Mi ha chiamata di sorpresa un vecchio, vecchissimo amico di mille e più mille anni fa. Presente le scuole elementari? Ecco tanto per dire da quanto ci conosciamo. Ma non abbiamo mai avuto chissà che tipo di frequentazione; mi tocca fare la classista adesso – roba che mi piace un sacco fare, si sa – diciamo che siamo cresciuti su fronti sociali opposti, io sono quel che sono, lui è sempre stato quel genere di “uomo-della-piazza” amante della bella moda, della gente di rappresentanza, delle auto in linea con l’ambiente che frequenta e via dicendo. Ci sono stati anni della mia vita in cui era davvero impossibile non farsi sedurre da questo mondo, almeno dove vivo io, almeno nella maggior parte dei locali che ci sono, almeno dalla frequenza degli incontri fatti, delle conoscenze che seppur leggere erano presenti attorno a me. Poi si cresce, poi si stringono rapporti autentici, poi si fa il liceo classico, poi ci si iscrive a lettere, poi si leggono libri, poi arriva anche la sclerosi multipla che nel suo male nasconde nuove prospettive di pensiero e quel piano di vita si allontana e diventa solo un modo di essere diverso dal tuo. Con il proprio sistema è cresciuto pure lui, ha fatto il suo di percorso, è diventato un uomo, col suo lavoro, i suoi impegni e che l’altro ieri mi ha chiamata per fare due chiacchiere e per sapere come sto soprattutto. Ciascuno ha il numero dell’altro perché per molti anni ci siamo sentiti periodicamente per lavoro: lui gestisce un paio di locali molto modaioli, ovviamente, di cui io parlavo sul giornaletto pubblicitario per il quale scrivevo. Ancora una volta niente amicizia, scambi professionali diciamo, condotti in ogni caso su toni di allegra simpatia. Arrivando a quel finto segreto che ho custodito con gelosia e orgoglio. La sapevano tutti la verità, anche lui, ma solo la sedia a rotelle ha alzato il sipario dando l’occasione per svelare pensieri sinceri. Qualche tempo fa l’ho incontrato in banca, l’avrei evitato ma non è stato possibile, mi è corso incontro, mi ha abbracciata, sono felice di vederti ha detto, l’ho sentito vero. E l’altro giorno al telefono lo stesso, vengo a prenderti appena passa quest’estate folle e si va a bere un caffè insieme, sto impazzendo ha quasi gridato, la gente non capisce che anche nei locali si devono mantenere le distanze di sicurezza, ché questo cavolo di Coronavirus è vivo e vegeto, ché le mascherine vanno messe in faccia non sui polsi. E mi è venuto in mente che lui è stato il mio primo amore, alle elementari mi aveva fatto prendere una bella cotta e volevo sposarlo: avevo capito che era una persona per bene evidentemente Mica male per essere una bambina.
God save the Queen
Un paio di domeniche fa, di pomeriggio, sono rientrata dal lavoro di pessimo umore, sai la novità aggiungo. Ma non è il lavoro, almeno non solo quello, diciamo che nell’insieme c’è abbastanza che non funziona, non torno sull’argomento perché altrimenti finisco per mettere insieme una lagna fastidiosa, soprattutto per me. Be’ insomma quella domenica mi sono messa a sfogliare un quotidiano con la svogliatezza con cui lo faccio da qualche tempo, che vuoi leggere, mi dico ogni volta, ché tanto lo sai non troverai nulla che accenda in qualche modo il tuo interesse? Ma magari è colpa mia anche qui, non della riconosciuta pochezza della stampa italiana. E invece guarda un po’ cosa trovo: quattro paginate dedicate al compleanno di Elisabetta II concluse da un lungo editoriale firmato da Natalia Aspesi. La gioia. Purissima. Perché insieme c’erano la mia sovrana del cuore raccontata da una delle firme più vivaci del giornalismo italiano: preparata, ironica e pungente, dotata di una penna tra le più brillanti, capace di giostrare la lingua italiana a suo piacimento per regalare al lettore la bellezza della pagina impeccabile. Cosa volere di più? E dietro a tutto questo Elisabetta II e i suoi 94 anni, con un regno che dura da più di 60, con un erede, Carlo, invecchiato in attesa di quel qualcosa di grande riservatogli per diritto dalla natura, con un nipote, William, che studia da re da sempre e che infatti ha scelto con cura una moglie con cui ha dato vita a una nidiata bella come il sole ma non sufficiente per far abdicare la nonna. Ma cosa aspettarsi da lei? Ha visto morire troppo giovane il padre divenuto re per caso dopo che il fratello Edoardo VIII gli aveva lasciato il trono preferendolo ad una donna e lei lo ha giurato: mai abdicherò, essere re o regina è un privilegio non un impegno da cedere a piacimento. Regina sono diventata. Regina resterò. Nel suo lungo regno ha visto cambiare la storia del suo Paese, passando attraverso tredici primi ministri a partire da quel Winston Churchill che l’ha aiutata a gettare le basi della regina che è diventata, discutendo a denti stretti con Margaret Thatcher di cui non ha mai condiviso le posizioni politiche ma che ha onorato, cosa rarissima, presenziando al funerale, fino a questo Boris Johnson che nei giorni più neri del Covid-19 ha surclassato con uno dei pochissimi discorsi fatti alla tv per rassicurare i suoi sudditi dispensando loro forza e coraggio. Se è per questo ha visto anche il disfacimento di gran parte dell’impero coloniale britannico, lotte sociali, cambiamenti fiscali che le impongono di pagare tributi allo Stato ma lei è comunque sempre intoccabile seduta sul suo trono. Un unico errore. Non capire in tempo quell’accelerata verso il nuovo, l’inedito, l’imprevedibile che i mass media stavano imponendo anche alle vite reali. Cosa capita al volo invece da quella giovane ventenne scelta con attenzione per salire al trono, individuata come perfetta rappresentazione del protocollo di corte che invece, dopo un matrimonio da favola – come nei secoli dei secoli della storia di ogni monarchia – prende quota muovendosi in modo autonomo, utilizzando foto, immagini, interviste e roba sul genere per mettere in mostra i tradimenti e i limiti del principe-marito trasformandosi nella vera vittima della royal family. Fino all’imprevedibile: quella morte parigina che stravolge in modo inspiegabile il celebre stile imperturbabile di un impero che per giorni si trasforma in una regione arretrata con pianti pubblici e isterici per una donna mai conosciuta. Londra viene bloccata per ore da un funerale che segue l’etichetta Windsor e che costringe Elisabetta II ad abbassare il capo al passaggio del feretro di una donna da lei sempre meno amata. Una sconfitta? No, il gesto di una grande sovrana che riconosce il modo per riprendere in mano la fiducia del suo popolo. Auguri, Sua Maestà.
Le parole al posto giusto
Sono rotta, rottissima alle palle. Roba nota, ahimè, niente di nuovo. Ma non amo i lamentosi e mi vanto di non appartenere alla categoria pur dotata di un portfolio di rogne ben nutrito regalato con generosità e premura dalla sclerosi multipla, vivo i momenti no abbastanza in solitudine e poi ci passo sopra il più veloce possibile, di sicuro fingo ma resta roba mia. E così ora ho deciso: farò un po’ di fisioterapia. La stessa che dovrei fare con continuità da almeno una decina d’anni va detto, quella che ho sempre ignorato di cominciare seriamente per milioni di ragioni, l’identica che è sempre passata in second’ordine – magari con consapevoli sensi di colpa – per motivi di ogni tipo. Ora ho deciso, comincerò. In autunno. Mi sembra il momento giusto. Non per posticipare oltre, sia mai, ma l’estate per me è già abbastanza pesante e non la voglio rendere intollerabile più di quello che sento. Per lavoro ho contatti molto frequenti con un fisioterapista, amico di vecchia, vecchissima data, uomo di polso, intransigente, di poche parole, poco incline alla chiacchiera, famoso per una capacità professionale per nulla disposta a sconti o abbuoni, valgono solo quelli maturati sul campo per lui. Ci vediamo per lavoro da mesi e fin da subito, con la leggerezza con cui vivo o fingo di vivere seduta su una sedia a rotelle, gli ho detto che avevo la sclerosi multipla, mi ha risposto, stupendomi molto, che lo aveva capito dalla posizione con cui tenevo le spalle. Ho registrato il dato sul file che mi gira in testa e che si chiama Persone intelligenti. Adesso che ho deciso di cominciare un percorso di fisioterapia ho pensato a lui: credo sia bravo come professionista e che abbia un atteggiamento sufficientemente ruvido per tenere a bada la mia pigrizia. Gliel’ho detto, mi ha risposto: “Non sei pigra, sai di stancarti subito e prima che accada quella discesa di energie che ti costringerebbe ad una risalita faticosa e lunga, scegli la via più semplice e ti fermi prima”. Poi mi ha chiesto come si è arrivati alla diagnosi e ho cominciato la solita solfa raccontando di quel famoso abbassamento della vista di mille e più mille giorni fa, la visita dall’oculista, il nervo ottico rovinato e poi il primo esame fallito, quel campo visivo dall’esito disastroso che poteva aprire il varco a tutto e a molto di più oltre a quello che poi ha rivelato nel mio caso. Già mi dice lui, un campo visivo che non va può rivelare anche un tumore al cervello come nel mio caso. L’ho guardato. Mi ha guardata. Basta così, senza battere ciglio, con freddezza e ordine. Niente da aggiungere. File Persone non lamentose aggiornato.
No che non va bene
Ieri. Giornata insopportabile, una di quelle che non sono più capace di tollerare, per tempi, modi, carico emotivo, conseguenze fisiche oltre che morali. Quante di questo genere negli ultimi vent’anni? Impossibile contarle. Inutile ricordarle. Visita di controllo dai neurologi che mi seguono in buona sostanza, appuntamento che questa volta dovrebbe aprire il varco al rinnovo della patente, altro momento che si fa detestare al solo pensiero. Ecco cosa succede, l’ho capito. Sto mollando il colpo, mi sento prosciugata nelle forze, poco alla volta stacco le mani da quella zattera a cui sono aggrappata da anni per rimanere a galla in questo mare in tempesta. Ora però le onde sono troppo alte per essere gestite o forse è il contrario, sono diventate piatte, ogni riva è sparita, mi ritrovo senza capacità d’azione: mancano le prospettive, mani alzate, fine dei giochi, ha vinto lei. Ma non c’entra niente l’esito della visita o chissà che altro, semplicemente mi sono rotta le palle, di tutto. Che vinceva la sclerosi multipla sai che notizia, ma è come mi sento io oggi che non va bene, senza sorriso, triste, sola. Se fino a qualche tempo fa darle anche questa di soddisfazione mi avrebbe fatto balenare in testa un lampo luminoso da alzare tutte le bandiere del mio coraggio, ora basta, capitolo chiuso. Anche il mio orgoglio – che non è mai stato robetta da poco – indietreggia dicendole di fare pure il cavolo che vuole, io non ne posso più di venirti dietro, di essere sempre lì pronto a buttarla sull’ironia, sull’energia, sulla fermezza, tutto inutile tanto. Vent’anni, maledizione a loro, che si sono portati dietro un numero assordante di cose. Se solo ci riuscissi ora piangerei. Ma neanche le lacrime fa più scendere quella stronza che è solo capace di prendersi tutto.
Uomini e quaquaraquà
Ventotto anni fa. E io ne avevo venti. Nel pieno della consapevolezza sociale, quando tutto quello che stai vivendo è roba tua e non di altri, quando il tuo presente sarà storia e tu lo sai e ne prendi atto con una maturità nuova che ti rende protagonista di quello che ti sta intorno. È l’estate del 1992 quando si fa largo la fine di due modelli di responsabilità e di pensiero giusto che segna un’epoca in modo incancellabile: gli attentati mafiosi contro Falcone e Borsellino sconvolgono il Paese con una morte cruenta e annunciata, da loro stessi prima che da altri. Ricordo quelle bombe con la lucidità di una memoria troppo vicina per pensare che in mezzo ci siano quasi trent’anni di vita. Ci pensavo ieri mentre ricordavo nitidamente dov’ero e cosa facevo quando mi veniva detto che c’era stato un attentato in mezzo all’autostrada contro Falcone e poi due mesi dopo uno sotto casa della mamma di Borsellino che aveva ucciso lui e la sua scorta. E poi la corsa davanti alla tv, le edizioni straordinarie dei tg e la paura e i brividi lungo la schiena e l’incredulità davanti a quelle immagini che spazzavano via tutte le speranze di una ragazza di vent’anni che ancora ci credeva. A cosa non so bene perché certi eventi vanno oltre anche alle idee che comunque c’erano, ma puoi essere bianco, rosso o nero ma se ci credi vale solo quello mica altro e in quell’estate di ventotto anni il pensiero si è scontrato con la consapevolezza che qualcosa di molto grande che non andava c’era. E infatti poi tutto è fuggito verso altro, una discesa molto veloce in direzione del grosso niente che ci sta attorno oggi. E allora mi è venuto in mente Sciascia che ne Il giorno della civetta durante l’interrogatorio al padrino mafioso arrestato dalla Polizia gli fa dire che secondo la sua esperienza di vita, il genere umano è diviso in uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliancuolo e quaquaraquà e che il Comandante che lo sta inchiodando con le sue domande e il suo coraggio di vero uomo di Stato è certamente un uomo. Ecco a cosa penso, quei due giganti morti ventotto anni fa erano molto più che uomini, molti dei politici di quell’epoca forse anche, diversi erano mezzi uomini, altri solo ed esclusivamente delinquenti. Io invece sono solo egoisticamente felice di non avere vent’anni oggi per non circondare la mia giovinezza da questa messe di quaquaraquà che ci governa, da qualunque prospettiva li si guardi.
Cui prodest
Eccomi qui. Dopo un lungo, lunghissimo, fastidioso silenzio alle spalle di cui sono responsabile, ovvio che sì, il blog è mio, se non ci scrivo io di chi può essere la colpa se non mia? Ma in questo ultimo periodo sono stata sovrastata da una rottura di scatole grossa come il mondo: un corso e-learning compreso di test finale richiesto in modo obbligatorio dall’azienda per la quale lavoro. Tema? Covid-19. Sei ore da passare davanti al pc per seguire video con successive slide di ripasso su argomenti specialistici legati alla nostra nuova e stramaledetta vita, quella che dal 23 marzo ha cambiato tutto di noi. Nell’insieme qualcosa di interessante c’era pure – non certo quei venti minuti di video sulle modalità corrette per lavarsi le mani – perché sono stati tanti i passaggi tecnici messi in campo nei momenti topici del Coronavirus quando nulla si sapeva di preciso eppure in forza di tentativi più o meno riusciti il meccanismo si è messo in moto. Le domande finali non erano per nulla difficili, il vero impegno del corso era superare la visione dei video che non era possibile tagliare o mandare avanti manualmente, desiderio che si faceva sempre più forte di fronte alla loro costante ripetitività. Comunque ora è roba fatta, ho pure guadagnato il mio piccolo attestato di partecipazione, mica male dopo essermi sfracellata le scatole per giorni e giorni. Ma una domanda non può che uscirmi. Quale sistema ha deciso di commissionare e quindi pagare un corso del genere? Ecco l’ho buttata lì. Polemica la mia? Forse. Ma sei ore investite dentro un progetto di cui ancora adesso fatico a capire il senso possono sembrare poche, ma non è vero. E poi, e poi c’è sempre quella domanda: chi ha pagato il corso? E a chi?
Maturità t’ho presa al momento giusto
Quest’anno a differenza del passato l’esame di maturità mi è scivolato accanto, più o meno sotto silenzio. Ma anche sulla stampa mi sembra, certo ci sono stati molti articoli sui cambiamenti imposti dai rischi Coronavirus con le solite polemiche politiche: si poteva fare meglio, così è perfetto, ma no è colà che invece sarebbe stato impeccabile, ma scherziamo, è questa l’unica soluzione da prendere, ma va’ che peggio era impossibile fare. E via dicendo. Fatto sta che l’unica cosa autentica è che gli scritti non ci sono stati e che noi adulti abbiamo dovuto farcene una ragione. Con molta fatica ci siamo accorti che siamo invecchiati e quelle canzoni di Venditti – che per quante ne ha scritte su questo tema sembra che nella vita abbia fatto solo esami di maturità – quest’anno non le abbiamo ascoltate, non con la stessa partecipazione almeno. Perché l’attesa dei titoli dello scritto di italiano, per esempio, per noi è roba alta: a distanza di trent’anni dalla maturità – almeno nel mio caso – tutti lì ancora in prima fila a commentarli insieme, con discorsi tipo quello di storia quest’anno è meglio di quello di letteratura, attenzione a quello di attualità che è sempre la solita ancora di salvezza invece proprio no, è pericoloso. E poi il giorno dopo la stessa solfa: eccolo che è uscito Tacito, maledizione, o magari scoprendo l’uscita del tremendo Tucidide, qui li rovinano, e via sul tema, che tanto tutte le lotte fatte col Rocci sono solo vaghi, vaghissimi ricordi per la maggior parte di noi. Il fatto vero è che noi adulti lo sappiamo fin troppo bene che la maturità è la fine di una pagina storica che non è nemmeno la giovinezza ma è la definitiva chiusura di un portone che ci accolti fin da bambini: 8.15 più o meno, campanelle che suonano, zaini, libri, amicizie, aule, esperienze che ci hanno fatto crescere. E davanti a quei tabelloni finali, bene o male che siano andati, c’è l’incontro con la vita, quella vera. La maturità che amiamo tanto ricordare è solo nostalgia per quel debutto verso il futuro. E quest’anno, nel modo peggiore possibile, quell’esordio lo abbiamo restituito ai ragazzi, è sola roba loro, con l’augurio che ne facciano il miglior uso possibile.
E sono ancora qua
Io sono tipa che quando ci sono grandi battaglie da combattere tira fuori unghie e denti, scende in campo, lotta allo sfinimento, vince? perde? Non è importante, ma è al fronte, con tutta se stessa e con la voglia di esserci. Poi però finita la guerra, crolla, rientra nei suoi ranghi, quelli del silenzio, della solitudine, voluta, cercata, amata, richiesta, urlata quasi. E nel periodo Covid-19 così è stato, me ne sono resa conto solo adesso. Quei giorni mi hanno spaventata, la quarantena, le porte chiuse, il silenzio, gli occhi bagnati mi hanno toccata dentro senza che me accorgessi. Io ero lì, guardavo e disegnavo percorsi più amari di quanto credessi e adesso, che qualcosa sembra muoversi verso una verità a tratti migliore, io ho smesso di reggere il colpo, la paura che mi sembrava di non provare ieri ha preso il largo oggi. E mi sono chiusa, avvolta dentro una tristezza che mi stringe e mi fa aver voglia di stare sola con la mia debolezza che è qui, pronta prendersi spazio. Mi conosco fin troppo bene, di grandi lotte la cara sclerosi multipla me ne ha regalate in esubero e questo si sa, e nemmeno solo lei a voler essere precisi, anche questo di prim.ato mica glielo voglio regalare. Diciamo allora che il Covid-19 è stato una tempesta davvero grossa, improvvisa e inattesa, come un fidanzato che dice di amarti e ti lascia sull’altare. Tanto da farmi smettere di scrivere anche qui, il mio luogo, quello che mi rilassa, che mi porta altrove, che mi rende felice. Ma non è un caso che riprenda proprio oggi. Sono in attesa di una telefonata. Dai miei neurologi. Per fare la visita di controllo. Al telefono. Causa Covid-19 si mantengono le distanze ma ci si sente comunque. Ma che momento è questo? Giù allora, di nuovo nell’arena delle mie battaglie, a fare quello che posso fare, per ritrovare tutte le sicurezze perdute in questi ultimi mesi.
Era il 2017
Ieri ho rivisto per caso la tipa a cui avevo chiesto i contatti per arrivare all’azienda dove ho comprato la mia sedia a rotelle, modello super moderno, leggero, ridotto nelle misure, comodo e via su questa strada. Lei ci è arrivata prima di me, causa grave incidente stradale che le ha spezzato la spina dorsale con conseguenze facili da immaginare. Donna di grande coraggio, temeraria e risoluta ha affrontato la vicenda che le ha stravolto l’esistenza in modo del tutto diverso dal mio. Tanto io cerco solitudine e riservatezza, tanto lei si butta dentro la vita con carica ed energia, tanto io chiudo cardini e stringo nodi, tanto lei cerca legami e connessioni verso l’esterno. Siamo diverse, ma lo saremmo state anche senza sedia a rotelle. La tizia l’ho conosciuta sul mio precedente posto di lavoro, nel giornaletto per il quale scrivevo mi venne affidata una rubrica nella quale lei raccontava la sua esperienza di vita da disabile: storie, racconti, aneddoti e curiosità che la vedevano protagonista, mettendo in luce, anche in chiave simpatica, episodi di vita. Lei mi inviava il suo racconto, io lo mettevo un po’ in ordine secondo il mio stile, lei lo rileggeva per l’approvazione definitiva che molto immodestamente non mi sembra sia mai mancata. Poi quel lavoro è finito con un licenziamento di cui ho scritto e riscritto mentre quella rubrica c’è ancora, non so in che termini e in che modi. Sopravvive comunque il nome della tipa, ma anche l’occhiello che introduce la rubrica: quello che ho scritto io, nell’estate del 2017. Di tempo ne è passato tanto, nel frattempo sono accadute molte cose come quando, a inizio primavera 2018, ho deciso che i tempi erano diventati maturi per far virare la mia vita verso una sedia a rotelle e ho chiamato lei per ricevere consigli. Fu una lunga telefonata la nostra, a breve ci fu un appuntamento nelle sale dell’azienda dove ho fatto uno degli acquisti più importanti della mia vita, poi anche un caffè bevuto insieme nel quale commentammo la fighezza del commesso che mi aveva seguita. Ma non ci fu nessun accenno ad altro, una cosa sul tipo, sai, mi hanno chiamata dalla redazione, continua la rubrica, mi spiace non lavorare più con te. Stai tranquilla avrei detto, non c’è nessun problema, era proprio quello che pensavo allora e che penso oggi. Perché poi, pur ricordando molto bene quella dolorosa pedata sul sedere che mi hanno tirato per liberarsi di me, con quella ciurma di incapaci non vorrei lavorare più. Gente che non si è nemmeno accorta che tracce della mia penna sopravvivono ancora sulle pagine di quel fottuto giornale.
Ora tocca a Nonna Papera
Ieri, dopo una quarantena infinita, sono tornata dal parrucchiere per coprire quella coltre di capelli bianchi che mi era spuntata in quantità ma pure per mettere in ordine un po’ tutto. Perché c’era una chioma cresciuta in modo casuale, in lunghezza, volume e forse anche in altezza che aveva bisogno di una mano esperta per restituirle significato. Fatto il colore, fatto il lavaggio poi tocca al taglio, due parole con la ragazza che si prende cura di me e alla fine una decisione: grande cambiamento, abbandonare dopo un numero imprecisato di anni l’uso troppo deciso della forbice sui miei capelli. Che ora mi sfiorano di nuovo le spalle. Ma non solo, ho spostato l’orientamento della riga che non è più a sinistra ma al centro assecondando in questo modo il suo andamento naturale. La mia chioma è piena di attaccature sbagliate, così le chiamano le professioniste, io so solo che mi creano ciuffi indisciplinati di capelli che sono sempre in disordine, inutile metterli a posto tanto vanno dove vogliono, tocca arrendermi. Con la riga in mezzo invece tutto si risolve e così, mentre la ragazza si metteva al lavoro, mi sono illuminata, e se costruissimo il taglio attorno a lei le ho chiesto? Fatto. Poco per la verità, perché in lunghezza ho voluto fare il minimo e la riga in mezzo è davvero la regina della mia testa, basta farla accomodare e lei prende posto. Agevolmente e senza intoppi. Per la piega poi non ne parliamo, ho i capelli dritti come fusi, due colpi di spazzola ben assestati e sono perfetti senza bisogno di piastra o roba sul genere. Ieri sera ero felice del risultato raggiunto, non mi capitava da anni di uscire contenta da una seduta dal parrucchiere. Anche un po’ per colpa mia lo ammetto. Sedotta da certi tagli di capelli un po’ troppo alla moda, negli ultimi anni me li sono fatta accorciare un po’ troppo, progressivamente e sempre di più, finché ho beccato una parrucchiera davvero incapace che s’è fatta prendere la mano – completamente al di fuori delle mie richieste va detto – trasformandomi in Harry Potter. Dopo essermene andata sbattendo la porta, ho dovuto aspettare, centimetro dopo centimetro, per recuperare un minimo di presentabilità tradotta in un caschetto che mi ha accompagnata per anni. Quello che avrei riprodotto anche ieri se non fosse stato per questo tentativo di cambiamento che mi ha colto all’improvviso e che guardatami allo specchio subito dopo mi ha pienamente soddisfatta. Poi c’ho dormito sopra e, insomma, questo prodigio di riga in mezzo stamattina si faticava a notarlo perché i capelli erano tutti schiacciati dal cuscino e nemmeno il più deciso dei colpi di pettine li ha ravvivati. E ora, bastano due trecce e sembro Mercoledì degli Addams.