Muso lungo, lamenti gratuiti, parole facili, sparate a caso contro di me come a non sapere che posso fare fino a lì, che non sono una menefreghista, che se parlo tento di mettere al meglio in campo il mio contributo, invece no, mi si considera diversa, i miei tanti problemi gravano sugli altri e lo so, ma non a titolo di sfavore, piuttosto perché diversamente, col carico che dà la sclerosi multipla, non posso agire. In famiglia dico. Va così. Ho assunto il ruolo di capro espiatorio che aveva papà, non so come lo potesse sopportare, era bravo, generoso, nobile nei sentimenti quelli che esprimeva liberamente, con generosità, come se noi tutti avessimo il diritto di essere duri con lui. Adesso manca troppo ma non solo per quello che faceva, piuttosto per la consapevolezza di quelle gratuite cattiverie che gli ho rovesciato addosso anche io e che non possono essere cancellate dai sensi di colpa che la sua assenza ha fatto crescere dentro il mio cuore. Scusami di tutto, papà.
Autore: Quella che prova a farcela
Senza sosta
Mi muovo tra sensi di colpa e battute che cercano la corretta opportunità nello scrivere questo testo, ci penso da giorni, spostandomi tra pensieri che mi risuonano in testa, voci infangate da suoni cupi che compongono un disegno che sa di non possedere solo diritti: non sono l’unica al mondo a stare male mi ripeto. Ma poi la testa non si ferma, penso e ripenso ed eccomi qui, a dire la mia, al peso che la malattia carica su di me, la sclerosi multipla che mi mette allo stremo, a mamma e i suoi gravi problemi di salute, al dolore per papà che è volato lontano via da noi. Tutti e quattro in famiglia stavamo da tempo a bordo di un vascello malfermo, ce la facevamo però, insieme, con un equilibrio rintracciato a fatica che ci manteneva comunque a galla, alla ricerca di spazi sempre ritrovati, fuori, aperti e non solo dentro le pareti di casa come adesso. Per la prima volta penso a cosa sarei io senza la sm, senza la malattia di mamma, certo che il dolore per papà sarebbe lo stesso grande, ma noi saremmo diverse; io avrei continuato col lavoro e con ogni certezza noi staremmo insieme con maggiore leggerezza, guiderei ancora, andremmo fuori per un caffè al volo, una sosta dalla parrucchiera, una spesa che sgraverebbe Luca, andrei fuori per una pizza con le amiche, mamma a casa anche da sola potrebbe abituarsi a una solitudine lenta, pesante ma possibile da superare, senza dimenticare i sentimenti certo, ma disposta a vedere a domani, lasciando anche papà più sereno, lo so. Ma la malattia quando batte, batte ancora più forte del possibile, incidendo dentro il peso di una pugnalata che trafigge il cuore facendolo sanguinare senza sosta.
La sette vocali della lingua italiana
Ieri sera mentre guardavo la tv e ascoltavo un attore che è pure doppiatore, non ho potuto che notare la sua ottima dizione, l’intonazione calcolata, l’attenzione per l’uso di un dialogo dall’accordatura esemplare, la pronuncia pulita, priva di sbavature, composta da un insieme di fattori sufficienti per farmi andare indietro con la mente a ben trent’anni fa, poco più, poco meno, ai tempi dell’università, lettere e filosofia (più lettere che filosofia per quel che mi riguarda) e a un corso di studi che mi ha davvero arricchito la vita. Avevo l’obbligo di completare il piano di studi di quel semestre con un esame che doveva comprendere una materia di linguistica italiana, non sapevo come muovermi, ma da lì non potevo scappare, anche cercando non trovai niente oltre a quello di Fonetica e Fonologia che non sapevo nemmeno cosa fosse ma mi serviva, e così mi buttai, i tempi lo richiedevano. L’aula era arrampicata sopra una scala – che grazie al cielo allora potevo ancora fare –, piccola, pochi i banchi a disposizione, una decina di colleghi presenti, tra loro, già seduto, Massimo, ex compagno di liceo, con il quale in cinque anni avevo scambiato dalle dieci alle venti parole, dopo un rapido saluto mi accomodai infatti lontano da lui, poco alla volta però il corso conquistò entrambi tanto da diventare inseparabili amici di studio. Imparammo che la lingua italiana non è solo letteratura e bella pagina scritta ma anche parola che si compone di voce, tonalità, suono, inflessione corretta, valori che sull’onda dell’accento richiesto cambiano il significato alle parole. Quel corso mi ha arricchita di un valore che nemmeno sapevo esistesse, un punto fermo sulla nostra bella lingua che, per esempio, trova l’inizio dalla conoscenza che le vocali non sono solo cinque ma sette (a, è, é, i, ò, ó, u), giusto per partire dal principio, e poi via su una strada complessa che purtroppo non so praticare per intero ma almeno riconoscere. La ricordo quella scala ripida, quasi con affetto, soprattutto perché non mi ha chiuso le porte di uno studio fondamentale che non sapevo nemmeno esistesse. E la sclerosi multipla che, già c’era questo è sicuro, almeno non mi ha impedito di salire quei gradini per farmi buttare via la possibilità di comprendere quanto sa essere perfetta la lingua italiana.
Controesodo
Funziona così con la stampa italiana, fa partire un argomento che traina con sé un filotto di servizi perlopiù uguali tra loro condotti lungo un tema che replica, copia, riproduce e duplica parole e temi sovrapponibili, tanto corre a senso unico. Ora tocca a questo. Controesodo. Con mia somma soddisfazione però, da sempre, fin da quando ero una bambina, io che non amo l’estate, che metto in fondo alle mie preferenze il caldo, che non seguo più da anni la vita da spiaggia, che ho la sclerosi multipla che applaude, la stronza, di fronte alle sofferenze che mi scrive addosso l’afa. E poi c’è un di più, per chi vive in una località vacanziera come Jesolo, il controesodo, vero o presunto che sia, fa il paio con una città che si vuota, che crede di tornare a capo di una presunta normalità, che rivede davanti a sé un orizzonte che riconosce come l’autentico, quello proprio, abitato da ritmi e colori di nuovo quieti, o almeno così crede. È il nuovo settembre che dà significato a queste sensazioni, quelle che diventavano proprie sembra, con giornate lentamente più brevi e poco alla volta, meno male, addirittura fresche, spesso piovose così come ancora soleggiate, di certo ricche di belle risposte, quelle che più amo. Lo inseguo il controesodo, da sempre, mi dà pace, a me, a tutto quello che sento dentro, al bello che cerco, a quello che risponde alle migliori emozioni che desidero. Forza, stampa italiana, non mi tradire, anche quest’anno continua sulla tua strada di banalità.
Alla guida non so stare
Io non ho mai amato guidare, no, anzi, rifacciamo: stare seduta davanti al volante di un’auto mi ha dato sempre paura, non mi sono mai sentita al posto giusto, di quella roba sotto piedi composta da tre pedali necessari per gestirne l’andatura meglio non parlarne, quel volante poi, ricco di tasti, sistemi per gestirne l’andatura e sa il cielo cos’altro meglio tacere. Fino a quando la sclerosi multipla è avanzata, disegnando il suo andamento su di me, lo stesso che mi ha condotto alla scelta di acquistare un’auto col cambio automatico, um Panda nera, più semplice da gestire, meno movimenti con le gambe, soprattutto con la destra, quella fallata per prima, quella dell’area marchiata fin dall’inizio dalla sm. Papà si innamorò della mia auto automatica, di tanto in tanto, quando io non dovevo usarla la prendeva, solo col mio assenso però, che non metteva comunque in disparte le mie scortesi critiche, carogna come so essere, mi dico adesso. Quando è troppo tardi però. Poi la sm è avanzata di più, la patente andava rinnovata davanti a una commissione per disabili, un gruppo di medici senza cuore, pronti a umiliare con distacco criminale il mio orgoglio di donna che di colpa aveva solo una grave malattia causata da un destino meschino, sfortunato, miserabile non certo da errori provocati da scelte di vita incivili. Dopo l’esame superato loro malgrado, potevo guidare nuovamente con cambi manuali installati sul volante di un’automobile che manteneva comunque i mezzi per essere condotta da patentati di Classe B. Come papà. Quando allo scadere della patente per disabili scelsi di non rinnovarla per evitare di passare nuovamente davanti alla stessa commissione che tanto mi aveva mortificata due anni prima, la mia Panda divenuta Bianca passò quindi ufficialmente a papà che poté guidarla per poco più di un mese prima di lasciarci. La sua auto nuova, l’ultima, la tanto desiderata, la preferita, era diventato un angolo tutto per sé e che io avrei dovuto concedere prima, con larga parte del mio cuore.
Perché Sanremo é Sanremo
È morto Pippo Baudo e non credo di sorprendere nessuno scrivendolo, in tv e sui quotidiani se ne parla da giorni attribuendo alla notizia il giusto clamore, lo stesso funerale sarà trasmesso in tv, in diretta, su Raiuno. Una pagina di grande spettacolo italiano si è chiusa, lo dicono tutti, non credo che nell’affermarlo si sia lontani dalla verità, non so se a qualcuno della mia generazione sia sfuggito dalle sue dirette, dalle sue prime serate del sabato sera, dai suoi pomeriggi della domenica e poi dai suoi celebri Sanremo, sì ecco appunto, dai suoi Festival, unici, inimitabili, senza possibili paragoni, quelli ricchi di dettagli e angoli da ricordare. Quanto ho amato il tipo di Sanremo creato da Baudo: ogni anno lo aspettavo, per me era una settimana imperdibile tanto che dal lunedì successivo alla sua fine mi sentivo quasi sola. Lo guardavo senza nessuno accanto, a mamma e papà non piaceva troppo, loro stavano in soggiorno con la tv sintonizzata su qualche film, io, in cucina, a godermi lo spettacolo che in assoluto preferivo: partivo dall’inizio, dalla presentazione delle vallette che di anno in anno erano sempre diverse – le stesse che Baudo sceglieva tra i nomi in maggiore ascesa nel mondo dello spettacolo -, ascoltando poi la selezione di musica leggera italiana in gara, l’orchestra che l’accompagnava, gli ospiti stranieri che di volta in volta contribuivano a scrivere i caratteri del grande evento. Mi mettevo lì, seduta al tavolo da pranzo, penna in mano, quaderno su cui scrivere i nomi dei cantanti per poi, dopo la loro esibizione, aggiungere un voto che al termine compilava la classifica del mio personale Sanremo. Non ho mai vinto, ma la canzone che salivava ai vertici del mio Festival il giorno dopo era la più trasmessa su radio e tv, tanto per sottolineare quanto fosse ben rintracciabile la linea dell’autentico sapore sanremese. Dopo Baudo Sanremo è sceso sulla scala dei miei gusti personali, così, per sottolinearlo.
Ferragosto, io non ti conosco
Eccoti qui Ferragosto, ti detesto da sempre, anche se solo in parte va detto, perché nello stesso modo ti attendo, quando arrivi c’è sentore di fine estate, giornate più lunghe in pratica, settembre dietro l’angolo e poi vaga, vaghissima speranza di caldo ai termini. Quest’anno anche no, sentendo quello che si percepisce nell’aria divenuta all’improvviso pesante, torbida, piena di afa e calura che opprime i sensi, ma va da sé, basta che te ne vada estate, dicono che accadrà tra poco, dicono. Ferragosto, io non ti voglio tra i piedi, con quello che sei, con quello che rappresenti, che comunque, lo ripeto, dal 16 si dovrebbe parlare un’altra lingua, quella dell’arrivo al traguardo, amato, atteso, desiderato soprattutto, perché comunica con il linguaggio della conclusione, un solenne qui scende il sipario, cara estate. Proprio tu che quest’anno, in pochi giorni, ti sei incollata addosso quel genere di calura che, ragazzi miei, mica sembra naturale. È già accaduto in passato, certo, ma quest’anno mi ero illusa, l’afa tardava, troppa grazia sarebbe stata. Invece questi ultimi giorni valgono quasi di più, ricchi come sono di un soffrire comune che mi impedisce, per decenza, perfino di tirare in ballo la detestata sclerosi multipla anche se con lei il caldo mi grava addosso con indecenza. Aggiungo però che io almeno con questa canicola immorale me ne posso stare a casa con l’aria condizionata che mi dà sollievo, penso a chi deve stare fuori per lavorare invece, attività manuali addirittura, costretti l’aperto, sotto il solleone battente, nelle ore nemmeno nominabili per il caldo che si trascinano addosso. Vuoi vedere che la sclerosi multipla per una volta mi rende omaggio?
Silenzio, resto una signora
Non credevo accadesse davvero, non con questa potenza quantomeno, anche se le previsioni meteo lo annunciavano, “caldo a iosa dicevano”, a partire da Ferragosto più o memo, il giorno non era preciso, ma il periodo sì, i toni al solito erano al limite del dramma umano, mentre io sorridevo, mica è possibile mi ripetevo, in questo periodo no che non accade, le giornate si stanno facendo più corte perché si incamminano verso settembre ribadivo con sicurezza. In quest’estate dal clima un po’ fuori norma i tg non avevano ancora messo in campo i servizi pronti da maggio, ridicevo, quelli costruiti e già preparati, cose del tipo che col caldo c’è necessità di bere almeno tre litri di acqua al giorno, mangiare tanta frutta e verdura e non uscire di casa durante la controra e via sulla strada che, da giornalista dei miei stivali quale sono, non avevo ancora ritrovato malgrado da sempre l’informazione estiva si regga così, su quei temi che inquadrano spiagge colme, bimbi che sguazzano tra le onde, teste bagnate sotto le fontane delle città d’arte, code chilometriche ai caselli autostradali e avanti sul tema. Mi concentravo invece attorno all’idea che giunti a questa data certi caratteri fossero ormai dietro alla schiena. Sbagliavo, eccome se lo facevo, tradita dalla certezza che queste giornate che, mamma mia se pesano, non potessero più farsi norma e quindi evitare di attorcigliarsi attorno alla mia sclerosi multipla che di caldo si nutre per le sue pericolose ripicche. Fatemi tacere, diventerei volgare e non mi va.
Potente gioventù
Qualche anno fa, nella palazzina dove abito, ha preso casa una famiglia che scende a Jesolo solo per trascorrere periodi di vacanza estiva, quando è arrivata i figli erano perlopiù ragazzini, ora qualcuno di loro è cresciuto da essere oggi molto più che adolescente e in questi giorni ferragostani è qui, senza genitori, accompagnato da alcuni amici con i quali sta occupando l’appartamento di mamma e papà. Sono rumorosi, pieni di idee mi sembra, pure di risate grasse e rumorose che dimostrano abbondante voglia di splendere, buttandosi dentro i movimenti più energici della loro beata gioventù. Ovviamente la mattina fanno grandi e silenziose ronfante, dal primo pomeriggio in poi cominciano ad animarsi pranzando in terrazza tra risate e racconti rumorosi, fino a quando decidono altro, scompaiono dalla mia vista e dalle mie orecchie, credo si muovano verso la spiaggia, sotto al sole cocente del primo pomeriggio che dà significato al resto di quello che accadrà loro. Appena rientrano il silenzio scompare, mettono in moto musica che non conosco, segnale che mi disturba, posso essere tanto vecchia da non cogliere le note in linea coi gusti di un ventenne? Ebbene sì. Continuano così fino a tarda, tardissima notte, l’ora in cui penso escano a caccia dei ritmi trionfanti della bella vita jesolana. Quando ritornano sono io però che non li sento, evidente, a quell’ora dormo di profondo incollata al mio letto di cinquantenne che non ha niente da ridire sulla loro rumorosa bella vita di ventenni, solo una solenne invidia, ragazzi. Perciò vi auguro il meglio che c’è, da stasera fino a data da destinarsi.
IIIC che eri e che sei
Ieri sera c’è stato un ritorno al passato, quella cena coi protagonisti della mia IIIC a cui davo buca da prima del Covid, passando attraverso ogni cosa è successa dopo, la scomparsa di papà soprattutto. C’era Donatella, spalla destra del mio banco di prima fila, che il suo brio e la chiacchiera brillante, vivace, dinamica non l’ha di certo persa, con Giorgio, suo marito, diventato amico anche lui con cui amo dividere parole e pensieri, c’era Enrico sostegno di tanti ricordi liceali così come di voci importanti, opinioni mai dome, attive e intelligenti di oggi e con lui la moglie Ilaria, dolce ed educata nelle maniere e nei pensieri, il loro figlio Pietro, ragazzo quasi maggiorenne – tanto per dire quanto siamo invecchiati noi – bello, dall’aria razionale, sicuramente garbata. Ma poi anche Federica amica mia di sempre, col marito Adriano potente supporto, tra le altre cose, di molti miei giorni scuri, la giovane e ben cresciuta Beatrice e poi Gloria sempre da me e per me quando serve, quest’ultimi in IIIC non c’erano, li abbiamo adottati e con entusiasmo, con le loro voci e i volti di peso. Posso dirla tutta? Mi è mancata Marina, lei lo sa perché, la prossima volta la trascino al tavolo, lei che in IIIC c’era e che è ancora qui, vicina a me, sempre e per sempre. lo so io, lo sa lei. Insomma, una bella serata, di chiacchiere e pensieri, la matematica non sarà mai il mio mestiere. Ne avevo bisogno? Credo di sì, anche se ero stanchissima, massacrata da un dolore a una spalla che non so da dove arrivi, se è uno stiramento risultato di un movimento sbagliato, un colpo d’aria mal subito oppure, maledizione a lei, dalla sclerosi multipla che fa buongiorno in questo modo inedito. Ma lascio il passo, mi muovo altrove col pensiero, facciamo così, oggi ho preferito ordinare il libro che ieri sera mi ha consigliato Enrico, Rosa Montero, La pazza casa, con postfazione di Mario Vargas Llosa. Non mi sembra poco.