Ho ripreso a leggere. Ho ripreso a leggere? Con continuità. Con continuità? Ricordo le righe che mi passano sotto gli occhi. Le ricordo? O mi volano accanto, e poi via dalla mente in modo rapido, senza lasciare traccia quella che dà significato alla qualità del fattore lettura? Cerco di darmi una risposta ma la perdo perché se la aggancio mi infastidisce ciò che disegna, ovvero la me di oggi, quella poco sintonizzata su capitoli, capoversi, parole che non mi seducono come un tempo. Però, dopo mesi lunghissimi in cui il libro non era più cosa mia, adesso, sforzandomi l’ho ripreso in mano: quanta fatica per stare sola con lui tuttavia, per entrare dentro i suoi contenuti, abbracciarne il tema, essere lui per me, io per lui. Dopo la morte di papà niente è più lo stesso, il grande dolore ha cambiato tutto in casa, altri sistemi, altri perché. Il tempo è vuoto. Un libro tenta di riempirlo? Sto mettendo in pratica qualche meccanismo per tornare lì, al punto che prima era noto e che ora mi sa lontano. Dov’è il banco d’origine? Non lo so. Ci provo. Solo che oggi per leggere devo prendere le misure con spazi diversi da quelli di ieri, orari nuovi a cui abituarmi, posizioni anche, luoghi inediti, con molti rumori nuovi che fanno da sottofondo, passaggi insoliti con cui fare i conti, pensieri in testa che si accavallano gli uni con gli altri e che mi prendono per mano portandomi via la concentrazione che un tempo era sempre pronta a farsi strada appena lo aprivo il libro. “Si tratta solo di fare proprie le nuove abitudini, ti porteranno dov’eri – mi ha detto Laura, la mia amica, maestra delle mie migliori letture – datti forza, non abbandonare il libro, è roba tua”. Le credo? Sì.
Autore: Quella che prova a farcela
“Vecchiette” del ’72
Domani la mia amica “storica” compirà gli anni e per noi due sarà l’occasione per ricordare tutta la bellezza e il potere affettivo del nostro rapporto. Siamo nate entrambe nel 1972, un po’ “vecchiette” insomma, forse per questo la nostra amicizia ha molto da raccontare: conosciute il primo giorno delle scuole superiori, alla fermata del bus che ci portava al Liceo, lei diretta allo scientifico io verso il classico, avemmo modo, per fortuna, di piacerci tanto da darci appuntamento per il rientro. Da quel giorno le cose non sono cambiate, per cinque anni è andata così: la mattina, una volta a bordo, si tirava fuori un libro con la volontà di fare un ripasso al programma di studio della giornata ma poi, pochi minuti al massimo, e lo si richiudeva, era tempo per dare avvio alle nostre chiacchiere quotidiane. Il sabato pomeriggio l’appuntamento prevedeva un’uscita per un gelato da consumare insieme, divenute più grandi era la volta di una pizza spesso anche con altri amici. Poi il tempo è andato avanti, è arrivata l’Università, lei a Udine mentre io a Venezia, eppure nulla si è modificato perché abbiamo coltivato il bene che ci vogliamo fin dall’inizio, con sincerità, dialoghi aperti, liti anche, confronti accesi spesso, ma placati ben presto perché la volontà reciproca di riconciliazione non è mai mancata. C’era troppo da preservare. Non sono nemmeno purtroppo mancati quei momenti trancianti con i quali, tanto lei quanto io, abbiamo dovuto fare i conti: pagine di vita inattese, la morte veloce e prematura della sua mamma, una sofferenza profonda con cui fare i conti da un giorno all’altro, un tetto di dolore scoperchiato senza preavviso non avendo idea di che direzione prendere. Fino alla mia sclerosi multipla piombatami addosso di peso, arrivata come una freccia che disegna segni malvagi. Ma proprio in questi momenti tanto duri siamo sempre state consapevoli che ci saremmo sempre trovate accanto, l’una per l’altra, di continuo fissando tra noi un’asse cui poggiarci per buttare all’aria le solitudini reciproche. Soffocate anche da risate, condivisioni di gioie immense – come l’arrivo di quel gioiello che si chiama Beatrice – prese in giro anche, inseguite da abbracci caldi e tutto il bello che sappiamo consegnarci gratuitamente. Ora me lo consenti un favore? Buon compleanno, Federica, “vecchietta” del 1972.
Da Mestre a Cortina: ciao Pippo
In questi giorni olimpici mi è salito in mente il ricordo di un compagno di Liceo che aveva una casa a Cortina, è qui che trascorreva le sue vacanze invernali. Per un paio di anni, circa, ha vissuto nella cittadina dove frequentava il classico, si condivideva la stessa classe, mi fa quasi ridere ricordare come non ci fosse mattina che arrivasse puntuale malgrado la distanza tra casa sua e la scuola corrispondesse a una strada da attraversare. Pochi metri. Non conoscevo la sua famiglia, la voce che girava tra i corridoi sosteneva che fosse molto più che benestante ma riservata, poco incline alla chiacchiera e ancora meno a dimostrare lo stato sociale cui apparteneva, facoltosa eppure mai incoraggiata da troppe esibizioni. Nessuno di noi compagni di classe era mai stato invitato in casa sua, solo una volta ci permettemmo di suonare quel campanello e a farci avanti: di lì a poco si partiva per la gita scolastica, poche giornate, non ricordo se a Firenze o a Roma, ma la sua famiglia gli aveva negato il permesso di partecipare, la pagella portata a casa era scarsa. Quel pomeriggio ci aprirono l’ingresso, salimmo, entrai anche io scoprendo un appartamento disposto su due piani che mi accecò per la sua raffinata eleganza. Scoprii per la prima volta l’autentico contesto economico cui apparteneva il mio compagno di classe che infatti, dopo poco tempo lasciò la nostra scuola perché con la famiglia si stava traferendo in un palazzo a Venezia, acquistato, ristrutturato e arredato. Pochi anni dopo, verso l’ora di pranzo, mi chiamò un altro amico del liceo per dirmi che lungo la Tangenziale veneziana che conduceva a Cortina, accanto a una famosa discoteca, nel cuore della notte, un’auto con a bordo il nostro ex compagno di banco si era schiantata provocando la morte di tutti i passeggeri. Anche la sua. Con quasi tutta la classe ci ritrovammo a Venezia per partecipare al funerale, non salutammo quasi nessuno della sua famiglia che comunque non ci avrebbe riconosciuti ma per noi era comunque importante essere lì. Ciao, Pippo.
Natale a San Vito di Cadore
Olimpiadi 2026, da Cortina, quelle che mi stanno riempiendo la testa con scampoli di ricordo per quegli inverni natalizi in cui con la mia famiglia si andava in Cadore, a San Vito, la località ben disegnata nella mia testa per quei momenti trascorsi durante le Feste di quando ero bambina o poco più. Di tanto in tanto in certe giornate ci si spostava anche verso Cortina, sulle sue piste da sci, oppure nel tardo pomeriggio per visitarla. Ricordo molto bene che per me c’erano due angoli di osservazione lungo la strada che ci portava a Cortina e che dal finestrino dell’auto non perdevo mai: la Dogana Vecchia, l’antico posto di confine austro-ungarico edificato al termine della Prima Guerra Mondiale, e che passandoci davanti dovevo sempre scrutare con occhio fisso, vigole e attento. E poi, non da meno, l’albergo Miramonti Majestic Grand Hotel, costruzione del 1900, simbolo dell’ospitalità alberghiera delle Dolomiti. Spalancavo gli occhi davanti a un sogno composto da una bellezza ricca e potente: dal sedile dell’auto seguivo le linee di quell’immagine architettonica carica di valore prestigioso e storico e che, solo a osservarlo, evocava un incanto completo. In questi giorni olimpici Cortina appare al meglio, col centrale Corso Italia illuminato, la schiera di negozi, terrazze accese di caffè e ristoranti predisposti con tratti superiori. Penso alla mia famiglia quando eravamo in quella città, mica che li frequentassimo quei locali, troppo costosi, ma l’aria natalizia ci faceva respirare un sentimento vigoroso. Nelle piste più facili della conca ampezzana, poi, di tanto in tanto si saliva per sciare, poca gioia per me in quei momenti, io e lo sport ma andati d’accordo, il piacere più grande era quello di mangiare dal cestino che ci preparava la cucina dell’albergo dove alloggiavamo a San Vito, panini ricchi di salumi e formaggi, non senza biscotti, marmellate e cioccolatini. La nostra pausa pranzo, consumata sulla neve, sotto il sole, che meraviglia, quanti ricordi.
Milano-Cortina 2026
Poche righe questa mattina e veloci, alle 11.00 c’è la gara di discesa libera maschile sulla pista dello Stelvio che vale per una medaglia Olimpica e che ho molta ansia di vedere. Ieri sera in tv c’è stato l’evento firmato Marco Balich che ha condotto all’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Ben riuscito? Ma chi può dirlo, sovrastato come è dalle parole continue, perlopiù inutili e fuori tono dei telecronisti Rai che non hanno taciuto mai. Per l’accensione dei cinque cerchi si sono parlati addosso cercando di ricavare più spazio dei colleghi senza che ce ne fosse bisogno visto quanto era bello il momento: Gustav Thoeni, il maestro della valanga azzurra che con la torcia in mano camminava lungo corso Italia a Cortina, quasi commosso per l’emozione, affidando poi il tesoro luminoso alla campionessa di slalom Sofia Goggia mentre a Milano, contemporaneamente, davanti all’Arco della Pace, Enrico Fabris passava la torcia ad Alberto Tomba visibilmente emozionato e a Deborah Compagnoni sorridente e garbata come sa essere solo lei: Milano e Cortina hanno dato il via ai giochi olimpici invernali 2026 accendendo il braciere insieme. Adesso vado a godermi la libera dallo Stelvio, pista tra le più impegnative e brusche, quasi cattive dell’arco alpino.
L’invisibile
Mi mancano gli strumenti adeguati per esprimere un giudizio proporzionato riguardo a un film che vedo: se è bello o meno, piacevole o no, evito di parlarne infatti, non mi sbilancio e nel caso lo faccia è perché ho letto qualche recensione che afferma il mio giudizio. Non mi lascio mai andare, temo la disfatta culturale che potrebbe addossarmisi contro, figuriamoci se potrei tollerarlo, orgogliosa, pur senza titoli, come sono. Qualche scusante la pongo: non vado al cinema da anni, ho mille e più mille piattaforme per guardare film di ogni tipo così come serie tv, ma non le uso perché i miei gusti non coincidono mai con quelli di mamma e non la voglio sovrastare, affido la scelta a lei quando mi metto davanti a un televisore, del resto, quando mi accomodo sul divano, prendo la mia copertina preferita e spazio dieci minuti già dormo. Ecco detta l’origine di tanta ignoranza, credo almeno. Ma questa settimana in tv passavano L’invisibile, due puntate, il racconto della cattura di Matteo Messina Denaro, l’ultima, si crede, maestà della mafia siciliana, protagonista delle più sanguinolente pagine degli ultimi decenni. L’Invisibile è una visione che invece ho imposto a mamma, lei non ha rifiutato e l’ha gustatata mi sembra, forse perché ha notato tutta la mia soddisfazione, visto che non mi sono mai, e dico mai, addormentata nemmeno davanti alle insopportabili interruzioni pubblicitarie. Se ho i titoli o meno per esprimere un’interpretazione critica sulla serie non lo so, di certo le due puntate, per la regia di Michele Soavi e interpretate – molto bene – da Lino Guanciale e che raccontano i trent’anni di latitanza del boss mafioso Messina Denaro prima della sua cattura, sono rette da una tensione narrativa che emoziona. Eccolo il mio giudizio, quello che per due serate consecutive mi ha mantenuta sveglia ben oltre le 23.00 fino ad arrivare all’arresto del Boss e della sua congrega di collaboratori. Nella parte finale, accesa da un ritmo serrato, rapido, mai domo mi sono fatta cogliere da un’emozione che mi muoveva sul divano per seguire meglio il successo delle indagini portatuma a termine dai Ros dei Carabinieri. Una tensione narrativa che ha alimentato il racconto composto da quadri densi, dialoghi energici introdotti in una struttura rapida e sempre efficace, chiara, convincente, suggestiva mai banale, ecco cosa ho visto. Non ho i titoli per un giudizio completo, lo so, ma mi sbilancio comunque: L’invisibile merita di essere guardato.
Va risolto
Convivenza stretta, continua, quotidiana, silenziosa, oppure pilotata attorno a chiacchiere sempre uguali, noiose, ieri come oggi, ora dopo ora. Io e mamma, due caratteri potenti, disposti a tutto per imporre la propria ragione rispetto quella dell’altra. Mettiamo in campo le reciproche malattie per fermare ogni segnale di comunicazione: i nostri disturbi, differenti, ma allo stesso modo pesanti fanno leva su una competizione che pretende ragione a discapito di tutto, quando non c’è diritto alcuno, in particolare. Ecco come sono le nostre giornate, avvolte da un richiamo che dopo l’addio a papà si è amplificato assumendo figure che stringono i nostri respiri. Ci ragionavo ieri e vedevo la vecchiaia di mamma che si fa purtroppo largo e la mia insofferenza a tutto, quella che non si blocca avvolta come sono da una sclerosi multipla – la maledetta – che aggiunge a ciò che vede tracce di fatica. Dove ci condurrà questo niente? Lo stesso che quelle poche volte che ho liberato con uscite solitarie (due, tre?) ha prodotto esiti amari, lacrime anche, richieste di abbracci vestiti da fastidiosi e inspiegabili perché. Addirittura i libri ho messo da parte per non alzare troppi muri di divisione preferendo prove di incontro seminate però al vento senza piacere da vivere insieme. Ma a che serve mi chiedo se poi l’esito scrive giornate generate attorno a pochi sorrisi, spesso neri, ore variabili tra passaggi anche prepotenti messi in linea su canali avversari? Tutti i giorni, stesso meccanismo, in gran parte senza parlare, l’abitudine al dialogo non l’abbiamo mai avuta, è vero, e così ci lasciamo trascinare da un vuoto che fa male. Dovremmo risolvere, ma è dura, da parte mia, da parte sua.
Fiera dell’Alto Adriatico
È cominciata l’esposizione turistica delle spiagge venete, Fiera dell’Alto Adriatico la chiamano, è la vetrina che apre le porte a ciò che rappresenta la migliore ospitalità alberghiera dell’estate 2026. Conta più di cinquant’anni di storia riassunti su pagine composte di idee, espressioni, cambiamenti, comunicazioni, progetti, modelli. Era diversa un tempo, si svolgeva a Jesolo, si chiamava semplicemente Fiera alberghiera pur essendo aperta non solo ai professionisti della ricezione, ma a tutti, a chiunque volesse conoscere i meccanismi della stagione turistica che di lì a poco sarebbe salita di quota. Aggiungo qualche indiscrezione: l’albergatore a Jesolo si è sempre considerato il principe di una classe sociale superiore, nobile addirittura, quella che ha fatto nascere e crescere Jesolo, il gran maestro di una categoria eminente, con caratteristiche brillanti, più elevate, soprattutto dal punto di vista economico. Ecco da dove arriva la sequenza di ingresso alla Fiera alberghiera di ieri: la domenica il popolo, i fuori titolo rispetto alla proprietà alberghiera, gli altri, i titolari di quelle strutture che d’estate a Jesolo davano casa al bene prezioso rappresentato dal turismo, invece, il lunedì. Io e la mia famiglia ci andavamo la domenica, nel loro primo passato professionale i sogni di mamma e papà erano stati quelli di gestire un albergo insieme, eppure, malgrado l’impegno, il desiderio si era dissolto conducendoli comunque a mettersi in campo attorno ad attività commerciali stagionali che di fatto li aveva resi due ottimi protagonisti del turismo jesolano anche se non alberghiero. La domenica andavamo comunque alla Fiera alberghiera e io mi aprivo di gioia. Perché gli addetti ai lavori che il lunedì avrebbero presentato la loro proposta agli albergatori e forse, non ricordo bene, anche ai ristoratori, erano già lì proponendo tutte le novità del mercato: macchine per fare il gelato – che offrivano a tutti su coppette in degustazione -, forni per fare la pizza – distribuita in piccoli tranci -, dolcetti – i migliori erano quelli al cioccolato -, piccoli panini – con il salame in guarnizione che non mancava. Con queste delizie in assaggio subivo anche tutto il resto: esposizioni di piatti, pentole, elettrodomestici vari, arredi, biancheria che belli o brutti che fossero portavano comunque addosso il tono dell’estate. Tornata a casa, con la pancia piena, mentre giocavo con quei gadget guadagnati qua e là, mi fermavo a riflettere sul fatto che, come ogni anno, la Fiera alberghiera portava con sé un significato forte: l’estate era lì, poche settimane di attesa ancora e, mentre le giornate si facevano più lunghe, sarebbe arrivata e io, ieri come allora, non ero troppo entusiasta del fatto. Caro amato inverno, resta con me ancora un po’.
Calgary, 1988
Al termine di questa settimana cominciano le Olimpiadi invernali 2026, che spettacolo aggiungo, lo penso da sempre, queste poi sono in Italia, ma che importa vorrei aggiungere, perché è comunque lo sport espresso ai livelli massimi a dare il vero significato a tutto. Certo poi che quando sul podio d’oro sale un italiano è tutto ancora meglio, con lui si alza il tricolore e si accendono le note dell’Inno di Mameli, l’emozione si gonfia di tremito acceso, anche la mia, che di sport ne ho sempre praticato poco e ancora meno ne conosco. Però poi mi fermo, lo devo fare, perché c’è un’Olimpiade invernale, quella del febbraio 1988 a essere ben incisa nel mio ricordo per i fremiti indimenticabili che mi ha dato: Canada, Calgary, due ori, un nome, Alberto Tomba. Era lui il campione del momento, tutta l’Italia lo sapeva e infatti riponeva nelle sue indiscutibili capacità, ampiamente dimostrate nei mesi precedenti durante le gare di Coppa del mondo di sci, la speranza del podio più alto, sia tra le porte larghe dello slalom Gigante che in quelle piu strette dello Speciale. Stendo un piano: prima gara, giovedì 25 febbraio, pomeriggio, a casa mia eravamo tutti con le orecchie tese e gli occhi ben aperti davanti alla tv, pieno silenzio, nessuna distrazione, la telecronaca seguita non era quella della Rai, ci piaceva Bruno Gattai, giornalista dell’allora Telemontecarlo, che aggiungeva alle parole tensione viva, frenesia accesa che si buttava sempre verso un’eccitazione impossibile da contenere. Prima manche, Tomba scende tra le porte con pieno controllo del tracciato, è primo, in casa si respira positività che nel tardo pomeriggio viene confermata da una splendida medaglia d’oro vinta in completa scioltezza, è lui il migliore, il tricolore sventola, l’inno suona. Sabato 27 febbraio, tardo pomeriggio, prima manche dello Slalom Speciale su un tracciato ostico, duro, spigoloso, lo descrive così Bruno Gattai che pone dei dubbi anche sulle possibilità di Tomba, potrebbero venir traviate da oggettive difficoltà. Prima manche, il nostro campione arriva terzo, va bene anche così è davanti a nomi di primissimo valore, ma vorremmo tutti raggiungesse il massimo, che accadrà? Su Raiuno c’è Sanremo che addirittura si interrompe per trasmettere la seconda manche: in casa invece si gira canale, Gattai comincia la sua di telecronaca, Tomba fa una discesa buona, chiude in testa, vediamo che accadrà. Spazio adesso ai due campioni davanti a lui. Il cancelletto tocca all’atleta in seconda posizione che non supera una bandierina, esce, Tomba al momento è argento. Parte quindi l’avversario numero uno dopo la manche inziale: il cronometro gira, i centesimi passano, poco alla volta si arriva al traguardo, la misura si ferma: Tomba è medaglia d’oro anche nello Slalom speciale, Indimenticabile Calgary, il tripudio esplode, l’Olimpiade è ancora sua, anche dal Teatro Ariston di Sanremo si alza un applauso inatteso e rumoroso. Le Olimpiadi mi piacciono, sempre e tutte, ma in quel 1988 sono scolpiti i miei ricordi sportivi più belli.
Grazie, Bruno
Bruno, ex compagno di classe delle elementari e oggi gran cerimoniere della vita notturna jesolana, sua mamma, la signora Anna, dolcissima e sempre pronta a spendere una parola delicata, la signora Daniela, la mia prof di italiano della scuola media, quella che mi ha introdotta al piacere della lettura trasferendomi passione per la ricerca dei titoli migliori. Tutti loro ieri sono passati da casa mia per una visita e insieme, anche alla mia di mamma, abbiamo riempito il pomeriggio di chiacchiere, ricordi, risate, non senza momenti di riflessione nutriti da qualche bagliore di nostalgia che, allo stesso modo, abbiamo subito spostato in direzione opposta, quella del pieno svago. Non ci si vedeva da tempo, molto tempo, eppure con un niente abbiamo stretto di nuovo quel laccio fondato attorno a un passato condiviso evidentemente in modo forte e non certo superficiale. S’è sghignazzato tanto seguendo Bruno che buttava sul piatto certi ricordi degli anni della scuola che, sinceramente, avevo rimosso ma che sono riemersi dalle sue parole quando si dipingeva come un giovane scapestrato, io ricordo altro, mi sembra ci fosse ben di peggio nella nostra classe, ma che importa in fondo. La sclerosi multipla? È uscito l’argomento, figuriamoci, ma è rimasto ai margini, sono stata io forse a spingerlo avanti va riconosciuto, ma nessuna domanda a riguardo mi è stata rivolta, e così, la sua anima nera è rimasta solitaria e molle, perché i temi hanno toccato altro: il meglio di ieri, i progetti di oggi, le richieste per un domani che ci auguriamo pulito. Replicheremo, io e Bruno ce lo siamo già detti, chiamami si è raccomandato, ho voglia di sentirti, non fare la principessa che va inseguita come fai sempre ha sottolineato. Come poteva essere il più discolo della classe mi chiedo, lui che oggi è un uomo così.