Nei giorni del Covid, oltre e stare male, a non essere per niente in forma, a essere travolta da una noia furente, mi sono trovata – tanto per non cambiare va detto – a fare i conti con un esagerato desiderio di stare sola e di conseguenza abbandonare ogni piacere. Leggere, per esempio: per oltre un mese niente, o solo poche pagine per volta, che significa nulla. Ho preso in mano il tablet allora e ho fatto una scoperta straordinaria, tardiva di certo, ma che importa, è stata l’entusiasmante compagna di sorte col mio stramaledetto Covid: Il Padrino, la trilogia diretta da un ispiratissimo Francis Ford Coppola, su romanzo e sceneggiatura di Mario Puzo e interpretazione di due attori sopra le righe della cinematografia: Marlon Brando nella parte di Don Vito Corleone, capo dell’omonima famiglia mafiosa italo-americana, e Al Pacino, il figlio Michael Corleone che dopo la morte del padre ne prende in mano la gestione affaristica. E qui arriva una pagina di cinema che mi ha tolto il fiato, ma non per la storia in sé, perché si sa di brani di cinema sulla mafia italiana ne sono stati scritti fin troppi e molti di altissimo livello, ma per la prova in scena di un Al Pacino per cui non trovo aggettivi sufficientemente alti. Una presenza scenica suprema, sguardi calibrati, i suoi punti di osservazione sono sempre presenti e ben aperti sulla scena da far spostare il nostro sguardo attorno al suo, per non parlare dei movimenti, degli occhi, delle mani, sempre minimi eppure decisivi per renderne risolutiva la cornice interpretativa che aumenta di livello passo dopo passo. Sì è vero che vale moltissimo l’intreccio del contenuto di ognuno dei tre capitoli della storia ma Il Padrino diventa epico legandosi alle mosse interpretative di un Al Pacino che non trovo aggettivi sufficientemente alti per definire. Se non lo avete ancora fatto perché siete lavativi come me risolvete subito e buttatevi dentro una trilogia cinematografica che merita ogni valore e forse anche più.
Stagione del cuore
Già a letto, un libro in mano, fuori lampi e tuoni come non si sentiva da tempo. Autunno, se sei qui, ti aspettavo.
Brava Cinzia, è andata anche questa
Rieccomi qui. Dopo un tempo lunghissimo. Un mese? Forse meno, comunque tanto per i miei gusti ma, tampone positivo, dopo tampone positivo, è accaduto: Covid, signori miei, che sposato alla sclerosi multipla, mamma mia, che carico. Malgrado tutte le mie attenzioni, malgrado le uscite negate, i tanti no grazie per la richiesta ma sto a casa devo proteggermi troppi i rischi che correrei, mi ha beccato lo stesso, maledetto lui. Fino a domenica mattina: negativa, libera, fuori dal carcere, in grado di dire è passata, sono fuori dalle paure, dalle immense paure. E ieri pomeriggio perfino rientro al lavoro, a Ferragosto, come i grandi, come gli eroi della frontiera. Come me. Concedetemi la supponenza.
Con tutta la stima che provo
Quando presi la decisione di aprire questo blog fu come un fulmine veloce che mi attraversò la mente e aveva tutto il sapore di una consolazione che mi volevo dare. Ben confusa da un periodo molto difficile composto da una sedia a rotelle appena arrivata, un licenziamento feroce e senza merito piombatami addosso, un cospicuo credito di denaro da parte dei miei ex capi che avevano scoperto il loro vero volto macabro e maligno mi trovai nuda e spoglia. Un blog pensai, ecco come riempire il mio tempo, scrivere mi dissi, di me, di altro, di noi, di voi. Lo dissi a pochi amici, per timore e per vergogna di giudizi e di pareri. Tra i pochi a cui lo dissi ci fu Enrico, compagno di banco al liceo, amico da sempre, stimato protagonista delle mie migliori discussioni. Una mattina di quell’estate venne a trovarmi, andammo a fare colazione nella pasticceria sotto casa mia e parlammo insieme per ore del mio blog appena nato. Mi fece una serie di complimenti che per me avevano il sapore del puro piacere fino a quando puntualizzò un dettaglio su cui ebbi modo di scavare una profonda riflessione. Il blog che hai aperto, mi disse, ha imboccato una precisa direzione che tocca un argomento centrale della tua vita la sclerosi multipla, ma dà valore anche alle tue passioni, alle valutazioni che fai, ai libri che leggi, a te nel profondo. Però ti do un consiglio lascia fuori la politica dalle tue righe. Sgranai gli occhi. Anche quei ragionamenti fanno parte di ciò che sono gli dissi. Credimi so di che parlo, rispose Enrico, il confronto politico sa essere feroce anche se si muove su termini lievi come quelli che conduci tu. Lo ascoltai fidandomi della sua esperienza professionale e del suo affetto per me. Ogni ragionamento del genere, per quanto ben fisso nel mio vissuto privato, su queste pagine venne bandito. E si arriva alla giornata di ieri. Alla fine del governo Draghi. Le mie dita che tremano sulla tastiera. Eppure anche oggi più che mai ti ascolto Enrico, prometto. E mi limito a dire che ieri, complice una giornata a casa dal lavoro, ho guardato tutto il lunghissimo speciale che Mentana ha dedicato all’argomento ma non vado oltre. Dico solo che nello spazio informativo ho notato anche due o tre cosette che mi hanno ben irritato e che con la politica hanno niente a che vedere ma con il buon giornalismo – che ieri era fondamentale – invece tutto. Mi riferisco proprio a Mentana che insieme ai suoi ospiti, tra un ragionamento e l’altro favoriva citazioni in latino, senza l’accortezza di tradurle e anzi annuendo con la testa scambiando con loro veloci sguardi di intesa. Sinceramente fastidiosi. Perché il pubblico che sta seguendo un programma di informazione, in una giornata dai margini tanto impegnativi da capire come quelli di ieri – questo lo posso dire vero Enrico? – ha il diritto di seguire un lavoro giornalistico ben condotto e non una sfida tra saputi-saputelli. Con tutta la stima che provo per Mentana.
Quella stampa che ti cambia la vita
È morto Eugenio Scalfari e mi sono venute in mente un sacco di cose che riguardano la mia giovinezza. I giornali che ha diretto sono stati i primi che ho letto con continuità: L’Espresso prima, La Repubblica dopo. Dava grande immagine intellettuale averli tra le mani, donna di liceo classico prima e di Lettere e Filosofia all’Università dopo, era fondamentale essere informata, sempre e se possibile più degli altri, meglio degli altri. L’Espresso lo trovavo in casa, lo portava Luca, mio fratello, più grande di me e già rivolto verso il domani mentre, io, in quelli che mi sembravano momenti vuoti lo prendevo in mano credo svogliatamente per poi sfogliarlo lentamente e alla fine, piano, piano, per cominciare a leggerlo. E scoprire un mondo nuovo. Per la prima volta la politica, lo studio della società, nuovi argomenti per me ancora inediti e quindi suggestivi. Aprendo L’Espresso correvo subito verso il fondo di Scalfari, la sua interpretazione della politica, l’analisi dell’oggi che stavamo vivendo e la sua acuta definizione del preciso momento dove noi tutti eravamo immersi. E poi via, verso il Bestiario di Gianpaolo Pansa, penna tra le più argute mai lette e ancora pagina dopo pagina fino all’ultima con l’inarrivabile La Bustina di Minerva di Umberto Eco, solo per citare alcune tra le firme che ricordo meglio, o solo quelle amate di più, o magari quelle che mi hanno formata meglio. Poco dopo arrivarono gli anni del quotidiano La Repubblica, la grande scommessa di Scalfari, formato tabloid, da esibire tutti i giorni tra le letture immancabili. A casa mia i quotidiani non mancavano, tutti i giorni si comprava quello locale, ma a me sembrava un titolo di serie B, arrivata all’università esibivo altre letture, La Repubblica appunto. E mentre scrivo mi viene in mente un incontro casuale fatto tra le calli universitarie di Venezia con il ragazzo che mi faceva battere il cuore e che mi aveva mollata in malo modo dopo solo una settimana di “amore”, voleva tornare con la sua ex, mi disse, con te non trovo argomenti. Durante il nostro veloce incontro veneziano ci scambiammo due parole, io in mano avevo La Repubblica, guarda un po’ avrei voluto dirgli, la compro ogni giorno, sono la stessa tizia che hai mollato perché senza argomenti. Ho taciuto invece, Scalfari, che ringrazio, mi aveva già insegnato a ignorare le opinioni che valgono meno di nulla.
11 luglio 1982
Lunedi in tv passa una serata da brivido. Per me di certo, ma anche per molti altri credo. Di sicuro per tutti quelli che l’11 luglio 1982 erano in prima fila a guardare la televisione, per tutti quelli che in quell’estate di sole sono stati investiti da luce e colore, per tutti quelli che non si aspettavano di vivere un’emozione del genere e invece, accidenti, che meraviglia! Avevo 10 anni nel 1982. Avevo 10 anni e l’Italia vinceva il mondiale di Spagna. Avevo 10 anni in un luglio sorprendente e meraviglioso esploso tra le mani di tutti gli italiani. Come nel 2006 mi potreste ribattere. Vero, vero, ovvio che è vero, niente di diverso, una vittoria resta una vittoria, soprattutto quando non è attesa e anzi le prospettive di partenza sono bassissime. Ciò che cambia è solo una questione personale: 10 anni e la scoperta di un’emozione inedita e quindi impossibile da scordare. Quello dell’82 è stato il primo mondiale che ho seguito da spettatrice abbastanza consapevole, avevo se non altro capito di cosa si parlasse, ma sapevo anche che l’Italia partiva tra gli sfavori dei pronostici. Una squadra potenzialmente anche forte, con un allenatore in gamba, ma pure con molti punti deboli come un attaccante, quel Paolo Rossi lì, che arrivava da un momento troppo faticoso e difficile e quindi chissà cosa avrebbe potuto combinare. Le prime tre partite di quel Mondiale infatti furono molto deludenti e ci buttarono dentro a un girone di fuoco contro Argentina e Brasile, le squadre più forti del torneo. Con i più brutti presagi della vigilia arriva però la vittoria contro l’Argentina di Maradona; è un caso dicono quelli che sanno, il Brasile ci straccerà e Paolo Rossi poi non ha ancora combinato niente. Ma quando arriva il Brasile nessuno ancora immagina che sarà la vittoria del secolo. La ricordo tutta la tensione di quel pomeriggio, i gol, e le urla e tutta l’incredulità del finale: è sempre l’Italia a correre in avanti mentre il Brasile del gran calcio, la squadra regina che danza con il pallone e costruisce il gioco imbambolando gli avversari alla fine viene costretta ad arrendersi e a mollare la presa sotto i gol di un Paolo Rossi che finalmente si ritrova. Dopo il fischio finale si alza in cielo un urlo fortissimo – in 10 anni di vita mai sentito così forte – che spalanca le nuvole leggere di quel pomeriggio di sole. La semifinale contro la Polonia è una passeggiata, ci tocca la Germania poi, si chiama ancora Repubblica Federale di Germania, tanto per sottolineare il corso che prenderà la storia. Una partita impossibile da dimenticare: il rigore sbagliato del bell’Antonio Cabrini nel primo tempo, la paura di non farcela, ma poi Rossi ancora lui e Tardelli con quell’urlo memorabile dopo la rete e infine Altobelli, giovanissimo e spudorato. Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo. Il prossimo lunedì si celebrano quarant’anni da quell’epoca e chi può perdere la memoria di un’emozione del genere? Di certo noi io.
De Gregori & Venditti
Ecco che ho tempo fino a settembre per organizzare una fuga a Roma e vedere la nuova pagina live che Venditti e De Gregori stanno mettendo in piedi. Dopo l’epopea di musica che questi due geni hanno realizzato pochi giorni fa allo stadio Olimpico romano e che tanto mi ha fatto battere il cuore perché è là e solo là che avrei voluto essere, a grandiosa richiesta del pubblico scenderanno in campo di nuovo per due date settembrine che hanno il sapore dell’imperdibile. Vero, anche di più che vero, che malgrado ogni mia ambizione non ci andrò. Però animo, di colpe ne ho quando passo la mano di fronte all’invito per un caffè, una colazione al bar, una pizza o via sul genere, ma per un viaggio sul tipo romano ne ho decisamente meno, anzi non ne ho. E di certo è per questo che il mio cuore batte forte, che la voglia di andare a Roma mi stende per il desiderio di essere sotto al palco della grande coppia capace di poggiare sulla scena il meglio della musica che amo ascoltare. In poche parole mi concedo di tremare con emozione per un concerto che considero una favola, tanto nessuno mi potrà mai accusare per non esserci andata – per me è ai limiti dell’impossibile pianificarne l’organizzazione – invece l’ennesimo no distribuito addirittura con leggerezza per un fattibile caffè in una pasticceria sotto casa seduta ai tavoli di una terrazza esterna anti Covid spegne ogni mio battito di desiderio. Perché è qui che siamo davanti al mio limite più grave, di quelli che mi scrivo addosso da sola, come una vera stupida che trascura chi mi vuole davvero bene. Come la mia amica Gloria che lette queste righe so bene a cosa sta pensando: a Roma, al concerto, a Venditti e De Gregori, ai contatti che potrebbe cercare per una fuga verso la Capitale. Fermati, piccola, è troppo dura per me Roma, ma non mi mollare, te l’ho chiesto anche l’altra sera. E quel caffè lo si deve fare al più presto.
E dattela una svegliata
Mi capita spesso di lavorare il sabato e la domenica mattina, ahimè, quei tormentosi turni di lavoro che pesano un casino, d’estate di più, ovvio. Se c’è un valore è dato forse dal fatto che mancano i capi e quindi il caffè davanti alla macchinetta si fa con maggiore libertà, senza troppe intrusioni che io, ansiosa come sono, vivo davvero male, perché si sa come sono diventata. Lo scorso sabato l’ho bevuto con una collega, ci vado d’accordo, una delle poche con cui ho stretto un rapporto più vero che con altri. Siamo in molti lì dove lavoro e l’ho già detto che vedo tante cose, troppe forse e quello che avevo deciso fin da subito di fare ora è diventato un monito assoluto: pochi contatti, poche parole, poche chiacchiere. Di certo un modo antipatico ma per me necessario. Saluto, sorrido, chiedo molti aiuti per me necessari, ma faccio anche poche domande, mi limito e di certo non piaccio a tutti, i rapporti sono limitati all’indispensabile, chissà se faccio il giusto o se sbaglio, non so. Ma mi va bene così. Fino all’altro sabato mattina quando con il caffè in mano mi sono commossa per la direzione che la conversazione ha preso: ti stai chiudendo troppo mi ha detto Roberta, la collega con cui facevo la pausa, sei rivolta del tutto verso te stessa mai hai tanto da dare e io lo vedo, basta fermarsi sul tuo sguardo anche quando parli appena e si vede quanto hai da dire, le tue parole sono poche ma piene di significato, sappi che quando lo vorrai io ci sarò, sto solo aspettandoti. Mi chiedo da giorni da dove arrivi tanta comprensione, la stessa che ricevo da tutti i miei amici quelli che mi cercano sempre malgrado io prenda tempo, mi stacchi, inchiodata come sono dal nulla che mi sono creata attorno. Ma non può essere solo colpa della sm, la sto usando come alibi? Chi lo sa.
Giovani, credere sempre in voi
Chiara Ferragni presenterà il prossimo Sanremo, lo ha detto Amadeus, al Tg1. Notiziona insomma, passata in prima serata dalla Tv di Stato: siamo solo dentro una guerra in fondo, una pandemia che non sembra voler abbassare la cresta, per non parlare di una siccità dai tratti epocali e drammatici. Ma certo il problema non è la la Ferragni contro cui non ho niente è solo che la prima pagina l’avrei voluta dedicata al fatto che la senatrice a vita Liliana Segre l’ha invitata nella sua casa milanese per raccontarle le vicende che l’hanno vista soccombere in prima persona sotto la scure dell’Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale. L’intenzione della senatrice è quella di presentare al pubblico giovanissimo che segue la fashion blogger quel periodo storico drammatico che ha sporcato di sangue, dramma e morte il secolo scorso. Chiara Ferragni ha accettato l’invito e nel suo profilo Instagram ha inserito l’immagine dell’incontro, una testimonianza che segna il contatto diretto di due pagine storiche che rischiano di perdersi di vista: il Novecento degli anni Quaranta, della Seconda Guerra Mondiale, del Nazismo, della morte nei campi di sterminio e l’oggi che vede come protagoniste le generazioni più giovani che forse quel momento di storia rischiano nemmeno di conoscerlo. La senatrice a vita ha proposto alla blogger una visita, subito accettata, al Memoriale della Shoah, quel Binario 21 della stazione centrale di Milano da dove partivano i treni diretti ai campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau e da cui anche lei ancora adolescente è stata drammaticamente spedita a causa delle sue origini ebraiche. Liliana Segre ha voluto coinvolgere Chiara Ferragni per riuscire attraverso la sua sensibilità a fare breccia sulle nuove generazioni, le stesse che potrebbero ignorare un passato che non ci si deve permettere di dimenticare anche in considerazione di un presente che si sta macchiando di una nuova guerra scoppiata nell’Europa dell’Est e che non sappiamo bene che direzione stia prendendo. Ma poi arriva questa mattina, esame di maturità 2022, nuovamente in classe dopo due anni, prova di italiano, esce la traccia necessaria, richiesta di commento a La sola colpa di essere nati, il libro scritto dalla Senatrice con Gherardo Colombo. Il risultato? Questo Ministero, ragazzi, ha creduto in voi, e ne sono felice.
Voglio ancora sorrisi autentici sul mio volto
Dove vorrei essere quest’estate? In molti posti, ma anche no, conoscendomi. Pigra quale sono, svogliata più che mai, ma anche piena di sogni per la verità, ché quelli no la sclerosi multipla non mi ha sottratto. O forse sì, non so dirlo con certezza. Ma una cosa di certo mi emoziona ancora tanto ed è la musica, quella italiana, quella con cui sono cresciuta. Oggi in tv ho visto un giovane ragazzo, Giovanni Baglioni si chiama e quest’estate sarà sul palco di Roma, Siracusa, Verona per suonare il basso: è stato facile fare due conti rapidi, è il figlio di Claudio che infatti accompagnerà sul palco durante il suo tour estivo. Lui insomma è il piccolo che ha ispirato Avrai, quella canzone che se ascolto, ancora adesso dopo oltre trent’anni dalla sua uscita, mi fa tremare il cuore. Avrai è la dedica in musica a un figlio appena nato per il quale il papà scrive un testo intenso e carico tanto da emozionare anche me che di figli non ne ho e non so cosa si prova ad averne eppure le parole mi hanno sempre inchiodata tanto sono cariche di unica magia. Allora diciamo che anche questa è la ragione per cui vorrei vedere uno dei concerti che Claudio Baglioni farà in uno di questi spazi nei quali potrei incontrare quel passato che tanto amo per mettergli accanto i miei sentimenti di oggi, spogli e troppo vuoti. Sono quelle emozioni che vorrei riprendermi perché oggi mi sento povera, con il cuore sfocato e, accidenti a lui, senza desideri. E la colpa non so a chi darla. Ancora alla sclerosi multipla? No, basta soddisfazioni sm, è causa mia, cavolo, diamoci una scossa, Cinzia.