Fino a starsi sulle scatole da sola

Qualche tempo fa la mia amica Gloria mi ha detto che quando parlo con le persone tendo a interromperle, che la conversazione con me non fila mai fluida come dovrebbe perché io mi inserisco sempre e di continuo, che mi ci metto in mezzo con forza, parlo sopra al mio interlocutore, lo blocco per aggiungere la mia opinione che così sale di quota da sembrare più importante. Ci sono rimasta male ma non mi sono sentita in nessun modo attaccata, mi fido della mia amica e ne abbiamo parlato, non me ne ero mai accorta ecco tutto, ma da allora, attenta alle sue parole, ho fatto caso alle mie abitudini notando che è vero, Gloria ha ragione, non è facile conversare con me, io trovamdomi di fronte mi starei parecchio sulle scatole per esempio. Ecco, mi parlo sopra da sola, lo faccio anche con me stessa, che difficoltà essermi amica. Chissà come fa lui a rimanere al telefono con me per più di un’ora ogni volta che mi chiama. Lui è un amico un po’ speciale, quella cosa che in pochi capiscono: io che dovrei essere arrabbiatissima, che fin da subito avrei dovuto tagliare con violenza ogni rapporto, o almeno così dicono tutte le mie amiche (anche Gloria) perché un milione di tempo fa mi ha lasciata e in gran parte a causa della sclerosi multipla, ma lo sappiamo solo noi quanto pesava e come sia stata proprio a favorire quel doloroso addio per giunta. Poi di anni ne sono passati tanti, io non mi sono fermata a contarli, non conto più nulla da tempo del resto, ma credo siamo nell’ordine dei dieci e in mezzo c’è stata tanta vita per me e per lui. Passo dopo passo questi anni sono stati segnati da telefonate che era sempre lui a fare a me, mai troppo improvvise mai troppo distanti tra loro, piacevoli lampi di luce durante i quali nessuno dei due voleva negarsi il piacere di sentire l’altro rispettando comunque quel tacito, invisibile accordo di non parlare del reciproco presente, un condiviso silenzio che dava spazio a conversazioni di altro tenore, il nostro. Era amore che negava la verità del presente? E chi lo sa. Ora che l’oggi è noto, come il futuro che di certo non sarà nostro, si sa che questa traccia di legame così forte non passerà. Ma forse ancora una volta sto alzando troppo il tono parlando sopra la verità. Mai come ora vorrei che Gloria non avesse ragione però.

No che non va bene

Ieri. Giornata insopportabile, una di quelle che non sono più capace di tollerare, per tempi, modi, carico emotivo, conseguenze fisiche oltre che morali. Quante di questo genere negli ultimi vent’anni? Impossibile contarle. Inutile ricordarle. Visita di controllo dai neurologi che mi seguono in buona sostanza, appuntamento che questa volta dovrebbe aprire il varco al rinnovo della patente, altro momento che si fa detestare al solo pensiero. Ecco cosa succede, l’ho capito. Sto mollando il colpo, mi sento prosciugata nelle forze, poco alla volta stacco le mani da quella zattera a cui sono aggrappata da anni per rimanere a galla in questo mare in tempesta. Ora però le onde sono troppo alte per essere gestite o forse è il contrario, sono diventate piatte, ogni riva è sparita, mi ritrovo senza capacità d’azione: mancano le prospettive, mani alzate, fine dei giochi, ha vinto lei. Ma non c’entra niente l’esito della visita o chissà che altro, semplicemente mi sono rotta le palle, di tutto. Che vinceva la sclerosi multipla sai che notizia, ma è come mi sento io oggi che non va bene, senza sorriso, triste, sola. Se fino a qualche tempo fa darle anche questa di soddisfazione mi avrebbe fatto balenare in testa un lampo luminoso da alzare tutte le bandiere del mio coraggio, ora basta, capitolo chiuso. Anche il mio orgoglio – che non è mai stato robetta da poco – indietreggia dicendole di fare pure il cavolo che vuole, io non ne posso più di venirti dietro, di essere sempre lì pronto a buttarla sull’ironia, sull’energia, sulla fermezza, tutto inutile tanto. Vent’anni, maledizione a loro, che si sono portati dietro un numero assordante di cose. Se solo ci riuscissi ora piangerei. Ma neanche le lacrime fa più scendere quella stronza che è solo capace di prendersi tutto.

Maturità t’ho presa al momento giusto

Quest’anno a differenza del passato l’esame di maturità mi è scivolato accanto, più o meno sotto silenzio. Ma anche sulla stampa mi sembra, certo ci sono stati molti articoli sui cambiamenti imposti dai rischi Coronavirus con le solite polemiche politiche: si poteva fare meglio, così è perfetto, ma no è colà che invece sarebbe stato impeccabile, ma scherziamo, è questa l’unica soluzione da prendere, ma va’ che peggio era impossibile fare. E via dicendo. Fatto sta che l’unica cosa autentica è che gli scritti non ci sono stati e che noi adulti abbiamo dovuto farcene una ragione. Con molta fatica ci siamo accorti che siamo invecchiati e quelle canzoni di Venditti – che per quante ne ha scritte su questo tema sembra che nella vita abbia fatto solo esami di maturità – quest’anno non le abbiamo ascoltate, non con la stessa partecipazione almeno. Perché l’attesa dei titoli dello scritto di italiano, per esempio, per noi è roba alta: a distanza di trent’anni dalla maturità – almeno nel mio caso – tutti lì ancora in prima fila a commentarli insieme, con discorsi tipo quello di storia quest’anno è meglio di quello di letteratura, attenzione a quello di attualità che è sempre la solita ancora di salvezza invece proprio no, è pericoloso. E poi il giorno dopo la stessa solfa: eccolo che è uscito Tacito, maledizione, o magari scoprendo l’uscita del tremendo Tucidide, qui li rovinano, e via sul tema, che tanto tutte le lotte fatte col Rocci sono solo vaghi, vaghissimi ricordi per la maggior parte di noi. Il fatto vero è che noi adulti lo sappiamo fin troppo bene che la maturità è la fine di una pagina storica che non è nemmeno la giovinezza ma è la definitiva chiusura di un portone che ci accolti fin da bambini: 8.15 più o meno, campanelle che suonano, zaini, libri, amicizie, aule, esperienze che ci hanno fatto crescere. E davanti a quei tabelloni finali, bene o male che siano andati, c’è l’incontro con la vita, quella vera. La maturità che amiamo tanto ricordare è solo nostalgia per quel debutto verso il futuro. E quest’anno, nel modo peggiore possibile, quell’esordio lo abbiamo restituito ai ragazzi, è sola roba loro, con l’augurio che ne facciano il miglior uso possibile.

E sono ancora qua

Io sono tipa che quando ci sono grandi battaglie da combattere tira fuori unghie e denti, scende in campo, lotta allo sfinimento, vince? perde? Non è importante, ma è al fronte, con tutta se stessa e con la voglia di esserci. Poi però finita la guerra, crolla, rientra nei suoi ranghi, quelli del silenzio, della solitudine, voluta, cercata, amata, richiesta, urlata quasi. E nel periodo Covid-19 così è stato, me ne sono resa conto solo adesso. Quei giorni mi hanno spaventata, la quarantena, le porte chiuse, il silenzio, gli occhi bagnati mi hanno toccata dentro senza che me accorgessi. Io ero lì, guardavo e disegnavo percorsi più amari di quanto credessi e adesso, che qualcosa sembra muoversi verso una verità a tratti migliore, io ho smesso di reggere il colpo, la paura che mi sembrava di non provare ieri ha preso il largo oggi. E mi sono chiusa, avvolta dentro una tristezza che mi stringe e mi fa aver voglia di stare sola con la mia debolezza che è qui, pronta prendersi spazio. Mi conosco fin troppo bene, di grandi lotte la cara sclerosi multipla me ne ha regalate in esubero e questo si sa, e nemmeno solo lei a voler essere precisi, anche questo di prim.ato mica glielo voglio regalare. Diciamo allora che il Covid-19 è stato una tempesta davvero grossa, improvvisa e inattesa, come un fidanzato che dice di amarti e ti lascia sull’altare. Tanto da farmi smettere di scrivere anche qui, il mio luogo, quello che mi rilassa, che mi porta altrove, che mi rende felice. Ma non è un caso che riprenda proprio oggi. Sono in attesa di una telefonata. Dai miei neurologi. Per fare la visita di controllo. Al telefono. Causa Covid-19 si mantengono le distanze ma ci si sente comunque. Ma che momento è questo? Giù allora, di nuovo nell’arena delle mie battaglie, a fare quello che posso fare, per ritrovare tutte le sicurezze perdute in questi ultimi mesi.

Per chi suona la campanella

Ora che questo anno di scuola farabutto sta finendo, un po’ ovunque è uno sbocciare di considerazioni più che lecite su quanto i nostri ragazzi abbiano perduto. Oggi ho letto un post su un social che mi ha aperto molto finestre sul passato buttandomi addosso un po’ di strana malinconia. Parlava di come questi mesi che hanno costretto a casa tutti gli studenti non solo hanno tolto loro molto spazio alla formazione ma hanno anche ridotto al massimo la loro socialità con i coetanei che, all’improvviso, non hanno più potuto vedere, senza avere nemmeno il tempo per far loro un saluto. Ora si fa largo il movimento di pensiero che vorrebbe le scuole di nuovo aperte almeno per l’ultimo giorno per dare la possibilità ai compagni di banco di guardarsi negli occhi e dirsi buona estate. Il post che ho letto si soffermava proprio su questo tema, ricordando la gioia del giorno più bello dell’anno scolastico, proprio l’ultimo, quello che da sempre mette fine a tutto con una grande festa e un grido collettivo e altissimo al suono della campanella conclusiva che butta tutti dentro a un’estate piena di sorprese. Un bel post, niente da dire, autentico, soprattutto, è il ritratto di quello che accade arrivati a metà giugno in tutte le scuole, certo che me lo ricordo, in quel momento c’ero anche io. Mah. Bimbetta strana io. Ragazzetta peggio. Io tutta quella gioia non credo di averla mai provata davvero. Urlavo anche io al suono della campanella, ma solo perché lo facevano tutti gli altri. L’emozione di un’estate davanti a me? No. Proprio no. Qualche bella cosa accadeva certo, ma non era l’estate a buttarmici dentro. Capitava e basta. Oggi è una giornata no, forse è per questo che se penso a quei momenti mi sento un bel po’ di nero attorno, esagero certo, ma non posso che sovrapporre quel passato a questo presente. Ha ripreso a fare caldo, ne arriverà sempre di più, quello che non mi fa stare bene, la sclerosi multipla con l’umidità sale di quota. Io al suono della campanella avrei fatto meglio a non urlare perché che cavolo di emozione c’è ad avere l’estate davanti a sé?

Quel rumore infernale che fa

Nello spazio di dieci giorni due care amiche mi hanno detto che i loro psicologi, con i quali hanno cominciato le rispettive terapie di analisi, hanno fatto dei commenti positivi nei miei riguardi, cose sul tipo è in gamba, tenetevela stretta. Ora, non so cosa si sia detto di me o a che titolo io sia entrata nelle loro terapie, qualcosa mi è stato riportato ma mi permetto di dubitare sulla realtà di quanto detto, mica si usa raccontare in giro il percorso che nasce durante le sedute con questo genere di professionisti, o meglio io non lo farei. Già io. Che forse due parole con uno psicologo avrei pure bisogno di farle, tanto per capire se dentro di me ho individuato tutte le tracce per superare i limiti necessari per liberare mente e pensiero da quello che mi ha regalato con grande generosità la sclerosi multipla. Ecco appunto. Io ho scelto di cacciare tutto dentro un profondissimo buco nero coperto da vagonate di terra spessa e nera perché niente esca, e che nessuno si permetta di farlo. Fatico perfino a dire sclerosi multipla, mi urtano queste due parole che ai più sembrano nulla, ma per me sono un condizionamento crudele che ha tradito progetti e vita e che per di più, a leggere bene, ha elargito anche alibi in quantità per non prendere decisioni importanti. Ecco, io parto da qui, ho soffocato tutto, ho cancellato in profondità e non voglio nessuno che mi aiuti a far riemergere il male assoluto che conosco e fin troppo bene. Quindi mi inchino davanti ai commenti positivi di questi due professionisti, ma il dialogo si chiude qui, ringrazio e porto a casa. Che poi non è nemmeno vero che non ho mai partecipato a una seduta di analisi psicologica, tanti anni fa sì, all’inizio della mia storia con la sm, quando piangevo pubblicamente e in quantità, ma non per roba stupida come ora, ma per affari di autentico spessore come la neo diagnosi appena arrivata, la paura, il futuro che sentivo negato e le tutte incognite che si intravedevano. Di preferenza lo facevo davanti ai medici, allora mi seguiva una neurologa che adoravo, perché era dura, competente e spietata, lei non nascondeva niente, diceva cose sul tipo: ciccia, questa cosa ti è capitata, mi chiedi risposte? Non ne ho, io ti posso dare questa terapia, ma non sono attrezzata per i miracoli, vediamo di venirne fuori al massimo della scienza. Io la ascoltavo e condividevo, ma piangevo lo stesso, eccheccacchio aggiungerei, voglio vedere chiunque al mio posto, ma mi fidavo, di lei e della scienza. Fino a che un giorno, all’ennesimo pianto, mi ha detto che il centro metteva a disposizione una psicologa se lo volevo, no, ho risposto, sempre piangendo, mica mi serve e lei mi ha detto che si vedeva che ero forte – non ho mai capito se mi prendesse in giro, voglio credere di no – ma c’è, dái vai, prova, ha concluso. E sono andata. La tipa mi ha fatto fare un sacco di test di memoria e roba sul genere che mi hanno fatto crescere delle ansie clamorose, odio sbagliare, detesto che si creda che non raggiungo valori minimi di preparazione. Poi un bel giorno l’appuntamento con la tizia mi capita un’ora prima di quello per la risonanza magnetica, l’esame centrale per monitorare l’andamento della sclerosi multipla. Non è doloroso, ma è molto lungo, lo odio fin dalla prima volta che ho dovuto farlo, è un momento cruciale, stabilisce se la sm è ferma allo stesso punto della volta precedente o se è andata oltre, se ha fatto danni che non si sono ancora manifestati, se avanza di corsa o si è bloccata un minimo. Quando la fai sei infilato, pieno di ansia, dentro un tunnel di metallo, stretto e basso, senti nelle orecchie un rumore infernale e aspetti che a un certo punto, dopo tre quarti d’ora circa, ti entri dentro le vene il temibile e freddo liquido di contrasto quello che passa dall’ago che ti hanno infilato dentro il braccio: è il censore supremo dell’intera risonanza, se ci sono infiammazioni in corso lo dice lui. Quel giorno sono distratta con la psicologa, mi chiede cos’ho e le dico la ragione. Ah, è solo per questo, esclama sorridente, ma l’ho fatta anche io, dovevo provarla per essere certa di capirvi, e mette su una faccia ebete, mi sono addormentata, continua, cavolo, quanto è lunga, ma per fortuna non è dolorosa. Già, le ho detto, e mi sono alzata. Dopo pochi giorni ho portato l’esito della risonanza alla mia dottoressa, non ho pianto e le ho detto che pensavo fosse meglio non andare più dalla psicologa, ché mi sentivo meglio. Ora, è certo che ho beccato un’incapace, ma non è nemmeno a causa sua se poi ho deciso di evitare qualunque terapia di analisi. Ho preferito costruire uno buco profondo accanto a me dove ficcarci dentro tutto, da lì non si tira fuori niente come regola di vita, scoppierebbe una bomba troppo rumorosa. Da far rimpiangere il casino che ti fa nelle orecchie fa una risonanza magnetica.

Almeno oggi, per favore, no

Non so se scrivere quello che ho in mente. C’è qualcosa di più potente di me che mi governa, roba nota, decide tutto la sclerosi multipla, sempre, e io sto un passo indietro rispetto a lei, preferisco stare sulle mie, ogni volta, l’ottimismo non gioca a mio favore infatti, quando ne sfodero una goccia quella si volta, mi guarda, fa un ghigno di sfida, e dà la sua lezione. Allora la prendo larga. In piena quarantena la voglia di tornare al lavoro era tanta, ma non potevo fare finta di niente, tipo trascurare l’improvvisa corsa verso il basso del mio corpo che d’un botto non sembrava aver più tanta voglia di assecondare le mie abitudini. Quel minimo sindacale garantito per essere vagamente indipendente, secondo canoni tutti miei che gli altri giudicano limiti insopportabili e che per me sono tesoro prezioso da preservare, d’un lampo li ho visti annichilire sotto una coperta pesante da trasportare. Come quella volta in cui venni licenziata anni fa: i danni allora furono di corpo soprattutto, ma anche di testa, cuore e sentimento. Giriamo pagina ché non voglio dare a quel tempo nemmeno il vantaggio del ricordo. Questa quarantena invece, oltre alla paura seminata dal Coronavirus, è stata dura anche per altro: la voglia di rientrare al lavoro era tanta ma nello stesso tempo eccomi diversa, così all’improvviso i miei movimenti si sono fatti ancora più impacciati, una stanchezza inspiegabile mi piombava addosso senza ragione, difficoltà su difficoltà si impilavano una sopra l’altra, no, così non va mi ripetevo. Tornare al lavoro, già. Ma ne sarei stata in grado? Almeno come prima? Fino al giorno preciso in cui mi ritrovo seduta a quella scrivania, emozionata come la prima volta – perché c’ho i miei anni con le stesse insicurezze di una dodicenne, scema che sono – ma piena di paure in più, perché l’ultimo mese e mezzo non è passato senza lasciare tracce mi dico. Finché mi riconosco. Proprio com’ero fino a un’abbondante quarantena fa. Io ho bisogno di uno scopo, di un obiettivo da raggiungere, uno piccolo, qualcosa che mi faccia sentire risolta, quel tanto che basta per rendermi partecipe a un ruolo. Ormai l’ho scritto, ormai lo penso, ormai lo sa anche lei che potrebbe fare uno sgarbo dei suoi, per dimostrare l’universo intero di cui è capace da vera sovrana della mia vita, che ha tolto e pure tanto, e continua a togliere e pure troppo. Che non mi voglia felice ci mancherebbe se non lo so, spero che accetti di volermi almeno un po’ serena, oggi poi, che non ho nessuna voglia di stare qui ad aprire dibattiti, bilanci e discussioni di sorta.

6×8

Finita la mia quarantena, oggi, primo rientro dal lavoro, poche ore fa. Di nuovo alla stessa scrivania abbandonata di corsa alla metà di marzo, tra le ansie che crescevano e che mordevano il collo, mi sono sentita come una scolaretta di seconda elementare, tutto da riprendere in mano dall’anno prima per poi scoprire quanto velocemente le cose possano cambiare per non parlare di quei passaggi che si dimenticano, soprattutto se d’estate non s’è studiato. Di nuovo seduta lì, e non solo a causa di una mascherina fissa a coprire naso e bocca o per quei maledetti fili di capelli bianchi in testa sempre più numerosi perché per le parrucchiere c’è ancora molto da aspettare, mi sono sentita diversa e fragile perché niente mi è sembrato nemmeno simile a come l’avevo lasciato. Procedimenti nuovi da imparare, meccanismi mai visti prima con cui prendere velocemente confidenza, richieste senza risposta certa da dare mi hanno travolta, perché questo Coronavirus ha cambiato tutto il mio lavoro e stare a casa non ha giocato a mio favore. E poi stamattina ho sentito netta la sensazione del favore esplicito che mi viene rivolto, perché io ne ho bisogno, più di altri, ma questo mi urta pur riconoscendo la buonafede di chi mi aiuta. Ma non ci posso fare niente, ho alzato le mani davanti a tutti i danni fisici che la sclerosi multipla mi ha fatto, ma questo suo farmi sembrare inadeguata nelle relazioni con gli altri mi disturba nel profondo. E non è colpa di nessuno, se non suo, brutta stronza. Ora però mi sgancio da lei, faccio un bel respiro, mi concentro, al lavoro ho imparato la prima volta, mi ambienterò anche in questa seconda e ringrazierò per i favori che mi vengono rivolti con generosità. Sarà un po’ come ripassare le tabelline in fondo.

Non farlo mai più

Stanotte c’è stato un gravissimo incendio nella mia città. Un condominio con sei appartamenti è andato a fuoco, un morto, 30 evacuati, vigili del fuoco intervenuti da tutta la provincia, una notte d’inferno. Ci mancava pure questa in un periodo del genere. La notizia l’ho saputa stamattina dai social che, pur con tutti i loro limiti, hanno comunque il vantaggio di mantenerci informati, quel minimo che serve, in tempo reale su quanto accade nelle immediate vicinanze. E infatti malgrado le immagini non fossero chiarissime, grazie soprattutto ai commenti in calce alle foto, poco alla volta ho capito in quale zona si trovasse e quale fosse il condominio: una ex discoteca, che è stata una delle più famose della mia città, una delle tantissime chiuse in anni cui la famosa movida del divertimento si frantumava, regalando al mercato, che non li richiedeva, una serie di appartamenti venduti a peso d’oro. Ma questo è un altro, ben amaro, discorso. A mano a mano che in questa giornata passavano le ore anche le informazioni si sono inspessite di dettagli e particolari dolorosi molti dei quali fuori luogo e senza attinenza con la realtà, perché si sa è così che funziona quando il buonsenso manca. Poco alla volta è spuntato il primo video, poi il secondo e poi chissà quanti altri, con lampeggianti blu, sirene nella notte e fumo e fiamme violente, dentro a una casa in particolare dove poco di buono è infatti accaduto. Mi sono immaginata tutti gli smartphone puntati verso l’incendio a registrare chissà cosa, per ricordare chissà cosa, da mostrare a chissà chi. È un po’ la vecchia storia dell’incidente in autostrada che blocca anche l’altra corsia, tutti che rallentano per guardarlo, la curiosità del macabro è quella cosa che fa dire a me non è successo, meno male. Quando ancora mi muovevo camminando, male, sempre peggio, oltre a fare molta fatica, sempre di più, mi divertivo almeno a fissare negli occhi chi, tutti, incrociandomi per strada, mi guardava, la curiosità, mista a stupore, mi suggeriva la provocazione e allora piantavo il mio sguardo in quello dell’altro mettendo bene in evidenza un rancore bruciante, se indossavo gli occhiali da sole li alzavo addirittura, costringendo a spostare velocemente il volto da me con un imbarazzo che mi divertiva. E allora mi sono chiesta da dove arrivino certe curiosità, come quelle che portano a fare un video rivolto ad una casa in fiamme al cui interno sta morendo qualcuno. Desiderio di sapere? Completo disinteresse per il senso della vita? Significa che non avrei guardato l’incendio se fossi stata lì? No, lo avrei guardato. È quel robusto rapporto con la cronaca che abbiamo tutti, quello che ci spinge naturalmente a voler sapere, non si sarebbe mosso il mondo se così non fosse, la storia sarebbe rimasta lì, senza esiti di continuità. Esiste un limite però, che si chiama rispetto, da un lato ci deve essere la voglia di mantenersi informati dall’altra la decenza di porsi dei limiti. Nessuno smartphone si accende da solo, nessuno sguardo si regge privo di educazione e di ragione. Tantissimi anni fa, ero bambina, passeggiavo in riva al mare con la mia amatissima zia Bruna, incrociammo un bimbo con una grave disabilità motoria, lei con infinità dolcezza lo salutò, io lo fissai e una volta passate oltre mi girai per guardarlo ancora. Mi arrivò uno strattone fortissimo al braccio che quasi mi fece male, non farlo mai più disse mia zia, non ho mai dimenticato una delle lezioni più importanti della mia vita, ricevuta senza troppe parole ma con la fermezza di un insegnamento da ricordare per tutta la vita.

La paura e una carezza

Quando ho cominciato il nuovo lavoro, ormai più di un anno fa, mi ero ripromessa di non creare legami troppo stretti con i colleghi, cordialità certo che sì, gentilezze e cortesie, ma bandite amicizie, intimità, confidenze che andassero oltre il dovuto. Il passato ti insegni, mi ripetevo, quello che è successo ti ha ferita e tanto, ti sia di lezione, mantieni le distanze, rispetta gli spazi degli altri e soprattutto i tuoi. Arrivavo da un periodo pesante, quello del licenziamento, affrontato con tutta la forza a mia disposizione tentando comunque di lasciar passare ogni tormento senza rifletterci troppo sopra, il rischio era quello di colare a picco come un qualunque Titanic contro un iceberg. Ma le ammaccature quelle sì che le vedevo, lividi viola che non sfioravo per misera difesa dal dolore, ma, accidenti a loro, quanto erano evidenti. E non era solo il licenziamento ad accoltellarmi – anche se quei modi e quei tempi erano tutti da discutere -, erano i rapporti umani caduti in frantumi senza spiegazioni a graffiarmi di più. Di quei quindici anni di vita sono rimaste tracce importanti, questo sì, che anzi oggi appaiono rafforzate perché oltre ad aver condiviso la tragica discesa, la fatica di una lenta risalita e poi di un nuovo ritrovato equilibrio, ora vivono insieme un presente libero dai legacci del lavoro comune scoprendo che questo fa bene, almeno alla loro amicizia. Però mi manca anche il resto, perché di quegli anni rimpiango il tanto che avrei voluto conservare, tutti i rapporti umani con gli altri colleghi costruiti con impegno: gli scambi di segreti, le risate, il cameratismo e perfino le liti furenti con le successive riappacificazioni. Tutto passato. Chi lo sa perché poi. Ecco perché quando mi sono seduta alla nuova scrivania l’accordo con me stessa è stato di stare in disparte rispetto a tutti i meccanismi umani del nuovo ufficio, di lavorare senza stringere rapporti troppo stetti con i colleghi oltre a quelle chiacchiere che ti fanno essere nulla più che educata. Certo nei primi mesi è stato più facile poi a mano a mano che il tempo passava qualche risata in più è scivolata, due parole da scambiare sono nate, quel buon vivere, insomma, che alleggerisce anche il lavoro. Ieri sera ho ricevuto un wapp da uno dei tre o quattro colleghi con cui per ragioni di stretto servizio ho scambiato il numero. Mi chiedeva come stavo in queste settimane di forzata quarantena e che non vedeva l’ora di parlare ancora con me perché al lavoro si sente la mia mancanza. Mi ha resa felice. Poi mi sono fermata col telefono in mano e mi è venuto in mente che qualche giorno fa un’altra collega mi aveva scritto dicendomi su per giù le stesse cose. E che la scorsa settimana quando avevo scritto io a uno dei miei capi per chiedere qualche informazione il tono era stato grosso modo lo stesso. Sì è vero è bene proteggersi, le botte sul viso mica si cancellano, ma in fondo non è nemmeno male sentire qualche leggera carezza.