Ago e filo

E rieccomi in ritardo, la solita pigrizia? Direi di no questa volta. Una congiuntivite improvvisa e dolorosa scoppiata all’improvviso una decina di giorni fa invece. Una notte di lacrime che ho asciugato col lenzuolo è stata, fino a sentire verso mattina un dolore difficile pure da sopportare con l’occhio che faticava sempre di più ad aprirsi. Ecco di che risveglio parlo, fino a guardarmi allo specchio e vedere una cornea completamente rossa e quasi nascosta del tutto sotto una palpeba chiusa per metà: questo è di nuovo Covid mi sono detta fino a provare la febbre, rincuorandomi che non ci fosse. Ma niente da fare, ora dopo ora nessun miglioramento anzi un bel mal di testa in crescendo fino a decidere la corsa al Pronto Soccorso per valutare ogni contesto anche l’eventuale collegamento con la cara Sclerosi Multipla. E qui l’incontro con un medico che dà la sua con estrema finta grazia: congiuntivite dice, c’è da cucire l’occhio, io che lo guardo smarrita con la faccia di una che trema, cucire? Ago e filo capisco io del tutto rintronata e circondata da due infermiere altrettanto sgarbate che mi si fiondano addosso con gocce e una benda da pirata che mi legano da destra a sinistra, poi via a casa. Rincuorata credo ma pure stanchissima e un pelo arrabbiata, ma anche questa mi dico? Visto che poi tra gennaio e febbraio dovrò operare cornea e cataratta alla Banca dell’occhio di Venezia, questa congiuntivite è un premio extra della mia non salute. Mi pare troppo davvero troppo e sono arrabbiata, anche ora che la benda non serve più e sono già tornata al lavoro. E guai a chi mi dice che non sono brava. Gli cucio l’occhio. Senza usare la benda.

Una parola ben detta basta?

Dopo un discorso stupido che mi è stato rivolto da un collega ieri, forse a causa dal mio malumore o che ne so anche dalla profonda antipatia e assenza di stima che provo per il tizio che mi parlava, ho scelto di stenderlo con le parole. Che non mi mancano e che proprio per questo non uso spesso per ferire i miei interlocutori quando mi irritano perché lo so come arrivare a bersaglio con un solo clic dell’arma in mio possesso e se se la cosa non la giudico tanto importante lascio perdere. Almeno così penso. Ma ieri no. Ero al lavoro e c’erano le immagini del Giro d’Italia in tv, passava proprio da Jesolo e questo pover’uomo, finto buonista e poco incline a fare per bene il suo lavoro, almeno secondo me, mi si è avvicinato e con un sorrisetto privo di ironia, divertito invece sai tu da cosa, ha attirato la mia attenzione chiedendomi se sarei scesa in strada pure io per partecipare con la mia sar. Sei fuori luogo e incapace di fare battute intelligenti gli ho detto, spero tu lo sappia che hai lanciato sul piatto parole di potente gravità. Zittito, imbarazzato, mi ha tolto gli occhi di dosso, ha tentato vaghe giustificazioni, volevo fare un commento capace di mitigare la situazione ha detto con tono sommesso. Non ho bisogno di alleggerire niente, ho replicato, vivo il mio essere secondo i piani che mi sono data e non ho bisogno di farmene dare altri, voglio piuttosto darti un consiglio: stai attento con i discorsi che fai a vuoto, se trovi davanti a te un altro uno schiaffo sul muso non te lo togli di dosso. Nel frattempo spero che il mio, costruito di parole, sia stato compreso sufficientemente.

Mi telefoni o no

Un tempo lavoravo per un’agenzia di comunicazione di vecchio, vecchissimo stampo. Credo di averlo già scritto qui, e anche il mio compito: insieme alle colleghe reggevo le fila di quello che si chiamava free press, di altrettanto vecchio, vecchissimo stampo. Scrivevo insomma, l’ordine della stesura dei testi ce lo si divideva tra colleghe senza l’intervento del capo-redazione a cui forse non fregava nulla di chi di noi facesse cosa, per fiducia forse o magari perché gli bastava solo chiudere le pagine nei tempi previsti per mandare tutto in stampa in modo puntuale. Tranne una volta che apertamente affidò a me e solo a me lo spazio dedicato a una jesolana seduta su una sedia rotelle, a me che camminavo ancora seppur molto maldestramente sulle mie gambette. Ma il mio capo volle, forse anche per affetto, che fossi io a occuparmi della pagina nella quale questa giovane donna – che a causa di un incidente d’auto si era svegliata sul letto di un ospedale vedendo che accanto a lei sbucava una sar, il suo futuro – raccontasse le sue giornate da disabile. Parlammo io e lei e decidemmo come organizzare i contenuti di questa nuova rubrica, sconsigliai ogni riga patetica, volevo che lei proponesse idee e difficoltà che un disabile incontra nella vita quotidiana ma chiusa lì, senza scendere troppo in basso in cerca di compatimenti. Lei mi inviava idee via mail, io traducevo secondo le linee guida che ci eravamo date producendo testi pesanti quando serviva che però volavano su canali leggeri se il tono lo richiedeva. Poi il mio lavoro è cambiato, io ho voltato pagina ma la rubrica ha proseguito la sua vita: con il titolo che avevo dato io, la piccola prefazione che avevo scritto io e che comprendeva il senso del contenuto che avevo voluto io. Non ho mai letto i testi della nuova pagina, che ci fosse o meno non mi spostava nulla perché a irritarmi è stato altro. Mi è mancata una telefonata di chi firmava la rubrica, qualcosa di semplice, sul genere: “Sai Cinzia, mi hanno proposto di continuare, ho detto sì”. Avrei riposto che era giusto così, figuriamoci cosa me ne fregava a me, oltretutto non era lei che doveva ancora darmi i 30mila euto del TFR che avanzavo. Fino a ieri, quando la sua telefonata è arrivata per chiedere un’informazione che riguarda il mio lavoro di oggi e che a lei serve per risolvere un problema di famiglia. Tanto per dire che non basta una sedia e rotelle per meritare rispetto.

La dottoressa Paola Perini

Stamattina toccava alla visita di controllo, la solita roba in fondo, me lo ripeto da anni, con la noia che so mettere in campo, quella che si è fatta strada nel momento in cui la sclerosi multipla mi ha seduta su una sedia a rotelle. Ma stamattina no, non è proprio andata cosi, niente noia, sono uscita piangendo, lacrime liberatorie forse, ma anche pesanti, uno scontro con il dramma della realtà, ma anche con la voglia di fare una nuova alzata di scudi e con il desiderio di crederci fino in fondo. Si è aperta la porta dell’ambulatorio oggi e dietro la scrivania c’era la dottoressa che mi ha presa per mano all’inizio della mia storia con la sclerosi multipla, quella che all’alba di oltre vent’anni fa mi ha fatto da faro capace con il suo sguardo severo e rigoroso di accompagnarmi dentro quel mondo nuovo e spaventoso che mi travolgeva e che lei mi ha spiegato, libero da fronzoli e parole facili eppure capace di farmi dire ogni volta sì, ho capito, ti seguo, mi fido di te e della tua competenza che individuo e che già ammiro. La dottoressa Paola Perini. Lei che, per ragioni che ignoro, da circa dieci anni non incontravo sulla strada del centro clinico che mi segue e che quando ho visto avrei solo voluto abbracciare mentre lei mi ha accolta, riconoscendomi, con visibile sconforto chiedendomi il perché di quel tracollo fisico che mi aveva costretta in sar, che mi impediva di fare almeno qualche passo o una seppur minima alzata in piedi tutta da sola. Era dispiaciuta mi è sembrato, mi ha attribuito delle colpe certe ma ha anche dato un significato alla mia pigrizia, la stanchezza che porti sulle tue spalle è roba nota ha detto, ma ora voglio altro, voglio vedere tutte le ultime risonanze magnetiche che hai fatto, qui c’è qualcosa che non mi torna, c’è un evidente problema midollare, ti seguo di nuovo io ho percepito tra le righe, o magari l’ho solo sperato. Sono uscita e ho pianto, senza sapermi calmare, nascondendomi dagli altri, cercando di ragionare sulle sue parole, sulla sua strigliata che però sul finale mi è sembrata addolcirsi in uno sguardo di incoraggiamento. Perché lo so che ora tutto quel poco che resta spetta a me, qualche piccolo esercizio lo devo fare, movimenti in scala ridotta certo ma comunque importanti perché quel minimo di speranza che c’è, se c’è, è avvolto attorno alla mia volontà. E infatti questo mi fa una paura fottuta.

Testa bassa, pensiero nero

Giovedì avevo in programma la semestrale visita di controllo con i neurologi che mi seguono da quel bel po’ di oltre vent’anni di vita con la sm in groppa. Poi all’ultimo è arrivata una telefonata che ha rimandato la visita fra quindici giorni, pratica posticipata quindi e si prosegue sulla stessa strada. Il programma non annulla i ritmi, figuriamoci, c’è da vedere come sta dice, lei come sta, non io che se me lo chiedessero anche solo con un wapp chiuderei il discorso aggiungendo una risposta più che chiara. Ovvero, lei bella comoda coi suoi spazi sempre più allargati a guardarmi con sorrisi che visti da qui sono autentiche e solenni sghignazzate. Mentre io – e lo si vede dai ritmi sempre più deboli con cui aggiorno questo blog – mi sono chiusa in me, sto tanto sola, è stata la paura provocata dal Covid? Dalle sue tracce? Da quella voglia di protezione che non è ancora fuggita via? Forse. O sono io che poco alla volta mi trovo disastrosamente rovesciata dalla sclerosi multipla, dalle sue conseguenze, dal male che fa, che mi ha fatto. E poi ora scopro di guardare alla vita degli altri con invidia. Ai quattro passi che fanno, ai movimenti che riescono, sempre e comunque, su è giù. Senza limiti? Sì, senza limiti. E io no. Per questo forse ho scelto di chiudere ogni frontiera. E non chiamo più. E non scrivo più. E non cerco più. Non mi piace così. Ma sono stanca, tanto stanca, in cerca di un volo diverso o non so nemmeno io cosa. Intanto tra due settimane tocca alla visita di controllo, che tanto che vuoi che mi possano dire i medici se non ci vediamo tra sei mesi. E io, testa bassa, pensiero nero a dire “va bene”.

Mercoledì

Abbonata a Netflix da anni non amo le serie tv. E quindi mentre pago non lo uso. Furba? Come no. Ma non ci posso fare niente se il tempo libero che ho in gran parte lo spreco oppure se gira bene lo uso per leggere o per fare due esercizietti di simil-fisioterapia imparati chissà quando e chissà dove. La sera invece mi addormento presto e quindi cosa fatta capo ha. Qualche cosa su Netflix l’ho vista questo sì: Una Mamma per amica per esempio, una bella quintalata di volte, stagione dopo stagione, puntata dopo puntata, a ripetizione, come una droga che mi ha inchiodata davanti al video tipo una necessità a cui non so nemmeno dare un nome ma così è stato. Ma anche le cinque serie di The Crown, attese con un’ansia che mi ha vista puntuale davanti al video il giorno della loro uscita e ci mancherebbe pure che io mi perdessi la storia della mia Regina preferita. Poi poco, pochissimo altro, qualche film già dimenticato, alzata di bandiera bianca davanti a tutto. Eccola qui la solita snob si dirà, quella che non vuole rendersi uguale agli altri, che solleva il naso con sguardo di sufficienza sentendosi la migliore, lei non guarda quello che vedono tutti. Assicuro che non è così, io sono solo una donna travolta dalla noia, l’ho scritto e riscritto, una che non ha il desiderio di uscire dal guscio che la stringe forte, una che se deve provare piacere prende un libro in mano per starsene sola e non perché si sente superiore agli altri ma solo perché questo le risulta più facile. Ma oggi pomeriggio comincerò a guardare Mercoledì, è la serie del momento e ci voglio provare anche io a esserci dentro al momento, a fare quello che fanno tutti, a sentirmi uguale perché mi sa che ancora una volta chi tira le redini della mia pigrizia è proprio la sclerosi multipla, inutile fingere che non sia così. Quindi andrà cosi: oggi affido a Mercoledì il compito di farmi sentire come tutti gli altri. Le puntate potrebbero piacermi come no, ma almeno le avrò viste come tantissimi altri.

Vescovo Ausiliare della Diocesi di Kiev-Zhytomyr Oleksandr Yazlovetskiy

Argomento mai toccato qui? Può essere. Per timore del giudizio altrui? Già. Scelta pensata? Certo. Ma ora è arrivato il tempo per sollevare il velo. Accade sempre così: dentro la mia pentola bolle e ribolle un pensiero che fatica a venire fuori, proprio quello che invece dovrebbe essere facile da fare soprattutto in uno spazio tanto personale come questo nato per raccontare chi sono. Invece quello che vivo dentro resta sempre lì a raschiare il fondo, basti pensare a quanto ci ho messo a dire che ho la sclerosi multipla. Via, ora si riparte con un nuovo capitolo: tanti anni fa il mio parroco, Don Lucio, sulla base credo di qualche voce che gli arrivò all’orecchio venne a casa mia per conoscermi, poi ritornò dopo pochi mesi e scelse guarda caso proprio l’1 gennaio, il mio compleanno, portandomi addirittura un regalo che è ancora in bella vista sugli scaffali della mia libreria, un angioletto Thun. E lì, nel salotto di casa mia lanciò un amo a cui abboccai senza fatica: scrivere pezzi a tema libero rivolti ai giovani adolescenti della parrocchia da pubblicare sul settimanale della Comunità. Poi arrivò il Covid, c’era da sostenerli con le parole per stimolarli e vincere la solitudine, spingerli a trovare spunti di crescita malgrado l’isolamento che stavano subendo. Facile neanche un po’ ma ci ho provato anche se resto comunque certa che siano stati molto pochi quelli che mi hanno letta. Pulitzer negato insomma. Poi si arriva all’altro giorno quando mi telefona in velocità Don Lucio che mi dice: “Domani pomeriggio a Jesolo ci sarà il Vescovo Ausiliare della Diocesi di Kiev-Zhytomyr monsignor Oleksandr Yazlovetskiy, vieni a intervistarlo?”. In una settimana di turni pazzeschi in cui sono stata sempre al lavoro dire no sembrava normale, ma le domande di Don Lucio sono sempre poste con il modo fermo ma conciliante dell’insegnante di greco, quello bravo, quello a cui non puoi dire no perché sai che dire sì è per il tuo bene. E allora ho passato un pomeriggio a studiare perché il nome di Vescovo Ausiliare Monsignor Oleksandr Yazlovetskiy per me era solo un grosso punto di domanda, la mattina dopo ho lavorato, il pomeriggio l’ho intervistato, la sera ho buttato giù un testo di massima, la mattina ancora al lavoro e poi senza nessuna pausa mi sono messa di nuovo a sistemare domande e risposte, il giorno dopo stessi ritmi e poi l’invio del tutto a Don Lucio. Mentre gli occhi si incrociavano per una stanchezza sfiancante, malgrado il risultato finale dell’intervista non mi piacesse ero soddisfatta di me per aver sfidato la sclerosi multipla, i limiti e le paure che pone portando a casa un piccolo risultato di forza nei suoi confronti. Per il Pulitzer anche stavolta meglio non illudersi comunque.

Un altro via

Questa mattina viene presentata la nuova direttrice dell’ufficio dove lavoro, ma oggi è il mio giorno libero e ho scelto di non andare, domani mattina busserò alla sua porta e mi farò vedere. Siamo in tanti dove lavoro io, la mia assenza, ho pensato, non si farà notare più di molto, o forse sì, ma che ne so, ho scelto dai fare così, magari sbagliando, ma tornare per mandare in fumo una giornata di riposo, io, che nel mio piano settimanale dei turni vedo anche sabati e domeniche lavorativi come piovesse, ho deciso così. Con la precedente direttrice andavo d’accordo, mi ha favorito molto soprattutto ai tempi del primo lockdown quando mi ha spedito a casa fin dal primo giorno tutelando la mia salute a discapito del lavoro. Poi lei ha scelto di andarsene per ragioni che non conosco, le immagino perché ho le orecchie che ascoltano e una certa capacità di fare “due-più-due” nei ragionamenti di massima. Dopo pochi giorni dall’annuncio ufficiale delle sue dimissioni dai piani altissimi dell’azienda è arrivata anche la comunicazione che porta alla presentazione ufficiale di oggi. Cosa accadrà da adesso in poi non lo so, io continuerò col mio metodo cercando di essere sempre partecipe ai compiti professionali che mi spettano compresi quelli che non mi esaltano in modo assoluto. Ma sono tutti così i lavori facile intenderlo, molto dipende anche dall’età con cui ci siede dietro una scrivania – e il mio stato anagrafico non è proprio verde, diciamolo – ma anche probabilmente dal fatto che il meglio di quello che vorrei fare si è autoescluso causa sm o sa il cielo per cos’altro. Ma da domani si volta una nuova pagina, ovviamente mi rimboccherò le maniche e via per una nuova partenza.

Con un libro in mano

Ora che comincia la tua stagione preferita, Cinzia, rientra nei ranghi, ricomincia coi libri seguendo ritmi di nuovo accettabili. Proprio così, riprendi a leggere percorrendo binari vagamente accettabili perché fatto un rapido bilancio fino a ora proprio sei del tutto fuori quota. E non è questione di numeri, di testi letti, di parole assorbite, di piacere accolto oppure di antipatie letterarie sviluppate, no, è proprio altro: avere voglia di passare una fine di giornata con libro in mano cosa che hai fatto sempre meno negli ultimi tempi. Perché quest’anno è andata male, una corsa verso il basso in cui il mese on compagnia del Covid ha certamente giocato la sua mossa ma di certo non è che prima avessi fatto di meglio. Leggere è un nutrimento che ti serve, lo sai, di parole, di idee, di concetti, di prese d’atto, di conoscenza e chissà ancora di cos’altro di più. Faccio questa vita da tanto ed è roba che mi è fin troppo nota, ma io non devo mai spezzare il ritmo della continuità con la lettura, la mia inettitudine si sa è famosa, con pigrizia e via dicendo che finiscono per travolgermi come se io le nutrissi del cibo migliore. E non è escluso che lo faccia. Ma ora basta, ho pure comprato un letto speciale di quelli che con un tasto alzano e abbassano il cuscino e con un altro le gambe per un rilassamento totale a cui serve solo un libro in mano per portare a casa ogni sera un risultato pieno. Anche di difesa dalla sclerosi multipla mi trovo a sperare.

Quella stampa che ti cambia la vita

È morto Eugenio Scalfari e mi sono venute in mente un sacco di cose che riguardano la mia giovinezza. I giornali che ha diretto sono stati i primi che ho letto con continuità: L’Espresso prima, La Repubblica dopo. Dava grande immagine intellettuale averli tra le mani, donna di liceo classico prima e di Lettere e Filosofia all’Università dopo, era fondamentale essere informata, sempre e se possibile più degli altri, meglio degli altri. L’Espresso lo trovavo in casa, lo portava Luca, mio fratello, più grande di me e già rivolto verso il domani mentre, io, in quelli che mi sembravano momenti vuoti lo prendevo in mano credo svogliatamente per poi sfogliarlo lentamente e alla fine, piano, piano, per cominciare a leggerlo. E scoprire un mondo nuovo. Per la prima volta la politica, lo studio della società, nuovi argomenti per me ancora inediti e quindi suggestivi. Aprendo L’Espresso correvo subito verso il fondo di Scalfari, la sua interpretazione della politica, l’analisi dell’oggi che stavamo vivendo e la sua acuta definizione del preciso momento dove noi tutti eravamo immersi. E poi via, verso il Bestiario di Gianpaolo Pansa, penna tra le più argute mai lette e ancora pagina dopo pagina fino all’ultima con l’inarrivabile La Bustina di Minerva di Umberto Eco, solo per citare alcune tra le firme che ricordo meglio, o solo quelle amate di più, o magari quelle che mi hanno formata meglio. Poco dopo arrivarono gli anni del quotidiano La Repubblica, la grande scommessa di Scalfari, formato tabloid, da esibire tutti i giorni tra le letture immancabili. A casa mia i quotidiani non mancavano, tutti i giorni si comprava quello locale, ma a me sembrava un titolo di serie B, arrivata all’università esibivo altre letture, La Repubblica appunto. E mentre scrivo mi viene in mente un incontro casuale fatto tra le calli universitarie di Venezia con il ragazzo che mi faceva battere il cuore e che mi aveva mollata in malo modo dopo solo una settimana di “amore”, voleva tornare con la sua ex, mi disse, con te non trovo argomenti. Durante il nostro veloce incontro veneziano ci scambiammo due parole, io in mano avevo La Repubblica, guarda un po’ avrei voluto dirgli, la compro ogni giorno, sono la stessa tizia che hai mollato perché senza argomenti. Ho taciuto invece, Scalfari, che ringrazio, mi aveva già insegnato a ignorare le opinioni che valgono meno di nulla.