God save the King

Carlo III e la moglie, la regina Camilla, proprio ieri hanno terminato il loro breve viaggio in Italia e sono ritornati, tra ali di folla festante, in Gran Bretagna. Spacciata come l’occasione per celebrare i loro vent’anni di matrimonio, questa sosta nel nostro Paese non so perché ma mi ha dato altre idee, tipo un sistema per sganciare il loro Paese dalla Brexit avvicinando invece il pensiero britannico all’Europa. Non vado oltre. Passo avanti e dico solo che li ho invidiati. Perché hanno scelto di visitare percorsi artistici tra più belli, tipo ieri a Ravenna, dove, evidentemente indirizzati da ottimi uffici di promozione turistica, si sono divisi alla scoperta del meglio che la cittadina propone. Dicono che Re e Regina siano colti, perfettamente in linea tra loro, capaci di intendersi al volo così come sembra sia la Regina Camilla il ramo che indirizza il volo che la coppia deve prendere. Non mi interessa molto sapere del loro matrimonio, figuriamoci. Poi se ci penso mi viene in mente la famosa estate in cui morì la prima moglie del futuro Re. Come dimenticare del resto quella ininterrotta settimana di tg che parlavano solo di lei e delle tante beghe nate attorno alla sua scomparsa. Compreso quel suo lunghissimo funerale trasmesso per intero su tutte le tv che totalizzò l’informazione, compresa l’immagine della Regina Elisabetta addirittura costretta a chinare il capo di fronte al passaggio del feretro della nuora forse nemmeno mai amata. Ecco, sarebbe stato meglio se Carlo e Camilla si fossero decisi a sposarsi prima. Ma anche qui chissenefrega è andata così e affari loro. Sai che c’è invece? Anche io vorrei andare a Ravenna per visitare la tomba di Dante, non ha barriere architettoniche ho scoperto, è accessibile a tutti, anche a me e alla mia sclerosi multipla. E allora, Sua Maestà, grazie per avermelo fatto scoprire.

Tra Rocci e Castiglioni Mariotti

Proprio ieri, il mio ex compagno di banco del liceo, Francesco, ha inviato, sul gruppo IIIC di wapp, l’immagine della gradinata storica del nostro liceo Montale. Non la vedevo da tempo, è ancora la stessa di allora, il liceo non c’è più perché è stato trasferito nella cittadella scolastica di San Donà di Piave, ma la struttura che ho frequentato io invece è lì. I cinque anni più belli della mia vita quelli trascorsi tra quei banchi. Dico sempre così, magari esagero, ma non credo perché me li sento scritti addosso così: tra pagine di latino e greco che pure mi hanno fatta piangere ma sa il cielo il valore che mi hanno dato, insieme a quegli amici veri che non sono mai volati via da me e con i quali ho condiviso tanto, tutto, e per non parlare della scoperta dei tagli più belli della letteratura senza parlare della piena consapevolezza che la matematica non sarà mai il mio mestiere. Oggi ho letto sul giornale della mia provincia che il Sindaco della cittadina di San Donà – che è stato allievo anche lui del mio Liceo, me lo ricordo – ha intenzione di dare al Montale il volto di una galleria d’arte, uno spazio dove organizzare rassegne ed esposizioni artistiche. Bella idea probabilmente, un modo per fornirgli un aspetto innovativo, trasformando quelle aule in sale d’arte. Già. E i miei ricordi? E quelli di tutti noi ex allievi? Quelli che sedevano dietro a quei banchi. Davanti a cattedre impressionanti, con prof mai indulgenti. Si maneggiavano le pagine del Rocci e del Castiglioni Mariotti, dizionari con l’aspetto di colossi da analizzare con cura per venire a capo delle versioni di Tucidide, Sofocle ma non da meno Cicerone, Tito Livio, Tacito e via sulla strada. Ricordo che quando mi iscrissi al liceo credevo che avrei trovato come argomento portante l’italiano e la sua letteratura. Errore, ragazza mia. Greco. Latino. Ma va bene così. È quello il valore del Liceo Classico. Ci penso spesso a quei bellissimi anni ma anche a quella gradinata che portava all’ingresso e all’altra che faceva salire alle aule. Non c’erano ascensori, ma scherziamo, era una struttura molto più che datata. Ma se la sclerosi multipla si fosse fatta viva prima? Che sarebbe stato di me? Qualcosa sarebbe accaduto, stai serena mi voglio ripetere. Ma sempre sotto il tetto di quel Liceo. Ne sono certa. Allora, stamattina quando ho letto l’articolo che parlava del progetto che ha in mente il Sindaco per dare un nuovo significato al mio caro e vecchio liceo ho subito pensato alla necessità di abbattere tutte le barriere architettoniche di cui è portatore. Ma nello stesso tempo ho pensato no, vi prego no. Giù le mani dal mio Montale, dai miei ricordi, da quell’ingresso con la scalinata. E lo dico seduta sulla mia sedia a rotelle.

Tutto normale quindi

Non credo di averne mai parlato su queste pagine. E forse nemmeno a qualcuno che conosco. Si tratta comunque di un argomento che mi ha sempre colpito, a metà tra l’autosuggestione e quel corollario di spiegazioni spesso fasulle che vogliamo darci. Ebbene, sarò più chiara. Circa trent’anni fa una cara amica, da sempre incastrata dentro un circolo di problemi di salute non da poco, mi chiama per dirmi che le hanno diagnosticato la sclerosi multipla. Non so niente su questa malattia e nulla le chiedo, in ogni caso il nome mi evoca qualcosa di antipatico. Non ne conosco i sintomi, nemmeno a che ramo della medicina appartenga, o quali siano le sue manifestazioni, nulla, mi rimanda solo alla visione di una sedia a rotelle. Che dico alla mia amica? Poco. Conta su di me. Che fare oltre? Passano i mesi, arriva l’estate, afosa ai massimi, lavoro nel negozio dei miei genitori e sono sempre molto ma molto stanca, ben oltre quanto dovrei dal momento che non ho ancora trent’anni. E poi sento che mi succede una cosa strana, non dolorosa, ma ben piena di fastidio. Quando piego la testa in avanti sento che dal collo, muovendosi lungo la spina dorsale, parte una specie di scossa. Non mi va, non so cosa sia, ma non mi va. Ricordo la telefonata di pochi mesi prima con la mia amica. Volo oltre con l’immaginazione, mi devo fermare. Vado dal mio medico di base, racconto a pezzi e a bocconi quello che mi accade e lui dice che si tratta di debolezza, troppo caldo, sono stanca. Mi prescrive un farmaco, per favorire il riposo mi dice. In farmacia mi danno una scatoletta blu, contiene pastiglie piccole, leggo il bugiardino: è un miorilassante, valido in caso di sclerosi multipla. Sento un tuono potente nelle orecchie, paura forte. Quando è sera il brivido lungo la spina dorsale si fa più intenso. Guardo la gente che entra in negozio e penso: “Beati voi, non avete la sclerosi multipla”. Passa ancora qualche tempo, chiamo la mia amica, mi dice che i neurologi hanno escluso possa avere la sm. Sono felice per lei, chiaro. Ma non posso che pensare: “Ce l’ho io”. Non glielo dico, non lo dico a nessun altro. Poi comincia poco dopo il mio percorso verso la diagnosi, tra esami e visite, e io comunque continuo a tacere anche ai medici che si occupano di me di questa strana scossa che sento sempre. Come se credessi che quell’ostinato silenzio possa proteggermi. Fino all’arrivo di una dottoressa, molto dolce, che mi fa una domanda precisa e io devo rispondere che sì, quella scossa la sento. Segno di Lhermitte, così si chiama. Ci penso spesso al perché ho taciuto di lui, non ne sapevo niente, tanto meno che fosse un erede riconosciuto della sclerosi multipla. Un silenzio, il mio, che non aveva un perché certo. Piu probabile che mi girassero addosso già molti altri sintomi della sm, niente di speciale quindi, nessuna capacità divinatoria la mia, era lei che mi aveva già allungato le mani addosso. E chissà in quanti altri modi.

Una mamma per amica

Adesso che sono a casa dal lavoro vedo più televisione. Ma, da saputa saputella quale sono, più che guardarla mi fisso a osservare i deboli caratteri con cui è costruita. Chiudo qui. Ho mille e una piattaforma, a pagamento o meno, per vedere serie tv e film. Ma non sono sola, c’è mia mamma con me e noi due non abbiamo nessun gusto in comune. E non mi va di imporle le mie preferenze. A lei le serie tv non piacciano per esempio, creano dipendenza mi dice, va detto che, sinceramente, nemmeno a me danno eccessiva soddisfazione. A parte Una mamma per amica che, chissà per quale ragione, quando la becco, mi ci fermo davanti sempre anche se le puntate le ho guardate, tutte, più e più volte. Ma va da sé. Resta comunque il fatto che quando in casa la televisione è accesa raramente ho il telecomando in mano, certo, all’ora del tg, a pranzo e a cena, ma per il resto più che altro ascolto, con un libro in mano o un giornale. Ovvio comunque che con le orecchie aperte mica è facile estraniarsi del tutto dall’argomento portante che passa sugli schermi e che nel momento attuale si regge per lo più su due temi fissi. Che sono cronaca nera – tanta – e cucina – non da meno. Autentiche linee guida della programmazione: la prima viene proposta direi ossessivamente con termini che riguardano omicidi e via sul tema, senza rispetto per il concetto stesso di giornalismo che qui viene bistrattato, deluso tra grida del tutto ripetute senza regole certe. Non da meno le pagine che seguono la gastronomia, condotte su percorsi culonati per niente armonici, con proposte di piatti ripetuti che fanno uso di ingredienti utilizzati in quantità esagerata dando l’dea di un autentico spreco alimentare, per niente lecito rispetto alle esigenze di ogni epoca. Spero di sbagliare ma eccola la sola tv che c’è in giro. Professionisti che si muovono su queste assi? Mi faccio molte domande. Soprattutto chiedendomi perché non si possa cambiare questi riferimenti. Del tipo: Una mamma per amica, per quel che mi riguarda.

Giù dal podio, sm

Il cambio dell’ora. Giornate più lunghe. È la primavera. Porca paletta. Anche quest’anno ci siamo. Credo di averlo scritto e riscritto su queste pagine che dall’Equinozio in poi a me peggiora l’umore come non capita al resto del mondo. Ma va be’, che c’ho da fare. E poi il tutto si porterà dietro anche l’estate, con il caldo che disegna addosso alla cara sclerosi multipla le tracce feroci dell’afa. Il mio umore non ne parliamo come diventerà. Orrido. Infimo. Passiamo argomento, dai, che è meglio. Cambio pagina allora, parlo di ieri, un pranzo fuori con la mia famiglia insieme a un paio di amici storici. Siamo andati in un bel posticino aperto da poco, qui a Jesolo, scovato da Luca, mio fratello, e da Luca/Fizzo, il gran cerimoniere di corte di uno dei locali che ha definito con la sua epica le linee di riferimento della migliore vita notturna della mia città. Un ottimo menù ho trovato ieri, una bella accoglienza certo, ma anche dell’altro: quel valore aggiunto che mi ha conquistata. Una situazione amica, ecco cosa, libera da riguardi esagerati nei confronti della cacchio di carrozzina dove sto, quelli che trovo direi sempre, come se io meritassi maggiori riguardi rispetto agli altri. No che non me li dovete, mica è una conquista stare seduta su questo trono mobile, per quel che ne sapete chissà che qualità di donna sono vorrei gridare ai venti. Un pizzico più sfortunata della media forse, ma anche no. Io uguale al resto del mondo, più o meno sì. Ieri, invece, ho trovato un benvenuto buono e mai avvolto nella pietà. Faccio un esempio. Hanno sbagliato a portare il mio caffè. Niente salamelecchi in più. Semplice. Subito dopo è arrivato quello giusto, con scuse che stanno dentro alla normalità. Insomma, mi hanno fatta sentire a posto, solo una persona seduta su una sar che si porta in giro questa sclerosi multipla dei miei stivali ma che non merita chissà quali qualità di ascolto. Attenzione per le barriere architettoniche certo che sì, ma non faccine compiacenti piene di patimento. Ieri ho trovato gentilezze che fanno parte dell’accoglienze ristorativa, rivolte a me come a tutti, punto e a capo. Io ho la sclerosi multipla, mi sposto su una sedia a rotelle ma solo per questo non valgo una medaglia d’oro. Perché so essere anche un’insopportabile maleducata. Sclerosi multipla o meno. Ecco, tanto per dire, beccatemi sotto le spire di una giornata con l’afa. Solo come esempio.

Sono forte, papà, guardami sereno

L’anniversario dall’addio a papà. Eppure della giornata di oggi, di un anno fa, ricordo pochi pezzi, stralci, anche lacrime ma quasi minime, voglia, tanta, di buttarmi dentro al mio dolore in solitudine, questo sì, eppure, chissà perché, tutto mi appariva insabbiato. Molta gente attorno però niente da raccontare. Se penso a ieri ogni ricordo invece è ben scritto dentro. Di oggi meno. Solo che papà ci aveva lasciati. E per sempre. Tutti addosso l’anno scorso. Preoccupati per me, per le conseguenze che la mia salute malandata avrebbe potuto scrivermi sopra, ma ho retto. Come non accade in queste ultime settimane invece. Quasi che la sclerosi multipla si fosse accorta oggi di avere spazio libero tutto per sé. Un anno dopo e senza papà. Che se n’e andato senza mai smettere di avere me nel cuore. Stai tranquillo, sono forte, dammi qualche giorno in più e vinco ancora io con la bella stronza.

Quel telefono che suonò troppe volte

Come oggi. Come domani. Era un anno fa. In testa ancora lo squillo del telefono. Quasi all’alba. Io che mi copro gli occhi e dico “no”. Papà. All’ora di pranzo avevano già chiamato dall’ospedale: “Dateci il consenso. Vorremmo cominciare con la morfina. Si avvia a sentire dolore”. Noi abbiamo tortellini in brodo già pronti in tavola, il programma è quello di andare a trovarlo dopo pranzo. Ma invece ci si muove di corsa. Rimaniamo da lui fino a sera, quando, tornati a casa, ci accorgiamo di non avere voglia di mangiare e buttiamo via tutto. Prima di andare da papà quel  pomeriggio chiamo il prete della nostra parrocchia, vogliamo che riceva l’estrema unzione. Saprò dopo che quelle saranno le ultime ore accanto a papà. Chissà se lui sapeva tutto. Che ero lì con lui, per lui. Gli prendo la mano. Sembra che me la stringa, capisce che sono io, è solo un caso? A un certo punto devo tornare a casa. Non chiedo perché, seguo la corrente. Mi avvicino e gli dico grazie. Per tutto quello che mi hai dato, per tutto quello che mi hai detto. Sono sincera ma sono parole che avrei dovuto dire prima. Prima di quella telefonata ricevuta alla luce di quell’alba impossibile da scordare. Come papa.

Quei pomeriggi che valgono ancora

Ho ripreso a leggere. Con una certa frequenza. La mia diciamo, quella abbandonata da un po’, per l’intervento all’occhio prima, per i molti pensieri affastellati nella mia mente poi. Tutta roba nota. Ma negli ultimi tempi il libro in mano mica manca. O il Kindle, poco cambia. E quindi adesso mi trovo davanti a una soddisfazione personale. Piccola, ma di buon sapore. Anche perché ho scoperto dei bei titoli, belle scritture e via sulla strada del bel piacere. Che mi soddisfi leggere è roba nota, da sempre direi, ricordo ancora quella sera di mille e più mille anni fa quando all’ora di cena mi trovarono in lacrime sopra il letto mentre leggevo Incompreso (la favola di Florence Montgomery) coinvolta dentro un appassionato turbamento. La mia famiglia ovviamente si preoccupò consolandomi, ma, chissà, non credo si capì il significato di quel pianto mescolato alle parole. E dopo si diventa grandi e la scelta del titolo da leggere cresce con noi. Soprattutto se un bel giorno hai la fortuna di avere sotto casa una piccola libreria di quelle che oggi mancano sempre di più, accidenti. Ma io per qualche tempo ho avuto il bel vantaggio di poter godere di questo privilegio: mi ha permesso di costruirmi accanto un gran mondo, quasi dorato, ovvero ciò che volevo, ovvero ciò di cui avevo bisogno, ovvero un bel rifugio. Finché non ha chiuso purtroppo. Alessandra era la padrona di casa, Laura la sua cliente più assidua, sono diventate amiche mie, perché lì, insieme, abbiamo trascorso molti momenti bellissimi. Io e Laura ci davamo appuntamento per un caffè preso al volo, poi si entrava da Ale, si chiacchierava, si commentava, argomento prevalente? Libri certo, ma anche altro. Ricordo molto bene quella volta in cui noi tre siamo andate fuori per una pizza, camminavo male, mi poggiavo al braccio ora di una e poi dell’altra, a turno, per spostarmi da qui a lì, tacevo sulla ragione, non era il mio argomento preferito, poi un giorno le ho sentite vicine al punto da dirlo chiaro e tondo “ho la sclerosi multipla”. Mica è cambiato nulla tra noi, le amiche, quelle vere, sono così. Abbiamo continuato con le nostre chiacchiere e sulle varie opinioni che toccavano le reciproche belle letture. Poi arrivava Natale. Io e Laura si andava da Alessandra nei giorni della Vigilia, lì, dietro al suo banco, la aiutavamo per fare i pacchetti dei suoi clienti che in quei giorni triplicavano. Il libro, lo si sa, è il regalo dell’ultimo momento, quello che salva quando non si hanno più idee ma anche quando si acquista alla fine l’idea carezzata fin dal principio. Quante risate tra di noi, autentiche snob, sbeffeggiando tutti quei Bruno Vespa incartati, quanti commenti su quei titoli scadenti scelti e rivolti a una banda di non lettori che per Natale avrebbero trovato sotto l’albero un libro ricevuto senza ricavare nessun piacere. Di anno in anno io facevo sempre meno durante quelle sedute prenatalizie, faticavo a stare in piedi e quindi il mio ruolo si riduceva a poggiare il dito sul nastro per permettere a Laura di stringerlo al meglio. E si continuava a ridere. Ora Alessandra ha chiuso e quei pomeriggi di gran piacere anche. Leggere no, per fortuna. Per inciso: è sempre Laura a dirottarmi verso i migliori titoli, senza escludere che la metà me li regala lei.

Poco bianco il mio Carnevale

Ieri a Jesolo c’è stata la sfilata dei carri allegorici di Carnevale. Un autentico plotone di persone è sceso sul mio litorale per fare festa. Maschere, coriandoli, frittelle e che so io cos’altro. Quanto detesto il Carnevale. No, no, non lo detesto, proprio lo odio. Fin da piccola. In quegli anni in cui lo si dovrebbe amare per la gioia che sembra regalare a me non dava nessuna contentezza. Vestita in maschera poi. Quando ero alle elementari ne avevo una da damina, era il genere che andava di moda allora: la indossavi, mamma ti truccava aprendo la sua preziosa trousse e il martedì grasso si andava a scuola così. A metà mattina c’era da fare la foto ricordo da portare a casa. Di quell’epoca ne ho cinque, una per anno scolastico, tutte con lo stesso abito che quindi di volta in volta si è faceva sempre più corto: quello della quinta mi inquadra con un faccino dipinto di rosso sulle gote e con la gonna del vestitino che copre le gambe solo fino alle ginocchia. Mica si scialacquava all’epoca. Poi quando fu la volta delle scuole medie la damina venne messa in soffitta, si sa fin troppo bene l’aria che tira in quel triennio, che drammatici ricordi. Competizione tra le compagne di classe lanciata a mille, esclusioni sempre pronte sul piatto degli affari che contano, segnali ben accesi sul guardaroba da mostrare, trucco e parrucco da mettere in campo sotto la tacca del mille all’ora. E io decisamente fuori quota. E pure un po’ bruttina. Alla mia epoca – ma credo sia ancora così – le medie contenevano un carattere competitivo che si muoveva lungo una costituzione estetica ben fissa che almeno a Jesolo valeva molto più dei libri letti o da voler leggere. Serviva un bel viso per venirne a capo, fisico non da meno e insieme un guardaroba studiato, mai casuale meglio ancora se costoso. Ecco a voi la pure essenza di quel triennio scolastico. Non la mia che, oltre tutto, ripeto, ero pure un po’ bruttina. Fattore questo che a Carnevale amplificava il tutto. Succedeva che la moda prevedeva una passeggiata nella via principale, muovendosi tra i carri allegorici, mentre i ragazzi ti seguivano imbrattandoti di schiuma da barba e, più ti trovavi sporca di bianco, più avevi portato a casa il risultato. Io che correvo pure piano – non era una scelta, suppongo che la sclerosi multipla avesse già puntato il suo dito verso di me – me ne tornavo a casa comunque pulita, tra i sorrisi delle stronzette di turno imbrattate invece da capo a piedi. Mi chiedo se mi sta sul cavolo piu il Carnevale o quelle corsette lente lente che oggi credo abbiano un nome antipatico e violento come sm. No, dai, stavolta è tutta colpa del Carnevale, sclerosi multipla, scansati

Claustrofobia

Che giornate, santiddio, che pomeriggi soprattutto, avvolti da noia, nervosismi, voglia di piangere per dare un calcio a tutto mentre guardo le ore che avanzano lente, con questo sole che si sta riprendendo spazio accanto a un tramonto che non dà l’idea di voler arrivare. Avrei dovuto continuare con il lavoro dopo la morte di papà, mi dico, mi avrebbe aiutata di più a mantenere una maggiore apertura sul mondo. Ma c’è mamma appesantita e bisognosa di una voce vicina, c’è Luca che fa le capriole per reggere le fila della famiglia, c’è la sclerosi multipla, maledetta lei, che gode per ogni debolezza che le offro, c’è tutto che non quadra e che nello stesso tempo regola meccanismi sempre uguali, mai diversi, fin troppo prevedibili. Il lavoro avrebbe aggiunto pecche non risolvibili, ancora più gravose. Altroché. Ma se oggi mi guardo mi scorgo ai limiti del baratro, coi miei silenzi per non dare nuova voce alle tante cose, troppe, che non vanno. Eppure, mi dico, non siamo l’unica famiglia che si trova di fronte a un dolorosissimo lutto da vivere ma, e questo è fin troppo evidente, qui troppe cose non vanno, regolandosi attorno a un giro di sentimenti che ci stringono senza dare respiro. Io e mamma, chiuse in casa, a fare i conti con i nostri problemi di salute, opprimenti, ai nostri reciproci egoismi, io che guardo ai suoi, lei che guarda ai miei, gli stessi che ci fanno ringhiare l’una contro l’altra. Luca che vuole essere ovunque ma che non può e non deve soprattutto: una pasta mamma può farla, una spesa io la posso sistemare, per quanto poco questa carrozzina mi permetta di fare. Ma se non si cambia modo di agire, le nostre vite ci passeranno tra le mani, tra musi piantati addosso, solitudine, anche condividendo sempre gli stessi spazi.  Ieri ho scelto di non guardare solo ai problemi, di non notare le difficoltà che mi lanciano frecce addosso, prima che la sclerosi multipla non mi avvolga dentro il suo sacco di pericolo e claustrofobia.