo di essere le era piaciuto scegliendo così di essere per me un punto di riferimento, una consigliera e poi una confidente, gettando le fondamenta di quella che passo dopo passo è diventata un’amicizia profonda e vera che dura ormai da oltre due decenni. In tre anni di lavoro insieme, quante confidenze, quante risate, quanti dubbi condivisi, solo un silenzio all’epoca da parte mia: la sclerosi multipla che su di me ancora taceva, procedeva secondo ritmi che non volevo considerare, soprattutto io, la sm si muoveva ancora lenta, lenta, quasi silenziosa, non aveva ancora alzato troppo la testa, mi permetteva di non considerarla, anche se io che la conoscevo e la temevo, tacevo di lei a me e agli altri, soprattutto agli altri. Quindi non dirlo a Graziana non era mancanza di fiducia nei suoi confronti, era desiderio di non studiare a fondo i limiti della mia grande paura, quella che poi è corsa in avanti fino alla sedia a rotelle di oggi. Ma prima ancora con Graziana arrivò quella sera in cui davanti a una pizza le dissi tutto, sapeva già, gliel’ho lessi nello sguardo dove vidi tanto amore e sollievo, la voglia di sentirsi libera di parlare anche del mio grande incubo, il sollievo che sentivo anche io del resto. E che ci ha legate ancor di più. Buona pensione, Graziana, di tutto cuore.

Sconsolata e antipatica che sono

Fatta anche la seconda visita oculistica, quella che nasceva con lo scopo di definire i tratti fondamentali del primo giudizio medico ricevuto la scorsa settimana. Non avevo chissà quali speranze per credere a un rovesciamento dell’esito iniziale, sapevo che si trattava di un passaggio del percorso clinico attraverso cui devo muovermi per definire il grado del problema alla cornea opacizzata del mio occhio destro. Ora si sa meglio che la strada è decisa: l’intervento – non so nemmeno precisamente di che tipo – è necessario. Se mi fossi mossa prima la situazione oggi sarebbe meno incerta da affrontare, ma chissà perché non l’ho fatto e quindi ora resto qui attaccata a quel catalogo composto da paura e poca speranza che mi piace per niente. Ma ciò che è ancora più grave è il fatto che se il Covid e tutto il suo carico mi avevano isolata oltremodo ora mi sono chiusa ancora di più e ho messo al palo in maniera fastidiosa amiche e amici e non so che fare per forzare la mano e buttare giù la porta dietro cui mi sono barrata rimanendo dentro il mio io, antipatico e sconsolato. Vedi un po’ te la novità aggiungo. E quindi ora aspetto il momento decisivo, continuo ad andare al lavoro, poco soddisfacente e spesso fastidioso, e faccio niente di più. Leggo pure poco per trascorrere in pace il tempo libero, cerco bei titoli, ma poi li prendo in mano quasi con sufficienza e se parti male con un libro arrivi alla fine lentamente e ti perdi il meglio che sa dare. Oh, che genialità ha scritto questa stupida che sono.

Il potere dell’amicizia

Domani rientro al lavoro e chissà se sarà utile o meno per togliermi di dosso quei fatti cattivi che mi si sono allungati sopra in questa ultima settimana. Me ne ritorno con due boccette di collirio da mettere a orari prestabiliti e dovrò chiedere quindi a un paio dei tanti colleghi che ho il favore di sospendere il proprio di lavoro per aiutare me. Si tratta di pochi secondi lo riconosco ma le cortesie che già mi fanno non sono poche e dopo un po’ il troppo tracima, poco da dire. E mi è venuto spontaneo pensare al mio lavoro precedente, ai legami che si erano creati e che ancora resistono: se domani avessi dovuto tornare in quell’ufficio con quelle due boccette di collirio in mano non sarei partita con nessuna ansia. Le colleghe con cui condividevo ufficio e scrivania avrebbero messo la sveglia per non scordare l’orario giusto dell’operazione e si sarebbero sistemate ai blocchi di partenza per arrivare per prime al mio occhio balordo, fatto a botte tra loro per arrivare per prime se non fossero state sorelle, prendere in mano il collirio giusto, abbassato con cura la palpebra facendo scendere la goccia in modo lento, preciso e perfetto. Il potere dell’amicizia. Che io sciocca come sono sto respingendo perché sono davvero stanca di questo mondo di rogna che ora come ora sto faticando a sostenere. Scusatemi tutte.

Il giorno dopo, il rientro

Giusto per non parlare solo di rogne che da queste parti piovono supreme ora racconto una storia accaduta una settimana fa che potevo scrivere prima ma che io sia pigra e svogliata certo che si sa. Allora, una mattina ero al lavoro mentre poco alla volta mi accorgo che progressivamente le ruote della mia sedia non mi seguono come devono, non mi reggono, mi fanno scivolare a destra e a manca, senza direzione, senza scelta mia soprattutto come se dirette da un’autonomia propria gestibile solo da uno sproporzionato utilizzo dei freni che inchiodano a terra certo e fermano abbastanza le cadute ma non permettono nessuna indipendenza per quel poco che può dare una sedia a rotelle. Mi sono accorta che senza parlare sono abbastanza trasparente e quella mattina eccome se mostravo preoccupazione e nervosismo: possibile che ci fosse un peggioramento simile in corso? E di che genere poi? Tanti colleghi mi hanno chiesto che cosa avessi, ho passato tutto sotto silenzio, del resto che ne sapevo io di cosa stava accadendo? Fino al pomeriggio. Ruote troppo sgonfie, necessità di ripresa della loro pressione che ha riportato tutto alla normalità compresi i miei respiri che per un’intera mattina hanno alimentato la paura che la sclerosi multipla agisse anche così portandomi come sempre al limite della sopportazione. E poi il secondo pomeriggio quando mi arriva la telefonata dalla mia direttrice per chiedermi come sto dopo avere saputo da altri – lei non era in sede la mattina – di avermi vista molto giù, ma io le spiego che non è successo niente di grave, solo le ruote sgonfie e che ora la situazione è rientrata alla normalità, la mia di normalità se non altro, mi chiede se il giorno dopo voglio prendermi un riposo visto il carico di stress che vivo anche per qualche problema di lavoro che si sta accumulando e che al momento non è di facilissima risoluzione. La sua telefonata mi ha fatto piacere, mi ha resa partecipe di un progetto comune dove c’è attenzione per le persone. Il giorno dopo sono rientrata al lavoro.

Una volta che

Bingo insomma. L’ho fatto ancora una volta io, e senza cercarlo, ovvio. Opacizzazione congenita della cornea, intervento quindi, in laparoscopia o che ne so. Questo l’ultimo esito medico che ho portato a casa. Da tempo vedevo male, la prima visita l’avevo fatta un bel po’ di tempo fa dall’oculista che mi aveva accompagnata passo dopo passo verso quella maledetta diagnosi suprema, e velocemente, in un’epoca in cui la sclerosi multipla era un grosso punto di domanda per molti, ma per lui e per la sua professionalità invece no e di filato oltre vent’anni fa mi aveva diretta verso il Policlinico di Padova, regno altissimo degli studi neurologici. Questa volta ero stata da lui perché vedevo male, pensavo che con un paio di occhialetti nuovi tutto si sarebbe risolto ma la visita era durata pochi minuti, il suo viso si era subito imbrunito, nemmeno le gocce mi aveva messo, solo un paio di domande per scrutare il buio dei miei occhi e poi basta, per indirizzarmi invece verso un altro professionista. Da cui sono andata con irresponsabile ritardo, e ora non so che accadrà se la soluzione verrà fuori, e se ci sarà poi, e se, e se, e se… ho pianto per un intero pomeriggio per la paura e la stanchezza di dovere affrontare ancora una volta qualche cosa di grande, più di me. Come quella volta in cui mi si parò davanti per la prima volta la parola sclerosi multipla e l’unica cosa che dicevo era, vi prego no, la sedia rotelle no. Non mi porto grande fortuna forse. Oppure, maledizione a me. ho una indecente capacità di predire il futuro che se sceglie te ti arriva addosso, eccome se arriva.

Scrivi Vecchioni

L’ho conosciuto Roberto Vecchioni, più di qualche anno fa, un’occasione professionale, l’agenzia per la quale lavoravo aveva organizzato una serata di carattere letterario e l’ospite era lui. Puzzetta al naso quale sono il suo talento di scrittore l’avevo messo in secondo piano, quello cantautoriale di certo no, quindi ero comunque ben contenta che fosse ospite dell’appuntamento. Quella sera avevo ricevuto un invito particolare dal mio capo che non ricordo se coinvolgesse anche le mie colleghe di scrivania, so solo che partecipai alla cena con cui era stato accolto Vecchioni prima della presentazione del suo libro. Era uno spazio aperto a pochi a cui arrivai con estrema lentezza appoggiata al braccio di mio fratello trascinando la gamba come all’epoca facevo per potermi muovere. Fu Vecchioni che quando mi vide, da gran signore qual è, si alzò e mi venne incontro per accompagnarmi al tavolo. Della serata letteraria mio malgrado non ricordo una parola solo che Vecchioni sul finale mi diede un bacio sulla fronte, mi regalò il suo libro, me lo autografò con una dedica mai letta perché qualcuno scambiò la mia copia con un’altra causandomi vero dispiacere. Professore di greco e latino ultimamente Vecchioni è tornato in tv: ogni settimana è protagonista della trasmissione di Gramellini dove coinvolge il pubblico dentro quella pagina di storia che amo, come un illustre prof di greco e latino che parla con la competenza che tanto avrei voluto incrociare sui banchi di liceo. Fino a che è arrivata la notizia della morte di suo figlio Arrigo dichiarata proprio da lui sul suo profilo FB nel quale chiede rispetto e silenzio per la sua famiglia soffocata dal grosso dolore. E parte da qui il lavoro di una stampa inetta che ha infilato una dietro l’altra notizie senza fondamento: Vecchioni dichiara il nome del figlio defunto e la sua età, i giornalisti lo sovrappongono al fratello malato di sclerosi multipla, senza prendersi nemmeno il compito di fare un’analisi minima di carattere professionale quella che toglie di mezzo  il rischio di lanciare notizie false. Il figlio di Vecchioni che è morto non aveva la sm, un’altra malattia grave questo sì. Quando ho letto la notizia così come l’hanno data non lo sapevo e io che invece la sclerosi multipla ce l’ho mo sono sentita travolgere al volo dal castello dei miei convincimenti. Da una stampa difettosa che mi ha fatto venire voglia di stracciare la mia tessera di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti.

Una ragione in più

E con il solito colpevolissimo ritardo prendo in mano le fila di questo solitario blog. E lo scontro con la pagina bianca si fa violento. Un’adolescente mi sento, il tema bianco che non si riempie ma non per mancanza di studio piuttosto di idee, accidenti a me. L’ho già scritto e diventa per nulla interessante leggermi, io non lo farei, ma mi devo attaccare ai muri per sentirmi più viva di come mi sento. E non è la sclerosi multipla, almeno questo di merito non glielo do, o meglio mi trattengo nel dal farlo: cercherò un infisso nuovo da dove entrare allora, una ragione che mi spinga oltre questi confini che si sono imposti, che mi sono imposta. Lo devo fare perché è qui che sto bene, almeno qui.