Ha visto, papà?

Ieri mi sono licenziata. Ci ho pensato tanto sull’opportunità o meno di farlo, ho terminato i miei giorni di malattia conseguenti all’intervento alla cornea, tutti quelli di ferie accumulati nel tempo e poco alla volta ho cominciato a mettere forma a un progetto che mi girava in testa da un po’ ragionando se fosse davvero quello giusto. È stato papà, poco prima di morire, a inserire la marcia giusta su di me, lui, proprio lui che aveva dedicato la vita al lavoro senza farsi nessuno sconto personale – anzi -, nei suoi ultimi giorni ha buttato sul piatto una richiesta timida fatta con un tono non certo impositivo anzi, piuttosto esitante, e che diceva “è proprio necessario che tu ci vada al lavoro, stai a casa, non ne hai bisogno?”. Gli ho detto di non preoccuparsi, sapevo che aveva ragione, mi ha sorriso e da lì il mio pensiero ha preso misura. E ieri ho messo l’ultima firma, quella che ha sciolto il mio contratto. E mentre salutavo, e mentre in molti mi si avvicinavano, e mentre in tanti mi chiedevano come stavo, e mentre mi sembrava fosse arrivato il tempo giusto per tornare a casa, qualcuno, senza che me ne accorgessi, mi ha accompagnata nella sala da pranzo della direzione dove c’erano tutti “sorpresa” hanno gridato “grazie di tutto, Cinzia” accompagnando il saluto da un applauso rumoroso. E davanti c’era un tavolo con pizza e dolci, e una busta con un regalo bello e rosa, e un biglietto con dedica che mi ha fatto scendere quelle lacrime leggere che sanno aggiungere gioia al momento. Lo vedi papà, ho seguito il tuo consiglio pieno d’amore, mi vedevi stanca, me lo dicevi tutti i giorni quando andavo via “guarda un po’ se tocca a te andare al lavoro, mentre io sto a casa” con una dolcezza che io non premiavo forse nemmeno con un sorriso. Ho terminato con soddisfazione questa pagina che mi ha insegnato molto, figuriamoci se lo nego, ma è merito di quanto mi avete insegnato tu e la mamma se ieri il sipario si è chiuso con una soddisfazione che spero tu abbia visto.

E manchi, papà

E mancano le tue timide carezze, e mancano le parole, e mancano le discussioni, e mancano tutte le attenzioni riservate solo a me, e manca la voce, e mancano le prese in giro, e mancano quei momenti scritti spesso a caso, e mancano perfino le liti, e mancano i tuoi aiuti sempre presenti, e mancano quei sorrisi sfuggenti, e mancano le tue curiosità, e mancano le risate, e mancano le prime colazioni trascorse insueme, e mancano anche le discussioni, e mancano quei riti quotidiani, e manca quell’amore mai dichiarato ma forse per questo ancora più forte, e manca il tuo caffè, e mancano le attese, e manca il caos maturato dai gesti mal fatti, e manca la tua voglia di esserci sempre per me, e manca la confusione, e mancano le parole di ogni giorno, e manca il sonno, e manca la sicurezza che davi col tuo polso sicuro, e manca quello che eri e che nemmeno sospettavo esistesse, e manca con rimorso quando non ti capivo, e manca quando ctedevo non mi capissi, e manca la tua soddisfazione per ogni cosa che facevo, e mancano le mie prese di posizione diverse dalle tue perché poi ci facevano incontrare di nuovo da qualche parte, e manca che sapevi fare tutto e io non lo riconoscevo, e manca che c’eri sempre e non solo per me, e manca quel tanto che mi davi, e mancano bruciando quei pochi grazie che ti ho detto, e manca che eri buono, e manca con dolore perché non l’ho riconosciuto in tempo, e manca che  eri sempre presente per me, e manca quella carezza sulla fronte che mi davi ogni giorno prima che uscissi di casa per andare al lavoro, e manca che ti facevo arrabbiare ma per te durava un attimo, e manca che non serviva chiederti niente neanche scusa, e manca quello che non ti ho detto, e manca tutto di te. Manchi tu, papà.

Due mesi

Dopodomani saranno due mesi, papà. E manchi tanto lasciando quel senso di vuoto e malinconia che tocchiamo sempre più forte. Se vado a fondo col pensiero sento dolore, solo dolore, assenza per le cose che facevi, anche quelle banali e che vorrei rivivere. Oggi davanti casa nostra parte una maratona in notturna che fanno ogni primavera e che sto impatando a detestare proprio perché è come se quest’anno avesse inciso il tuo nome. La partenza: te la guardavi, scendevi le scale e stavi li sul via, aspettavi gli atleti  in rampa di lancio, l’inno, salutavi i tanti del pubblico che conoscevi e poi tornavi in casa per cena. Stasera saranno tutti al via senza te. Come noi.

E mio papà sorriderà quella sera

È successa una cosa molto strana al funerale di papà. Ma soprattutto molto bella. Perché lo so che l’avrebbe reso felice. E tanto mi basta. Come in tutte le famiglie succedono cose strane, tipo liti e scontri spesso stupidi e immotivati, soprattutto in quelle numerose e in questo caso sono una fidata testimone. Papà aveva dieci fratelli che alla fine nell’insieme avevano dieci mogli, e io una marea di zie e zii, cugini e cugine un risultato che molto spesso ha prodotto liti, motivate da invidie, stupide e malmesse, parole dietro le spalle e sa il cielo cos’altro. C’era uno zio nel dettaglio e una zia, e tre cugini, i loro figli, con cui non ho mai avuto granché di rapporti, anzi niente per la precisione. Sa il cielo cosa sia successo, io non lo so almeno, loro chissà, non l’ho mai chiesto a miei e anche qui chissà poi perché. Ma al funerale di papà c’erano due dei tre cugini: Elena, che ha chiesto di poter leggere un Vangelo in apertura della celebrazione – e che io non ho nemmeno riconosciuto, tanto per chiarire -, Maurizio, che al termine di tutto ha aspettato per venire a salutarmi e abbracciarmi. Ero felice del suo gesto, per me, per la mia famiglia e per papà soprattutto, che lo meritava. L’ho detto a Maurizio aggiungendo che qualunque cosa fosse accaduta in passato tra le nostre famiglie ero felice che lui fosse lì, siamo adulti, voltiamo pagina, spetta a noi adesso gli ho detto. E lui pochi giorni dopo è venuto a casa mia con la moglie per bere un caffè per salutare anche mamma. Tra qualche settimana io lui, Elena e mio fratello andremo a mangiare una pizza insieme, ci siamo già organizzati e mio papà sorriderà quella sera.

Giù le mani, regina

Ho ripreso a leggere, la cornea sembra mi dia tregua – a fine giugno c’è in programma la visita che chiude il cerchio -, papà l’avrebbe voluto che tornassi a prendere in mano un libro e anche a scrivere, altra cosa di cui era fiero, illudendosi che io fossi Proust. Il mio caro papà. E la sclerosi multipla come esce da questi mesi di massacro? Irritata la bella e centralissima donna che poggia le su meni da oltre vent’anni sulle mie spalle. Messa da parte dagli altri e più importanti pensieri degli ultimi tempi ora lo so già che ci penserà lei coi suoi lenti, ma non troppo, passetti in avanti a prendersi lo spazio che le serve per sedere nel suo maledetto trono di regina della mia vita. Ed è già in movimento, bella stronza quale è. Domenica pomeriggio ero fuori per qualche acquisto e mi sono fermata davanti a uno specchio, di quelli che mettono nei Centri commerciali, quelli che nascono per rendere belli i clienti spingendoli all’acquisto facile, quelli che fanno portare a casa anche abbigliamento sbagliato che sembra perfetto ma che forse, guardandolo meglio, già alla cassa somiglia a un errore. Ma io non ho dovuto tornare a casa per fare troppi conti: davanti a quello specchio mi sono vista brutta, magra, con le gambe poggiate sulla mia sedia e pure storte, insolentita dalla mia abbondante dose di sclerosi multipla e da quel dolore che papà con la sua morte non avrebbe mai voluto darmi. E questo lo so. Devo rimboccarmi le maniche adesso, cercare un nuovo filo conduttore a cui appigliarmi – se c’è – per scovare l’àncora sconosciuta per la via di fuga da questo massacro di fiato che sta soffiando davvero forte contro di me.

Cinquantesimo di matrimonio

Domenica prossima io, mamma e Luca andremo alla festa per l’anniversario numero 50 del matrimonio di mio zio Elio, fratello più giovane di papà. Quando zio e zia invitarono la mia famiglia alla loro festa papà c’era ancora. Appariva comunque sottinteso che all’occasione, a differenza dei miei cugini – mio fratello compreso –, la richiesta di partecipazione era rivolta anche a me e non solo a mamma e papà: sclerosi multipla e “amata” sedia a rotelle avevano svolto il loro ruolo, va da sé. E poi appunto papà. Invitato, ovvio che sì. Ma lui non ci sarà. Ricordo comunque che quel pomeriggio – mentre io pensavo alla necessità di comunicare quanto prima alla responsabile del personale dell’azienda per la quale lavoro la data della mia assenza – lo sguardo mi cadde su papà che seduto sulla sua poltrona fissava terra. Non sorrideva come era solito fare di fronte alla possibilità di trascorrere del tempo per una festa con la sua famiglia: sguardo incollato sul pavimento, invece, lo ricordo bene, la cosa mi colpì molto senza voler dare un nome o un perché alla cosa. Ma oggi è diverso tanto da chiedermi: sapeva? Immaginava? Me lo domando  anche per mille cose che sono accadute nel periodo prima che morisse. La fretta che lui ha impiegato per andarsene ha un significato? Per non farci soffrire oltre conoscendo le nostre debolezze che proprio lui curava con tanta e costante attenzione? Come se con il suo rapido e improvviso lasciarci potesse limitare il dolore della nostra sofferenza anticipando invece la sua? Non mi stupirebbe questa verità. Troppe coincidenze che forse mi pianto in testa per cercare un vago perché a tutto. Penso a quel sorriso grande che ci dedicava ogni volta che entravamo nella stanza dell’ospedale dove poi è morto, a quella mano che a destra stringeva me e a sinistra mamma. Fino a quell’ultimo giorno.

Grazie, Graziana

Giovedi sera andrò alla serata organizzata dalla mia amica Graziana con cui conclude in festa la sua lunga stagione di lavoro. E io ci sarò, anche se mi hanno cambiato il turno di lavoro e arriverò un po’ in ritardo, anche se fa freddo, anche se come capita da tempo per strapparmi da casa serve una solida gru. Io e Graziana siamo state compagne di lavoro per circa tre anni credo, una pagina bellissima per me piena di novità e cose da imparare, incontri importanti, paura di sbagliare nella consapevolezza che comunque lei, che in quell’ambiente gestiva con assoluta professionalità il dritto e il rovescio di tutti i pesi in programma, per me ci sarebbe sempre stata per darmi aiuto, collaborazione e sostegno. I miei capi che avevano in mano redini e responsabilità di quel lavoro mi avevano mollata lì, sola, fidandosi un po’ troppo delle mie capacità, sicché giorno dopo giorno dovevo vedermela con impegni sempre nuovi e con le cariche istituzionali più importanti della mia città. Vuota di indicazioni anche minime su come muovermi in un campo che non conoscevo, tra personaggi di un certo peso e spessore, dentro ambiti professionali per me del tutto nuovi, Graziana mi prese per mano fin da subito. Nel tempo mi disse che lo fece perché il mio modo di essere le era piaciuto scegliendo così di essere per me un punto di riferimento, una consigliera e poi una confidente, gettando le fondamenta di quella che passo dopo passo è diventata un’amicizia profonda e vera che dura ormai da oltre due decenni. In tre anni di lavoro insieme, quante confidenze, quante risate, quanti dubbi condivisi, solo un silenzio all’epoca da parte mia: la sclerosi multipla che su di me ancora taceva, procedeva secondo ritmi che non volevo considerare, soprattutto io, la sm si muoveva ancora lenta, lenta, quasi silenziosa, non aveva ancora alzato troppo la testa, mi permetteva di non considerarla, anche se io che la conoscevo e la temevo, tacevo di lei a me e agli altri, soprattutto agli altri. Quindi non dirlo a Graziana non era mancanza di fiducia nei suoi confronti, era desiderio di non studiare a fondo i limiti della mia grande paura, quella che poi è corsa in avanti fino alla sedia a rotelle di oggi. Ma prima ancora con Graziana arrivò quella sera in cui davanti a una pizza le dissi tutto, sapeva già, gliel’ho lessi nello sguardo dove vidi tanto amore e sollievo, la voglia di sentirsi libera di parlare anche del mio grande incubo, il sollievo che sentivo anche io del resto. E che ci ha legate ancor di più. Buona pensione, Graziana, di tutto cuore.

Sconsolata e antipatica che sono

Fatta anche la seconda visita oculistica, quella che nasceva con lo scopo di definire i tratti fondamentali del primo giudizio medico ricevuto la scorsa settimana. Non avevo chissà quali speranze per credere a un rovesciamento dell’esito iniziale, sapevo che si trattava di un passaggio del percorso clinico attraverso cui devo muovermi per definire il grado del problema alla cornea opacizzata del mio occhio destro. Ora si sa meglio che la strada è decisa: l’intervento – non so nemmeno precisamente di che tipo – è necessario. Se mi fossi mossa prima la situazione oggi sarebbe meno incerta da affrontare, ma chissà perché non l’ho fatto e quindi ora resto qui attaccata a quel catalogo composto da paura e poca speranza che mi piace per niente. Ma ciò che è ancora più grave è il fatto che se il Covid e tutto il suo carico mi avevano isolata oltremodo ora mi sono chiusa ancora di più e ho messo al palo in maniera fastidiosa amiche e amici e non so che fare per forzare la mano e buttare giù la porta dietro cui mi sono barrata rimanendo dentro il mio io, antipatico e sconsolato. Vedi un po’ te la novità aggiungo. E quindi ora aspetto il momento decisivo, continuo ad andare al lavoro, poco soddisfacente e spesso fastidioso, e faccio niente di più. Leggo pure poco per trascorrere in pace il tempo libero, cerco bei titoli, ma poi li prendo in mano quasi con sufficienza e se parti male con un libro arrivi alla fine lentamente e ti perdi il meglio che sa dare. Oh, che genialità ha scritto questa stupida che sono.

Il potere dell’amicizia

Domani rientro al lavoro e chissà se sarà utile o meno per togliermi di dosso quei fatti cattivi che mi si sono allungati sopra in questa ultima settimana. Me ne ritorno con due boccette di collirio da mettere a orari prestabiliti e dovrò chiedere quindi a un paio dei tanti colleghi che ho il favore di sospendere il proprio di lavoro per aiutare me. Si tratta di pochi secondi lo riconosco ma le cortesie che già mi fanno non sono poche e dopo un po’ il troppo tracima, poco da dire. E mi è venuto spontaneo pensare al mio lavoro precedente, ai legami che si erano creati e che ancora resistono: se domani avessi dovuto tornare in quell’ufficio con quelle due boccette di collirio in mano non sarei partita con nessuna ansia. Le colleghe con cui condividevo ufficio e scrivania avrebbero messo la sveglia per non scordare l’orario giusto dell’operazione e si sarebbero sistemate ai blocchi di partenza per arrivare per prime al mio occhio balordo, fatto a botte tra loro per arrivare per prime se non fossero state sorelle, prendere in mano il collirio giusto, abbassato con cura la palpebra facendo scendere la goccia in modo lento, preciso e perfetto. Il potere dell’amicizia. Che io sciocca come sono sto respingendo perché sono davvero stanca di questo mondo di rogna che ora come ora sto faticando a sostenere. Scusatemi tutte.

Il giorno dopo, il rientro

Giusto per non parlare solo di rogne che da queste parti piovono supreme ora racconto una storia accaduta una settimana fa che potevo scrivere prima ma che io sia pigra e svogliata certo che si sa. Allora, una mattina ero al lavoro mentre poco alla volta mi accorgo che progressivamente le ruote della mia sedia non mi seguono come devono, non mi reggono, mi fanno scivolare a destra e a manca, senza direzione, senza scelta mia soprattutto come se dirette da un’autonomia propria gestibile solo da uno sproporzionato utilizzo dei freni che inchiodano a terra certo e fermano abbastanza le cadute ma non permettono nessuna indipendenza per quel poco che può dare una sedia a rotelle. Mi sono accorta che senza parlare sono abbastanza trasparente e quella mattina eccome se mostravo preoccupazione e nervosismo: possibile che ci fosse un peggioramento simile in corso? E di che genere poi? Tanti colleghi mi hanno chiesto che cosa avessi, ho passato tutto sotto silenzio, del resto che ne sapevo io di cosa stava accadendo? Fino al pomeriggio. Ruote troppo sgonfie, necessità di ripresa della loro pressione che ha riportato tutto alla normalità compresi i miei respiri che per un’intera mattina hanno alimentato la paura che la sclerosi multipla agisse anche così portandomi come sempre al limite della sopportazione. E poi il secondo pomeriggio quando mi arriva la telefonata dalla mia direttrice per chiedermi come sto dopo avere saputo da altri – lei non era in sede la mattina – di avermi vista molto giù, ma io le spiego che non è successo niente di grave, solo le ruote sgonfie e che ora la situazione è rientrata alla normalità, la mia di normalità se non altro, mi chiede se il giorno dopo voglio prendermi un riposo visto il carico di stress che vivo anche per qualche problema di lavoro che si sta accumulando e che al momento non è di facilissima risoluzione. La sua telefonata mi ha fatto piacere, mi ha resa partecipe di un progetto comune dove c’è attenzione per le persone. Il giorno dopo sono rientrata al lavoro.