Questo blog non sale di quota, non viene letto in pratica, ha avuto qualche – raro – momento in cui sembrava piacere di più per poi colare subito a picco tra silenzi e mancati contatti. Mi si dice che la causa potrebbe essere mia perché non ci scrivo con la continuità sufficiente da conquistarmi l’interesse di chi su queste pagine desidera nutrirsi dei miei pensieri e della mia penna, può essere vero, non da meno è comunque forte la probabilità che gli argomenti toccati siano davvero poco interessanti, ovvio anche questo, ci aggiungo pure che stile, grammatica, sintassi che utilizzo mettano da parte ogni piacere per il lettore perché dimessi e ripetitivi, niente di più verosimile. L’insieme di questi fattori, fin troppo autentico, mi demoralizza togliendomi di dosso ogni entusiasmo, quello utile per continuare a far sopravvivere queste pagine, anche se scrivere mi mantiene viva, quel minimo almeno, ultimamente anche più della lettura visto che tutti gli spazi con cui gestisco la mia vita sono cambiati, rovesciati addirittura e non certo migliorati. Eccomi, qui, con un altro lamento, ancora e ancora, chi può avere il desiderio di leggere righe che piovono sempre infradiciando il terreno?
Notte prima degli esami
Io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra
E un pianoforte sulla spalla
Come i pini di Roma la vita non li spezza
Questa notte è ancora nostra
Ma come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati?
Le bombe delle sei non fanno male
È solo il giorno che muore
È solo il giorno che muore
Gli esami sono vicini e tu sei troppo lontana dalla mia stanza
Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto
Stasera al solito posto, la luna sembra strana
Sarà che non ti vedo
Da una settimana
Maturità, t’avessi preso prima, le mie mani sul tuo seno
È fitto il tuo mistero
E il tuo peccato è originale come i tuoi calzoni americani
Non fermare, prego, le mie mani
Sulle tue cosce tese, chiuse come le chiese
Quando ti vuoi confessare
Notte prima degli esami, notte di polizia
Certo qualcuno te lo sei portato via
Notte di mamme e di papà col biberon in mano
Notte di nonne alla finestra, ma questa notte è ancora nostra
Notte di giovani attori, di pizze fredde e di calzoni
Notte di sogni, di coppe e di campioni
Notte di lacrime e preghiere
La matematica non sarà mai il mio mestiere
E gli aerei volano alto tra New York e Mosca
Ma questa notte è ancora nostra
Claudia, non tremare, non ti posso far male
Se l’amore è amore
Si accendono le luci qui sul palco
Ma quanti amici ho intorno che viene voglia di cantare
Forse cambiati, certo un po’ diversi
Ma con la voglia ancora di cambiare
Se l’amore è amore, se l’amore è amore, se l’amore è amore
Se l’amore è amore, se l’amore è amore
Antonello Venditti
Certo, lo sapevo
E che nessuno mi dica che non me la sono chiamata. Facevo tanto il fenomeno a dire che quest’anno, a giugno, c’era da stare ancora sereni, lontani da qualunque genere di tormentosa forma d’afa che solitamente di questi tempi già ci travolge, che qualche spruzzata di aria fresca naturale, invece, c’era ancora, quella che permetteva di sopravvivere visto che il mio di condizionatore era fisso, in silenzio, con la bocca chiusa, appeso alla parete ancora in silenzio, per buonsenso ed effettiva mancata necessità. Ma guarda un po’ che ti succede, solo il giorno dopo aver fatto questo monologo da scienziata dei miei stivali: si fa largo una sensazionale botta di tormentoso calore. E io ci sono crollata sopra, punta dalle spine infiammate della sclerosi multipla che si nutre degli sbalzi della temperatura, anzi diciamo che proprio ci gode, rendendo le mie gambe candele di cera che si sciolgono ammollate sotto il mio peso, le braccia fragili, lente, incapaci di reggere ogni idea, schiacciate da una ogni sporca fatica mentre tutto il corpo si sfalda, gravato da una stanchezza innaturale, troppo forte, quasi finta per sentirla mia, trascinata da una fiacchezza che vorrebbe nutrirsi solo di sonno, e niente più. Ecco perché non dovevo chiamarmelo questo momento, tacere, e mettermi lì, in attesa che il caldo mi raggiungesse, tanto lo sapevo che era solo dietro l’angolo.
Siamo egoisti
Ieri sera alle venti circa stavo cenando quando l’elettricità è saltata, le luci si sono spente, la lavatrice pure, la lavastoviglie impossibile da far partire, in arrivo da fuori un concerto di suoni d’emergenza perfettamente coordinati tra loro. Che egoisti ho pensato. Il caldo, l’afa estiva, l’umidità che soffoca, la calura che opprime i sensi, la canicola irrespirabile sono arrivati è pur vero, ma attaccarci, senza idea di scampo, all’aria condizionata, la stessa che in un battibaleno, ieri sera, da me, ha fatto saltare tutte le linee elettriche, forse è un po’ esagerato. Rallentare conviene certo e mi fa specie dirlo, io che non tollero nessuna specie di calore, io che con l’afa mi sento buttare ai matti, io che non sopporto nessuna forma di estate, io, insieme alla cara sclerosi multipla che ci sguazza dentro sedotta dalle sue migliori grandezze, credo si possa portare pazienza. Proprio io insomma, stupita quasi, perché mi sono scoperta a chiedere di andarci piano coi pensieri sulla torrida estate già qui: apri le finestre penso, ascoltalo quel briciolo di aria naturale che ancora resiste, ti soffia in faccia se glielo permetti, giocaci insieme, dagli l’opportunità di fare del suo meglio, finché ne avrà opportunità, finché ti darà tempo.
Spiagge, amate e poi vissute
Andava così tanti anni fa, dentro un ufficio condiviso con due colleghe che, strada facendo, sono diventate amiche tra le mie più care e con le quali le giornate, tra lavoro, risate e certo qualche immancabile lite, ci mancherebbe pure, ho dato il via a spazi di vita indimenticati. E con musica di sottofondo sempre presente, dalla radio solitamente, che sceglievano loro, più giovani di me ne avevano ogni diritto, anche perché era un ottimo sistema che avevo individuato per rimanere sintonizzata sui canali più energici della modernità espressa dal vigore della loro bella età. La loro, quella che mi bastava per sentirla sussurrare anche nelle mie di righe. Fino a che non mi scoppiava il desiderio sotto forma di sette note e domandavo – ben sapendo che mai sarebbe arrivato un no alla mia richiesta – se potevo metterla anche io una canzone. Partivo così, senza nemmeno attendere una risposta e la mia scelta targata tanti anni prima, prendeva il largo. Questa mattina le cose sono andate al contrario, Romina, proprio lei con cui ho condiviso mille e più mille anni di scrivania e che oggi siede al banco delle amiche mie più care, senti un po’ cosa mi ha inviato su wapp chiedendo stavolta se poteva metterla lei una canzone: Spiagge mi manda, addirittura, quel capolavoro firmato Renato Zero che solo ad ascoltarlo, anche di fuga, mi spalanca il cuore di una felicità che supera ogni ostacolo. Tra ricordi, voglia di sentimi dentro l’immagine di certe estati ragazzine, con quella spontaneità facile che si fa largo in questa azzurrità, fra le conchiglie e il sale, con le parole e il ritmo che mettono insieme un testo che sa davvero costruire il ricordo di quella giovinezza, la mia, redatta sopra uno scampolo di poesia attaccata al pensiero dell’età più fresca. E grazie cara Rominia, e tu sai che non è un errore di battitura.
L’estate a Nordest
È arrivato il maldetto tempo del caldo che porta via il fiato, il respiro, il vigore, la voglia di fare ogni cosa, oddio, non è proprio ancora arrivato, ma nemmeno lontano dall’essere qui, tutti i giorni, tutte le notti. L’estate a Nordest. Come in una commedia tinta di umidità e insoddisfazione, quella che non segue nessuno dei miei caratteri di appagamento, ponendola anzi in cima a ciò che più temo. Per non dire poi che questa stagione fa pure a botte con la sclerosi multipla, se non bastasse tutto il resto, perché il caldo la rende feroce più ancora di quello che sa essere, la trasforma in un diavolo dichiarato, la muove verso obiettivi di totale malafede e anche quando in aria soffia un brivido quasi rincuorante, la sm lo sa che è finto, scomparirà in fretta lasciando spazio solo a lampi feroci. Sono certa che ride, lei, la maledetta, mentre tu puoi essere difesa solo dall’aria condizionata, con i suoi vai e vieni, belli o meno che ti paiono, piacevoli certo, spesso indispensabili ma solamente a tratti perché dopo un po’ loro stancano, ora che è giugno ti sembrano ideali, pensando ad agosto salgono in testa invece pensieri di ogni tipo. E nell’insieme non del tutto positivi. Perché le vibrazioni di fresco che dà sono innaturali, poco da dire, si attaccano alle ossa, bruciandole quasi, creano un ambiente talmente finto da farti dire “basta, per favore, vattene”. Autunno, ti aspetto, torna a settembre.
Un amore di Swan
E riprendendo il discorso già cominciato nei giorni scorsi, ieri ho recuperato un capolavoro che avevo in casa, un romanzo mai letto, comprato senza avere perfetta informazione di cosa fosse, riposto tra gli scaffali della mia libreria con il costante proponimento di venirne a capo. Un amore di Swann si intitola. Già, Proust, nientemeno. Ricordo molto bene quando lo acquistai, tantissimi anni fa, ma proprio tanti, nel negozio aperto da pochi mesi sotto casa mia, gestito da Alessandra, lei che in breve diventò amica mia ma che in quel pomeriggio ancora non lo era. Ero entrata perché volevo acquistare un volume di Proust, iniziare la Recherche nientemeno. Ma non avevo coraggio – e confidenza – per chiedere dove sbattere il naso svelando in questo modo quell’ignoranza che in una libreria non mi sarei mai perdonata. Così quando vidi tra gli scaffali questo romanzo a firma di Marcel Proust ricordo di averlo preso e ripreso tra le mani, insicura se fosse il caso di portarlo a casa, se fosse la cosa giusta da fare, se facesse o meno parte della Recherche, oppure no, eppure bastava che leggessi con maggiore cura la quarta di copertina per venirne a capo, ma non lo feci, scema io, lo comprai lo stesso, invece, certa di aver raggiunto l’obiettivo del mio progetto. Avrei dovuto sapere che Un amore di Swan è un romanzo-nel-romanzo, una sorta di episodio della Recherche che definisce il testo del capolavoro proustiano. Ieri l’ho ripreso in mano trasportata fin da subito dentro una dimensione letteraria dai caratteri supremi. Mi sono resa anche conto di averne cominciato la lettura diverse volte, e di averlo anche abbandonato, l’ho capito ieri mentre affogavo tra le sue pagine e sentivo in quelle righe un’aria nota, qualcosa che in un certo modo conoscevo già, un brivido brillante e capace di portarmi a fine riga con un carattere di piena completezza letteraria. Complesso Un amore di Swan, composto da intervalli alti, personaggi che sembrano sovrapposti tra loro, dialoghi illimitati, periodi superiori che arrivati alla fine spesso ti costringono a tornare all’inizio, magari dieci righe sopra, forse anche di più, perché la scrittura è piena, preziosa, articolata, ampia, libera, avvolgente e nello stesso tempo chiusa in un campo che ne rende la comprensione fin troppo difficoltosa. No, non leggerò la Recherche al completo, mi spaventa anche solo l’idea, ma sono ben felice che in quel pomeriggio di tanti anni fa ho comprato, tra scampoli di ignoranza e tanta inesperienza, Un amore di Swan e che forse oggi è arrivato anche per me il momento giusto per terminarlo.
Lettura e qualità
Che mi piaccia leggere è un dato assodato così come il fatto che, rispetto al passato, io legga di meno o comunque con un sapore diverso, non minore, ma differente rispetto al mio ieri. Da quando ho smesso col lavoro sono cambiate tutte le mie abitudini del resto, troppo: tipo il modo in cui le esprimo e come mi metto in corsa per raggiungere il traguardo finale. Vedi le forme e i tempi con cui prendo in mano un libro che, involontariamente, mi conducono verso regole differenti rispetto al passato. Ma io, che sono invece una che si muove seguendo le linee dell’abitudine, quelle che con un libro in mano ho sempre nutrito con favore e sentimento, ora mi fanno sentire imbrogliata: leggevo la sera, entrata a letto, prendendo in mano il titolo scelto e poggiato accanto a me, era la mia via di respiro rispetto alla quotidianità, che durasse un capitolo, venti pagine, di più o di meno non importava, bastava ci fosse, era importante così, prima che terminasse la giornata. Leggo il pomeriggio adesso, ho pure più tempo, le pagine girano sotto le mie dita con maggiore velocità ma il senso di appagamento di questa nuova consuetudine mica è salito, è fermo sotto il peso di un uso che non ha ancora trovato il valore di questo spazio per me inedito. Resto seduta col libro in grembo, volto le pagine poggiate sulle gambe, ogni rumore mi distrae, anche quando il pensiero vaga compiaciuto dalla bellezza del titolo scelto io resto appesa a un vuoto che non mi piace perché la qualità del mio leggere è decaduta, dove non so. Credo mi ci vorrà del tempo per ritrovarlo, spero non troppo perché al momento, chiuso un libro, non ne ricordo quel granché, ne so dare solo un giudizio rapido: piaciuto, non piaciuto. Davvero troppo poco.
Davanti alle sbarre
Prima una pizza e poi la scoperta verso l‘eccellenza che Jesolo sa offrire. Ieri sera è andata così. Con la mia famiglia. Oltre alla cena con una prosciutto e funghi a cui mancava solo la Coca Cola, siamo andati verso uno store che io non avevo mai visto al suo interno. Un punto vendita di proposta autorevole dedicato al vino dove Luca doveva acquistare un regalo per un amico e dove io ho girato tra gli scaffali, sorpresa, inconsapevole, stupita, meravigliata e incantata come dentro una galleria d’arte costruita attorno a un autentico patrimonio. Fatto salvo che io non bevo vino, che mi disturba anche solo il suo odore, che la sclerosi multipla poi ci fa a pugni, che i farmaci che prendo non sono da meno, so quanto può valere una bottiglia quando è scelta con competenza professionale, quando è proposta con perizia di tono, quando è selezionata tra mille, quando si distingue da perizia di forma e ieri sera è così che è andata, ho avuto la sensazione di essere entrata in un salotto, come dentro a una galleria d’arte. Bottiglie mai viste, nomi di cantine noti solo come echi persi nel lontano ricordo, scambi di brindisi tra clienti competenti, presentazioni attente ma comunque per me inedite, fino alla comparsa di una porta a vetri, chiusa dietro sbarre di ferro che aveva il carattere di proteggere la superiorità. Caveau. Un cartello scritto davanti all’ingresso lo presentava con indicazioni più precise: entrata da prenotare, il responsabile accompagnerà alla ricerca delle migliori etichette fornendo tutte le notizie riguardanti il mondo del vino e dei distillati di pregio. Non bevo lo ripeto, non mi piace, la sclerosi multipla poi ci nuoterebbe dentro dandosi troppo coraggio, ma mi inchino davanti al bello e alla qualità. Soddisfatta dalla serata di ieri, circondata da una bellezza sconosciuta. E pensare che quel caveau l’ho visto solo da fuori senza varcarne le sbarre. Va detto comunque che anche la pizza era molto buona, sia chiaro.
2 giugno 1946

Oggi è la Festa della Repubblica Italiana: 79 anni da quella pagina di storia che diede il la alla nascita del nostro Paese, che scalciò dai piedi quell’inutile monarchia che sappiamo, che consegnò per la prima volta tra le mani delle donne la matita per poter votare. Ora accenderò la tv per guardare la sfilata delle Forze dell’Ordine, lo facevo sempre con papà, lui che, buona parte della guerra la ricordava, almeno gli ultimi anni, proprio quelli più violenti vissuti qui in zona, in quel Veneto senza più governo conteso tra le volontà tedesche e partigiane. Crescendo ho imparato a disapprovare con assoluta insufficienza di stima i Savoia: quei torinesi di sovrani, inutili, mai al posto giusto, inetti, attirati solo dal proprio benessere e pieni di incapacità morale, quell’insieme di fattori che ci hanno condotti in un baratro fin troppo noto. Mentre scrivo mi viene in mente anche una serata di fine agosto di moltissimi anni fa trascorsa in in locale jesolano a chiacchierare di questi argomenti con un amico – che un po’ mi piaceva – scoprendo mentre si parlava di essere in pieno accordo su una questione importante. Chi ci stava accanto poco alla volta si è allontanato evidentemente disinteressati: la nostra discussione contro i Savoia a cui noi non volevamo concedere il rientro in Italia mantenendoli invece dentro i vincoli di un esilio a cui sua signoria la Storia li aveva condannati era per noi fondamentale, ricordavamo invece quel Referendum che aveva promosso la Repubblica a discapitato della monarchia e che forse era stato manovrato ma per noi era un dettaglio di poco peso, valeva di più che le donne fossero state chiamate al voto per la prima volta proprio quel 2 giugno 1946. Se ne parlava noi due quella sera, sempre d’accordo su tutti gli argomenti. Ma non è bastato, evidentemente lui mi piaceva io a lui no, la storia va così.