Era ieri

Poi capita che arrivi un wapp diverso dagli altri, né migliore né peggiore, solo diverso e basta, con toni che hanno però addosso un gusto che sa di ieri, di un periodo vissuto con carica, tra chiacchiere autentiche, esagerate e che sono il ricordo di risate mescolate a qualche lacrima, pensieri lievi e inutili perlopiù, ma necessari, speranze infuocate e mai esaudite. In quelli che per me sono stati gli anni in cui ho scoperto che la sclerosi multipla mi stava disegnando le sue tracce addosso cercavo leggerezza e risposte delicate da tollerare. Proprio allora ho conosciuto un’amica nuova, molto bella, sempre alla moda, differente da com’ero io, eppure lo stesso insieme ci abbandonavamo a momenti unici, ci sfuggiva qualche bicchiere in più accompagnato da discorsi leggeri che ci portavano via, anche sbagliando. Tutto qui. Ma il vissuto è strano, quando decide lui cambia direzione, ti porta su binari lunghi e non più paralleli l’uno all’altro, quelli smettono di esserci e separano le vite senza davvero un perché. Per questo il wapp ricevuto l’altro giorno mi ha ricordato una spalla affidatami in passato, gratuitamente, con il desiderio di essere con me, per condividere spazio e vita annullando le paure, i troppi tremori, le domande che la sclerosi multipla, fin dall’inizio, mi aveva seminato dentro e attorno.

Eravamo quattro amiche al bar

Un paio di lavori fa avevo accanto a me tre colleghe, compagne di viaggio, amiche, pettegole e divertenti come le migliori, a tratti pure antipatiche però, con cui ho aperto discussioni insensate, risolte in modi impareggiabili come esploratrici di ruoli con cui vivere una professione che volevamo spingere ai livelli più alti. Perché, dai che lo dico, insieme eravamo brave, una squadra vincente, forse per questo al resto dei colleghi stavamo decisamente sulle scatole, io meno, ma si sa, la sclerosi multipla vale, ti pone in alto, così la pensano gli ignoranti, quelli a cui la sincerità fa timore. Mentre scrivo m’è salito in mente il ricordo di  quando la nostra postazione di lavoro, da un giorno all’altro, cambiò collocazione, quella che fino a un certo momento occupava uno spazio centrale, in mezzo ai dialoghi di tutto il resto dell’ufficio e degli altri colleghi, all’improvviso venne inviata, con scrivanie, poltrone, scaffali e armadi, in una zona autonoma e solitaria, staccata da tutto, con una porta che la divideva da ogni dialogo, mentre, noi quattro, indiscutibilmente le più brave, il carro portante che trascinava il lavoro di tutti, venimmo serrate lì, senza conversazioni aperte. Le antipatiche. Giocoforza. A parte io e la mia sclerosi multipla. Vuoi isolarmi? Non sarebbe corretto pensano certi limitati, così qualche parola in più a me veniva ancora rivolta. Ma il nuovo ufficio rimase ai margini, noi quattro lì dentro. Scrivevamo per i giornali free press aziendali che nemmeno ci piacevano, ma tant’è. Il resto dei colleghi (capi compresi) erano presenti dal lunedì al venerdì, noi quattro invece, spesso, molto spesso, anche il sabato, allora mi tocca ridirlo, come quelle necessarie, le più brave, le colonne essenziali per mettere insieme i progetti in campo – e perdonatela la mia continua supponenza. Ma è necessaria, non si spiegherebbe altrimenti perché solo noi quattro venivamo convocate con forza ad esserci: ci fermavamo lì anche per una pausa pranzo al volo, ordinavamo la pizza, la mangiavamo insieme fino a portare a termine una chiacchierata veloce. Ricordo quelle soste con un sorriso di nostalgia, anche se erano piene di ingiustizia, mai una volta che i capi ci abbiano detto qualcosa tipo grazie, stavolta paghiamo noi, o almeno vi offriamo il caffe alla macchinetta aziendale, 0,50 centesimi di euro, sono in effetti un cifrone da investire sulle più brave – attenzione, l’ho riscritto – quelle che passano qui i loro sabati d’estate, da sole, in favore di tutti.

Ferma all’avvio

Questo blog vola basso, resta addirittura fermo lì, anzi no, per dire meglio è lontano dal minimo decollo, non lo ha mai fatto per la verità, qualche volta si è buttato nel piatto del vago interesse, di tanto in tanto ha guadagnato qualche valore maggiore, una timida, affezione, che tuttavia non ha mai registrato continuità, solo una misura ristretta di lettori in più, sempre però al confine della distrazione. Cosa sbaglio mi chiedo sempre, perché tra queste righe la protagonista sono io, quella che si racconta, la stessa che scrive: c’è qualcosa che mi rende noiosa evidentemente e che non mi porta a creare un seguito deciso. Certo che è così. Quando cominciai su queste pagine ero entusiasta del progetto, guidata lungo una riga composta su tre recapiti, per prima c’era la sclerosi multipla, ovvio, attaccata com’è alla mia vita fino a condurmi sopra queste due ruote temute dalla diagnosi, quando già si sapeva, con terrore, che sarebbero state loro quelle indispensabili per ogni minimo spostamento. Questa cavolo di sedia. Il blog parte da qui, scrivere di lei, raccontare il momento da cui mi ci sono trovata sopra a vivere le mie sensazioni che, guarda caso, hanno coinciso con la vita professionale, la stessa che avevo da credo vent’anni e che mi è stata troncata dall’oggi al domani, con maleficio e cattiveria improvvisa, a carico di un gruppo di datori di lavoro che sono andati oltre ad ogni senso di responsabilità. Ma tutto mi è servito per scoprire, direi per caso, in seguito a una richiesta fattami da un amico, che scrivere mi piace quasi quanto leggere una buona pagina. Su questi tre punti è nato il mio blog, creato appunto per riempire il mio tempo, parlare della sclerosi multipla certo, della mia vita, quella, sopravvissuta con fatica a molti fattori pesanti, inattesi, appunto, Accidenti a loro.

Scusateci ragazzi

Manco da un po’ su queste pagine, le Feste sono questo, pranzi, incontri con tutti, spassosi certo, ma si sono portati appresso diverse assenze misurate proprio qui: Buon 2026 in ritardo quindi, che non deve mancare. Però questo nuovo anno come è iniziato? 1 gennaio, 1.30 circa, Svizzera, Crans-Montana, luogo esclusivo per sciare e divertirsi, locale alla moda e all’improvviso eccolo qui l’evento drammatico, quello che la stampa di tutto il mondo ha definito la strage dei sedicenni: per ragioni nascoste ancora dietro l’angolo, la discoteca è andata a fuoco, come le tante domande rispetto alle cause che hanno portato alle strazianti morti di troppi dei ragazzi presenti durante quello che doveva essere un momento di festa. E pensare che poche ore prima di questa tragedia ho ascoltato in tv, come tanti di noi, il discorso di fine anno del nostro Presidente Sergio Mattarella, commovendomi pure, durante la parte finale, dedicata proprio ai giovani, alle prospettive per il loro domani. Parole ferme e presenti, le sue, espressioni decise e importanti, rivolte a loro come un invito a esserci, credere nelle singole potenzialità, rivolgendosi con sincerità a un domani che gli appartiene, per smuoverli con forza di volontà ferma, quella che non si arrende. Mentre, poche ore dopo, accade l’ingiusta vicenda svizzera, completamente a carico degli adulti sembra: c’è poco da aggiungere, quei ragazzi erano lì per divertirsi, ma la nostra incuria sul sistema di sicurezza del locale pare abbia giocato un ruolo decisivo su quanto accaduto È lì che si è legge la nostra superficialità, noi adulti abbiamo giocato sporco, lo ha detto addirittura il Sindaco della località svizzera che ha dichiarato la noncuranza dei controlli ufficiali sulla struttura. Scusateci, ragazzi, la colpa è solo nostra, voi, accusati di tutto, sempre, a destra e a manca, quella sera volevate solo godervi il vostro tempo con allegria, poi di mezzo, il peggio, lo abbiamo aggiunto solo noi adulti  dimostrando di non essere in grado di mostrarci come dei validi modelli.

Sempre con te, papà

Un altro compleanno senza di te, papà, il secondo priva del tuo bacio timido sulla fronte mentre mi facevi gli auguri, tu che non eri mai stato abituato a dimostrare affetto, cresciuto in una famiglia numerosa, in un’epoca immersa dentro a una guerra impetuosa che aveva prodotto povertà, poco studio, bisogno precoce di imparare un lavoro. Eppure io per te ero io, malgrado fossi ingiusta nello starti accanto, sempre pronta a puntualizzare ogni tuo sciocco errore tu con me andavi oltre, chissà se sapevi che per me eri un punto fermo che sa il cielo quanto mi manca adesso. Vorrei solo che tu vedessi, papà, che il tuo ricordo è lì a stracciarmi l’anima, tra i sensi di colpa e i rimpianti per non essere mai stata davvero giusta con te e per non averti detto ti voglio bene quanto meritavi.

Repliche servite in quantità

Non guardo molta tv eppure la vedo. Ritorno indietro, non guardo la televisione con piacere, eccola la precisazione, la subisco diciamola tutta. Ora più che mai perché mi sono accorta che in questo periodo Festivo il palinsesto si moltiplica di repliche. Possibile mi chiedo? Sì. I personaggi che la costruiscono sono in Ferie, loro, perlopiù strapagati, arricchitisi attorno a un benessere spesso privo di autentico talento, se ne stanno in vacanza per alcune settimane, queste insomma, mentre le loro trasmissioni sono comunque in onda, un accordo di repliche dei mesi scorsi, appoggiato su un ripiano di già visto che sa infastidire e basta, rivolto a un pubblico che boccheggia di noia. Mi innervosisce il concetto stesso. La scorsa primavera uno di questi personaggi quasi a giustificare la pausa estiva che stava per intraprendere disse come i mesi di stacco che gli stavano davanti fossero necessari per tornare in onda in autunno con nuove idee che già sentiva battergli in testa. Da settembre non ho visto nessuna novità. Ora batte in testa qualcosa a me: scrivere alle direzioni che mettono in onda questo bagaglio di repliche per dire la mia maturata in questi giorni di fastidiosa tv, su questo insieme natalizio insipido, già visto, inutile, privo di significato e valore e che non ha contenuti accettabili. Anche io la subisco la tv ma so tollerarne i limiti, ho pure altro da fare per riempire i miei spazi ma rifletto su chi ha reale bisogno di una programmazione inedita: gli anziani, per esempio, che sono un popolo che ha necessità di cose nuove, inedite e di vivaci attenzioni. Se mi salta il matto scriverò due giustificate righe da inviare alle direzioni di certi canali tv.

Libro che vince sull’abito da sera

Eccoci qui, arrivati alla fine dell’anno, la festa che martella il calendario a tanti di noi, quelli un po’ su con l’età diciamo, come me insomma: “che fai per l’ultimo?”, “dove vai?, “con chi?”, “che hai in programma?. Sono cresciuta con queste domande. Fatte più che ricevute, giusto per avere un orientamento di quanto avrei potuto fare in una serata mai troppo amata. Tutt’altro. Oltre alla scelta del programma non mancava quella per l’abbigliamento da indossare: nel periodo della mia giovinezza si usava comprare abiti quasi da sera e io che, non ho un grande gusto estetico – lo riconosco -, per l’occasione ho sempre messo insieme dei gran disastri. Serviva un abito elegante, certe brutture mai più indossate ho portato a casa per verificare poi che invece le altre si mostravano perfette, bellissime. Io, accanto a loro, avrei dovuto solo nascondermi dietro la prima colonna per non correre incontro a risate cariche di ironia e prese in giro. Sono cresciuta con questa domanda, nata e sviluppata dentro di me, bussandomi in testa senza portare con sé troppo piacere: durante quanti festeggiamenti per l’ultimo sono stata bene? Uno almeno sì, una cena di coppia a casa, io con il fidanzato di allora, menù preparato da mamma, baci per gli auguri scambiati con lui e poi perfino nevicata di mezzanotte, romantica, quasi magica. Il resto? Disastri di gioventù, spesso accanto all’amore rincorso in quell’istante che però non era con me, era impegnato a sbaciucchiarsi con la fidanzata di turno. Come li invidiavo, mentre a me toccava stare lì, in disparte a guardarli, sola perlopiù, mentre loro ballavano stretti, stretti. Non voglio dire che a me non sia mai capitato di essere invitata come morosa ufficiale con cui trascorrere la serata, bicchiere in mano e brindisi di buon anno, si vabbè, ma spazio poche settimane ero già all’angolo. Fino a una decisione importante, presa comunque troppo tardi: l’ultimo dell’anno, detestato da sempre, si fa a casa, a letto, presto addirittura, libro in mano, bacio a mamma e papà e tanti auguri al giorno dopo. Ma perché non c’ho pensato prima a questa bella soluzione mi ripeto. E almeno qui, su questo versante, la sclerosi multipla non gioca alcun ruolo. Tiè.

Auguri, papà

Il secondo Natale senza di te, senza il tuo albero, senza la stella luminosa che appendevi accanto sulla parete della finestra, alle luci agganciate con cura e misura sul terrazzo, a quel panettone che ordinavi dal fornaio più bravo della zona e che prendeva vita sulla tavola dopo il pranzo. Mentre ora siamo troppo lontani da te.

Signor G

Ascoltata per caso, in auto, senza conoscerla, balzo subito sul sedile per l’emozione, la voce di Giorgio Gaber che traina verso il potere del bello, un testo potente che sento mio da subito, poi la corsa per informarmi meglio. Titolo: Io non mi sento italiano, anno di uscita 2003.

Io non mi sento italiano

Io G. G. sono nato e vivo a Milano

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono

Mi scusi Presidente
Non è per colpa mia
Ma questa nostra Patria
Non so che cosa sia
Può darsi che mi sbagli
Che sia una bella idea
Ma temo che diventi
Una brutta poesia

Mi scusi Presidente
Non sento un gran bisogno
Dell’inno nazionale
Di cui un po’ mi vergogno
In quanto ai calciatori
Non voglio giudicare
I nostri non lo sanno
O hanno più pudore

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono

Mi scusi Presidente
Se arrivo all’impudenza
Di dire che non sento
Alcuna appartenenza
E tranne Garibaldi
E altri eroi gloriosi
Non vedo alcun motivo
Per essere orgogliosi

Mi scusi Presidente
Ma ho in mente il fanatismo
Delle camicie nere
Al tempo del fascismo
Da cui un bel giorno nacque
Questa democrazia
Che a farle i complimenti
Ci vuole fantasia

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono

Questo bel Paese
Pieno di poesia
Ha tante pretese
Ma nel nostro mondo occidentale
È la periferia

Mi scusi Presidente
Ma questo nostro Stato
Che voi rappresentate
Mi sembra un po’ sfasciato
E’ anche troppo chiaro
Agli occhi della gente
Che tutto è calcolato
E non funziona niente

Sarà che gli italiani
Per lunga tradizione
Son troppo appassionati
Di ogni discussione
Persino in parlamento
C’è un’aria incandescente
Si scannano su tutto
E poi non cambia niente

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono

Mi scusi Presidente
Dovete convenire
Che i limiti che abbiamo
Ce li dobbiamo dire
Ma a parte il disfattismo
Noi siamo quel che siamo
E abbiamo anche un passato
Che non dimentichiamo

Mi scusi Presidente
Ma forse noi italiani
Per gli altri siamo solo
Spaghetti e mandolini
Allora qui mi incazzo
Son fiero e me ne vanto
Gli sbatto sulla faccia
Cos’è il Rinascimento

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono

Questo bel Paese
Forse è poco saggio
Ha le idee confuse
Ma se fossi nato in altri luoghi
Poteva andarmi peggio

Mi scusi Presidente
Ormai ne ho dette tante
C’è un’altra osservazione
Che credo sia importante
Rispetto agli stranieri
Noi ci crediamo meno
Ma forse abbiam capito
Che il mondo è un teatrino

Mi scusi Presidente
Lo so che non gioite
Se il grido “Italia, Italia”
C’è solo alle partite
Ma un po’ per non morire
O forse un po’ per celia
Abbiam fatto l’Europa
Facciamo anche l’Italia

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo
Per fortuna o purtroppo
Per fortuna
Per fortuna lo sono

Giorgio Gaber

Una pizzata coi colleghi di ieri

“Pronto, come posso aiutarla?” “Mi spiace, la linea dell’interno è occupata, se mi dà il suo numero la faccio richiamare”. “Mi permetta il tempo per una fotocopia, quindi le chiederò una firma in calce al documento e la pratica comincerà”. “Grazie”. Prego”. “A presto”. Il lavoro che facevo fino a poco meno di due anni fa si componeva in gran parte di queste battute che non mi spiaceva intrattenere, non  mi davano l’idea di sminurmi, era una piccola responsabilità ma valeva comunque la pena. Poi, quando è morto papà, tra mille pensieri arroccati in testa, che non riguardavano il fatto che l’occupazione che svolgevo fosse troppo poco rispetto a ciò che ero in grado di fare, ho avanzato le mie dimissioni, andandomene con gli occhi densi di dolore per l’addio a papà, carichi di quella sofferenza improvvisa scoppiatami nei sentimenti e accompagnata da autentica paura per il domani senza di lui. A tratti mi è spiaciuto andare via di lì, era un bell’ambiente, ci stavo in bene a parte qualche limite che il lavoro comunque dà, ma troppe cose erano finite l’una sopra l’altra, sentivo il bisogno di prendere il largo. Pochi mesi dopo, per Natale la direzione mi invitò per lo scambio degli auguri tra colleghi, è accaduto anche quest’anno, il direttore mi ha chiesto di nuovo di partecipare a una pizzata, mi ha scritto con un wapp molto caloroso a voler sottolineare l’occasione per salutarci e vederci ancora. Ci andrò, se il meteo lo permetterà, un’oretta per salutare, ringraziare del pensiero avuto, ricordando anche certe belle giornate di lavoro trascorse insieme.