Un lavoro fa

Sicuramente l’ho già scritto da qualche parte in queste pagine che per oltre vent’anni ho lavorato in un posto dove si facevano giornali. Free press erano, mica sai che roba. Si raccontava di quello che accadeva sul litorale di Jesolo, dai concerti importanti che pure c’erano, alle feste popolari che fiorivano in gran numero. Vent’anni e oltre che si sono conclusi con un licenziamento e una causa legale per ricevere stipendi mancanti più TFR, non male direi come storia lavorativa. Ma poi la pagina si è girata, i soldi sono tornati in cassa, la mia, i rapporti di amicizia quelli veri nati tra quelle scrivanie sono ancora qui accanto a me, oggi ho un altro lavoro, quindi cosa fatta capo a. A parte il primo anno in cui dovevo controllare l’andamento della pubblicità che compariva su quelle pagine per misurare i tempi di reingresso dei miei soldi sanciti dalla vittoria legale ottenuta, non l’ho più preso in mano quel giornaletto. Con sufficienza direi, per certo mancato interesse, per generale assenza di stima e fiducia nei confronti dei protagonisti della nuova redazione, il tutto affogato dentro un pastume di mancata nostalgia. L’altro ieri mi è capitato in mano quel giornale ma non l’ho scostato con la consueta sufficienza, ho cominciato a sfogliarlo sapendo di avere una competenza in più rispetto a quella della semplice lettrice – ci ho scritto per troppi anni per non avercela – e l’ho trovato mgliorato e di molto, privo della noia con cui la vecchia squadra di lavoro di cui facevo parte l’aveva soffocato. Volevamo di meglio anche noi, ma come fare di fronte a quel senso di soffocamento con cui avevamo scelto di lavorare? Annichiliti dentro quei toni pomposi che chiamavamo Comitati di Redazione costruiti attorno a un calendario di riunioni settimanali che cominciavano a dicembre di un anno e si ripetevano ogni settimana fino al dicembre dell’anno dopo sempre uguali, sempre più inutili? Tocca dirlo, il risultato di oggi potevamo raggiugerlo noi. Anzi no, con vera supponenza lo dico: visto chi eravamo e i talenti che la maggior parte di noi aveva ce l’avremmo fatta noi e fatta meglio.

Bookclub

Ci siamo conosciute in libreria io e Laura. Il primo incontro è stato quando Alessandra, la padrona di casa, ha dato il via a un corso di lettura e scrittura creativa a cui tutte e due avevamo deciso di partecipare e pure con un certo entusiasmo. Anche se in fondo lo sapevamo entrambe che Il protagonista messo in cattedra era uno scrittoruncolo di terza categoria erano i libri a piacerci e l’idea di conoscere altre persone con cui condividere la stessa passione ci aveva fatte iscrivere. Poi accadde che quel misero di prof si diede da fare per metterci l’una contro l’altra, eccome se lo ricordo, e noi due abbiamo faticato non poco per superare quel tempo ma evidentemente il clic tra noi era scattato e quindi ora eccoci qui, insieme. Abbiamo dei ricordi bellissimi condivisi: i pomeriggi della vigilia di Natale in libreria da Alessandra per aiutarla a fare i pacchetti regalo dell’ultima ora dei suoi clienti, quante risate di fronte ai libri di Bruno Vespa incartati per i poveracci che se li sarebbero trovati sotto l’albero, il concerto di De Gregori vissuto insieme così come le tante colazioni in caffetteria a discutere dei titoli usciti e da leggere perché i migliori per me sono i consigli suoi. E ora la sua nuova idea: Bookclub. Dodici lettori distribuiti in tutta Italia hanno accettato di partecipare al suo progetto: il primo in ordine di iscrizione verrà raggiunto da Laura via posta con un romanzo e un quaderno. Ognuno si è dato come compito prima dell’iscrizione quello di leggere il libro arrivatogli per posta mittente-Laura seguendo i propri tempi, il piacere personale, con la libertà di continuare la lettura fino all’ultima riga così come quella di abbandonarla per il mancato apprezzamento, aggiungendo su un quaderno contenuto nel pacco le sue sensazioni quali che siano, positive o negative. Al termine del tutto invierà nuovamente il pacco a Laura che provvederà a raggiungere il secondo iscritto con il contenuto ricevuto. Bookclub è questo, una catena di lettura, un libro da leggere del tutto o anche no, se non piace, se annoia, se non sia ha tempo per terminarlo, se lo si ha già letto, ma anche se al contrario, si scopre la fatica di strapparsi di dosso un titolo che non si conosceva trovandosi poi ad amarlo fin troppo. E poi c’è quel quaderno che lascia largo spazio di libertà dedicato a tutti i partecipanti composto seguendo regole che non ci sono. Chi leggerà non avrà vincoli, solo pensieri suscitati dalle parole, quelle dalla letteratura, quelle che si aggiungono una sopra l’altra a quelle degli altri lettori che fanno vivere il quaderno dove si può scrivere ma anche no, leggere ma anche no. Massima libertà. Perché lasciarsi travolgere o meno da un libro è questo: idee che si incrociano. Sono emozionata. Spero di essere all’altezza di tutto. Soprattutto della fiducia che Laura mi ha dato. Lei che è una lettrice di prima categoria.

Tornare a casa e trovare il tanto che manca

Fuori casa, per un’ora, poco più, poco meno, comunque il tempo sufficiente per tornare e trovare la serratura a terra, chiamare un tecnico per far riaprire la porta, entrare, vedere tutto come non lo avevi lasciato tu, cassetti ribaltati e scoprire che quanto amavi di più era scomparso. Guardarti mani e polsi, toccarti collo e lobi e capire in fretta che quello che vedevi e sentivi era l’unica bellezza preziosa che ti rimaneva, il resto non c’era più. Anzi no, c’era ancora per fortuna quel filo di perle che le tue carissime amiche ti avevano regalato per festeggiare i 50 anni, ritrovato e buttato con sdegno sopra il letto; mancava invece il girocollo di oro bianco con diamantino che un caro amico di famiglia aveva pensato per celebrare il giorno della tua laurea custodito, pensavi tu, nella stessa scatola. Di tutto il resto non restava niente, un’intera vita di ricordi, regali, pensieri, grandi o piccoli, scomparsi nelle mani di chissà chi, tutto andato via con la violenza di un pugno in faccia sferrato senza rispetto. E poi scoprire pagina dopo pagina dopo che l’nventario di quanto perduto si gonfiava sempre di più come se questi delinquenti sapessero cosa cercare in velocità meglio di te, come muoversi in casa tua senza timore di sbagliare, senza dubbi di sorta. Un colpo secco, riuscito con un esito amaro e a cui smettere di pensare subito perché ogni attimo riporta al pensiero di qualcos’altro che manca. A quel pensiero, a quel ricordo, a quel momento.

Luce meno opaca

E guarda un po’ cosa ho scoperto ieri. In giro in macchina con la mia famiglia mi sono accorta di riuscire a leggere i numeri delle targhe che avevo davanti come non mi accadeva da tempo, così come i testi della cartellonistica stradale che mi passava accanto, certo non in modo perfettamente nitido e sempre con un vago riflesso opaco, eppure cavolo con che miglioramento deciso. È il risultato ottenuto dai colliri che metto tre volte al giorno? Non può essere altro credo e questo mi basta per essere molto soddisfatta, ieri diciamo sicuramente di più, già oggi mi sembra che la vista sia meno decisa, insomma quell’insperato risultato che somigliava a un bendidio improvviso oltre che inatteso si è già vagamente affievolito, ma così come è arrivato ritornerà mi ripeto. E guarda te che pensiero positivo mi trovo disegnato addosso. Diciamo che tutto non è proprio illuminato da energia aperta, non credo che l’intervento del prossimo inizio anno uscirà per miracolo dalla mia agenda ma forse vincerà con più energia sul contesto diventando meno pesante, più affrontabile, prossimo alla soluzione migliore. E se penso che questa cosa l’ho scritta io quasi non mi riconosco.

Londra my love

In questi giorni lo hanno detto tutti, Diana Spencer avrebbe compiuto 60 anni o magari di più mi sono persa la data vera. Come sarebbe oggi? Tutti a chiederselo. Uguale secondo me, l’estetica chirurgica fa miracoli. Dove? Bah, e chi lo sa, risposata bene probabilmente. E poi tutti a celebrarne la bellezza in rapporto a quella di Camilla. Ma su questo chiuderei il sipario, è andata come andata, povera donna in ogni caso. Io la ricordo di più quando ero una ragazzina, quando si è sposata, con quel vestito che sembrava un tendaggio e quella certa cofana di capelli che vista adesso, scusami Diana, faceva sopratutto ridere. Io Lady D, la ricordo di più perché in quegli anni ero piccoletta e abitando a Jesolo la vedevo riprodotta nelle tante ragazze che venivano qui in vacanza approfittando della vicinanza con Venezia. Ispirandosi a lei vestivano di abiti vaporosi indossando sempre decolté bianchi con mezzo tacchetto che batteva a terra producendo un rumore che annunciava il loro arrivo di gruppo. E infatti queste giovani turiste inseguivano la loro nuova Principessa nell’aspetto estetico non facendosi sfuggire niente di lei: i suoi modi, il make up, l’abbigliamento, la tipologia dei cappellini. Diana era diventata un modello per queste ragazze che prima non ne avevano uno e che ora potevano tentare di cogliere una propria ispirazione nella nuova Principessa del Galles di cui tanto si parlava nel mondo. Lei era diventata un mezzo per sdoganare il volto della Gran Bretagna anche dal punto di vista dell’immagine da sempre travolta in senso negativo dallo stile italiano, francese, statunitense. Poi decenni dopo è successo quello che è successo a lei, ai figli, al marito, alla tanto e giustamente temuta Camilla che si è presa il posto che le spettava, dicono quelli che sanno. Quando sono andata a Londra per una bellissima settimana dai miei amici Tella e Giorgio, l’impronta reale l’ho sentita scritta sulla pelle e direi che parte anche da quei giorni inglesi il senso di queste poche e inutili righe. Mediate anche dai 60 anni di Diana quindi.

La cugina

Non faccio grande uso di social o che altro, nel senso che li osservo ma chiusi qui i giochi. Twitter fino a poco tempo fa mi piaceva, lo giravo e retwittavo con una certa soddisfazione ma poi sai tu il perché ora poco o niente, FB ce ne scampi o liberi, IG già di più, ci vado molto spesso senza mai diventarne in nessun modo protagonista, diciamo che ci entro solo per curiosità. E gira che ti gira in questo modo ho beccato il volto di una mia cugina che non vedo e soprattutto frequento da un bel po’ di decenni, so di lei attraverso i miei zii che ne parlano con grande orgoglio: sposata molto bene, con il fidanzatino del liceo, due figlie, insegnante di lettere, redattrice di un blog d’arte tra i più affermati del territorio e via sulla riga. Ha fatto il classico come me, la mia università negli anni in cui ci studiavo anche io mentre cercavo anche di darmi quel tono sociale che se tornassi indietro, sapendo poi della cara sclerosi multipla pronta a spuntare dietro la tenda, annullerei all’istante. Oggi guardando le pagine IG di questa cugina mi sono ritrovata a provare per lei uno strano sentimento d’invidia di cui non capisco l’origine soprattutto perché gran parte di quello che fa vedere non è esattamene ciò che vorrei per me. Il marito? Non necessariamente lui. La storia nata sui banchi di scuola e portata avanti con capacità fino a oggi; quella che ha le caratteristiche della consapevolezza di scegliere per bene e non di giostrarsi a destra e manca tra X e Y senza senso come ho fatto io? Questo magari sì, non posso negarlo ma ce l’hanno fatta in tanti mica solo lei. Le due figlie? No, questo anche no. L’arte, i libri, il blog? Ognuno ha le proprie passioni. La sensazione netta che non abbia perso tempo dietro le tante cavolate che ho seguito io? Questo sì. Il fatto che lei non abbia la sclerosi multipla e io sì? Be’ questo varrebbe per mille e più mille persone, più fortunate di me certo, che comunque non invidio, non posso farlo è andata così e amen, e anche se ora come ora io mi sto un po’ rompendo le palle della situazione che mi perseguita ogni giorno, gli altri che c’entrano? E meno che meno mia cugina. Quindi meglio che molli di leggere il suo IG così mi passa l’invidia, sentimento che detesto.  

Gocce e dita incrociate

E alla fine la temutissima visita oculistica fatta per analizzare quella stronza di cornea dell’occhio destro che si è opacizzata l’ho fatta, l’altro giorno, tra timori e nervosismi, capitando comunque (e aggiungo a mia insaputa) in uno dei centri oculistici fra i più influenti d’Italia, quello dell’ospedale di Mestre. Mai di seconda classe coi medici io. Sia chiaro. Ma parto dall’inizio. Sono arrivata lì ben per caso, indirizzata dal mio oculista – guarda un po’ il caso capitò anche con la sclerosi multipla, fu anche allora un oculista a indirizzarmi verso il centro d’eccellenza del Policlinico padovano – be’ insomma tanto per dare l’idea, la visita è cominciata alle 10.00 ed è finita alle 12.00, senza un vago minuto di pausa. Ho fatto solo esami a ripetizione, uno dopo l’altro sotto il controllo della professoressa che guidavs uno stuolo di attenti specializzandi cauti e scrupolosi. Ho mio malgrado grande esperienza in termini di accoglienza medica, comunque senza togliere nulla al resto, mai vista un’attenzione del genere, controlli a ripetizione che hanno prodotto un esito quasi rassicurante: il tutto si deve fare, nell’occasione ci sarà anche quello alla cataratta per non intervenire in una seconda occasione, il tutto richiederà una notte di ricovero che comunque avevo, ahimè, già messo in conto. Non prima di gennaio vista la lista d’attesa che la clinica ha in campo, a meno che non intervengano dolori, ma non volendoli mi viene da dire che aspetto solo te gennaio. Il tutto verrà fatto a Venezia, e qui si crea un altro problema da risolvere, ma ora non ci voglio pensare, metterò tutti i giorni le gocce prescritte, tre volte al giorno,incrociando le dita.

Non mi sembrava, eppure, e grazie

Ieri mentre ero al lavoro, una delle poche colleghe con cui ho legato un po’ di più, approfittando di un momento di reciproca libertà, mi si è avvicinata chiedendomi perché ero così cambiata, cosa mi aveva portata a stare distante da tutti, sola, ha continuato, priva della forza indubitabile che dimostravo quando mi aveva conosciuta, sclerosi multipla o meno. Hai perso entusiasmo ha aggiunto, quello contagioso e sorridente che avevi addosso. Ho fatto un salto sulla sedia – lo so che fa che fa ridere, ma tant’è – e le ho detto che no, no che non sono cambiata, certo il tempo del Covid mi ha colpita come un po’ a tutti ma mi sembra di essere sempre la stessa, in linea di massima almeno. No, ha detto ancora, no che non è vero, fino a poco fa trasferivi voglia di vivere, di farcela con luce e colore e vaffa sm. Sei diversa, Cinzia, ti sei chiusa e si vede, stai sprecando il tuo bene, torna com’eri, il meglio che ti serve parte da te, dovevo dirtelo, scusa se mi sono permessa. Mi ha inchiodata, mi sono messa a pensare: che le mie amiche carissime possano arrivare a dirmi queste parole è naturale, è il loro grande segno d’amore, quello che sento disegnato sulla mia pelle, eppure dal Covid in poi, con un a scusa oppure l’altra, le ho messe all’angolo, invece loro non mi hanno mai mollata, sempre e ancora qui anzi ad assecondare i miei umori balzani. Mai lasciata andare, e mai vuol dire mai all’ennesima potenza, accettando tutto, i no, le scortesie, i discorsi anche un po’ senza ragione che ho fatto e detto in questi tre anni dentro i quali mi sono nascosta sa il cielo perché. Però se questa nuova collega che mi passa di fronte nemmeno troppo spesso a un certo punto ha rovesciato le carte che tenevo ben coperte per paura ma anche egoismo ho dovuto fermarmi e riflettere di più. E sono arrivata a un grosso punto di arrivo che mi ha fatto capire che ho approfittato dell’immenso bene che mi circonda, quello che comunque non si è mai messo da parte mi ha aiutata sempre, con parole dolci, lanciando piccole proposte sul piatto senza mai forzare la mano, anzi sempre con la delicatezza di un sorriso che si faceva sentire con modi lievi. Cinzia, ora riapri le braccia e torna a combattere, non sei sola e lo sai. Tutt’altro. E beata te. E grazie.

Una parola ben detta basta?

Dopo un discorso stupido che mi è stato rivolto da un collega ieri, forse a causa dal mio malumore o che ne so anche dalla profonda antipatia e assenza di stima che provo per il tizio che mi parlava, ho scelto di stenderlo con le parole. Che non mi mancano e che proprio per questo non uso spesso per ferire i miei interlocutori quando mi irritano perché lo so come arrivare a bersaglio con un solo clic dell’arma in mio possesso e se se la cosa non la giudico tanto importante lascio perdere. Almeno così penso. Ma ieri no. Ero al lavoro e c’erano le immagini del Giro d’Italia in tv, passava proprio da Jesolo e questo pover’uomo, finto buonista e poco incline a fare per bene il suo lavoro, almeno secondo me, mi si è avvicinato e con un sorrisetto privo di ironia, divertito invece sai tu da cosa, ha attirato la mia attenzione chiedendomi se sarei scesa in strada pure io per partecipare con la mia sar. Sei fuori luogo e incapace di fare battute intelligenti gli ho detto, spero tu lo sappia che hai lanciato sul piatto parole di potente gravità. Zittito, imbarazzato, mi ha tolto gli occhi di dosso, ha tentato vaghe giustificazioni, volevo fare un commento capace di mitigare la situazione ha detto con tono sommesso. Non ho bisogno di alleggerire niente, ho replicato, vivo il mio essere secondo i piani che mi sono data e non ho bisogno di farmene dare altri, voglio piuttosto darti un consiglio: stai attento con i discorsi che fai a vuoto, se trovi davanti a te un altro uno schiaffo sul muso non te lo togli di dosso. Nel frattempo spero che il mio, costruito di parole, sia stato compreso sufficientemente.

Sconsolata e antipatica che sono

Fatta anche la seconda visita oculistica, quella che nasceva con lo scopo di definire i tratti fondamentali del primo giudizio medico ricevuto la scorsa settimana. Non avevo chissà quali speranze per credere a un rovesciamento dell’esito iniziale, sapevo che si trattava di un passaggio del percorso clinico attraverso cui devo muovermi per definire il grado del problema alla cornea opacizzata del mio occhio destro. Ora si sa meglio che la strada è decisa: l’intervento – non so nemmeno precisamente di che tipo – è necessario. Se mi fossi mossa prima la situazione oggi sarebbe meno incerta da affrontare, ma chissà perché non l’ho fatto e quindi ora resto qui attaccata a quel catalogo composto da paura e poca speranza che mi piace per niente. Ma ciò che è ancora più grave è il fatto che se il Covid e tutto il suo carico mi avevano isolata oltremodo ora mi sono chiusa ancora di più e ho messo al palo in maniera fastidiosa amiche e amici e non so che fare per forzare la mano e buttare giù la porta dietro cui mi sono barrata rimanendo dentro il mio io, antipatico e sconsolato. Vedi un po’ te la novità aggiungo. E quindi ora aspetto il momento decisivo, continuo ad andare al lavoro, poco soddisfacente e spesso fastidioso, e faccio niente di più. Leggo pure poco per trascorrere in pace il tempo libero, cerco bei titoli, ma poi li prendo in mano quasi con sufficienza e se parti male con un libro arrivi alla fine lentamente e ti perdi il meglio che sa dare. Oh, che genialità ha scritto questa stupida che sono.