La Jesolo bene

Avete presente quando si va scuola da bambini? Si è molto piccoli, in quella prima direzione della vita che porta alle cose da imparare, una quotidiana perla da scoprire e come tale bella, lucida. Quando è toccato a me si chiamava scuola elementare, ora non so, mi sono persa, ma il senso resta quello. La maestra – brava come la mia molto poche -, l’alfabeto, scrivere, leggere, far di conto, quelle stronze di tabelline da imparare a memoria e poi via che si va, con gioia. Perché tutto è nuovo e pure bello quando si è seduti col grembiulino nuovo davanti a certi banchi che disegnano un primo segno di autonomia. Non senza tutti gli amichetti da conoscere per bene, piccole donne e piccoli uomini che portano con loro anche le prime cotte. La mia era per Bruno, il più carino della classe, il più sveglio anche se non credo mi abbia mai calcolata come avrei voluto io. Fino a crescere, ma in linea di massima senza perdere il contatto con la maggior parte di quei compagni. Come con Bruno che tra lavoro e relazioni, un po’ sue un po’ mie, ci ha fatto mantenere il legame. Si arriva poi agli ultimi anni, allo scoppio potente della mia sclerosi multipla, alle chiacchiere in giro che mi fioriscono addosso, i comprensivi timori di molti di riprendere i contatti con me per l’imbarazzo di violare la mia intimità, credo. Tranne Bruno. Lui, che nella vita ha scelto un lavoro che insegue la bella vita, gestore tra i locali più alla moda della Jesolo bene, ha rotto gli indugi per primo: incontrato per caso in banca anni fa, mentre io, già in sedia a rotelle cercavo di nascondermi per sfuggire a ogni spiegazione, l’ho visto venirmi incontro per abbracciarmi e sentirlo dire “non vedevo l’ora di vederti per dirti che ti penso”. Ecco a voi Bruno, che saputo della morte di papà mi ha subito chiamata per un saluto, che è venuto al suo funerale e che quando io gli ho telefonato per informarlo che la nostra maestra era morta mi ha ringraziata per averlo fatto dicendomi anche che presto sarebbe venuto a bere un caffè da me se glielo offrivo. Insomma, tra una stronza di tabellina e l’altra, io alle elementari, grazie a te Bruno, ho capito molto di come può essere bella la Jesolo bene.

Care ragazze, cari ragazzi – XXI

Sto scrivendo con largo anticipo rispetto a quando voi, ragazzi, leggerete queste righe. Per me è martedì 5 novembre, pomeriggio, e sto piangendo da questa mattina, da quando in macchina con mio fratello in direzione Padova per fare una visita medica è arrivata una telefonata: un amico ci ha chiesto se sapevamo qualche cosa a proposito di una notizia che girava per Jesolo. Le voci dicevano che a causa di un incidente stradale Veronica Colla era morta. Ci siamo zittiti, io mi sono tolta gli occhiali poggiandoli sulle gambe perché lacrime silenziose che mi spuntavano dagli occhi li stavano sporcando. Dopo qualche rapida ricerca di informazioni questa notizia ha trovato conferma. Mentre mi leggete voi è molto probabile che nella chiesa SS. Liberale e Mauro di piazza Milano il suo funerale sia già stato celebrato e certamente rispetto a oggi c’è qualche informazione in più rispetto a come sono andate le cose. Poco importano i tempi rispetto al dolore molto forte che questa scomparsa ha provocato. Io, Veronica la conoscevo fin da quando era una bimba perché la sua famiglia è legata alla mia da un rapporto molto stretto che parte dai suoi nonni, passando dai genitori, zii, cugini. Siamo cresciuti insieme condividendo valori, ricordi, giochi, risate, battaglie di vita ed è per questo che oggi non riesco ad andare oltre coi pensieri, non mi serve sapere i tanti perché e i molti come di questo drammatico incidente, mi basta solo pensare al dolore che sta squarciando il cuore di chi le voleva bene. Ai tanti che le volevano bene. Tra voi che mi state leggendo ce ne saranno numerosi perché Veronica aveva uno spirito trascinante, con lei anche le sorelle Giorgia e Gloria che non sono certo da meno e papà Roberto – con cui sono cresciuta giocando mentre lui cercava di insegnarmi a nuotare nella piscina vicina alle attività dei nostri genitori provando a vincere il mio spirito imbranato – e poi mamma Sandra, simpatica, gioviale, allegra. Tutto quello che era dipinto sul volto di Veronica e questo mi serve per chiedere anche a voi ragazzi di prendere esempio dal suo carattere, dalla sua voglia di sorridere e che da oggi non c’è più lasciando invece spazio a un dolore da condividere stringendoci con forza attorno alla sua famiglia.

I tanti meriti che ho

Domani ho la visita neurologica di controllo per la verifica dei movimenti bastardi della sclerosi multipla. Questa in programma è l’ultima del 2024 e l’affronterò con il solito spirito tra fastidio, noia e sincera paura. In ventiquattro anni di onorata carriera di sm, calcolando che quelle in regime regolare sono almeno due all’anno, in bilancio ne ho quindi messe almeno quarantotto. Più tutti gli extra. Indicativamente si sale a sessanta? Direi di sì. Metti questo, aggiungi quello, fai i conti con l’altro, penso di non sbagliare di troppo. Per non parlare della tragica peripezia che si chiama risonanza magnetica, quell’avventura dentro un maledetto tubo che vibra, sbatte e fa rumore che questa volta non ho dovuto affrontare, un po’ come dire, ma che te la faccio fare a fare, mica si vedrà niente di diverso rispetto al disastro che c’è. Quindi dovrei essere calma oggi, mica sono io a ordinare il regime e i progressi della mia stronza di nemica multipla è lei che si muove in modo autonomo: già, ma sei io facessi qualche po’ di fisioterapia, se ci aggiungessi un briciolo di impegno verso la tutela di ciò che resta del mio corpo, se mi amassi di più magari chissà, forse e chi può dirlo lei si muoverebbe in avanti con un po’ di maggiore lentezza. Me lo ripetono tutti e magari hanno ragione, anzi sì che ce l’hanno, ma io invece resto qui a coccolare il mio vuoto, le mie sbandate senza significato, il mio nulla che si riempie di niente. Come se fossi nel giusto addirittura.

Grazie, maestra

È morta la mia maestra delle scuole elementari e in questo anno carico di dolore immenso si è aggiunto un nuovo addio importante. Lei mi ha insegnato a leggere e a scrivere mettendo insieme il valore della bella pagina e del bel significato, mica solo il dato di tecnico di come si fa e di come si deve. Lo ricordo quel primo giorno di scuola accompagnata da mio papà, guarda un po’ te, e il suo entusiasmo perché solo lì aveva saputo che la mia maestra sarebbe stata proprio lei, tra le più brave, le più apprezzate, le più ambite. E poi l’ingresso in aula, forse l’appello, non ricordo bene, di certo l’inizio di qualche piccolo disegno alla lavagna, le famose cornicette, e poi magari già quel giorno la presentazione della prima lettera dell’alfabeto, perché ricordo i componenti di una classe intera che alzavano la mano per dire la prima parola che veniva loro in mente e che cominciava con la lettera A. E via con albero, anatra, albicocca, asino, arancio e chissà che altro mentre la maestra annuiva. Io zitta non parlavo, paura di sbagliare? Poche idee, ben confuse? Timidezza? Forse, finché mi esce la voce e mi fa dire “aradio”, stramaledetto veneto dei miei stivali. La maestra non mi corregge, chissà che pensa di me ma forse c’è bisogno di tempo per inquadrare tutto, è probabile che ci sia bisogno anche di passare da quello sciatto errore per sistemare la strada e lei lo sa. Poco alla volta si impara a leggere, a scrivere, a far di conto, le tabelline – con davvero minima abilità da parte mia – fino al giorno in cui in classe lei ci legge un brano de I Promessi Sposi, addirittura. Per dire quanto era brava: “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci…”, la morte di Cecilia, la mamma che depone la piccola figlia annientata dalla peste, e che lei ha vestito di bianco, sopra il carro dei monatti. Un brano potente che mi fece piegare la testa per nascondermi mentre mi scendeva una lacrima. Ma la maestra Mariucci se ne accorge lo stesso e mi carezza la testa. Ecco quanto le devo, le mie passioni, ciò che sono, il piacere per leggere, scrivere è merito suo, a lei, che quel primo giorno di scuola nemmeno intese umiliarmi correggendo il mio “aradio”. Grazie di tutto maestra.

Care ragazze, cari ragazzi – XX

L’ultima domenica di ottobre si è conclusa a Roma la Festa del Cinema 2024, prestigiosa vetrina cinematografica durante la quale sono stati presentati i migliori titoli che passeranno nelle sale in questa prima parte dell’inverno. E qui mi siete venuti in mente voi. La generazione Covid. Proprio nel momento in cui avevate l’età per cominciare ad andare al cinema tra di voi e con gli amici, senza essere accompagnati in modo troppo stretto dai vostri genitori, è caduta la mannaia della pandemia. Così scegliere con gli amici i titoli preferiti, riempirvi di caramelle e pop corn e vedere con loro quello che vi piaceva di più, vivendo la prima sensazione di piena libertà e giovinezza, ha subito uno stop fin troppo noto. Ma adesso la svolta c’è, il punto di ripresa verso una ritrovata libertà si sente. Solo che ora in corso c’è altro, lo sapete voi e lo sappiano fin troppo bene anche noi adulti. Siete cambiati, vi vediamo più chiusi. Al cinema, per esempio, non ci siete mai più andati anche perché nelle vostre case avete tutto: mezzi, programmi, strumenti web, piattaforme streaming, conoscenze personali che vi permettono di vedere quello che volete spesso senza spostarvi da camera vostra. Spiace molto perché la differenza tra un film visto a casa e uno vissuto al cinema con gli amici ha dimensioni nemmeno descrivibili. Lo schermo sul quale viene proiettata una pellicola copre una dimensione panoramica che assicura una visione assoluta sopra cui lo sguardo si muove senza incontrare barriere. L’audio è regolato attraverso un proiettore digitale che lo fa percepire con una definizione dalla resa assoluta. Ma oltre a questi valori tecnici vedere un film al cinema si riempie di significati che quando si è soli non sono nemmeno immaginabili: risate collettive, emozioni amplificate dalla convivenza con il resto del pubblico, il piacere di guardarsi attorno per interpretare gli sguardi dei compagni di poltrona. Un piacere che non ha prezzo. Mi direte che a Jesolo un cinema non c’è, purtroppo avete ragione, ma so per certo che i vostri genitori sono pronti a mettersi d’accordo tra loro, organizzarsi e accompagnarvi insieme ai vostri amici verso le sale che sceglierete. E ricordatelo ragazzi, il cinema è divertimento, svago, amicizia e poi cultura, un dettaglio, quest’ultimo, da non trascurare.

E-book

Ho ripreso a leggere seguendo ritmi ancora cauti ma pur presenti. Traduci, Cinzia: leggo di nuovo anche se con lievissima frequenza rispetto a quanto mi apparteneva. Insomma, qualcosa in più rispetto a un’estate vuota che anche sforzandomi non si riempiva di pagine e parole. D’un colpo mi sono detta, devi riandare, non puoi perderti nel niente e quindi dài, pronti, via. Ma per seguire questa spinta ho avuto bisogno di un titolo già in mano e allora mi sono girata verso un cassetto da dove è uscito il mio E-book, poco amato ma utile. Ho scelto Elsa Morante con L’isola di Arturo, autrice che ho molto amato in gioventù, con altri titoli, forse migliori o che forse ho letto con altri stati d’animo, di certo a un’altra età o chi può dirlo. Sta di fatto che questo l’ho letto e terminato, senza attrazione va detto, assicuro però che un minimo si interesse per il momento lettura c’è stato, anche se diverso, nell’orario, nel luogo di esecuzione perché tutto dopo papà nella mia vita è altro. Resta uguale il mio rapporto distratto con l’E-book devo ammettere, anche se riconosco che comunque rimane un grande strumento per garantire la complicità con la lettura. Niente da dire su questo, se cerchi, se hai bisogno, lui c’è, con tanti titoli a disposizione, presenti sulle sue pagine e aggiunti con caratteri video spesso migliori rispetto a quelli del libro cartaceo. Poi c’è l’elemento economico che assume un valore importante: l’acquisto di un’edizione online di un titolo di una decina di anni fa rispetto a quella cartacea è pari anche a un costo dimezzato a fronte di quella che si trova in libreria oggi. Amo i libri, non li compro sulla base del loro costo più o meno alto, nulla mi sposta dalla scelta, ma resta il fatto che le nuove uscite da qualche anno hanno subito un aumento esagerato, questo va sottolineato. Detto questo, continuando con i vantaggi dell’E-book c’è la possibilità della scelta del font di lettura così come la sua dimensione, la luminosità del fondo della pagina in un insieme che si sposa con le proprie necessità di lettura. Valore non secondario dell’E-book è la presenza del dizionario: se leggendo ci si imbatte in un termine non conosciuto basta segnalarlo, mettere in uso il programma e questo ne fornirà immediatamente il significato. Un modo inedito di lettura. Necessario? Utile, di certo. Sposta i mezzi di conoscenza. Li amplia? Possibile. Di certo la lettura è anche questo: contribuisce al miglioramento del proprio bagaglio lessicale e dei modi per definire le costruzioni linguistiche. Valore aumentato per questi termini dall’E-book? Per certi versi anche sì. Ma un libro cartaceo resta altro per me. E il mio preferito. E anche con una certa fermezza.

Amicizia e biscotti

Ieri pomeriggio è passata a trovarmi la mia amica Romina. È entrata in casa, per non sporcare si è tolta le scarpe sistemandole nell’angolo dell’ingresso, mi ha ricoperta di baci e carezze mettendo sul tavolo un pacchetto di biscotti molto più che deliziosi e così ha preso corpo il nostro tanto atteso momento di chiacchiere, racconti e voglia di stare insieme. Romina è una ex collega di lavoro: abbiamo vissuto insieme tanto, condividendo molti spazi, risate e pure discussioni – mica siamo due sante -, ma soprattutto desiderio, potente, di esserci l’una per l’altra. Non lavoriamo più insieme da un buon numero di anni eppure adesso siamo ancora qui. E chi avrebbe potuto dirlo per come era cominciata. Ci stavamo cortesemente sulle palle. Io me ne assumo gran parte della responsabilità se è per questo. Diciamo allora che non è facile spartire gli stessi spazi di lavoro così, all’improvviso, soprattutto senza la mediazione intelligente di un capo che ha voglia di far funzionare con sapienza un ufficio. Visto come sono abile a girare la torta, Romina? Ma le svolte, se sono destinate a esserci, arrivano per fortuna. Una cena aziendale, per esempio, quelle risate furbe e comuni che nascono anche senza volerlo, fino a che, passo dopo passo, scatta tra noi quella sghignazzata in più che porta al giorno dopo, a un altro ancora mentre il clima si distende attorno a una chiacchiera che porta all’altra. Fino a che io sento il bisogno che certe parole tra noi due diventino una verità che mi pesa dentro. Ricordo ancora la mattina in cui davanti alle nostre scrivanie le dissi che le dovevo parlare, una cosa importante, continuai. Ci scostammo dai computer, presi tempo, ma prima di dire le mie parole le imposi che nulla avrebbe dovuto cambiare i suoi modi nei miei confronti, lavoriamo insieme, continuai, nel caso di discussioni devi sentirti libera di mandarmi a quel paese, proseguii, non voglio pietà per nulla. Mentre parlavo lo sguardo di Romina si metteva sulla scia di un punto di domanda sempre più grande. “Ho la sclerosi multipla”. Lo dissi con tono fermo ma carico di paura, mista di rabbia. Ci abbracciammo piangendo entrambe. No che non nacque lì la nostra amicizia, quello fu solo uno scambio importante per me e che sugellava un sentimento che già esisteva. E che è ancora qui.

Li vogliamo felici, vero Jenny?

Prendi due famiglie, un pianerottolo condiviso, una vita fatta di tante storie passate insieme, figli, risate ma anche lacrime soffocate perché troppo pesanti da gestire, piccoli viaggi comuni, pizze in compagnia, aiuti reciproci che non sono mai mancati, poi traslochi, altre case, un po’ di lontananza fino ad arrivare a oggi che si ritrova attorno a un punto di arrivo simile e pieno di un dolore che riporta tutti di nuovo sopra lo stesso pianerottolo. Questo è accaduto seguendo le rette di due morti rapide, inattese, fin troppo uguali; due mariti, due papà andati via a poco più di un mese di distanza. Ecco cosa è successo: alla mia famiglia, alla famiglia della signora Ida, di Simonetta e di Jenny con una sofferenza che porta a guardarci in faccia per tentare di capire come dare uno straccio di significato a tutto, per ritrovarci, prenderci per mano e chiedere come sia stato possibile il tanto che ci è crollato addosso. Adesso si tratta di riuscire a intendere fino in fondo se possa convivere il carico della lacrima con il sapore della risata quando pensiamo possa farci sentire meno soli. Noi due, le famiglie di quello stesso pianerottolo, nel momento in cui i nostri mariti e i nostri papà ci hanno salutati abbiamo cercato un modo tutto nostro per camminarci accanto e andare oltre. Riaprendo le porte delle nostre case siamo andati alla ricerca di una soluzione in cui lacrime e ricordi ci spingessero avanti non senza mettere da parte risate e momenti da assaporare insieme, quelli che abbracciano e rendono più leggeri rispetto a un dolore che non smette di colpire forte e senza pausa. E così capita sempre che assieme, tra attimi che ricordano quel pianerottolo di decenni fa, dopo una battuta di spirito seguita o preceduta da una lacrima noi ci si chieda se i nostri papà – che solo dio sa quanto mancano – siano insieme adesso, se ci stanno guardando, se siano soddisfatti di saperci qui a parlare di loro e se questi nostri ricordi siano anche i loro e quindi, come noi, stiano ridendo tra loro perché noi è così che li vogliamo, solo felici.

Care ragazze, cari ragazzi – XIX

Lo sapete ragazzi che un po’ mi sono stufata; ma non di voi, piuttosto di come parlano di voi, questo sì. Sui giornali, nei tg e in quelle trasmissioni tv che propongono di voi solo e unicamente racconti sintonizzati su temi pesanti e che tratteggiano i vostri comportamenti come se foste giovani e delinquenti. Ma possibile sia proprio così mi chiedo ogni volta? E infatti mi innervosisce molto questo disegno che vi viene dipinto addosso perché non si parla di dettagli secondari o di piccoli peccatucci trascurabili, anzi. In grande misura voi venite descritti solo come protagonisti di fatti pesanti quando non criminali. Sempre le stesse storie per giunta. Faccio tanta fatica a crederci: possibile che tutti voi siate interpreti di questa descrizione? Io per certo so solo che il vostro oggi è immerso dentro l’adolescenza, quel taglio di età meraviglioso, quello che ricorderete con infinita nostalgia per tutta la vita, ma una cosa altrettanto vera è che allo stesso modo questa età si porta appresso spigoli di difficoltà, malinconia e pure amarezza che non si può certo negare. Ma mi chiedo: vuoi che tutti voi abbiate deciso di venire a capo dei vostri bellissimi anni nel modo che raccontano in tv? Con coltelli in mano, violenza, atti di cattiveria e via su questi toni? Per qualcuno è innegabile purtroppo. Ma tutti? Mah… non ci voglio credere. Se vi vedo in giro noto altro, riconosco un mondo e che mi parla di una strana solitudine piuttosto, questo sì: grandi cuffie poggiate sulle orecchie, sguardo basso sopra il telefono maneggiato con sapienza, braccia – e oltre – ricoperte di tatuaggi per voi ragazzi, unghie lunghe e molto colorate per voi ragazze. Caratteri distintivi che creano il piacere del gruppo, almeno guardandovi da fuori, ma nell’insieme vedo molto silenzio tra di voi. Mi sbaglio? Spero di sì, di osservarvi male, di non avere l’occhio giusto perché se ricordo con infinita felicità gli anni della mia di adolescenza è per il valore di quelle chiacchiere infinite con quegli amici che sono ancora oggi accanto a me. Vogliate credermi ragazzi, il periodo che state vivendo è una pagina di vita che merita di avere il meglio di voi e mai da soli, questo è il sottotitolo che non dovete dimenticare. Incontratevi, parlate insieme, divertitevi, litigate e fate pace. Insieme e fatelo.

Care ragazze, Cari ragazzi – XVIII

Eccomi qui a proporre proprio a voi che avete meno della metà dei miei anni un tentativo per buttare in queste righe un consiglio su come muoversi tra i social alla ricerca di un suggerimento che migliori la vostra preparazione scolastica. Roba da pazzi starete ripetendo tra le risate, senti cosa ci dice questa, proprio lei, dall’alto della sua età, pretende di spiegare a noi come si procede sulla rete. Fatemi parlare, ragazzi, per favore, vediamo se posso aggiungere qualcosa di interessante alle vostre certezze perché so fin troppo bene che su questo argomento sono molto debole rispetto a voi. I social fanno parte del vostro di mondo, ci sguazzate dentro svelando tante certezze, ovvio che lo so, mi auguro in modo sensato però, ma del resto ne sono anche sicura, mi fido molto del giudizio che avete e so pure che strapparvi con critica da questo ambito sia inutile e pure azzardato. Ma un ennesimo consiglio me lo concedete? Perché l’altro giorno leggendo un giornale mi è comparso davanti un nome che mi ha molto incuriosita e mi è venuta voglia di parlarvene. Edoardo Prati. Ovvero un ventenne con mezzo milione di follower su Intagram, 4 milioni su TikTok pronti a seguire la sua passione per la letteratura e il sapere. Non male direi visto che siete proprio voi ragazzi i principali ammiratori del suo talento nel dispensare consigli letterari, proprio voi che state aderendo a quella che lui ha definito una sorta di ribellione culturale sul web. Perché Edoardo Prati nel 2020 ha iniziato a riprendersi in video mentre ripeteva la lezione di letteratura accorgendosi di riuscire a sintetizzare anche un discorso complesso in un minuto. Nasce da qui l’idea di realizzare clip culturali da inserire sui social fino a ottenere un clamoroso successo di follower giovani come voi. Un passaggio importante a cui voi ragazzi a quanto pare state aderendo in quantità perché i suoi video sono molto utili anche per affinare la preparazione scolastica prima di un’interrogazione, mica roba da poco. L’ho guardato sui social e mi è piaciuto, per questo vi consiglio, se ancora non lo avete fatto, di inserire il suo nome tra i vostri preferiti, credo che potrebbe rendere la vostra preparazione – e non solo scolastica – più fluida, appassionata, interessante.