Un altro via

Questa mattina viene presentata la nuova direttrice dell’ufficio dove lavoro, ma oggi è il mio giorno libero e ho scelto di non andare, domani mattina busserò alla sua porta e mi farò vedere. Siamo in tanti dove lavoro io, la mia assenza, ho pensato, non si farà notare più di molto, o forse sì, ma che ne so, ho scelto dai fare così, magari sbagliando, ma tornare per mandare in fumo una giornata di riposo, io, che nel mio piano settimanale dei turni vedo anche sabati e domeniche lavorativi come piovesse, ho deciso così. Con la precedente direttrice andavo d’accordo, mi ha favorito molto soprattutto ai tempi del primo lockdown quando mi ha spedito a casa fin dal primo giorno tutelando la mia salute a discapito del lavoro. Poi lei ha scelto di andarsene per ragioni che non conosco, le immagino perché ho le orecchie che ascoltano e una certa capacità di fare “due-più-due” nei ragionamenti di massima. Dopo pochi giorni dall’annuncio ufficiale delle sue dimissioni dai piani altissimi dell’azienda è arrivata anche la comunicazione che porta alla presentazione ufficiale di oggi. Cosa accadrà da adesso in poi non lo so, io continuerò col mio metodo cercando di essere sempre partecipe ai compiti professionali che mi spettano compresi quelli che non mi esaltano in modo assoluto. Ma sono tutti così i lavori facile intenderlo, molto dipende anche dall’età con cui ci siede dietro una scrivania – e il mio stato anagrafico non è proprio verde, diciamolo – ma anche probabilmente dal fatto che il meglio di quello che vorrei fare si è autoescluso causa sm o sa il cielo per cos’altro. Ma da domani si volta una nuova pagina, ovviamente mi rimboccherò le maniche e via per una nuova partenza.

Quanto buio fa quaggiù

Che giornate, che giornate. Per me dico, per me. Da lunedì. Arrivata a sera dopo un filotto di ore lunghissime partite con alzata alle 6 del mattino per andare al lavoro ho messo in campo un rientro a casa via un pranzo veloce fino all’attesa di un ospite per me importante che però ha tardato il suo arrivo mentre io nel frattempo non ho fatto nessun piccolo riposo cui sono abituata. E, arrivata l’ora della cena, già seduta a tavola la stanchezza ha raggiunto limiti esagerati fino a farmi crollare, anche per la paura. In testa quei ricordi di un certo passato legato alle punte più aggressive vissute con la sclerosi multipla disegnata addosso. Piano, molto piano, una vaga ripresa, è stata solo fatica mi sono detta, fatica fisica, troppe ore sugli scudi, non te lo puoi permettere Cinzia, è proprio la sm a non consentirlo, pretende degli stop dalla fatica, li impone. E poi ieri sera, altro errore, con i farmaci: ancora più grave, la pastiglia contro la sclerosi multipla – per quello che fa – va presa solo una volta al giorno, la mattina e invece guarda che ti combino? La raddoppio, proprio ieri sera, metto la scatola sulla tavola per errore e perché sono una scema la prendo in mando e riprendo la pillola e quindi faccio il bis e vado in crisi, di nuovo, un’altra volta, senza se e senza ma e filo a letto di nuovo e non so nemmeno cosa non mi abbia fatto piangere, chi e come per due sere praticamente consecutive ha bloccato le lacrime che sono da sempre la mia veloce via di uscita ma anche di salvezza. Forse perché sono già davvero sotto un treno e quando sei laggiù cosa vuoi piangere, sei già a pezzi. Ma un po’ più attenta devi stare, Cinzia, tanto per non dargliele tutte vinte alla stronza che già il tuo spazio se lo sa prendere senza troppo bisogno di della tua collaborazione-

Noi che siamo fatti così

Una settimana fa più o meno, nel tratto di A4, uscita San Donà di Piave, un furgone è finito sotto un tir causando un drammatico bilancio di morte: 7 persone. La notizia è passata su giornali e tg nazionali e ovvio anche locali per la gravità dei suoi esiti e poi perché quella parte di autostrada è nota per essere molto pericolosa, nel tempo ha causalo fin troppi incidenti mortali. Ma se devo essere completamente sincera oltre a sentirmi colpita per quanto accaduto subito dopo mi sono anche irritata per le modalità con cui la notizia è stata presentata al pubblico: il filo conduttore dell’informazione è stato che la maggior parte delle vittime era composta da disabili. E allora, mi sono detta? Perché insistere con l’uso di questo aggettivo? Sarà mica questo il modo per potenziare la qualità informativa? È questa la traccia per aggiungere correttezza alla notizia? Io vivo su una sedia a rotelle ed eventuali commenti di pietà che potrebbero essermi rivolti mi scivolano addosso come acqua sotto la doccia perché sono adulta, ho la mia età, nella vita ho lavorato molto con il pensiero per trovare un equilibrio che mi sa rendere anche felice so però che non è per tutti così e insistere sui tg e sulle prime pagine dei giornali sul fatto che questi ragazzi morti in un incidente stradale fossero disabili è profondamente sbagliato e diseducativo. Perché il lavoro che c’è dietro a questo essere noi, fin dalla nascita o magari da un momento all’altro, senza tregua, oppure piano piano vedendoci cambiare giorno dopo giorno con i regali che senza tregua fa la sclerosi multipla è roba dura da vivere. Ma che sia per un caso o per l’altro il risulto finale cambia per nulla, ma se le tracce disegnate addosso al nostro corpo ci resteranno sempre sono le parole per definirci che devono cambiare, si può e si deve. No, disabili no, per favore no, e non voglia il cielo sentirci chiamare diversamente abili, vi prego ancora di più no, perché noi ci proviamo in tutti i modi per far andare le cose bene, al meglio di come possiamo almeno. E se chiediamo un aiuto è proprio quello di esserci amici che non spendono parole inutili.

Settembre mi dirai quanti amori porterai

E settembre, il mio mese preferito, mi è passato tra le dita senza quasi sapere dove sono andate le giornate. E venerdì 23 comincerà l’autunno, la stagione più bella che ci sia secondo me, e se la data sembra non tornare è per quella storia della precessione degli Equinozi che non chiedetemi cosa sia di preciso perché so solo che per una questione astronomica di anno in anno varia il principio dei miei tre mesi del cuore. Ma nella mia testa però l’inizio dell’autunno per quanto amato ha il difetto di portarsi in spalla una fine troppo veloce quella che in pochi mesi trasporta dentro l’inverno e butta in mezzo al vortice creato dal Solstizio di dicembre, buio e freddo come piace a me certo ma, accidenti a lui, capace di cambiare il volto già da inizio gennaio quando le giornate diventano più lunghe e più luminose. Il fatto è che i due mesi successivi a Natale siano i più freddi dell’anno è un dato positivo per i miei gusti ma in troppa rapida sequenza poi si arriva a marzo che si porta appresso l’altro Equinozio con la primavera che non dà fastidio questo no, anzi direi piacere perché di suo sarebbe anche una bella stagione, se non fosse che poi dietro l’angolo si affaccia lei: l’estate. Il Solstizio del mio dramma, quello che disegna la stagione dai tratti infiniti, sempre più infuocati, pesanti, caldi, afosi, pieni di un’umidità che picchia come un bastone insopportabile ogni giorno, ogni notte sulla testa, sul corpo, sulle ossa, sempre presente a mostrare i suoi pugni violenti contro la mia sclerosi multipla. Maledizione a me che mi sono persa quasi del tutto l’amatissimo settembre e non ho goduto a fondo del piacere del mio mese preferito. Qui mi fermo dico basta ché devo smettere di fare la lamentosa a oltranza, non posso mica compiangermi di tutto insomma. Parliamo di cose serie: benvenuto autunno, dammi tutta la gioia e la freschezza delle temperature incoraggianti di cui sei capace.

La potenza di un’amica speciale

Fin dal primo giorno di liceo, in un modo un po’ rocambolesco, nella mia vita è entrata un’amica speciale. Da un lontanissimo ieri fino a oggi. Sì Federica, sto parlando di te, di tutto il vissuto che ci lega, delle tante infinite risate, delle litigate silenziose che non sono mai mancate, dei molti riavvicinamenti con un Bacardi Cola in mano per riprendere le fila del fantastico che siamo, degli abbracci quando servivano di fronte a quelle botte sulla testa che cavolo se hanno fatto male, troppo male, così come la condivisione del luminoso significato dei tanti bei momenti vissuti insieme. Potrei scrivere ancora e poi ancora e mentre penso mi viene in mente di tutto, il bello e poi il brutto perché un’amicizia potente come la nostra questo ci ha dato e non saprei come fermarmi e dove mettere un punto fisso sulla nostra vita insieme. E stamattina mi hai fatta piangere di gioia, come se tutto quello che abbiamo costruito fosse esploso: la tua piccola Beatrice, che non vedo almeno dall’inizio del Covid, mi vuole come madrina della sua Cresima. Vuole proprio me, ha scelto lei, senza pressioni tue, e io ho pianto quando l’ho saputo, ho sentito scoppiare nel mio cuore il bene che le voglio e il bene che voglio a te. Mentre scrivo mi passa davanti il tanto, anzi il tantissimo che siamo noi. E non saprei da dove cominciare e allora mi muovo a caso e comincio da quell’autobus sbagliato del primo giorno di liceo, l’appuntamento col gelato da prendere insieme il sabato pomeriggio, ma anche quell’indimenticabile serata al Papaja il 12 maggio 1990, senza dimenticare il viaggio in macchina verso Perugia con tappa decisa al volo a Mirabilandia e le risate malgrado nel cuore ci fosse un peso insopportabile, tua mamma, qualche amicizia sbagliata, da parte mia, da parte tua, la sclerosi multipla al suo debutto e la voglia di entrambe di metterla in silenzio, quei fidanzati un po’ così e così, il Terrazza Mare e le tanti notti da incorniciare, le pizze al vecchio Capri, melanzane senza grana, quante altre cose potrei ancora aggiungere? Ma la più importante resta quella testolina piccola che vidi per la prima volta il 26 dicembre di 12 anni fa e mentre io e te mettevamo i nostri occhi lucidi gli uni dentro gli altri quella gioia tanto attesa era diventata realtà. Tu mi guardavi perché sapevi che io ero lì per voi due e capivi tutto l’amore che già sentivo per quello scricciolo che oggi mi ha scelta facendomi piangere per la felicità. Farò di tutto per esserci, Beatrice.

Elisabetta II

Sicché è morta la regina Elisabetta II. Come una brava intellettualina cafona e snob quale sono dovrei infischiarmene, una non notizia in effetti, non sono nemmeno britannica e comunque anche se lo fossi di certo non farei nemmeno tre minuti di attesa per andare a salutarla. Non sono neppure monarchica – impossibile del resto esserlo, sono italiana, il marchio Savoia attaccato addosso pesa eccome – eppure per Elisabetta II una simpatia ce l’ho sempre avuta. Sa il cielo perché comunque è così, quella volta in cui andai a Londra girai tutte le mete che la riguardavano, incantata davanti alle sue tracce, a un impero smantellato sotto il segno della corretta evoluzione dei tempi eppure per quel poco che restava ancora incatenato dal valore della sua Regina. Ecco cosa vedevo in Elisabetta II: la storia. Dalla Seconda Guerra Mondiale con suo papà il Re Giorgio VI, fino alla sua incoronazione, e poi tra i vari passaggi il suo primo Ministro Churchill che tanto le insegnò, ma anche la Thatcher con cui pare non andasse d’accordo ma insieme hanno scritto molto, e poi passo dopo passo arriva anche il Giubileo di Platino che celebra i suoi 70 anni di regno. E in mezzo a questo e a tanto altro ancora addirittura Diana, la sua morte, il popolo che la tira per la giacchetta perché la vuole fuori per celebrare una regina mancata e lei che capisce e che abbassa la testa davanti al passaggio del feretro di una nuora forse poco amata ma comunque madre di un futuro re. Che ne sarà della Monarchia britannica adesso? Poco interesse il mio, è la pagina di storia scritta da Elisabetta II e che segna un intero secolo ha darmi la voglia di ricordarla.

La forza che ci vuole. Addio?

Al lavoro negli ultimi tempi vivo giornate avvolte dal buio del senso di inadeguatezza. Una tizia ieri ha posato con forza la mano su quella che avrebbe definito la mia incapacità di farmi valere sui colleghi dicendomi che la conseguenza sarebbe quella di essere inadeguata a portare a termine con correttezza il mio lavoro: gli altri si approfitterebbero di me mi ha detto, delle mie insufficienze, dei miei limiti, delle debolezze che l’invalidità si porta appresso rendendomi incapace di lavorare in modo corretto. Conosco molto bene il valore umano e intellettivo pari al nulla della tipa eppure lo stesso, mentre fino a poco tempo fa le rispondevo a tono senza nemmeno essere sgarbata, nell’ultimo periodo fatico a non credere alle sue cattierie. Oggi mi sento avvolta dalle spire violente della sclerosi multipla e do retta a qualunque pensiero negativo mi si formi in testa. Ha vinto lei definitivamente? Forse sì. Non volevo, non ci credevo, mi sentivo forte quanto bastava per poterle gridare addosso che lei era qui, che era arrivata, che sapevo quanto potesse fare male, che la vedevo disegnata su ogni pagina del mio corpo, che mi vergognavo di avercela addosso ma lo stesso il mio spirito poteva resisterle, con le parole, i pensieri e le repliche. E invece ora mi sento scendere ogni forma di coraggio, mi sento stanca di mantenere il volto alto, lascio troppo spazio alla sm, tutto direi, e questo apre il varco alla stupidità altrui. Mentre prima la mia testa sorrideva e dava luogo sempre alla risposta corretta qualunque fosse la domanda e in qualunque ambito mi trovassi, ora le tante fragilità che si sono fatte largo giocano in prima linea e sottomettono la mia fermezza, quella che serve per vincere questa bella stronza di sclerosi multipla.

Liceo, grazie

Ieri ho passato tutta la mattina, pranzo compreso, con la mia amica Donatella: non ci capitava da anni e non certo perché lei vive a Londra e io a Jesolo ma perché le nostre ombre e quelle di tutti, lo si sa, sono state schiacciate dal Covid. Quello di ieri ce lo siamo scelte come il nostro giorno, amiche fin dal primo giorno di Ginnasio abbiamo ricoperto la giornata di chiacchiere e pensieri, confessioni e ricordi, progetti e pettegolezzi, senza sosta, trasformando la colazione in un aperitivo e in poi un pranzo, sempre noi due, concentrate su dettagli mancanti dopo oltre due anni di lontananza. E che meraviglia di giornata è stata, come quando si era al Liceo, fin da subito compagne di banco e non sarà stato certo un caso se ci siamo scelte all’istante e oggi siamo ancora insieme, in prima fila. Liceo. indimenticabile pagina delle nostre vite, inutile anche ricordarcelo. E qui Donatella è tornata su un incontro fatto tempo fa con una nostra ex compagna che l’ha invitata a partecipare ad autentiche cene di classe targate vent’anni dopo. L’invito era rivolto anche a me, fin da subito Donatella me ne aveva parlato avanzando timidi tentavi di richiesta a partecipare sempre bloccati dai miei silenzi fermi, pure fastidiosi. Ieri me ne ha riparlato, la gioia del momento non ha cambiato del tutto le mie prospettive di partenza ma ho chiesto di essere inclusa nel gruppo Wapp per seguire i movimenti della mia giovinezza quando tutto aveva un altro significato e il futuro una declinazione diversa rispetto a quello che poi si è dimostrata. Ho visto la foto del gruppo Wapp, un’immagine di noi in III liceo, io bruttissima ma di certo serena sul domani perché non immaginavo che sarebbe andato così come è oggi. Ho le gambe accavallate in quello scatto, sono lontana di almeno otto anni dalla diagnosi di sclerosi multipla, non ho dubbi, nessuno, anche perché sono circondata dal bello che quei cinque anni mi hanno regalato. Grazie a tutti voi.

Con un libro in mano

Ora che comincia la tua stagione preferita, Cinzia, rientra nei ranghi, ricomincia coi libri seguendo ritmi di nuovo accettabili. Proprio così, riprendi a leggere percorrendo binari vagamente accettabili perché fatto un rapido bilancio fino a ora proprio sei del tutto fuori quota. E non è questione di numeri, di testi letti, di parole assorbite, di piacere accolto oppure di antipatie letterarie sviluppate, no, è proprio altro: avere voglia di passare una fine di giornata con libro in mano cosa che hai fatto sempre meno negli ultimi tempi. Perché quest’anno è andata male, una corsa verso il basso in cui il mese on compagnia del Covid ha certamente giocato la sua mossa ma di certo non è che prima avessi fatto di meglio. Leggere è un nutrimento che ti serve, lo sai, di parole, di idee, di concetti, di prese d’atto, di conoscenza e chissà ancora di cos’altro di più. Faccio questa vita da tanto ed è roba che mi è fin troppo nota, ma io non devo mai spezzare il ritmo della continuità con la lettura, la mia inettitudine si sa è famosa, con pigrizia e via dicendo che finiscono per travolgermi come se io le nutrissi del cibo migliore. E non è escluso che lo faccia. Ma ora basta, ho pure comprato un letto speciale di quelli che con un tasto alzano e abbassano il cuscino e con un altro le gambe per un rilassamento totale a cui serve solo un libro in mano per portare a casa ogni sera un risultato pieno. Anche di difesa dalla sclerosi multipla mi trovo a sperare.

La storia

Per chi ha la mia età la morte di Gorbaciov ha un sapore che porta alla giovinezza coltivata attorno alla speranza. La sua figura la si guardava con gli occhi sbarrati dell’entusiasmo, era lui il primo presidente URSS che ci dava l’occasione di conoscere una parte del mondo che l’Occidente, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, temeva.  Ma noi ragazzi avevamo davvero capito cosa significasse quello che stava accadendo, che valore potesse raffigurare il suo intervento politico e se avrebbe disegnato un segno positivo sul nostro futuro? Forse no, ma ci interessava davvero poco, noi eravamo certi che la direzione che Gorbaciov stava indicando avrebbe portato la nostra parte del mondo verso la via del successo. Per noi di certo, questo era il pensiero imperante. Lui e il Presidente americano che si stringono la mano a Washington è un’immagine che scrive il bene che abbatte il male dove ovviamente il bene stava dalla nostra parte e il male oltre un muro che fu proprio il contributo di Gorbaciov a far crollare come molto altro ancora. Accaddero molte cose nell’Est dell’Europa sotto il segno di progetti che Gorbaciov definì Perestrojka e Glasnost’, interventi di politica amministrativa, economica e sociale concepiti sotto i migliori degli auspici ma poi affossati nello spazio di pochi anni per ragioni storiche di difficile lettura. Di certo per me. Ecco, se mi volete più preparata sulla storia che ha preceduto una morte chiedetemi pure dello schianto in auto che uccise Lady Diana. La storia è troppo importante per parlarne senza avere contenuti seri di conoscenza.