Punto stampa

Non credo ci sia nessuno di noi che a partire dalle 18.00 della sera non si colleghi con radio, tv o social per sentire come è andata la giornata sul fronte Coronavirus, quel drammatico bollettino di vincitori e vinti che somiglia al resoconto di una novella Radio Londra e che oggi si chiama Punto Stampa. Politici nazionali e locali, rappresentanti di Protezione civile e Forze dell’ordine che danno il resoconto di queste giornate vissute ai limiti del tollerabile e anche oltre. Seduti su una tribuna ci sono i responsabili dell’Ordine pubblico che forniscono le informazioni ai giornalisti giù in platea pronti a fare domande su domande alcune più pertinenti di altre. Va da sé. In passato ho avuto una piccola esperienza lavorativa presso l’ufficio stampa del Comune dove vivo, molto interessante devo dire, per le cose che ho imparato, per le persone che ho conosciuto – fra tutte un’amica speciale – per quello che ho fatto in tempi in cui la comunicazione era ancora in divenire e l’improvvisazione sul tema era un fattore decisivo, bastava portare a casa il risultato, finire sulla stampa, come si voleva, quando si voleva e nei modi in cui si voleva. Punto di forza di quel mondo era la conferenza stampa: era sufficiente una notizia con un po’ più vigore delle altre e partiva l’invito a firma del sindaco e i giornalisti correvano a frotte e per gli addetti stampa il gioco era presto fatto. Risulta fin troppo chiaro però che un piccolo comune di provincia, per quanto “a vocazione turistica” come ama dire di sé il mio, non produca un numero così alto di notizie forti da giustificare gli spostamenti della stampa. Ben presto poi tutto il sistema è cambiato, i tempi si sono evoluti e quello che fino ad un certo punto è stato l’elemento più alto della comunicazione poco alla volta si è sgonfiato sostituito da altro. Ma le cose non sempre sono facili da capire in tempo e quindi in modo ingenuo e inesperto da me s’è continuato a organizzare conferenze stampa anche oltre il tempo scaduto. Quando ce n’era una da organizzarne mi sentivo male, gli inviti avevano temi sempre più deboli e le riposte di quegli stessi giornalisti che prima correvano si facevano sempre più scarse, e così i loro posti rimanevano tristemente vuoti. Io ci provavo con molta fierezza preparando inviti ufficiali il più possibile suadenti e quindi falsi e poi nei giorni precedenti cominciavo con un giro supplichevole di telefonate per assicurarmi qualche presenza almeno. Ma niente. Bei tempi, bei tempi davvero, quando le conferenze stampa erano poco più che niente, quando le notizie da dare non avevano alcun peso.

 

Monito contro la mia di paura

Oggi ho sentito un’amica bergamasca che vive poco distante da dove abito io, la sua famiglia sta però ancora a Bergamo, per giorni le ho fatto domande solo generiche, non volevo intralciare con le sue più che prevedibili preoccupazioni, sono fatta così. Ma la discrezione vale solo fino a un certo limite e quindi oggi sono stata più diretta con le domande. Un disastro, mi ha risposto, tutti i giorni sento della morte di qualcuno che conosco, amici di lunga data, cugini, madri e padri di gente con cui sono cresciuta e poi la preoccupazione per mio papà, per mia sorella, per il resto della mia famiglia cresce di giorno in giorno e mi toglie il sonno da settimane. I bergamaschi, ha continuato, sono gente dura, come il marmo, e adesso li sento piangere, disperati, senza possibilità di trovare risorse per farcela. Mi sono sentita meschina a lamentarmi, mi fa davvero paura tutto questo e so bene che un’area del Paese realmente sicura non c’è, ma è certo che ora come ora quelle al momento più bastonate dalla violenza di questo virus meritano più riguardo. Capiterà lo stesso anche qui dove sto io? È anche probabile purtroppo, attorno a me si registrano episodi su episodi ed è per questo che io sono chiusa in casa da una settimana e chissà per quanto altro tempo ancora. Devo migliorare il mio umore lo stesso, mettendo all’angolo la malinconia che provo, ricordando pure che quella simpaticona che mi governa approfitta alla grande di ogni mio pensiero negativo per alzare la testa e fare danni, e che la noia da cui mi sto facendo accerchiare, sa il cielo quanto è stupida. E allora prometto che farò di tutto per combattere ogni cosa: malumore, malinconia e noia, ovvero i caratteri fondanti della mia personalità ingarbugliata. Sarà dura lo so, ma si comincia da oggi. Punto primo: si legge, e quel libro, fra l’altro bello, che mi porto appresso da una stanza all’altra e che appoggio in ogni dove ma che fatico ad aprire, va terminato tempo due giorni e poi si comincia con un altro, che tanto ne ho. Punto due: la mia libreria, va messa in ordine, è un casino, ogni sera vado letto, la guardo, e mi dico domani lo farò, ecco bisogna ricordarsene la mattina non a fine giornata. Punto tre: quel Topolino comprato alla fine dell’estate non l’ho ancora finito, eppure ci avevo trovato un sacco di spunti, anche belli da raccontare, pure qui. Punto quattro: ecco appunto, questo spazio, la mia zona d’aria, quella che mi permette di scrivere ciò che scelgo io e che mi diverte un sacco e che mi fa stare bene, va seguito con maggiore attenzione, il tempo adesso non mi manca. Punto cinque: The Crown, un’amica mi ha fatto scoprire che mi ero persa la terza serie, recuperare, recuperare subito, e con continuità e non come la solita cialtrona che sono. Punto sesto: due esercizietti di ginnastica che posso fare e che conosco vanno messi in campo, ecchecavolo, muovi quel culo che ti fa solo bene. Punto settimo: innaffiare la vita di paura non mi fa bene, e nemmeno alla mia salute già sbilenca di suo, stare a casa ma riempire le mie giornate ecco cosa devo fare.

Generazione di fenomeni, come mai?

“Tu stai bene dove stai, ho già parlato di te all’Azienda Sanitaria, sei un soggetto a rischio, qui ci sono troppe persone che girano, non abbiamo nessun caso positivo, tranquilla, ma su di te un eventuale contagio avrebbe un effetto devastante, e lo sai. È a casa che devi stare, finché passa. E passa e ti aspetto”. Stamattina ho chiamato al lavoro, volevo sapere qualcosa sui tempi previsti per il mio rientro, di quando e di come, ma la mia direttrice, con infinito calore, mi ha fermata, qui dove sono, a forma di tutela. Io, che vorrei tornare domani al lavoro perché vorrebbe dire che tutto questo incubo è finito, io che vorrei fosse domani perché significherebbe rimettere in moto la mia normalità, ho ascoltato in silenzio, grata. Come direttrice poteva non prenderla questa decisione e invece senza doverle chiedere molto lei ha fatto i conti con tutto il carico che indosso e ha scelto di proteggermi. E ora restano domande imponenti. Chi lo avrebbe mai potuto prevedere che ci sarebbe venuto incontro questo colosso di dolore e morte? A una generazione come la mia poi, svagata e mediocre, che come pensiero principale ha sempre messo prima se stessa, cresciuta senza battaglie da fare perché tutto avevano già fatto i nostri padri e le nostre madri, lavoratori indefessi, forse deboli nella profusione fisica dei sentimenti perché concentrati a garantire soprattutto solidità ai figli, noi. Adesso che tutto è cambiato eccoci qui, a chiedere perché, a sentire il brivido della fine, a veder morire proprio quegli anziani che hanno costruito il mondo in cui viviamo, nel modo in cui lo viviamo, almeno fino a un mese fa. E che dire di me allora che adesso sono accoccolata sotto l’ala di protezione spinosa e pesante offerta dalla sclerosi multipla, la mia peggior nemica, quella che mi rende fragile ma che pur mi permette di stare a casa dal lavoro senza correre più rischi del dovuto. Una contraddizione epocale come lo è tutta questa situazione illogica, sconclusionata e sconnessa. E tanto, troppo spaventosa, per quello che è e per quello che sarà.

Mi piaci da impazzire

Sono giornate davvero pesanti queste, c’è la paura ma anche la difficoltà a gestire la vita in casa tra spesa da fare, medicinali da procurarsi e via parlando. E poi, ingrato da dire – ridicolo se lo faccio io, regina dell’indolenza come sono – pure noiose. E quindi in queste giornate di quarantena è d’obbligo inventarsi roba da fare perché la tv, mamma mia quanto è scarsa. Pensa a questo, pensa a quello, stamattina mi sono trovata a sfogliare un album di vecchie foto della città dove vivo, anni Venti a salire, cose che non ho riconosciuto perché nate e sepolte prima che ci fossi io, fino a veri ricordi, in tutto e per tutto miei, capaci di stringermi il cuore perché la nostalgia si sa è canaglia, lo dice anche il buon Albano. E tutto d’un tratto, eccola la foto che ha aperto un varco dentro la mia giovinezza, spensierata, felice, ma felice veramente, in quel modo che solo a 18 anni può essere così pulito, senza tracce nere. In mano mi sono trovata la foto che ha acceso l’incanto, l’ingresso di una discoteca famosissima nella mia zona perché a suo modo un capitolo di storia lo ha scritto. Papaya si chiamava, ora non c’è più, ne hanno fatto un condominio senza poesia per i miei ricordi. Perché il Papaya è stata la prima discoteca dove ho messo piede nell’estate dei miei 18 anni e la mente è andata ad una notte in particolare. Da alcuni mesi mi ero presa una cotta colossale per un ragazzo, lo vedevo tutti i giorni all’uscita di scuola, lo trovavo bellissimo, un sorriso spettacolare, mai scambiati nemmeno una parola tra noi, ci salutavamo questo sì, nessuno ci aveva presentati, ma io sapevo tutto di lui, forse lui di me, mi bastava per essere certa che l’avrei sposato e saremmo stati insieme per tutta la vita. Faceva il liceo scientifico, io il classico, quindi diciamo che c’era anche un sottinteso rispetto intellettuale mentre ci si salutava, perché non so se ci siano studenti più snob dei liceali. Be’ insomma poi arriva quella serata indimenticabile, il 12 maggio 1990, a voler essere precisi, ci siamo tutti e due al Papaya, ci studiamo da lontano ma niente, lo vedo ridere con gli amici e anche con altre ragazze, belle stronze, mi ignora però e io mi sento un’idiota. Poi me lo trovo accanto, mi prende le mani e mi porta in disparte: mi piaci da impazzire mi dice e mi dà il bacio che appartiene al sogno. Il brivido lungo la schiena di quella serata indimenticabile lo sento ancora perché 18 anni si hanno una volta, una volta è basta.

La storia siamo noi

E se c’è un’altra pagina di storia che la mia generazione ha vissuto, drammatica e dai sentimenti agitati molto simili a quelli di oggi, be’ allora si torna agli anni Settanta dentro quell’infinito buco che è stato il terrorismo, rosso e nero. Oggi è l’anniversario dal rapimento di Aldo Moro: 16 marzo 1978. Avevo 6 anni e gran parte di quel periodo me lo ricordo: tutti i tg cominciavano con la sua foto scura che appariva sullo sfondo, sui quotidiani c’erano quelle in cui teneva un giornale in mano da intendere come la testimonianza che quel giorno era ancora vivo, oppure certe lettere che si aprivano con una stella dentro a un cerchio. Ricordo che ascoltavo tutto ma che non capivo un granché e che chiedevo sempre che cosa volessero le Brigate Rosse ma non ricevevo risposte soddisfacenti, come quelle che non riceverebbe oggi una bimba che chiedesse cosa sta succedendo. C’era paura allora e non manca di certo adesso, è di altro genere, questo sì, ma ha tratti allo stesso modo oscuri. Era maggio quando si seppe della fine di Moro, stavo facendo i compiti, arrivò mio papà, lo hanno trovato disse, lo raggiunse mia mamma, vivo o morto? chiese lei e la tv risolse ogni dubbio. Oggi i tg non conoscono il concetto di edizione straordinaria, sono sempre in onda e passano continuamente tutte le notizie che servono, l’epoca è cambiata, ci sono social di ogni tipo, davvero difficile rimanere disinformati. Ma l’idea di base mica cambia. Biosogno di sapere, di capire, di essere protagonisti del proprio tempo. Oggi la storia ci ricorda che con l’uccisione di Moro cominciò la fine di un tempo pauroso entrato nei libri di scuola. Arriverà anche la fine di tutto questo tragico oggi. Historia magistra vitae est.

La decisione è corretta, stai tranquilla

Alla fine ho dovuto cedere. Ho alzato le mani e mi sono arresa: ho chiamato al lavoro e ho detto non vengo, perdonatemi, credo sia meglio così, il rischio c’è mica posso fingere ancora per molto che non ci sia. La mia direttrice mi ha detto: ci penso da giorni a te, è la scelta giusta, sarebbe imprudente, sei senza difese immunitarie, non voglio rischiare. E cosi sono a casa, quello che non volevo, perché mi fa sentire diversa, sono strana, lo so, l’Italia è ferma e io non posso tollerare uno stop momentaneo, pensa te. Tutto da stamattina è chiuso, però io, proprio io, non posso ammettere nessuna debolezza. Il fatto è che per me cambia davvero tanto, io voglio farcela oltre ogni limite, soprattutto quelli della ragione. Con la sclerosi multipla sono legata ad una fune che lei tiene ben tesa, non molla mai, talvolta dà uno strattone maledetto, ma io ci sono, reggo per quanto possibile, potrei mai evitare? Non io. Chiedere di poter stare a casa è stata una violenza nel cuore difficile da tollerare ma so che è stata la decisone giusta. Oggi ero di turno di pomeriggio, avevo già compilato l’autocertificazione per spostarmi ma poi ho pensato che era davvero stupido non fare i conti con la verità: tutti a casa è io no, immunodepressa, con una malattia dai mille tentacoli, capace di accendersi e fare danni anche solo con un raffreddore, la stronza. E quindi ho ceduto, sconfitta. Perché io le cose le prendo alla leggera, si sa. Ma stavolta che potevo fare?  Nulla in effetti e così eccomi a casa.

Su che cosa metterò le mani

La mia pizzeria preferita ha chiuso per ferie. Anche la pasticceria del cuore se è per questo. Il panificio più famoso della mia città ha preso la stessa decisione. E questo è solo quello che so per ora, ma credo ci sia dell’altro, perché da domenica abito in una provincia rossa, di quelle con ingressi e uscite bloccàte, si sta a casa, punto e basta. La situazione sanitaria ci sta scappando di mano con rumore e preoccupazione crescente. Quella economica seguirà a breve dicono o forse la frana è già qui. Proprio ieri ho promesso ad un carissimo amico – speciale come amico dovrei dire in un modo anche difficile da tradurre sopratutto per noi due – di stare serena il più possibile, di calmare ogni ansia, vedrai, niente ti toccherà mi ha detto. Ma oggi sono rientrata al lavoro e ho trovato un clima da frontiera, teso, spaventato, preoccupato, votato al massacro, difficile non ascoltare certe parole buttate al vento: guerra chimica la più leggera, sanità pubblica al collasso la più autentica, Lenin aveva previsto tutto la più ridicola. Ho odiato tutti stamattina, ogni discorso, le tante cazzate, quei tentativi idioti di risolvere la quadratura del cerchio con un righello malfermo, la scienza sviluppata dall’idiozia più greve. E poi quel telefono che non ha mai smesso di squillare con domande, sempre le stesse, a cui ogni tg risponde senza sosta da ieri e che invece tutti hanno continuato a fare mettendo a rischio la tenuta dei nervi di un’intera squadra di lavoro. Poi c’è tutto il resto, quello che mi riguarda più da vicino, quella stronza di sm che mi rende categoria a rischio perché mina il mio sistema immunitario e poi la struttura sanitaria italiana di cui ho bisogno come l’aria che respiro, se lei va a puttane non voglio nemmeno pensare dove posso finire io. Non è il presente a farmi paura, ancora una volta è il futuro.

E tutta la città è allagata da questo temporale

Stamattina sono andata al lavoro e mi è stata immediatamente consegnata una mascherina, indossala mi ha detto la direttrice, nuove disposizioni, inderogabili, ha concluso. Mi sono passata tra le mani il gel per igienizzarle, l’ho messa e via, ho cominciato la giornata con questa novità a coprire naso e bocca che mi ha sacrificato respiro e voglia di sorridere per ore. Eh già, proprio così, una decisione giustificata dal fatto che l’ambiente dove lavoro è decisamente affollato e anche se è stato vietato in modo fermo l’ingresso di visitatori e clienti questa scelta mi sembra ovvio che sia più che legittima. Io poi ho accolto l’obbligo con un certo favore. Perché tutto torna sempre al punto di partenza, quel mio bagaglio personale dove c’è una nota stronza che allunga le mani anche addosso al sistema immunitario rendendolo debole, a tratti inutile. Quindi io in due mezzi minuti potrei beccarmi la qualunque, pure ‘sta roba nuova, quella che al momento non ha né capo né coda. Bingo, direi. Ma non ci voglio nemmeno pensare. Sabato avrei dovuto andare ad un concerto, Venditti, perfetto per un carico di lacrime valido a coprire almeno trent’anni di ricordi, saltato, poco da fare. Ci tenevo un bel po’, stavo dietro da settimane ai biglietti, mi ero presa il giorno libero scombinando la tabella dei turni di tutti i colleghi senza prima nemmeno informarli, chissene, si trattava di ascoltare dal vivo roba come Giulio Cesare Compagno di scuola e tornare a quel certo passato fatto di anni ingenui e bellissimi. A questo punto dovrei essere arrabbiata per la mancata serata e invece resto solo preoccupata. E non sono tanto egoista da pensare solo a me.

Togliti la corona, virus

Sono un’ipocondriaca, una di quelle che teme pure la sua ombra, che sente su di sé ogni sintomo di cui si parla in giro e per di più sono veneta e in Veneto ci vivo, quindi queste giornate di completo panico causato da un’inspiegabile epidemia di un virus nuovo, sconosciuto, in arrivo dell’Est del mondo e che sembra aver gettato le sue ancore proprio nel Lombardo-Veneto, mi spaventano ai massimi. Perché poco alla volta l’aria si è fatta sempre meno leggera da queste parti, e non solo per me, è come se ci fossero troppi dubbi da sciogliere, un numero imprecisato di domande da risolvere partendo proprio dalla base: e ora che si fa? Al lavoro per esempio io devo fare i conti con un continuo via vai di persone, hai voglia a mantenere le distanze di sicurezza, ci provi certo, ti lavi spesso le mani ma poi cerchi di farti sopraffare dal buonsenso che deve essere più forte di ogni viaggio negativo della tua mente. Fino a ieri quando il mio capo è arrivato e con il tono imperioso delle occasioni più serie ha annunciato che tutto doveva cambiare, ha scritto il Ministero ha detto, la natura della nostra struttura impone lo stop alle visite esterne, da disdire tutti gli appuntamenti, obbligo di affiggere cartelli informativi alle porte di ingresso, utilizzo di guanti e mascherine nel caso di compiti specifici da svolgere, vietate strette di mano e contatti fisici, utilizzo continuativo di gel igienizzanti. Un protocollo di guerra. Poi ho guardato fuori, il cielo era rosa e subito dopo si è fatto viola, un tramonto con caratteri che non ho mai visto prima, una cupola senza confini che avvolgeva tutto quello che trovava intorno e che si è caricato di tante tonalità di colore, una magia che sovrastava tutto, una bellezza talmente potente, così diversa dal solito, che distribuiva addirittura inquietudine come fosse un presagio cupo, difficile da trascurare. Ma io in fondo sono una stupida, esagerata, ipocondriaca, potrei aver capito male.

Che si fugge tuttavia

Ho risentito dopo diversi anni un vecchio amico, quattro chiacchiere a parlare di ieri, di oggi, della nostra comune passione per i libri, delle opinioni che spesso ci fanno litigare, anzi sempre. Fino a che lui non mi dice che mettendo a posto tra i suoi vecchi ricordi ha trovato una mia foto di mille mila anni fa, te la mando,  l’ho guardata. Sono seduta al tavolo di un bar credo, non ricordo, sembra la preistoria, ho una tazza in  mano, tè? Mi interessa poco il resto dell’immagine però, guardo me, è quello che si fa sempre quando si vede una nostra foto mi si dirà, ma stavolta è diverso, perché quella che vedo è una giovanissima donna che sa tutto eppure è convinta di potercela ancora fare e d’improvviso mi scende addosso il silenzio di una tristezza potente. Non so che anno possa essere ma riconosco l’inguardabile maglioncino che indosso -mai stata nota per il gusto nella scelta dell’abbigliamento io- e so con certezza che è lo stesso che avevo anche la sera in cui la stronza ha tirato fuori una zampata delle sue, la più feroce tra tutte quelle che mi ha regalato negli anni distribuendole a caso. L’ho buttato via quel maglioncino e non solo perché era un’oggettiva schifezza. Quella foto è tante cose da sopportare, è il ricordo di quanto sia imprevedibile e maligna la sm, ma è soprattuto l’immagine di una giovinezza tradita, di un volto ancora senza rughe, di capelli lucidi e di un colore naturale, occhi svegli che non ignorano perché dentro la testa si muove già tutto, non ci sono spazi rimasti in ombra ma prevale la forza, il desiderio di vincere, perché cadere troppo in basso se pur arrancando si riesce ancora a galleggiare? La guardo ancora quella foto e sto male per quella giovanissima donna, non per me, io la conosco questa palude lei no, lei ci sta ancora credendo, lei comincia a sentire qualcosa di nuovo e diverso, ma va bene anche cosi si racconta, non cambia, non cambierà si ripete. E infatti sorride in quella foto, piena di speranze, con qualche traccia di malinconia forse, come può avere solo una giovanissima donna che sa tutto.