Stamattina ho letto un tweet di Francesca Mannocchi, sta uscendo il suo nuovo libro, Bianco è il colore del danno, edito per i bianchi d’eccellenza, Einaudi. Mannocchi è una penna di prim’ordine, collabora con L’Espresso e numerose altre prestigiose testate, italiane e internazionali, raccontando gran parte della situazione politica e civile del Nord Africa, tra Libia ed Egitto, Tunisia e poi Libano, Afghanistan e Medio Oriente. Insomma, una gran firma, intelligente e coraggiosa. La leggo? Quasi mai. Leggerò il suo libro? Certamente. Francesca Mannocchi ha la sclerosi multipla, il libro parla di questo e il bianco, vado ad intuito, è il colore della guaina mielinica, quella che avvolge le fibre del sistema nervoso rendendo possibili e fluidi i movimenti, quella che nella sclerosi multipla va a farsi fottere secondo una progressione di tempi e di modi del tutto imprevedibili e propri. Che Francesca Mannocchi avesse la sclerosi multipla lo ha scritto lei in un articolo su L’Espresso di tempo fa e che io conservo ancora perché ne ho condiviso ogni riga e non perché lei è malata come me, no, non solo per questo almeno, ma per il fiato corto con cui ho sentito la fatica nel dire “ecco a voi la mia sclerosi multipla”. Difficile non trovarmela addosso quell’ansia che fonde dolore e paura a vergogna di cui ho parlato fin troppe volte qui. Sulla quarta di copertina Mannocchi parla di un corpo guasto che si confronta con quello degli altri nascondendosi molte verità per tentare di passare oltre scoprendo poi che chi sta davanti mostra una vergogna addirittura maggiore perché incapace di stabilire un contatto. «La vergogna è questa cosa qui. Ci rivela cosa siamo per gli altri, quanto valiamo nel catalogo dei vivi, ora che siamo guasti».
Autore: Quella che prova a farcela
Quello che leggo, quello che penso
Ieri c’è stato il giuramento di Biden e oggi i quotidiani hanno fatto il riassunto della giornata. L’ho vista come un’occasione che si sono dati per uscire dai confini imposti dal Covid che da un anno, lo sappiamo fin troppo bene, ci ha agganciati al collo stringendolo sempre più, facendolo ovviamente anche con la stampa imponendo i suoi maledetti ritmi. E quindi oggi, come una boccata d’aria fresca, titoli, fondi, commenti, immagini, editoriali sono in larga parte dedicati alla giornata di ieri e come lettrice non mi sono di certo sentita defraudata dalla verità. Anche se, anche se. Perché mi sono imbattuta in più di un articolo che ha fatto l’analisi comunicativa sulla scelta di abiti, colori e accessori da parte dei protagonisti del giuramento di ieri, tutti sovrapponibili tra loro, molto più che simili anzi, firmati da nomi noti del giornalismo italiano, esperti di comunicazione o che almeno in questo modo si definiscono. Il viola. Grande protagonista della giornata di ieri hanno fatto notare: il cappotto della vicepresidente Kamala Harris era viola, così come quello di Michelle Obama di una tonalità che tendeva al bordeaux, l’altra ex first lady, Hilary Clinton, era imbacuccata da una sciarpa dello stesso colore. Un caso? No, dicono gli specialisti, il viola è il risultato della mescolanza di blu e rosso, i colori che definiscono democratici e conservatori, gli Stati Uniti insieme, l’immagine di una nuova pagina di storia che si apre sotto il segno dell’unità, quella che accomunerà tutti. La nuova first lady. Vestita di blu oceano, quello che circonda gli Stati Uniti, colore che dà sicurezza dicono gli stessi esperti, scelto anche per la cravatta di Biden. L’inno. Cantato da Lady Gaga in modo supremo secondo il giudizio di chi sa – io che di musica so poco infatti non l’ho nemmeno riconosciuto – con un abito in linea col suo stile e con una grande spilla a forma di colomba sul petto, messaggio di pace. Letture condivisibili? Forse sì. La comunicazione moderna questa è. Ma raggiunge sempre l’obiettivo? Il viola assume il significato dell’unità degli Sati Uniti per tutti? Il blu ricorda l’oceano che li circonda e aggiunge ricchezza alla loro storia nell’immaginario di ciascuno? O forse va più veloce il nero lutto con cui i Trump hanno lasciato la Casa Bianca? Perché mi chiedo, gli abitanti del Midwest, che stanno vivendo una profonda crisi economica e sociale per esempio, che non riescono a risolvere il loro crollo di identità politica, che certamente non sono stati beffati da brogli elettorali di nessun genere ma che così si sentono, che non riconoscono il rischio Covid e che non si sentono tutelati da nessuna classe governativa, potranno mai comprendere il significato di viola, blu oceano o spille a forma di colomba? La boccata d’aria fresca che si è presa la stampa credo possa chiudersi qui, ora si torni al giornalismo.
Tutto quell’affetto perso
Anche quest’anno poteva andare come sempre. E invece no. Quelle parole in più che dovevo aggiungere molto, ma molto, tempo fa le ho finalmente tirate fuori e tutto ha preso la piega che doveva prendere. “Ho la sclerosi multipla”. È fin troppo noto quanto mi costi dirlo e mi chiedo perché poi, sarà mica colpa mia, maledizione a me, ma insomma le cose vanno così. Lo so, ci sono molte persone con cui avrei dovuto aprire il sipario con maggiore anticipo soprattutto per potermi godere tutti quegli abbracci che mi sono negata da sola. Con le amiche almeno, con gli amici almeno. Invece ho taciuto con molti, finché c’era margine per farlo in ogni caso. Come quella volta. E qui ritorno daccapo. Tanto tempo fa quando ho cominciato quel lavoro ormai perduto, ho iniziato un’amicizia con una ragazza che lavorava lì già da qualche tempo. Un giorno le chiesi se durante la pausa pranzo voleva venire a bere un caffè con me: fu la prima mossa del nostro nuovo spazio, un immancabile appuntamento quotidiano, alla solita ora, prima di rientrare ancora in ufficio, il modo per creare un momento inedito tra noi per chiacchierare, spettegolare, sfogarci in attesa di sederci ancora alle nostre scrivanie. Ricordo che a quel primo caffè, dopo pochissime settimane dacché avevo cominciato il nuovo lavoro, mi chiese come mi trovavo, risposi che mi sembrava bene, che forse era presto per dare giudizi certi ma che di una cosa non avevo dubbi, non piacevo a uno dei capi, sembrava mi snobbasse, forse perché ero un Capricorno, quale fosse il mio segno zodiacale era l’unica domanda che mi aveva fatto durante il mio colloquio di lavoro del resto e in quell’occasione aveva decisamente storto il naso. Lei scoppiò in una risata che ricordo ancora e che mi tranquillizzò molto, anche perché scoprimmo di essere nate a un giorno di distanza, lei il 31 dicembre, io l’1 gennaio, due capricorni, alla faccia di quel capo, antipatico e vegano, e non ho mai capito se le due cose vanno sempre di pari passo, ma nel suo caso certo che sì. Intanto l’appuntamento caffè diventò immancabile tra noi, un momento che cresceva sempre più di livello che spesso si trasformava in soste in gelateria per pause dolci oppure in pizzeria quando ci veniva la voglia di stare insieme di più tra confidenze profonde e voglia di esserci l’una per l’altra ben oltre il lavoro. Ma durante tutti quei momenti, io che ero già malata, mai che le abbia svelato la verità su quel bagaglio indigesto che mi portavo addosso, non per mancanza di fiducia in lei ma per quel mio mal inteso senso di dignità. E poi un giorno lei mi disse che si sarebbe licenziata perché aspettava un bambino ed era felice. E, ovvio, anche io per lei, ma sapevo anche che mi sarebbe mancata molto. Da allora, per ben più di 10 anni e certo per meno di 20, non ci siamo più viste ma ogni anno gli auguri al compleanno non sono mai mancati: 31 dicembre/1 gennaio. Fino a che quest’anno di botto con lei mi sono uscite quelle quattro, pesanti, parole di numero “Ho la sclerosi multipla”. Il tutto senza pianificare nulla, solo per il bisogno di parlarle con sincerità, rimpiangendo piuttosto che al momento giusto mi sono persa l’occasione per ricevere da lei molti abbracci sinceri che mi avrebbe certamente dato e che senza nessun dubbio sarebbero stati un’àncora in più a cui aggrapparmi per ricevere un pieno di affetto di cui avevo bisogno.
Era una notte del 1976
Oggi, ora di pranzo più o meno, l’istinto, o chissà che, mi fa alzare gli occhi verso l’alto, guardo le lampade e si muovono per un tempo troppo lungo, continuo, che non accenna a fermarsi. La terra sta tremando, e molto, e da qualche parte non troppo lontana da me. Terremoto infatti, in Croazia, a Zagabria, 6.3 scala Richter, percepito in Friuli Venezia Giulia, Veneto, lungo tutto l’Adriatico, Bosnia, Serbia, Austria, Germania, Repubblica Ceca e altro credo. È il 6 maggio del 1976, ho quattro anni e sono a letto, vengo svegliata all’improvviso da mio papà, mi prende in braccio con un impeto che non gli riconosco, urla al resto della famiglia qualcosa che non afferro, mi porta fuori insieme a loro, alzo la testa e vedo tutto che si muove ma in un modo che non mi diverte anche se sono bambina. E poi ricordo tutta quella gente in strada, non chiedo perché lo stiamo facendo insieme a loro, e di notte poi – che ne sono io che sono solo le 21.00 -, forse mi riaddormento subito eppure quella serata così strana non l’ho mai dimenticata, è il mio ricordo più remoto, quello nel quale non avevo capito cosa stava accadendo, quello in cui Friuli, Udine e Gemona avrebbero preso significato qualche anno dopo, ma tensione e nervosismo disegnato sul volto di tutti questo sì è ben impresso nella mia testa. Come la parola terremoto. Quando cominciarono le elementari la mia maestra spiegò che la città dove abitavamo noi, al mare, poggiata sulla sabbia, apparteneva a una zona a basso rischio sismico, le scosse si sentono – ci disse – ma il terreno ne attutisce le vibrazioni mettendoci in salvo. Ricordai la notte di pochi anni prima e tirai un sospiro di sollievo. Mi interessa poco o niente se gli studi di geologia da quando ho finito le elementari io sono andati avanti di quasi quattro decenni aggiungendo caratteri diversi alla sismologia, le parole della mia maestra per me restano d’oro, le uniche vere da non mettere in discussione. Anche se stamattina per la paura mi è scesa una lacrima.
Quella roba dei 365 giorni
Sicché è arrivato Natale, è passato anche il Solstizio d’inverno, data che detesto perché significa che le giornate cominciano ad allungarsi, debutta gennaio e mi tocca pure compiere gli anni e dopo arriva febbraio e insieme fanno i mesi più freddi dell’anno, il vero inverno, quello che mi fa irrigidire i muscoli, feroce lui, e che in un battibaleno si porta dietro la primavera, stagione bellissima, forse, se non avesse davanti a sé l’estate e tutto quel caldo, l’afa, il sole che non va mai giù, maledizione, roba che con la sclerosi multipla non va mai d’accordo. Ecco che mi tocca dirlo: su il sipario su quello che per me è il periodo peggiore dell’anno o almeno su quei giorni che mi mettono da sempre di cattivo umore di certo pensando a quello che verrà. Poi passa, per carità, mi vanto di non essere una lagna ma al solito va così. Al solito infatti, perché quest’anno la prospettiva è cambiata: sommersa come sono, come siamo, da un incubo nuovo che ormai da un anno viaggia accanto a tutti noi senza mollare la presa, il movimento del tempo, almeno del mio, è cambiato, è diverso. Il Covid lo ha reso più denso di preoccupazioni che spostano in avanti le lancette dell’orologio con il peso del piombo addosso a tutti noi ma senza dare la sensazione della lentezza. Strana cosa questa. Era febbraio quando tutto cominciò, ora è Natale e siamo ancora dentro a quel fango, chissà, forse anche più a fondo ma c’è qualcuno che può dire che quest’anno sia stato lento? Proprio certi che febbraio non fosse l’altro ieri?
Resta amica accanto a me
Da più di trent’anni ho un’amica con cui ho condiviso gran parte della mia vita adulta. Il meglio assoluto tra noi è stato il periodo della giovinezza e “delle cazzate tra di noi”, poi non sono mancate le ferite, roba pesante fra l’altro, dolore e pianti cercando sempre le mani l’una dell’altra per tentare una qualche risalita. Senza dimenticare le discussioni, perché va detto, nel tempo molte sono state le cose che hanno imposto improvvise frenate al nostro rapporto, non certo senza reciproca amarezza continuando tuttavia a sapere che sotto la coperta sopravviveva il calore e la certezza che quell’amore sarebbe resistito. Fino a scoprire che uno sguardo complice scambiato al volo ritornava sempre per capire di essere ancora una volta dalla stessa parte. Io e lei siamo però capaci anche di confronti accesi su temi vari che lei vince quando io decido di mollare la presa, mica perché capisca di avere torto e lei ragione, sia chiaro, ma perché il suo modo di discutere – lo sai, vero? – raggiunge toni che io saprei contrastare con due parole secche se solo lei non fosse così polemica – lo sai, vero? Tipo quella dell’altro giorno: la sua bimba di 10 anni ha perso quasi un mese di scuola anche a novembre perché la classe che frequenta è chiusa causa Covid. Parlavo di questa forzata quarantena che coinvolge bambini e ragazzi, scuole, licei e università e le dicevo che gli studenti pagheranno a caro prezzo questo maledetto periodo: la loro istruzione sarà compromessa, lo studio on line, drammaticamente imprescindibile, non potrà mai sostituire il valore della vita scolastica composto da un sistema complesso che si nutre, oltre a tutto il resto, anche del contatto umano, con insegnanti, compagni di banco e della prima sensazione di vita autonoma, fuori casa. No, mi ha detto, ti sbagli, il Covid è una grande occasione di crescita per gli studenti, che consente di capire che diventare grandi significa anche assumersi responsabilità nuove, che la vita non è solo gioco e pigiama party da organizzare con le amiche, c’è soprattutto da capire che i problemi esistono e vanno affrontati con consapevolezze da non trascurare. Ha messo il solito punto fermo – è fastidioso quando fai la saputella, lo sai, vero? – e mi ha chiuso la bocca. O meglio, non ho replicato. Ma ho pensato molto a questa discussione, valutandone ogni fattore, ma il risultato è stato lo stesso, resto della mia idea – lo sai, vero? Non sono madre e dei pigiama party non so niente, ma sono fermamente convinta che tutti questi mesi lontani dai banchi siano gravi, capaci solo di creare lacune difficili da colmare, perché l’aoristo greco è difficile da imparare anche col più terribile dei prof. che ti corregge il compito con sguardo torvo e la più dura delle intenzioni educative figuriamoci se chiusi nella propria cameretta con un computer davanti che c’è e non c’è. Per non parlare degli incontri che la scuola regala, gli amici, e il tipo che ti piace da aspettare davanti alla classe e che ti farà scoppiare il cuore in quel un modo tanto speciale, e tutto il resto come il viaggio in autobus per arrivare a scuola, sinonimo della prima e vera autonomia da mamma e papà. Ti ricordi vero quanto era bello?
The Crown/4
Ho finito di guardare la quarta serie di The Crown, quella con Diana, quella attesa da mesi per un piano promozionale largamente costruito attorno alle vicende del triangolo matrimoniale più noto del Novecento. Quindi tutti lì, telecomando in mano per capire cosa c’era da sapere di più sulla giovane principessa che fa il suo ingresso a Buckingham Palace, sui suoi sbandamenti, sulle entrate a gamba tesa di Carlo e di Camilla dentro il matrimonio e su tutto quell’insieme che a ben vedere rende la trama ben più che prevedibile. Quello che c’era da aspettare invece era la sceneggiatura, le scelte artistiche su come sarebbero state raccontate vicende così vicine alla memoria storica di molti di noi, sulla parte che sarebbe stata affidata alla monarchia britannica di fronte a passaggi delicati, sulla forma che il racconto avrebbe restituito ad un passato così discusso. E invece quello che ti aspetti c’è ma in forma minore rispetto ad altro. Diana è presente, timida e fuori luogo ma solo all’inizio, Carlo anche, costretto dalla Ditta a sposarla, ovvio poi che c’è Camilla e sappiamo tutti chi è, ma è da un sipario inatteso che spunta la vera protagonista della serie: Margaret Thatcher, primo ministro britannico dal ’79 al ‘90, la Lady di Ferro che traccia un segno inequivocabile sulla quarta serie di The Crown. Diana, Carlo, e Camilla viaggiano quasi come comprimari di un copione ben scritto ma secondario perché è quando la Thatcher compare sulla scena che si alza di livello della serie. Il racconto delle sue discusse scelte politiche che stringono duramente l’economia interna del Regno Unito con il proposito di salvarlo da un grave declino economico in campo internazionale mette i brividi, la resa dei suoi confronti duri e serrati con Elisabetta II sono epici e quasi al limite del credibile, così come la scelta di bombardare le Isole Falkland per dare nuovo vigore alla storia coloniale britannica. Netflix con queste puntate ha fatto una scelta inaspettata, ma chissà, forse non disprezzata nemmeno da Elisabetta II che con la Thatcher non andava d’accordo – lo dicono i libri di storia non i giornali di gossip – ma va anche aggiunto che la Regina non partecipa mai ai funerali dei suoi primi ministri lo ha fatto solo per quello di Winston Churchill e della Lady di Ferro. Qualcosa vorrà pur dire. Mentre a noi resta la consapevolezza che di quel matrimonio molto affollato sappiamo anche troppo.
Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo
Stanotte è morto Paolo Rossi, il mio eroe del calcio. Perché avevo dieci anni nel 1982. Avevo dieci anni e l’Italia vinceva il mondiale di Spagna. Avevo dieci anni in un luglio sorprendente e bellissimo esploso tra le mani di tutti gli italiani. Dieci anni e la scoperta di un’emozione nuova, impossibile da scordare. Il linguaggio del calcio non è mai stato parlato a casa mia, era rigoroso il tg invece, che mi annoiava molto ma toccava guardarlo e pure in silenzio – ma va detto che se molti pezzi di storia mi sono rimastati incollati sulla pelle lo devo proprio a questa abitudine – ed è anche per questo che quello dell’82 è stato il primo mondiale vissuto da spettatrice abbastanza consapevole. Avevo dieci anni e se non altro avevo capito di cosa si parlasse, sapevo che sarebbe stato importante vincere ma sapevo anche che l’Italia partiva dalle retrovie. In squadra c’era anche un certo Paolo Rossi che chissà cosa avrebbe potuto combinare perché arrivava da un periodo difficile e poi il suo nome veniva associato a roba tipo calcio scommesse che qualunque cosa significasse non mi sembrava niente di buono. Le prime partite di quel mondiale andarono come andarono, molto deludenti e avevano portato l’Italia dentro a un girone di fuoco: Argentina-Brasile. Con i più brutti presagi della vigilia arriva però la vittoria contro l’Argentina, è un caso dicono i bene informati, il Brasile ci straccerà e Paolo Rossi poi non ha ancora combinato niente. Ma quando arriva il Brasile nessuno ancora immagina che sarà la vittoria del secolo. La ricordo tutta la tensione di quel pomeriggio, i gol, le urla e tutta quell’incredulità: è sempre l’Italia a correre in avanti mentre il Brasile del gran calcio, la squadra regina che danza con il pallone, quella di Zico e Falcao, quella che costruisce il gioco imbambolando gli avversari alla fine viene costretta ad arrendersi e a mollare la presa sotto i gol di un Paolo Rossi finalmente ritrovato. Un grido all’unisono di gioia fortissima, in dieci anni di vita mai sentito così alto, apre il cielo. La semifinale contro la Polonia è una passeggiata, In finale ci tocca la Germania, si chiama ancora Repubblica Federale di Germania, tanto per sottolineare il corso che prenderà la storia. Quella partita è fissa dentro una cornice: il rigore sbagliato del Bell’Antonio Cabrini nel primo tempo, la paura di non farcela, ma poi Rossi, ancora lui che segna e trascina di nuovo i nostri, arriva Tardelli con un gol che gli fa lanciare in aria quell’urlo memorabile e poi Altobelli, giovanissimo e spudorato. Indimenticabili quei campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.
Rosso relativo
Pochi mesi dopo aver cambiato lavoro – ormai un paio d’anni fa – venni chiamata nell’ufficio della direttrice che mi comunicò che da lì a poco mi sarebbe stata consegnata una divisa da indossare per dare forma e profilo all’ufficio dove mi trovavo. Condivisi il progetto, sul lavoro ci si presenta con rispetto per il dettaglio pensiero maturato anche perché negli anni avevo visto gente venire in ufficio con abiti molto più che discutibili. Considerate le mie mansioni all’accoglienza della struttura mi immaginai la più classica delle uniformi, tipo giacca – fper me meglio blu che nera, grazie – su camicia celeste o bianca, con pantalone oppure gonna. Da brava maestrina quale sono ne ero entusiasta. Fino a quando mi venne consegnata una polo rossa, di almeno due taglie in più della mia, senza logo aziendale tanto da poter essere scambiata per mia, come un pezzo mal uscito dal mio armadio. In poche parole passai tutta l’estate a immaginarmi come sarebbe potuta cambiare e possibilmente migliorare la divisa invernale. Fu semplice, indossando sotto la polo i miei maglioni di lana, giusto per non assiderarmi. Molti dei miei colleghi preferirono armarsi di felpe rosse per coprire le braccia. Io però non ne ho mai trovata una della stessa tonalità della polo e tanto per non svariare il livello di colore della divisa ho rinunciato. L’altro giorno mi è arrivata la newsletter di AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla – a cui sono iscritta da anni, da quando è diventato fondamentale saperne sempre di più sulla mia malattia, da quando ero all’inizio del percorso e non ci volevo credere che ci ero finita dentro anche io in quel tunnel, maledetto lui. Leggevo e rileggevo, post su post, compilavo test e questionari e mi avvilivo perché scoprivo che non era vero che stavo bene, i sintomi stavano facendosi largo impossessandosi di spazi sempre più numerosi. Ma io mi coprivo gli occhi. Tappavo le orecchie. Non ascoltavo. Tacevo. Fino a quando è stato tutto inutile, ogni informazione in più bastava leggersela addosso. Anche le newsletter le facevo passare oltre, senza approfondire niente, fino a quella dell’altro ieri che proponeva idee regalo per Natale. Tutte rosse, il colore di AISM, con oggetti tra i miei preferiti: tazze da te, agende, taccuini, kit cartoleria, penne. E Felpe. Rosse. Tonalità giusta. Su tutto, in bella mostra, la scritta Sclerosi Multipla a caratteri ben esibiti che trasformano il peggiore degli incubi in un brand da sfoggiare, come se una sedia a rotelle non bastasse a esporre uno stato di vita subìto e disprezzato. Vorrei scambiare due parole significative e abbastanza cattive con i brand manager di AISM, mi sembra più che evidente che il loro lavoro non lo sappiano fare considerando poi che si tratta di proposte regalo solidali i cui introiti sono indirizzati alla ricerca scientifica per la sclerosi multipla. I loro cervelli mi sono stati utili solo per rivalutare in un battito d’ali la polo rossa che indosso al lavoro.
365 giorni a Natale
Anche il Natale rallenta causa-Covid. Più che corrette le raccomandazioni in arrivo dall’alto, pranzi famigliari in versione smilza, nonni a casa loro lontani dai nipoti che scartano regali in arrivo via Amazon, messa di Natale anticipata di qualche ora, e via sul tono. Accadrà questo? Certo che no. Le tavolate si riempiranno e senza mascherine, in fondo si sta mangiando, dall’aperitivo al panettone poi, vuoi non farlo. Ci sarà tempo dopo per i rimorsi, come a Ferragosto. Lo spirito pubblicitario sta invece assecondando la misura dei toni con spot sui pandori in clamoroso ritardo rispetto al passato che li faceva partire addirittura da fine ottobre, perché Natale è Natale. Panettoni? Pochi. Idee regalo? Quasi nulle e comunque travestite da qualcosa d’altro: smartphone di nuova generazione, pc, tablet o magari gioielleria, cosmetici, profumeria e via dicendo ma il tutto senza carte luccicanti e fiocchi colorati da scartare. I bimbi? Trascuratissimi dagli spot. Tanto loro non hanno bisogno di suggerimenti. La fiera del regalo sottotono per un Natale che così dovrà essere insomma. Per buttarmi lontanissimo dalla preoccupazione Covid cerco di ricordare un passato di mille e più mille anni fa, quello di una me ragazzina che sulla data di inizio della programmazione pubblicitaria del periodo natalizio ha imparato un bel po’ di cose. Ogni anno con la mia famiglia si partiva per fare le vacanze di Natale nello splendido Cadore, a tutti – tranne che a me, dubbi? – piaceva sciare e quindi via, valigie in auto per raggiungere l’albergo, lo stesso per anni, giornate da trascorrere sulle piste che si concludevano con una cioccolata calda – quella sì molto gradita – e poi dopo cena tra di noi tornei di Monopoli o con carte da gioco in mano. Fino a quel dicembre in cui faccio amicizia con una ragazza di Ferrara con cui poco alla volta riusciamo a scambiare due vaghe parole con un gruppo di ragazzi che rappresentano la migliore gioventù di quell’albergo. Passiamo le serate di quel Natale anche con loro ma non so se della nostra presenza si siano mai accorti, della mia di certo no, so di aver aperto molto poco la bocca di fronte a quei ragazzi, mentre dentro la mia di testolina i pensieri volavano a gonfiare una cotta per tal Alberto, così si chiamava. Quante cose può fare un solo “ciao”, ovvero la gran parte di quello di che ci siamo detti se non ricordo male, sufficiente per accendere il mio cuore comunque. Poi quelle vacanze sono finite, valigie in auto e uno alla volta si è tornati a casa mentre io scrivevo un patto firmato solo dalla mia nuova amica di Ferrara: qui e ora il prossimo anno. Alberto ha firmato per procura, la mia. In quel momento però cominciavano poco meno di 365 giorni al Natale successivo, duri a passare anche per il più forte degli amori. Fino alla fine di ottobre dell’anno dopo quando di botto in tv compare il primo spot di un pandoro: è fatta, è di nuovo Natale, si va in Cadore, diventa meno dura anche l’idea di prendere uno ski lift tanto c’è la cioccolata calda dopo e in serata le chiacchiere con la mia amica di Ferrara, Alberto e il resto della compagnia. Che però non viene. Patto stracciato, procura fallita. Però da allora mi è rimasta una certezza che mi fa sorridere ogni anno: i panettoni in tv da fine ottobre. Stronzo di un Covid, anche il minimo sindacale ti sei preso.