Dal Giubileo 2025 in poi

Ci si può commuovere guardando le immagini di un milione di ragazzi che partecipano a Roma al Giubileo dei giovani? Sì. Lì, radunati in preghiera davanti al Papa erano bellissimi e felici, così li ho intesi io, pronti anche per stringere amicizie tra loro, cantare, ballare e travolgere tutto l’insieme con entusiasmo, dalla bellezza dei loro cuori leggeri che ho sentito soprattutto aperti, sulla linea di una riconoscibile sincerità pronta a comporre passi avanti rispetto al ritratto che noi adulti facciamo di loro. Sono questi i giovani a cui voglio credere, mi piacciono così, ma fanno meno figura di tutti quelli che racconta la cronaca, quelli che vanno a scuola col coltello per lanciare minacce all’altro, che sembrano uscire dalla strada maestra dall’educazione e della civiltà, quella che invece ho visto, pure con una lacrima di commozione e approvazione, a Roma pochi giorni fa. Ma alla fine mi sono chiesta quale sia la strada autentica dei nostri ragazzi, credo stia a metà sono arrivata a dirmi, non tutta composta dentro quella bolgia infernale che noi aduti descriviamo cosi come non solo quel ritratto disegnato a Roma. Giovani, in linea con temi moderati, quindi, quelli che non fanno troppo rumore, né in un senso, neanche nell’altro, capaci di vivere fino in fondo la loro bella giovinezza orientandosi tra il magnifico che si compone davanti agli occhi e nello stesso tempo allottandosi dalle tante tentazioni che fanno cucù dietro l’angolo. E io a quell’età? Attenzione prego, lo dichiaro, so per certo che al Giubileo romano non avrei partecipato, che l’insieme mi avrebbe fatta anzi sorridere con il sopracciglio alzato dal diniego, brusio di negazione pure, probabile opposizione di superiorità, ma il coltello in tasca certo che no che non l’avrei avuto, mi sarei ferita piuttosto per strapparlo di mano all’aggressore verso il più debole. E io voglio vedere così anche i ragazzi di oggi, quel milione al Giubileo, come quella altrettanto forte quantità che non era lì rimasta a casa ma con la tasca libera dal coltello.

Vorrei che il peggio fosse questo

La stampa italiana fa così, per qualche settimana si attacca allo stesso ramo di informazione e lo replica cercando, credo, di farne un caso da sfruttare all’eccesso, in questo modo gli apre tutte le porte per poi chiuderle all’improvviso senza curarsene più, è arrivato altro di cui discutere. Morte assistita per l’inizio di agosto, tocca a questo argomento, due casi, a pochi giorni di distanza. Ho schivato in fretta le pagine dei quotidiani che ne parlavano, solo una lettura rapida, disinteressata quasi, di certo inquieta; ho seguito con finta freddezza i servizi dei tg che ne ribadivano i motivi, occhi bassi i miei, per non vedere, per non sentire, per non farmi trascinare dentro l’incubo che prendeva forma. Sclerosi Multipla, due donne sulla mia età hanno scelto la strada dell’addio autonomo alla vita piuttosto che convivere con Lei. Non ipotizzavo che Sua Maestà potesse fare tanto male, o forse sì, chi lo può dire cosa mi passa per la testa quando vedo lei domani accanto a me, quale aspetto le ho dato, in che specchio mi vedo riflessa nel futuro, se so davvero tutto quello che lei potrebbe disegnarmi addosso, se ho capito qual è il colore che impiegherà su di me. Conosco i vari scritti che fino a ora ho visto in diretta: dalla diagnosi, certa e sicura, compresi tutti i successivi punti di domanda che mi ha piantato a fuoco dentro, pure quelle lacrime che ha fatto scendere fin da subito anche se quasi vuote di significato perché no che non sapevo i tanti passaggi lenti e malfermi nei quali stavo entrando, come i tanti e numerosi esami fatti e da fare inseguendo esiti vigliacchi, le richieste di silenzio verso gli altri seppure amici – per paura? per vergogna? -, momenti che le ho concesso per impossibilità di fermarla, tentativi, ma nemmeno tanti, di dirle basta, fai un passo indietro lasciami in pace, fino a lei, la due ruote fin troppo temuta e odiata sulla quale però mi sono seduta e accomodata anche troppo bene. E ora questa notizia, morte assistita, via di fuga spaventosa e totale dalla sclerosi multipla, che però ho letto, ascoltato con un solo orecchio teso, l’altro quasi coperto, e dentro una tensione vibrante che mi ha gelata con la durezza di uno schiaffo ricevuto credo senza merito. Io che pensavo che il peggio fosse già arrivato.

Eccelso Celso…

…lo ha detto Vasco Rossi, ieri, saputa la notizia della morte di Celso Valli, autore di primo livello della musica italiana, penna inimitabile, artista, compositore, produttore, mano certa di quella canzone che dagli anni Ottanta in poi ha accompagnato molto di quanto ho voluto ascoltare io. Ché proprio nella musica italiana ho scelto di buttarmici dentro fin da piccolina, per autentico piacere e preferenza; non mancava il cantautorato di valore in casa, lo potevo ascoltare tra i 33giri più maturi di mio fratello, ma c’era anche la radio, le frequenze FM che nascevano proprio allora, era lì accanto dove sedevo, spesso a terra, svoltando tra i tasti e le manopole, in cerca di quanto preferivo sentire. E il genio e il talento di Celso Valli era ben presente, lo ricordo, lo trovavo tra le note di Eros Ramazzotti che grazie a lui aveva vinto Sanremo vestendosi del primo successo che da lì in poi lo ha preso per mano verso le ottime certezze successive. Fino a emozionarmi fuori dai limiti quando mi ha messa davanti al Claudio Baglioni di quella sua opera superiore de La vita è adesso. Eccelso Celso, quello che se pure oggi ascolto anche solo in velocità comunque mi fermo, tornando indietro di decenni per sentirmi fremere di una gioia pulita e giovane. Con la luce che mi si spalanca dentro se penso al suo lavoro proprio con Vasco Rossi visto che hanno messo insieme titoli prepotenti come Senza parole Sally, proprio quelli che sanno ricoprirmi di palpiti gelati ogni volta che parte una qualche e qualunque nota. E questa è solo una parte, potrei andare avanti per un bel po’, perché ha ragione Vasco: Eccelso Celso.

Tanti auguri Fabiana, tanti auguri Mattia

Mi sono dimenticata di augurare buon compleanno alla mia cara amica Fabiana, a suo nipote Mattia, figlio di Romina, sua sorella, entrambe colonne portanti del mio circolo di cameratismo, pilastri e anime di amore e affetto a cui so di potermi poggiare ogni volta senta di averne necessità. Capito l’errore, il danno compiuto, la rovina, la caduta greve che mai avrei dovuto portare a capo e che tanto mi ha tormentata una volta resami conto dello sbaglio fatto malgrado le rassicurazioni ricevute da entrambe e che ho sentito sincere? Ma il mio ko tecnico, privo di giustificazioni mi si è incollato addosso per il fastidio che ha soffiato contro di me. Torno indietro con la memoria anche, con Romina e Fabiana ho lavorato a lungo imparando da loro molte cose, pure sui compleanni, sull’importanza degli auguri da fare, il valore di ricordarsene sempre per esempio, e per tempo, mica a caso e mica senza dargli un corretto significato. Agli amici più cari gli auguri si fanno sempre e con largo anticipo, me lo hanno insegnato proprio loro, e infatti le vedevo spesso la mattina cincischiare col telefono mentre inviavamo wapp. Anche se quella che vedevo era la seconda puntata del loro impegno, per i veri affetti gli auguri erano partiti già prima, non di mattina alle 9.00, sia mai, vedi infatti che quelli indirizzati a me sono sempre arrivati pochi minuti dopo la mezzanotte. E grazie amiche mie. Romina poi la prendevo sempre in giro, lei conosce la data di compleanno di attori, cantanti, presentatori tv, vallette e tanti altri, quando eravamo piccole infatti c’era un giornale che presentava i vip dello spettacolo e accanto ci metteva anche la loro data di nascita, la sua imbattibile memoria aveva registrato tutto, un vero genio il suo. Glielo dicevo sempre tra quelle scrivanie “Guarda che ti iscrivo a una qualche trasmissione tv di quelle che scovano attitudini come la tua, tu vinci la pecunia poi ce la dividiamo, io faccio da agente, tu da mia pedina vincente”. Fabiana, Romina, Mattia scusatemi all’infinito.

Quei due libri in più che servono sempre

Credo che le prove per l’esame di maturità siano ormai terminate per tutti, forza ragazzi è passato anche questo scoglio, anche se ho letto a piene mani che molti di voi hanno rifiutato di sostenere l’orale portando avanti giustificazioni tali da farvi sfuggire al colloquio diretto e conclusivo davanti alla commissione forse perché, fatti due conti autonomi, il punteggio per raggiungere il voto finale e positivo lo avevate già raggiunto. Troppo stress avete detto, e pure inutile, addirittura superfluo, i vostri calcoli sui punteggi ottenuti con le prove scritte mettevano in chiaro che in cassetto c’erano i titoli sufficienti per andare verso la promozione senza fare l’orale quindi via, tanti saluti e grazie, forza usciamo dalla classe, ci sono mamma e papà già alla porta ad accogliere noi ragazze con un mazzo di fiori in mano, noi ragazzi con un qualche omaggio, loro emozionati e pronti a stringerci a braccia aperte, orale fatto o meno, già in posa per un selfie e via che si va pranzo insieme in ricordo di una giornata che non tornerà più. E che infatti non tornerà più. Proprio vero. Come scelta per il vostro mancato orale avete messo in conto molte opzioni da sembrare addirittura valide, eppure io quasi tutte non le ho capite, forse perché sono lontana dal mondo della scuola da troppe epoche, aggiungo comunque che più di voi lo conosco il mondo, il suo movimento, cosa produce in termini di fatica, impegni, calcoli da sostenere, tensioni, stanchezze, crolli emotivi che necessitano preparazione autentica e voglia di farcela per darle la spinta sicura verso il risultato più certo. Anche il più pesante, soprattutto il più pesante, c’è da aggiungere. Ed è per questo che la scuola è un supporto necessario, coi suoi inevitabili limiti.

Un posto al sole

Ieri sera, finita la cena, guardato il tg, già in pigiama, pronta per passare sul divano, ho cercato un po’ in giro tra i canali della tv per orientarmi col telecomando in mano e per vedere come avrei potuto passare la serata. Un tempo queste ore erano il momento imdiruzzato per la lettura ma da un po’ le mie abitudini serali sono del tutto cambiate, il libro si prende in mano di pomeriggio e la sera tocca alla televisione, con nessuna soddisfazione peraltro, se d’inverno il palinsesto è debole, d’estate rasenta la vera pietà. Potrei scegliere di muovermi tra una delle tante piattaforme streaming installate sulla mia tv, ma ci sono molte ragioni per cui non lo faccio, per esempio mi addormento subito davanti al televisore mentre le serie del digitale che pure potrebbero piacermi, richiedono attenzione per evitare quel viavai fastidioso, di sera in sera, tra una puntata e l’altra. Fatto sta che questa televisione, povera e scadente d’estate mette in scena le peggiori repliche di tutti i programmi passati durante la stagione invernale, cosa che come ovvio mi innervosisce oltre modo. Ieri sera ciondolando tra un canale all’altro in cerca di armistizio, sono passata da Raitre scovando addirittura Un posto al sole, guarda un po’ qui mi sono detta, lo fanno ancora, quanto tempo sarà passato, trent’anni da quella prima puntata? Niente di più facile. La prima serie italiana, ambientata a Napoli, davanti al Vesuvio, lì dove sorge Palazzo Paladini ovvero il set in cui si muovono le vicende della storia, quelle di ieri e per quel che ho visto anche quelle di oggi. Succedeva così decenni fa, tornavo dal lavoro, gli orari con l’inizio della puntata combaciavano con i miei, mi buttavo sul divano, accendevo la tv e mi trasferivo a Napoli, nel momento in cui saliva di quota la nuova puntata di Un posto al sole, la chiamavo la mia mezz’ora d’aria, il momento che mi faceva volare lontana da tutte le responsabilità appena chiuse in un cassetto dell’ufficio, lo stesso che avrei dovuto aprire il giorno dopo. Ieri sera ho riconosciuto Palazzo Palladini, gran parte dei personaggi che mettevano in scena la mia mezz’ora d’aria di un tempo anche se oggi sono ovviamente, invecchiati e coinvolti in storie che non ho riconosciuto e che non mi ha interessato riconoscere. Infatti. Non riprenderò a guardarlo questo telefilm sotto il Vesuvio ma resta il fatto che come prodotto televisivo sembra quasi più ben fatto di tutti quelli di oggi che pretendono di essere attuali, nuovi, correnti, addirittura innovativi e moderni, costruiti tuttavia seguendo realizzazioni narrative fintamente inedite.

Se ti va di essermi amico

Ecco, così mi sento quando gli altri mi vedono seduta qui, su questa due ruote: leggo nei volti le domande che nascono attorno a questioni più che lecite su cosa mi potrà mai essere accaduto, quella ovvia impossibilità di capirlo al volo, i punti di domanda che comunque entrano in gioco tra i pensieri, così come l’educazione di non chiedere nulla, nascondendo tra i denti serrati la voglia di farlo. Allo stesso modo anche l’accortezza di favorire ogni mia necessità, elemento questo che sta a metà strada tra curiosità e desiderio di appoggio, soccorso, protezione, difesa per qualunque cosa mi sia successa, in effetti chiaramente sono io la più debole e anche se in termini decisi la voglia di essere informati c’è, prende campo, quasi sempre, l’educazione. Settimane fa, prima del gran caldo, mi sono fermata a pranzo con la mia famiglia in un chiosco dell’estatate jesolana, il cameriere è passato, ha lasciato sul tavolo il menù ed è tornato per raccogliere la comanda, secondo quanto scritto un po’ ovunque le nostre scelte, una volta pronte, avremmo dovuto ritirarle al banco-bar per portarle al tavolo. Invece no, non è andata così, dopo poco il cameriere è tornato porgendoci i piatti che avevamo richiesto, distribuendoli in ordine sopra, aggiungendo anche uno sgabello alto accanto a me per darmi la possibilità di poggiarci sopra il braccio e stare così più comoda. Offesa io per essermi sentita investita nel vero ruolo di disabile, affare che mi ha fasciata dentro un clima di tristezza cupa? No, questa volta no, conquistata invece, da un’attenzione che ha assunto una forma matura, diligente, libera da richieste o pretese mie o degli altri. Ho la sclerosi multipla, va così, se ti va di essermi amico e di corrermi in soccorso fallo pure. E grazie.

Abbiamo noi il nostro Re

Ne ho già parlato di Sinner su queste pagine, vero? Non mi sbaglio, mi sembra, perché il fatto è questo: la mia passione per lo sport nasce e finisce sulla base delle vittorie tricolori, al meglio quelle clamorose, quelle degli atleti italiani, da Tomba che ferma Sanremo per vincere l’Oro alle Olimpiadi di Calgary, passando dal calcio, come quelle dei campionati Mondiali vinti dall’Italia o senti un po’ qui il Milan, che rifila cinque bombe dentro la rete del Real Madrid finendo poi per vincere quella che all’epoca si chiamava Coppa dei Campioni e gioendo allo stesso modo per l’Inter e il suo Triplte agguantato con Mourinho in panchina, a casa mia si tifa solo quando si è certi di vincere, furbastra come so essere. Perché le competenze per il vero sport stanno fuori dalla mia finestra, è bello solo agguantare la vittoria per miei gusti, tipo che ieri pomeriggio mi sono cuccata credo tre ore di battute di racchetta tifando per Sinner, l’altoatesino rosso di chioma che al di là di tutto mi sembra davvero un bravo ragazzo, senza capire niente del suo sport comunque, quello che lo ha portato a trionfare sull’erba verde di Wimbledon, un risultato che mi dicono essere qualcosa di simile al match della vita. Dicevo, e non a torto, io che di tennis capisco meno di nulla: le regole, il significato di quelle righe sul campo, come si assegnano i punti, quelli che fanno vincere o le battute perse e che danno invece il valore all’avversario, so solo che ieri sera Sinner ha portato a casa un risultato unico, spettacolare, emozionante, trionfando di fronte a una platea composta da gran parte dei reali europei – oltre a quelli inglesi, ovvio – mentre sugli spalti sedevano molti personaggi che compongono il bel mondo della ricchezza mondiale. Di rappresentanti dello sport o della politica italiana non c’era nessuno, temevamo che Sinner non ce la facesse mi chiedo oggi, vuoi fare un viaggio addirittura a Londra per niente? Sia mai.

Ma alzalo quel telefono

In contemporanea alla capanna di caldo che ci ha travolti, tutti, non solo me, mica ho meriti speciali sul tema – l’afa è afa e vale per ciascuno – io a differenza degli altri ho mollato ogni contatto col resto del mondo, bella fessa che sono, come se la solitudine distribuisse maggiore benessere in termini di frescura. Fino a domenica mattina quando, sedotta da previsioni meteo rincuoranti, incoraggianti e di deciso conforto mi sono decisa per una telefonata a Federica che, facendo due rapidi conti, è mia amica da più di trent’anni, lei, una di quelle spalle con cui ho condiviso il bello e il pesante della vita, quello suo e quello mio, credo di averne ampiamente parlato su queste pagine, val bene sottolinearlo ancora comunque. Ebbene, parlavo della telefonata, quella che, con mia sorpresa, una volta fatta ha ricevuto come risposta una voce maschile che non ho subito riconosciuto, solo dopo un po’ ho fatto centro perché vicino sentivo sghignazzare altre voci: era Giorgio, il marito di Donatella, compagna di banco del liceo, amica da allora, loro due insieme ora vivono a Londra. Cosa stava succedendo? Perché mentre ero al telefono sentivo prendere il volo una specie di presa in giro collettiva? Facile: le mie due amiche speciali, insieme ai loro mariti, divenuti a loro a volta amici miei, passeggiando sulla battigia jesolana, per puro caso si erano incontrati mentre io, proprio in quel momento, facevo la mia telefonata, perciò è stato come se ci fossi anche io con loro. Vedi, Cinzia, a cosa serve una semplice, casuale, fortuita, perlopiù imprevedibile ma voluta telefonata: a portare con sé il potere dell’amicizia con sé.

2003 sta a 2025

Eccomi qui, tornata all’ovile, pazienza ci vuole con me, ma direi che sono giustificata stavolta perché il caldo delle ultime settimane, sporco, pesante, bagnato, fin troppo voluminoso, bugiardo e malfidente è salito sul ring attaccando la mia sclerosi multipla e, neanche a dirlo, insieme hanno fatto squadra contro di me, vincendo. L’afa l’ha gonfiata di orgoglio la sm, fino a stendermi con un carico superbo e malvagio che sa fin troppo bene dove e come colpirmi per fare male davvero e a lungo. Bere tanto, non uscire nei tempi più caldi della giornata, rispettare la controra, mangiare frutta e verdura, tanta, ripetono così gli esperti dei tg. Lo fanno ogni anno per poi aggiungere che il pianeta sta cambiando, il clima lo abbiamo peggiorato noi e via sul tema. Mentre io vado con la memoria al 2002, ho appena cominciato un nuovo lavoro, molto importante mi racconto, un ambiente inedito per me, mi avvio a frequentare giorno dopo giorno meccanismi mai conosciuti prima, quelli di una Jesolo che sta crescendo attraverso gli interventi di personalità che le stanno disegnando addosso un volto ancora mai visto. Quindi imparo molte novità e mi piace, ne discuto insieme coi miei capi, propongo, inseguo con fierezza il risultato migliore per varcare il traguardo che pare ideale, mi capita ovvio di sbagliare e ci rimango male, ma va da sé, credo. Fino al giugno del 2003 che solleva, all’improvviso, un’ondata di calura che prosegue con fierezza – e con spirito altero, viste le preghiere di tregua che alziamo tutti – fino al settembre dello stesso anno. Mentre io me ne sto ogni giorno in un ambiente professionale che oltre a richiedere un’attenzione razionale spinta ai massimi, reclama anche una presenza quotidiana elegante, curata, più che ordinata, sempre diversa, mai trascurata ma nell’insieme tutt’altro che fresca rispetto al clima che impera in quell’estate infuriata. Come in tutti gli ambiti professionali si dirà, certo che sì, ma lì dove un programma sta nascendo e i traguardi sono nuovi, serve maggiore cura per il dettaglio anche quello estetico, ci sono incontri da organizzare, riunioni da mettere in campo, tecnici da accogliere, il caldo resta un punto secondario rispetto al resto. È necessaria la propria e continua attenzione per la presenza personale che corre di pari passo con la scelta del proprio abbigliamento, il migliore. Di quell’estate 2003, dove la sclerosi multipla si era già presentata alla mia porta fornendo una tregua che ancora mi illudeva, quell’afa furibonda la ricordo fin troppo bene, ma insieme anche i tanti segnali impartiti da una bella professione che stavo facendo mia.Vorrei svegliami come se domani fosse ancora il 2003, anche se già so già quello che mi accadrà dopo, compreso il doloroso debutto sopra una sedia a rotelle, che in quell’anno solo intuivo scorgendolo tra le righe, ma che importa, ero troppo impegnata a stare bene come persona che imparava un lavoro che mi faceva sentire bene. Al di là di te, sclerosi multipla che non sai che essere, con tutti i quesiti che ti porti appresso, le cattiverie che sai mettere in campo, le bassezze sempre nuove che sai inventare, le risate che ti fai da sola, senza amicizia o amore che nessuno ti ha mai dimostrato, o mi sbaglio?