Il potere dell’amicizia

Domani rientro al lavoro e chissà se sarà utile o meno per togliermi di dosso quei fatti cattivi che mi si sono allungati sopra in questa ultima settimana. Me ne ritorno con due boccette di collirio da mettere a orari prestabiliti e dovrò chiedere quindi a un paio dei tanti colleghi che ho il favore di sospendere il proprio di lavoro per aiutare me. Si tratta di pochi secondi lo riconosco ma le cortesie che già mi fanno non sono poche e dopo un po’ il troppo tracima, poco da dire. E mi è venuto spontaneo pensare al mio lavoro precedente, ai legami che si erano creati e che ancora resistono: se domani avessi dovuto tornare in quell’ufficio con quelle due boccette di collirio in mano non sarei partita con nessuna ansia. Le colleghe con cui condividevo ufficio e scrivania avrebbero messo la sveglia per non scordare l’orario giusto dell’operazione e si sarebbero sistemate ai blocchi di partenza per arrivare per prime al mio occhio balordo, fatto a botte tra loro per arrivare per prime se non fossero state sorelle, prendere in mano il collirio giusto, abbassato con cura la palpebra facendo scendere la goccia in modo lento, preciso e perfetto. Il potere dell’amicizia. Che io sciocca come sono sto respingendo perché sono davvero stanca di questo mondo di rogna che ora come ora sto faticando a sostenere. Scusatemi tutte.

Il giorno dopo, il rientro

Giusto per non parlare solo di rogne che da queste parti piovono supreme ora racconto una storia accaduta una settimana fa che potevo scrivere prima ma che io sia pigra e svogliata certo che si sa. Allora, una mattina ero al lavoro mentre poco alla volta mi accorgo che progressivamente le ruote della mia sedia non mi seguono come devono, non mi reggono, mi fanno scivolare a destra e a manca, senza direzione, senza scelta mia soprattutto come se dirette da un’autonomia propria gestibile solo da uno sproporzionato utilizzo dei freni che inchiodano a terra certo e fermano abbastanza le cadute ma non permettono nessuna indipendenza per quel poco che può dare una sedia a rotelle. Mi sono accorta che senza parlare sono abbastanza trasparente e quella mattina eccome se mostravo preoccupazione e nervosismo: possibile che ci fosse un peggioramento simile in corso? E di che genere poi? Tanti colleghi mi hanno chiesto che cosa avessi, ho passato tutto sotto silenzio, del resto che ne sapevo io di cosa stava accadendo? Fino al pomeriggio. Ruote troppo sgonfie, necessità di ripresa della loro pressione che ha riportato tutto alla normalità compresi i miei respiri che per un’intera mattina hanno alimentato la paura che la sclerosi multipla agisse anche così portandomi come sempre al limite della sopportazione. E poi il secondo pomeriggio quando mi arriva la telefonata dalla mia direttrice per chiedermi come sto dopo avere saputo da altri – lei non era in sede la mattina – di avermi vista molto giù, ma io le spiego che non è successo niente di grave, solo le ruote sgonfie e che ora la situazione è rientrata alla normalità, la mia di normalità se non altro, mi chiede se il giorno dopo voglio prendermi un riposo visto il carico di stress che vivo anche per qualche problema di lavoro che si sta accumulando e che al momento non è di facilissima risoluzione. La sua telefonata mi ha fatto piacere, mi ha resa partecipe di un progetto comune dove c’è attenzione per le persone. Il giorno dopo sono rientrata al lavoro.

Una volta che

Bingo insomma. L’ho fatto ancora una volta io, e senza cercarlo, ovvio. Opacizzazione congenita della cornea, intervento quindi, in laparoscopia o che ne so. Questo l’ultimo esito medico che ho portato a casa. Da tempo vedevo male, la prima visita l’avevo fatta un bel po’ di tempo fa dall’oculista che mi aveva accompagnata passo dopo passo verso quella maledetta diagnosi suprema, e velocemente, in un’epoca in cui la sclerosi multipla era un grosso punto di domanda per molti, ma per lui e per la sua professionalità invece no e di filato oltre vent’anni fa mi aveva diretta verso il Policlinico di Padova, regno altissimo degli studi neurologici. Questa volta ero stata da lui perché vedevo male, pensavo che con un paio di occhialetti nuovi tutto si sarebbe risolto ma la visita era durata pochi minuti, il suo viso si era subito imbrunito, nemmeno le gocce mi aveva messo, solo un paio di domande per scrutare il buio dei miei occhi e poi basta, per indirizzarmi invece verso un altro professionista. Da cui sono andata con irresponsabile ritardo, e ora non so che accadrà se la soluzione verrà fuori, e se ci sarà poi, e se, e se, e se… ho pianto per un intero pomeriggio per la paura e la stanchezza di dovere affrontare ancora una volta qualche cosa di grande, più di me. Come quella volta in cui mi si parò davanti per la prima volta la parola sclerosi multipla e l’unica cosa che dicevo era, vi prego no, la sedia rotelle no. Non mi porto grande fortuna forse. Oppure, maledizione a me. ho una indecente capacità di predire il futuro che se sceglie te ti arriva addosso, eccome se arriva.

Se devo confessare

Ho ripreso a sognare. Di notte intendo. Mentre dormo ovvio. Cosa che non capitava da tempo. O meglio, mi spiego, facevo solo sogni che mi portavano al risveglio avvolta dentro il nervosismo della brutta pagina che si apre verso il nuovo giorno. La notte fino a poco fa era solo un insieme di pensieri negativi che si accavallavano al sonno, vuoti di significato se non legati stretti, stretti alle buche profonde che il lavoro mi disegna addosso tutti i giorni anche quelli in cui sono a casa. Da qualche settimana invece eccoli qui certi sogni rigeneranti che hanno fatto il loro ritorno durante le ore passate a dormire. E che ritrovato piacere va detto. Buon segno? Credo di sì. Ne ricordo qualcuno di sogno? No, certo che no ma è normale, solo qualche volto, risultato di quei vaghissimi ma potenti incontri, sensazioni di pienezza più che altro che mi restituiscono il sapore del rientro lento, lento verso la normalità. Ai più sembrerà una sciocchezza quello che ho scritto, mi potrebbero dire che la vita per tutti è talmente difficile e piena di noie che il capitolo sogni di notte si è chiuso anche per loro da tempo. Già, vero, lo riconosco, ma questa volta faccio l’egoista anche io, voglio continuare a dormire tra i miei sogni legata alla grande attesa di combattere definitivamente le ansie che il Covid mi ha scritto addosso, per poi uscire di casa finalmente con continuità e rinnovata serenità, quella che comunque ancora mi manca se devo confessare. Ma sarà questione di un passo alla volta. Lo sento.

Scrivi Vecchioni

L’ho conosciuto Roberto Vecchioni, più di qualche anno fa, un’occasione professionale, l’agenzia per la quale lavoravo aveva organizzato una serata di carattere letterario e l’ospite era lui. Puzzetta al naso quale sono il suo talento di scrittore l’avevo messo in secondo piano, quello cantautoriale di certo no, quindi ero comunque ben contenta che fosse ospite dell’appuntamento. Quella sera avevo ricevuto un invito particolare dal mio capo che non ricordo se coinvolgesse anche le mie colleghe di scrivania, so solo che partecipai alla cena con cui era stato accolto Vecchioni prima della presentazione del suo libro. Era uno spazio aperto a pochi a cui arrivai con estrema lentezza appoggiata al braccio di mio fratello trascinando la gamba come all’epoca facevo per potermi muovere. Fu Vecchioni che quando mi vide, da gran signore qual è, si alzò e mi venne incontro per accompagnarmi al tavolo. Della serata letteraria mio malgrado non ricordo una parola solo che Vecchioni sul finale mi diede un bacio sulla fronte, mi regalò il suo libro, me lo autografò con una dedica mai letta perché qualcuno scambiò la mia copia con un’altra causandomi vero dispiacere. Professore di greco e latino ultimamente Vecchioni è tornato in tv: ogni settimana è protagonista della trasmissione di Gramellini dove coinvolge il pubblico dentro quella pagina di storia che amo, come un illustre prof di greco e latino che parla con la competenza che tanto avrei voluto incrociare sui banchi di liceo. Fino a che è arrivata la notizia della morte di suo figlio Arrigo dichiarata proprio da lui sul suo profilo FB nel quale chiede rispetto e silenzio per la sua famiglia soffocata dal grosso dolore. E parte da qui il lavoro di una stampa inetta che ha infilato una dietro l’altra notizie senza fondamento: Vecchioni dichiara il nome del figlio defunto e la sua età, i giornalisti lo sovrappongono al fratello malato di sclerosi multipla, senza prendersi nemmeno il compito di fare un’analisi minima di carattere professionale quella che toglie di mezzo  il rischio di lanciare notizie false. Il figlio di Vecchioni che è morto non aveva la sm, un’altra malattia grave questo sì. Quando ho letto la notizia così come l’hanno data non lo sapevo e io che invece la sclerosi multipla ce l’ho mo sono sentita travolgere al volo dal castello dei miei convincimenti. Da una stampa difettosa che mi ha fatto venire voglia di stracciare la mia tessera di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti.

Una ragione in più

E con il solito colpevolissimo ritardo prendo in mano le fila di questo solitario blog. E lo scontro con la pagina bianca si fa violento. Un’adolescente mi sento, il tema bianco che non si riempie ma non per mancanza di studio piuttosto di idee, accidenti a me. L’ho già scritto e diventa per nulla interessante leggermi, io non lo farei, ma mi devo attaccare ai muri per sentirmi più viva di come mi sento. E non è la sclerosi multipla, almeno questo di merito non glielo do, o meglio mi trattengo nel dal farlo: cercherò un infisso nuovo da dove entrare allora, una ragione che mi spinga oltre questi confini che si sono imposti, che mi sono imposta. Lo devo fare perché è qui che sto bene, almeno qui.

Gocce di memoria

Ecco che torno, dopo un tempo lunghissimo, che mi pesa, che mi ha pesato che però ho lasciato correre, con ogni scusa: orari di lavoro che non sopporto più – vero -, uno strappo al braccio che mi ha fatta piangere dal dolore – come sopra -, mancanza di idee. No, questo no. Ma mi sono dimenticata cosa mi girava in testa per riprendere le fila del tutto e oggi quando mi sono messa a scrivere ero avvolta dentro il vuoto. Ricordo solo che l’idea mi piaceva, non la solita sclerosi multipla declinata in ogni suo frangente, no altro, roba nuova e pure divertente mi sembra. Tutto caduto sotto l’ombra della memoria che vacilla. Come succede spesso ultimamente provocandomi sentimenti negativi che mi inseguono. Ne ho parlato pure con la mia neurologa che mi ha detto di lasciare perdere, è l’età, sai che felicità ho pensato. Pure la mia proprietà di linguaggio, cui tengo tantissimo, ne risente, mi dimentico i termini esatti e fatico negli utilissimi giri di parole che risolvono sempre tutto. Sarà Sua Maestà anche qui mi dico da tempo. Poi l’altra sera una trasmissione tv con un neurologo in linea, uno di quei programmi di medicina che odio ma questa volta mi ha incastrata. La memoria risente certo dei passaggi dell’età ma anche di altro ha detto il medico: lo stress della vita dato spesso dal lavoro, l’accumularsi di impegni uno sopra l’altro, la ripetizione di problemi nuovi a cui trovare immediate soluzioni, il bisogno di mantenere ogni cosa sotto controllo per dare la risposta corretta a ogni necessità improvvisa, la noia di discorsi sempre uguali che si sovrappongono uno sull’altro. Il mio lavoro. Mi si dirà: quello di tutti, il lavoro questo è solo che di questi tempi meglio averlo piuttosto che no, anche quando la sua matrice di movimento disegna circoli mai lineari, pieni di picchi senza soddisfazioni autentiche invece. Certi collegi mi dicono che mi faccio coinvolgere troppo dalle varie situazioni, che dovrei prendere di più le distanze senza mettermi sul chi vive per ogni cosa che accade, roba che tanto trova soluzione da sola anche senza il mio intervento. Magari è anche così. Ci provo?

Colombo

Oggi è sabato e nel pomeriggio in tv fanno Colombo, la serie televisiva poliziesca degli anni Settanta. Oggi pomeriggio finalmente sarò a casa dal lavoro e me la guarderò tutta la puntata. Bella spaparanzata sul divano, piena di soddisfazione ed entusiasmo. In questa epoca dettata dalle serie tv di livello che trovo nei tanti portali come Netflix cui sono abbonata, a Colombo con stranezza do vantaggio assoluto. Perché dopo circa dieci minuti di visione tu, spettatore, hai già capito quale tra i personaggi farà fuori chi e infatti le cose procederanno in questo modo seguendo i canoni di una sceneggiatura aperta, di certo banale ma questo non è un problema: appena entrerà in scena Colombo l’episodio assumerà un altro volto. Lui, con la sua auto sgangherata, con il soprabito sgualcito e sporco, il sigaro sempre tra le mani in poche battute prenderà la direzione giusta proprio quella che tu hai visto in video pochi minuti prima. Un copione di certo mediocre rispetto a quello che costruiscono gli sceneggiatori di oggi eppure a me Colombo piace forse proprio perché è così, mi diverte, mi fanno ridere le sue uscite da tonto o che almeno e ben felice di fingersi così. Quel suo non dire di fronte al colpevole che l’ha identificato fin da subito girandogli attorno con insistenza fino a provocargli un fastidio visibile che lo butterà giù con uno scacco matto composto da acume e perspicacia. Troppo poco per un sabato pomeriggio di quasi primavera? Magari anche sì oppure non avete mai visto una puntata di Colombo, o non conoscete me.

Mi telefoni o no

Un tempo lavoravo per un’agenzia di comunicazione di vecchio, vecchissimo stampo. Credo di averlo già scritto qui, e anche il mio compito: insieme alle colleghe reggevo le fila di quello che si chiamava free press, di altrettanto vecchio, vecchissimo stampo. Scrivevo insomma, l’ordine della stesura dei testi ce lo si divideva tra colleghe senza l’intervento del capo-redazione a cui forse non fregava nulla di chi di noi facesse cosa, per fiducia forse o magari perché gli bastava solo chiudere le pagine nei tempi previsti per mandare tutto in stampa in modo puntuale. Tranne una volta che apertamente affidò a me e solo a me lo spazio dedicato a una jesolana seduta su una sedia rotelle, a me che camminavo ancora seppur molto maldestramente sulle mie gambette. Ma il mio capo volle, forse anche per affetto, che fossi io a occuparmi della pagina nella quale questa giovane donna – che a causa di un incidente d’auto si era svegliata sul letto di un ospedale vedendo che accanto a lei sbucava una sar, il suo futuro – raccontasse le sue giornate da disabile. Parlammo io e lei e decidemmo come organizzare i contenuti di questa nuova rubrica, sconsigliai ogni riga patetica, volevo che lei proponesse idee e difficoltà che un disabile incontra nella vita quotidiana ma chiusa lì, senza scendere troppo in basso in cerca di compatimenti. Lei mi inviava idee via mail, io traducevo secondo le linee guida che ci eravamo date producendo testi pesanti quando serviva che però volavano su canali leggeri se il tono lo richiedeva. Poi il mio lavoro è cambiato, io ho voltato pagina ma la rubrica ha proseguito la sua vita: con il titolo che avevo dato io, la piccola prefazione che avevo scritto io e che comprendeva il senso del contenuto che avevo voluto io. Non ho mai letto i testi della nuova pagina, che ci fosse o meno non mi spostava nulla perché a irritarmi è stato altro. Mi è mancata una telefonata di chi firmava la rubrica, qualcosa di semplice, sul genere: “Sai Cinzia, mi hanno proposto di continuare, ho detto sì”. Avrei riposto che era giusto così, figuriamoci cosa me ne fregava a me, oltretutto non era lei che doveva ancora darmi i 30mila euto del TFR che avanzavo. Fino a ieri, quando la sua telefonata è arrivata per chiedere un’informazione che riguarda il mio lavoro di oggi e che a lei serve per risolvere un problema di famiglia. Tanto per dire che non basta una sedia e rotelle per meritare rispetto.

Peccato per i Pooh

E dopo essere saliti sul palco del mio amato Sanremo dove sono stati ospiti anche per ricordare Stefano d’Orazio, ieri sera è andato in onda una specie di concerto dei Pooh che chissà, forse, magari avendolo guardato adesso potrei dire la mia con più precisa cognizione di causa. Ma appunto non l’ho visto, per mia scelta, mica obbligo o sonno potente, anche se comunque gli occhi mi si sono serrati ben prima che salissero sul palco. È che proprio ho voluto non vederla la serata perché i Pooh un po’ mi hanno rotto: chiusa qualche anno fa la loro rotta musicale con un concerto grandioso, riaccolto sul palco pure Riccardo Fogli di certo per motivi commerciali, vista la triste morte di Stefano D’Orazio e il sentito omaggio da fargli, sono andati sul palco dell’Ariston dimostrando che la voce se n’è bella che andata e che la sigla finale della loro carriera è stata scritta. Ci ho pensato ieri, il mio malumore causa ripresa dominio in mente della sm ha avuto certo in suo ruolo per spegnere la tv, ma anche tutte le ragioni che ho appena scritto si sono aggiunte: se dite basta suggellatelo con una firma decisa altrimenti il rischio di scendere nel ridicolo c’è soprattutto perché a quanto pare sta partendo anche un nuovo tour, date che sono di certo in più e hanno il sapore dello sbattere contro l’azzardo del ridicolo. E scrivo questo perché è vero che niente fermerà la musica ma bisogna darselo almeno un minuto.