Se telefonando

Proprio adesso sono in attesa per fare la visita di controllo semestrale con i neurologi del centro sclerosi multipla che mi seguono. Causa Covid anche questa sarà solo telefonica, la terza nello spazio di un anno ma tra tutte le restrizioni che il Coronavirus ha imposto sono questa è la meno pesante di certo. Anche se, accidenti a questo cavolo di malattia e al mio cavolo di carattere, da sempre vivo ogni momento del genere, che sia in diretta o meno, con l’ansia di una prestazione scolastica di quelle più dure, di quelle da cui uscirò comunque sconfitta. Non è forse così da sempre? Lei piano piano s’è mossa in avanti e io sono rimasta al palo, nemica invincibile che non sei altro. Quest’anno poi mi presento davanti alla commissione dei prof. senza niente in mano. Non ho fatto nessun esame di controllo richiesto, molto per mia pigrizia e sostanziale disinteresse ma anche perché entrare e uscire dagli ospedali passando attraverso nuclei Covid e terapie intensive, tamponi molecolari e mascherine dei più idioti abbassate sul naso non mi sembrava proprio roba per me e per nessuno dei miei accompagnatori. È vero ho fatto il vaccino ma non si capisce nemmeno se basti visto che viviamo ancora tra regioni che sono rosso incandescente e arancione che non lo è da meno. Attenzione. Il telefono sta squillando, cercano me.

Quelle lacrime che non ti ho detto

È nata la figlia di Chiara Ferragni. Adesso chi mi conosce si aspetta un pippotto moralistico sulla clinica privata dove ha partorito, su come ha speculato anche con una linea di pigiami creati dal suo brand ed esibiti per l’occasione e subito dopo fuggiti a ruba, sulle tutine per neonati lanciati dal suo nome, su quella regalatale da zia Donatella Versace e poi su molto altro che nemmeno ricordo visto il tanto che in questi giorni ha sovrastato il web e soprattutto il suo profilo Instagram e quello del marito, e quello delle sue sorelle e quello di altri ancora. Invece no, me ne taccio, perché Chiara Ferragni è una che dà lavoro a tanti e di questi tempi avercene, che lei piaccia o meno, che si stimi il suo linguaggio e il suo mondo popolato oggettivamente dal nulla non vale la pena criticarla. Invidiare la sua vita splendida? Se lo fosse certo che sì, ma come si fa a crederlo quando si sa che nessun cerchio esce perfetto quando lo si traccia a mano libera? Quindi nessuna predica contro Chiara Ferragni, nemmeno da parte mia che sono una spendi morale gratuita soprattutto quando so che il modo per evitare ogni nervosismo sarebbe facile da mettere in moto, basterebbe voltare pagina, mica difficile come mossa. Ma il suo profilo Instagram fa obiettivamente simpatia, non tutto certo – tipo dei vestiti mi frega pochetto – ma molte cose creano una certa dipendenza, lei e il marito sono la nostra coppia reale per esempio, di livello basso certo, ma questa abbiamo e questa ci teniamo. E poi si arriva all’autunno scorso e a me cambia qualcosa: il marito rilascia un’intelligente intervista tv a Pietro Gomez in cui dice con la voce rotta dalle lacrime di avere la sclerosi multipla. La lettura del suo personaggio cambia, forse non per tutti, ma per me ovviamente si, perché, anche se sono lontana mille e più mille anni dal tragico e innominabile momento della diagnosi, il suo stato d’animo me lo sento addosso, appiccicato. E da allora ne ho interpretato i passi, l’ho visto piangere, l’ho visto sul palco di Sanremo soffocato da un’autentica crisi di panico, l’ho visto cullare la piccola figlia appena venuta al mondo mentre la inonda di troppe lacrime per esprimere solo gioia. Ci ho letto la paura di un futuro seminato di perché, di punti di domanda vaporosi e leggeri pronti a fissarsi ovunque decidano di farlo trasformandosi a piacimento in chiodi inestirpabili. Forse è vero, il marito della Ferragni ha i soldi per correre ovunque la migliore scienza medica lo voglia, prima di tutti, prima di me di certo, ma il carico di quelle lacrime che escono fuori in modo incontrollato lo conosco e purtroppo lo so che niente lo porterà via. Ahinoi.

Cioccolata calda con la panna

Ieri sera da Fazio c’era Deborah Compagnoni. Quando l’ho vista mi sono fermata per guardarla, pure se la trasmissione del buon Fabio non la seguo più da un bel po’ di tempo, la trovo sempre più infagottata dentro schemi uguali a sé stessi, un anno sabbatico votato al rinnovamento non guasterebbe penso io. Be’ comunque quando ho visto la Compagnoni come fare a non guardarla, m’è venuta fuori quella pagina di anni sportivi popolata di ricordi che vanno da Tomba fino a lei e Isolde Kostner. Emozione al settimo grado. Lo sci a casa mia è sempre stato, mio malgrado, un grande protagonista: le vacanze di Natale si facevano sempre in montagna, nello splendido Cadore, mentre durante le domeniche invernali le gite per sciare mancavano di rado, si partiva tutti e quattro pronti verso skilift e seggiovie. Risultato: tre felicissimi di quelle levatacce verso le piste da sci, bianche, freddissime e ripide, una, io, già pronta al mio inguardabile spazzaneve, svogliato e lento. Mollata l’età delle gite con la famiglia le piste da sci non m’hanno più vista, almeno in diretta. Ma quando si è aperta la pagina dei successi sportivi di Tomba-Compagnoni-Kostner è stato un gioco facile accendermi ed esaltarmi, loro erano straordinari e io un po’ ne capivo, li vedevo scendere e giù e la loro uscita dal cancelletto mi diceva già molto di come sarebbe andata la gara. Fatto salvo per certi imprevedibili miracoli che sapevano fare in pista, cose tipo sbandare a metà slalom, quasi cadere e poi in piedi di nuovo, senza saltare una porta fino ad arrivare giù col miglior tempo e magari vincere con un solo centesimo di secondo di vantaggio, perché se sei programmato per danzare sugli sci il gioco è presto fatto. Vedendoli sciare e vincere non ho mai rimpianto tutte le salite a scaletta che ho fatto incapace com’ero di imparare anche un decente spazzaneve, no, non avrei mai voluto diventare come loro e mettermi al collo tutte quelle medaglie. Quando ero piccola il premio perfetto per la mia giornata sulla neve era la cioccolata calda con la panna da gustare seduta ai tavoli di una baita, di più non volevo, oltre a togliere scarponi e sci. Anche se, pensandoci bene avrei potuto diventare la prima campionessa olimpica che poi si è beccata la sclerosi multipla. Ma mi sarebbe toccato passare da Fazio ieri sera, sai la gioia.

Un’intervista

Ne stanno parlando tutti di quella roba che si è vista in tv con Harry Windsor e la moglie come protagonisti, un’intervista di quelle che si fanno sicuramente per soldi in cambio del racconto vero o presunto di fatti di famiglia, propria o acquisita, per gettarne addosso fango a chili. Si sa, la famiglia in causa è quella reale inglese, nel dettaglio il ramo cadetto, quello sposato con un’attricetta di scarsa categoria con un bel nasino all’insù e poco più. In Italia ne stanno parlando tantissimo, ci sono le varie “barbaredurso” che tentano di aprire teatrini per dare ragione alla moglie e creare discussioni finte quanto inutili ma non ce la fanno mai, anche il più impreparato dei giornalisti presente in studio non può che accendere i riflettori su tutto quello che non torna. La Corona ha chiuso la retta settimanale alla coppia che è rimasta senza soldi dice, si è sentita vittima di accuse di razzismo per le origini afroamericane della duchessa ma non fa i nomi di chi li accuserebbe, lei in gravidanza ha perfino pensato al suicidio, come la suocera Diana, ma guarda te la coincidenza, al figlio è stato negato il titolo di principe, ma non dice che si tratta di una regola dinastica dei Windsor secondo la quale solo quando il nonno diventerà re pure il piccolo sarà principe. È per Harry che mi spiace, se ci penso mi viene in mente lui costretto a sfilare per chilometri dietro alla bara della mamma circondato da una folla di semplici dementi che piangevano a dirotto mentre a lui e al fratello non veniva concessa nemmeno una lacrima, solo un mazzolino di fiori con su scritto mummy. Meghan, a corte devono vedersela con un paese in preda a Covid, Brexit e con il principe consorte, nonno di tuo marito lì, lì per morire, scansati per favore, che è meglio.

Ultima ora: la regina ha detto la sua, è dispiaciuta per come i due si sentono, ma saranno sempre amati dalla casa reale. Le accuse di razzismo sono gravi, ne parleranno privatamente infatti. Che nell’insieme vuol dire qualcosa del tipo cari ragazzi attenti a fare altre cazzate sul tipo, non so se la Ditta avrà ancora altra pazienza con voi due.

È un volo a planare

Ieri sera è cominciato Sanremo 2021, quello più difficile, quello che non si doveva fare forse, o forse anche sì, non mi esprimo, perché le ragioni di questa nuova edizione hanno tentato di spiegarle in tanti ma nell’insieme mi sono sembrate giustificazioni di sistema non molto di più. Ma tant’è. La prima cosa che ieri sera mi è saltata agli occhi mi ha dato oltretutto molto fastidio. Un continuo, celebrato e ammesso mancato rispetto delle norme di sicurezza anti Covid da parte di tutti i personaggi che si muovevano sul palco dell’Ariston, anzi quello che s’è visto è stato lo scambio di molti baci, strette di mano mai risparmiate e risate di sottofondo nei confronti delle più rigorose disposizioni di sanità. Poi che i due conduttori possano essere già stati vaccinati e che si sentano superbamente più liberi del resto del popolino è un’ipotesi valida ma non è una scusa sufficiente: su Raiuno, tv di Stato, nel pieno di una lotta senza confini né di spazio, né di tempo, il riguardo per quello che si deve necessariamente fare è un obbligo morale. Capitolo cantanti. Ne ho visti pochi, ne conosco ancora meno e così mentre mi passavano davanti mi sono addormentata, i tempi del Festival si dilatano e io figuriamoci se li reggo. Fino a quando a svegliarmi non è arrivata Loredana Bertè, la sua nuova canzone, una fuori serie che anche nel sonno travolge e fa venire voglia di estate, di risate, voglia di cantare, voglia di ballare. Di normalità. Come quando io ero piccola ed erano gli anni Ottanta, decennio senza ragione, facile, con pensieri sotterranei forse, certe tracce fangose di quello che sarebbe stato di lì a poco ma che faceva comodo non leggere a fondo perché il clima era acceso da lampi di luce. Anche grazie a Loredana Bertè sempre lì, presente ogni estate a far brillare con le sue canzoni il meglio che avevamo attorno. Perché lei l’ha scritta eccome una pagina importante di musica italiana, senza l’arte di De Gregori o Dalla o altri come loro meglio dirlo subito, ma fa niente, quando d’estate uscivano le sue note te li sentivi attaccati alla pelle il sole che ti bruciava la pelle e il sapore del mare addosso. È da ieri sera che covo il grande sogno di vederci tutti ai blocchi di partenza di un’estate vaccinata e di nuovo libera. La regina Bertè la canzone ce l’ha già regalata.

O è solo malinconia?

Mi ha chiamata uno dei miei ex capi, l’unico da cui avrei tollerato una telefonata, a cui avrei risposto, di cui ho ancora il numero. Mi ha buttato sul piatto una micro proposta di lavoro, una collaborazione casalinga, uno smart working singolare che farebbe venire a galla quello che si faceva in ufficio quando si lavorava insieme. Ho detto va bene senza pensarci troppo su, con una serie di clausole ben chiare che erano già previste, ha detto. Non si tratta di rivoluzionare la mia vita lavorativa di oggi, non cambio nulla, continuo a fare quello che faccio, ma se tutto va in porto mi consento di riaprire varchi che potrebbero farmi star bene soprattutto perché in ballo ci sono angoli di passato nutriti anche di pura bellezza. Dentro il progetto ci entro io, la mia ex compagna di scrivania, amica di ieri, amica di oggi e lui, quell’ex capo che non è certo l’ultima delle cause di quel feroce licenziamento ma che almeno era quello bravo. Rileggo le ultime righe e dentro ci trovo tutto quello che quasi vent’anni di lavoro hanno scritto nella mia vita. Tanto, compreso quel doloroso seppure inevitabile finale. Ma ho accettato lo stesso. Credo abbia prevalso la voglia di far riaffiorare il meglio di quell’esperienza che pure c’è stato e che oggi per molti versi mi manca da morire: la mia ex compagna di scrivania e un certo clima leggero di cui anche quel mio ex capo faceva parte. Era la comunicazione il nostro lavoro e in questo ambito proprio quell’ex capo, la mia ex compagnia di scrivania e io eravamo senza dubbio i più dotati ma nel momento in cui la direzione ha cominciato a declinare proprio noi tre non siamo stati in grado di imporre a sufficienza le nostre volontà sugli altri, richiedere maggiore aggiornamento che ci serviva e che dovevamo imporre al resto della squadra, quel gruppo di incapaci, imbelli e incompetenti che si era assunto il ruolo di guidare il carro che ci ha portati dove ci ha portati. Ecco fatto il riassunto di un’epoca ancora tanto presente nella mia testa. E quell’ex capo che si è rifatto vivo con me e la mia compagna di scrivania per chiedere una collaborazione per un suo nuovo progetto è lo stesso che al momento giusto non ha battuto i pugni sul tavolo spingendoci a fare altrettanto, ad alzare la testa e chiedere più qualifiche, rifiuto per certi lavori inutili, pretesa di maggiore rispetto per le idee che di fatto avevamo: eravamo o non eravamo noi tre quelli che tiravano avanti la baracca e meglio avremmo potuto fare se solo il timone fosse stato nelle nostri mani? Ma è il coraggio che è mancato a quell’ex capo e forse anche a noi due, amiche prima che colleghe, perché arrivati al dunque della questione avremmo dovuto metterlo all’angolo per dirgli una cosa del tipo guarda ragazzo che noi si resta solo se tu cambi rotta altrimenti tanti saluti. E ora ci troviamo qui con questa sua richiesta. Punto di ripartenza? Desiderio di provarci ancora? O forse è solo un po’ di sana malinconia?

Operazione finale

Fatto. Il richiamo anti Covid intendo e proprio ieri poi ad un anno dalla prima presa d’atto che il mondo stava cambiando. Avevo più paura questa volta rispetto alla prima, i colleghi che ci erano passati prima di me non si erano risparmiati i lamenti paragonadolo a una piaga d’Egitto che nella migliore delle ipotesi provocava febbre alta e dolore di traccia altissima. Per ora io non posso lamentarmene troppo invece, un po’ di male al braccio dove mi hanno iniettato il vaccino questo sì e pure nell’altro – per solidarietà mi ha detto un’amica, facendomi ridere tantissimo – ma poi ieri pomeriggio niente attacchi di calore improvvisi che l’altra volta mi avevano accompagnata fino a sera, forse nell’insieme qualche fastidio in più alla muscolatura compensati però da una bella dormita stanotte che non fa mai male. È troppo presto per cantare vittoria? Vale la regola dispensata dai virologhi da bar secondo cui sono proprio gli effetti collaterali a comprovare l’efficacia del vaccino? Non sono più una bambina e quindi il mio fisico è addestrato meglio di uno più giovane a difendersi? Sarà come sarà ma so di aver concluso un percorso fondamentale, tra i pochi in Italia oltretutto e questo non senza provare qualche senso di colpa nei confronti di chi rimane in attesa del suo legittimo momento senza nemmeno sapere per quanto.

La tregua

Sabato con una certa sicurezza farò il vaccino anti Covid parte seconda, ovvero la conclusione di un percorso molto ma molto importante, fondamentale vista la situazione attuale. Sono emozionata ma a tratti anche un po’ spaventata, più della prima volta, due settimane fa. Il fatto è che molti dei colleghi della struttura per la quale lavoro e che già hanno fatto il secondo vaccino sono stati più male della prima volta con febbre, dolori muscolari durati giorni e giorni e io, che sono certamente più fragile, temo per le conseguenze che potrebbero aprirsi su di me. Ma giro subito pagina e penso alla fortuna che ho per questa occasione che mi viene servita in perfetto orario e soprattutto senza ostacoli e allora i pensieri negativi e la paura li metto in disparte: sabato farò il vaccino e mi godrò anche i due giorni di risposo successivi certamente utili a ridarmi nuova energia. La cosa importante infatti è che io farò il vaccino, lo stesso che in Italia dopo una partenza che sembrava regolare e ben disciplinata si trova imballato dentro meccanismi dal sapore poco chiaro. Eccola la ragione che per settimane mi ha fatta pensare che poterlo fare con largo anticipo rispetto a tutti altri per il solo fatto di avere il lavoro giusto nel posto giusto mi sembrava quasi un furto. Fino a quando non mi è arrivata la newsletter di AISM-Associazione sclerosi multipla che mi informava come il Ministero abbia inserito la patologia in prima categoria, i suoi malati verranno chiamati per fare il vaccino fin da subito e davanti a tutti gli altri e non tanto perché immunodepressi ma espressamente perché affetti dalla bella stronza. Quindi ho solo potuto anticipare i tempi, nessuna rapina, tutto onore guadagnato sul campo.

Parigi o cara

Mi è capitata tra le mani una foto di diversi anni fa, ’94 o ’95 poco più poco meno, il ricordo di una vacanza a Parigi, quattro amiche allegre, La Défence a fare da scenografia a sorrisi ventenni, spalancati e accesi. Non è la prima volta che la vedo, nessuna novità per me, una foto ben nota e legata ai bei momenti passati con carissime amiche. Fino all’altro ieri quando rivederla è stato invece come un no deciso verso le mie emozioni, uno squarcio aperto, e non so nemmeno perché. Diciamolo, sopra quel sorriso, il mio di sorriso, ho letto mille speranze tradite, sogni infranti, ambizioni sotterrate dal fango. Per la prima volta sono tornata indietro nel tempo e ho visto quella che ero, quando non avevo segni disegnati sul corpo e figuriamoci nella mente di quello che sarebbe accaduto, all’oggi che si trascina avanti solo con fatica. Sclerosi Multipla era un nome senza significato, non era la veste pesante di adesso con cui convivo da oltre vent’anni portandole pure rispetto, comanda lei. Non so cosa mi sia successo con quella foto tra le mani, anche perché non è l’unica ante diagnosi che mi capita di vedere ogni tanto, ma forse in questo caso è stato il carattere che si porta addosso a farmi male, il profumo di quella giovinezza senza risultati che ritrae a farmi scendere mezza lacrima e a cambiarmi l’umore. Ma poi mi sono rimessa in carreggiata in fretta, non vale la pena fare diversamente e questo lo so fin troppo bene, me lo dico da sempre, è andata così purtroppo, ma poteva anche andare peggio, diciamo che in questi giorni si è messa in moto solo una piccola scossa storta già superata, promesso. A me stessa.

C’è il prima e c’è il dopo

E quindi ho scalato il primo gradino della mia storia vaccinale contro il Covid. Come è andata? Non mi lamento. Nel pomeriggio dopo averlo fatto ero un po’ spaventata, che roba strana mi sono detta. Io e la sclerosi multipla ne abbiamo girate fin troppe di avventure mediche e il nervosismo, l’insofferenza ancor prima della paura arrivavano prima del grande evento. Prendiamo il caso dell’annuale Risonanza magnetica: è l’esame che odio dal profondo delle mie viscere con un disgusto che non trova parole sufficienti per essere descritto, ma non è l’esito a darmi tormento – per quanto sia il cardine da cui si leggono i movimenti della stronza di sm – ma è quel buco nero dentro il quale mi devo infilare per oltre tre quarti d’ora di rumore infernale a fare da colonna sonora rendere i momenti precedenti davvero nevrotici e quindi per questo dopo averla fatta sono serena, per un anno nessuno mi ricaccerà là dentro. Stavolta, invece con l’anti Covid anche se si trattava di affrontare un appuntamento al buio, potenzialmente pericoloso, con un temibile ago che per natura detesto, prima ero tutto sommato tranquilla. Il dopo invece lo è stato un po’ meno. Forse perché fin dal pomeriggio ogni dieci minuti dentro di me si sono accese autentiche vampate di calore come se mi stesse salendo all’improvviso la febbre, tanto che, coraggiosa come sono, l’ho provata senza tregua. Ma per fortuna tutto a posto. Nel frattempo il braccio dove mi avevano fatto il vaccino ha cominciato a farmi davvero male, dolore che mi sono portata appresso fino al mattino dopo, ero stata informata ma faticavo pure a passarci la mano sopra. Poi mammano che si andava verso sera mi sono sentita sempre più stanca da non avere nemmeno la voglia di aprire bocca e questo no che non è da me, la chiacchiera è roba mia non certo di altri. All’ora di cena pochissima fame e una volta a letto non sono riuscita ad addormentami come si deve, stress, nervosismo credo, molto più che effetti collaterali da antivirus. Il lato davvero positivo è stato sapere che il giorno dopo sarei stata casa, un piccolo spazio di fortuna che mi sono ricavata per tutelare la mia salute in primis e poi sollevarmi da ansie o che so io. Va detto che è passato tutto anche se con qualche timore arrivato dopo anziché prima come il mio solito aggiungendo una cosa senza soffermarsi su altro: devo riconoscere di essere stata molto più che fortunata a poter cominciare il percorso anti covid molto prima di altri, una grossa occasione per cui ringraziare e basta.