Andrà come andrà

Mi stuferò fino al punto che mi salteranno i nervi in modo deciso contro tutti in famiglia come mai mi è successo prima? Forse. Perché sono stanca e anche preoccupata ma per andare avanti in modo maturo so di dover trovare la strada corretta. E quindi affiancare le richieste di tutti, mamma e fratello, perché vivono come me le tracce di un dolore troppo recente per avere un nome, questo lo so, ma prima di tutto riconosco che non va scaricato l’uno sull’altro come accade adesso. Loro due sono più forti di carattere di me, come lo erano di papà, perciò mentre mi passano davanti mi rovesciano sopra la testa il loro borsone di energie con continui “te l’avevo detto”, “tu lo sapevi”, “fai basta”, “sei sfibrante, ripetitiva”, e via sul tono. E potrebbe essere anche tutto vero ma è il massimo che so fare per cercare di trovare un equilibrio da dare anche a me stessa, soprattutto adesso che mi sento chiusa all’interno di una prigione di dolore e paure. Per tutto, per tutti. Fino a lei, la sclerosi multipla, che mi vive affianco sghignazzando, lei ride, la fortunella, che in me ha trovato un esserino debole e pigro, come le piace tanto fino a farmi credere che mi insegue per gettarmi dentro le sue radici infami. Giriamo pagina allora, lo so che non devo aver paura, mi conosco e farò quello che serve, perché anche arrivata al limite dovrò continuare con questi modi e su questa linea cercando di porre rimedio alle questioni che si sono aperte, anche pagando pene che non ho compiuto, soffocando pagine di dolore che è meglio stringere a me in silenzio, tentando magari di capire, solo capire, maldestramente forse, perché più di così non so fare ma serve, augurandomi invece che il peso da trasportare non aumenti come invece temo.

Ci piace così a noi

A Jesolo, ieri, è morto l’albergatore più famoso della città. Un sovrano direi, vista la divisione sociale ben netta che questi professionisti hanno disegnato – a tratti imposto – sul litorale dove vivo. È una storia ben radicata quella che i gestori degli alberghi hanno creato a Jesolo, nasce da lontano, dall’immediato secondo dopoguerra quando i primi di loro, quelli con più soldi, coraggio, intuito o addirittura sventatezza, hanno scelto di mettere in atto inventandosi addirittura una professione lungo le rive di un mare, l’Adriatico, poggiato sulla spiaggia dorata formata dalla sabbia in arrivo dalle Dolomiti. Perché – e questo va detto – prima di altri hanno avuto l’intuito di intravedere il desiderio di molti abitanti dell’immediato entroterra veneto di godersi il mare e di fermarsi qui, all’inizio anche solo per mangiare – che loro pronti hanno offerto – e poi magari per trascorrere anche una sola notte di piccola vacanza offrendo cosi lo spazio per farlo in comodità. È vero, la storia economica di Jesolo è nata in questo modo ma poi, poco alla volta, si è sviluppata ampliandosi sulla via di un progresso che le ha fatto imboccare strade diverse che hanno dato opportunità di lavoro a molte persone che ben presto hanno aperto negozi, bar, gelaterie, ristoranti, pizzerie, attività di attrazione e quant’altro. Ma, ma e poi ma e ancora ma dice l’albergatore di Jesolo, resta lui il centro di questo universo dell’accoglienza, lo sostiene con vigore e ambizione, lui costituisce una classe sociale in vetta, come parlassimo di re e duchi, molto più di marchesi o conti sia chiaro. Anche se in Italia nel 1946 un Referendum ha negato la sopravvivenza della monarchia, a Jesolo non sembra essere andata in questo modo. Evidentemente a noi ci piace così.

Care ragazze, cari ragazzi – IV

L’altra sera guardavo un film, non ne cito il titolo non ne vale la pena, non si tratta di un capolavoro – nel senso che ce ne sono mille di decisamente migliori e che meritano di essere visti, quindi tengo tutto per me, titolo, attori, regista e il resto – a ogni buon conto ho scelto di parlarvene per la battuta che lo apre. È il ricordo dell’ultimo anno di liceo, vecchi compagni di banco che si incontrano e con i quali anche dopo decenni dalla Maturità i rapporti sono rimasti vivi e luminosi. Proprio così. Il film comincia con uno scambio di considerazioni e con il ricordo di quello che si è in quella splendida parentesi di vita che è la gioventù e che va goduta fino in fondo accanto a quegli amici che tali rimarranno senza se e senza per sempre. A questo punto chiedo, volete che parli di me? Della mia di giovinezza? Degli amici che mi stavano attorno ieri così come oggi? Va bene, mi butto avanti e svelo un po’ di più di quello che sono a distanza dalla mia di Maturità. Nel 2000, poco dopo dalla fine del Liceo e una serie di controlli medici venni ricoverata nel reparto Neurologia del Policlinico ospedaliero di Padova che mi diagnosticò la sclerosi multipla, se non sapete che malattia è meglio così vuol dire non conoscete nessuno che ne è affetto, dico solo che non è una bella cosa e che in quel momento della vita non ero per niente felice, ma non sola e questo rese tutto un po’ più facile. Avevo la mia splendida famiglia accanto ma non solo, anche una flotta di amici da non poter dimenticare. Gloria, che viveva a Padova perché studiava lì, veniva a trovarmi tutti i giorni, dalla mattina alla sera per farmi compagnia e asciugare qualcuna delle mie lacrime oppure per ridere con me di quello che ci passava per la testa. La mattina mi portava brioche e cappuccino e poi tornava con pizzette e patatine fritte, caramelle, gelati. Fino al giorno dopo quando ricominciava con le sue coccole golose. E poi non è mai mancata la mia amica Federica con le sue parole, la sua presenza continua, pronta e calda, fatta di affetto e comprensione, Donatella, la fidata compagna di banco del liceo, con i suoi abbracci dolci e sinceri, Enrico, il capofila dei grandi dibattiti che ci hanno fatti crescere con il pensiero, Marina, il faro del mio Liceo, piena di quei talenti che avrei dovuto seguire di più, non ultimi i colleghi del lavoro a partire da Romina, Fabiana, Elettra, Michela, Graziana, Simona. Piccola precisazione: colleghi? No, amici autentici. E via su questa strada, perché ci sono tanti altri nomi da raccontare, Alessandra, Sara, Laura che anche solo dopo un cenno del mio capo corrono per stringermi la mano e dirmi “sono qui per te”. Finita qui? No, di certo no, la mia splendida classe di liceo presente anche solo con una parola quando ne ho avuto più bisogno, come di recente, con Grazia, Claudia, Sabrina, Francesco, Massimo, Deborah. Capito ragazze, ragazzi? Costruite fin da subito attorno a voi quel valore che si chiama amicizia e che si fonda non solo sul ricevere ma anche sul dare. Così crescerete, vi girerete a destra e a sinistra e non ci sarà mai uno spazio vuoto, per accogliere ma anche per dare. E credetemi non sono stata più sfortunata di altri per la malattia che mi porto in groppa, purtroppo è la vita a essere un po’ accidentata ma con gli amici attorno si affronta tutto e tanto si vince. Non dimenticate però che i buoni amici ci sono per voi ma anche voi dovete esserci per loro perché è come se tutto girasse dentro un grande cerchio che si chiude con una stretta di mano forte, sicura e ricca di amore. Che non deve mancare mai.

Queste righe inutili ma necessarie

Ma che… posso dirlo?… palle… semplice no, basta essere sinceri con sé stessi. E quindi traduco questo pensiero: perché sono così pigra da essere pronta a mollare la presa appena mi giro un po’ con la testa? Tipo? Questo blog. Me lo ero ripromessa proprio su queste pagine, soprattutto dopo aver deciso di licenziarmi, con più tempo a disposizione mi ero detta, sarò presente tutti i giorni, o anche solo con poca distanza da uno all’altro e invece sto già quasi mollando la presa, oddio qualche minima assenza ci sta pure non posso attribuirmene tutte le colpe, però… però. Mi conosco mascherina, perché se mi manca la voglia un giorno il volo parte, prima do la colpa a un pensiero che non va, quindi a un momento che gira male e continio così magari con uno sbarramento idiota di se e di ma associati all’insopportabile via vai di vi prego giustificatemi se sono assente senza che di fatto esista una cavolo di giustificazione plausibile. E via su questa china discendente sapendo bene che il tempo che passa a vuoto è come un gomitolo di lana che diventa sempre più grande da non srotolarsi quasi più. Scema io, poco da aggiungere soprattutto perché scrivere mi piace, mi tranquillizza anche soprattutto in un periodo come questo in cui ogni giorno sento una pugnalata dopo l’altra: l’assenza di papà – che come mi avevano detto si fa sentire, passo passo, sempre di più – e la poi la sclerosi multipla che senza troppe andate e ritorni è ben vigile e orientata accanto a me, la stronza. Allora due righe scadenti le ho buttate giù, giusto per dire oggi è andata così, domani voglio che vada meglio.

Qui con me manchi tu

E lo sapevo che prima o poi avrebbe gridato “eccomi, mi riconosci? Sono qui”, e lo sapevo che in mezzo a tutto, tra il silenzio delle mie speranze avrebbe allungato il collo per dire con i suoi toni malefici “cosa credevi, che fosse facile liberarsi del mio abbraccio fasullo e cattivo? Proprio adesso? L’illusa”. Ma certo che lo sapevo che la stronza di sclerosi multipla mi viaggiava accanto, la vedevo pure, la sentivo soffiarmi addosso – e che schifo – ma stavo zitta, rispettavo papà, non volevo dargli il dolore della preoccupazione per me che ha provato fino al suo ultimo respiro e allora cercavo di fare finta di nulla. Ma adesso Sua Maestà la regina sta ricacciando fuori le unghie con troppo e rinnovato vigore, sulle gambe per esempio, che mi fanno male, che sono rigide come due assi di legno e che quando si piegano lo fanno di botto col rischio di farmi cadere. La stronza non ha rispetto per niente, lei ci sguazza nel dolore degli altri, nello stress di un periodo da non poter nemmeno descrivere perché tutto è talmente diverso da spostare le fila della mia vita, quelle di ieri, quelle di oggi e quelle di domani su prospettive dai contorni così annebbiati da fare paura. È la sclerosi multipla l’unica a essere certa del suo futuro, sa anche troppo bene cosa fare di me, dove andare, dove portarmi, dove mettersi in sosta per approfittare di tutto quello di cui si è impadronita trasportando con sé anche il resto. Sento dolore e paura adesso, ma soprattutto tanta voglia di riavere papà qui con me.

Alfredo Rampi e il resto del 1981

Ieri sera in tv c’era poco da vedere, come capita spesso, ma siccome durante la giornata avevo bevuto due caffè neanche sonno mi veniva, allora ho cercato qua e là e mi sono fermata su una serie Netflix, il racconto della storia di Alfredo Rampi, il bimbo che nel 1981 nel Lazio in località Vermicino morì dopo essere caduto dentro un pozzo artesiano. La ricordo quella vicenda perché fermò il Paese in un modo innaturale per quei tempi. Anni fa ho letto Marco Mancassola che nel suo Non saremo confusi per sempre offre lo spunto per una riflessione su un caso di cronaca nato, secondo la sua interpretazione, con la precisa intenzione di accendere un’attenzione inedita. La notizia arrivò, infatti, sulle redazioni dei tg che stavano curando l’impaginato dell’edizione delle 13.00 mentre si barcamenavano per mettere insieme pezzi potenti come una probabile crisi del Governo Spadolini, il primo Presidente non democristiano d’Italia, la confessione del brigatista rosso Roberto Peci e l’ancora indicibile scoperta dei primi nomi degli affiliati alla Loggia massonica P2 segnalata per il probabile colpo di stato che avrebbe potuto mettere in atto. La vicenda di quel bambino sembrava perfetta per dare aria ai tg, per stringere gli altri spazi, per rassicurare il Paese inducendolo a seguirne la storia dal momento che sembrava un fatto di cronaca prossimo a volgere al meglio come segnalavano le corrispondenze locali. La storia di Alfredo Rampi invece prese una strada diversa, sovrastò tutto facendo rimanere l’Italia attaccata al video in attesa di poterne salutare la salvezza. Si mise in moto un meccanismo di informazione irragionevole che anche io, pur bambina, ricordo: lunghissimi, per quanto giustificati, tentativi di salvarlo, telecamere sempre accese e conseguenti trasmissioni tv in onda senza sosta, auto di gente curiosa che raggiungeva Vermicino per osservare da vicino la situazione, addirittura camper da fiera che vendevano panini per un pubblico evidentemente convinto di partecipare a una festa. Il Presidente Pertini che arriva per parlare con Alfredo contribuendo ad accendere altri sciocchi riflettori. Mi chiedo  la ragione che ha portato alla produzione di questa serie, fra l’altro non proprio un capolavoro, se i famigliari sono stati d’accordo con la sua messa in onda visto che ricordo bene come anni fa si erano opposti con forza alla decisione di un quotidiano nazionale di allegare alle copie in vendita i video che raccontavano quelle giornate trasmesse dalle tv. Per valore di storia: il premier Spadolini rimase in carica fino all’agosto del 1981, Roberto Peci fu ucciso a Roma poco dopo, alla fine di quell’anno, dopo una parentesi d’indagine molto lunga, venne istituita una commissione parlamentare d’inchiesta che rivelò i nomi degli affiliati alla P2. Alfredo Rampi morì il 13 giugno 1981.

III Media

Io ho fatto gli esami di terza media, se è per questo ho fatto anche il Ginnasio e il corso universitario di vecchio ordinamento che durava quattro anni. Un’altra dichiarazione anagrafica la mia, insomma. Perché oggi, anno 2024, queste vie scolastiche hanno nomi diversi, rinnovati, anche se credo che la sostanza non sia cambiata, al termine di ogni singolo corso, per accedere al successivo, c’è da fare un esame. Domani comincia, con la prova d’italiano, quello della Scuola Secondaria di Primo Grado, che erano le Medie dei miei tempi. La figlia di Federica, la mia amica d’infanzia, si chiama Beatrice ed è sugli scudi di partenza per affrontarla, l’ho vista l’altro giorno e tutto sommato mi è sembrata tranquilla, ho visto la mamma e tutto sommato mi è sembrata un po’ più che agitata. Senza che Bea se ne accorgesse le ho lanciato un’occhiataccia facendole capire che così non va,  tra le due, intendevo dirle, sono io quella che, come da copione, si incammina in quarta sulla tavola delle ansie, per carattere, per inclinazione naturale, per disposizione d’animo, ed è proprio questo che compensa i sentimenti del nostro lungo rapporto. Io sono sempre in equilibrio tra mille domande, Fede con fin troppe certezze, io di poche bravure, Fede di assoluto talento  io carica di dubbi incondizionati, Fede con convinzioni che vanno oltre il limite. E via su questa direzione. Proprio questo ci aiuta anche nel ruolo di educatrici che un po’ per destino e un po’ per volontà ci siamo scritte addosso, lei da mamma, io da zia – come mi chiama Beatrice – perché lo sappiamo tutte girandoci da una parte o dall’altra che lei troverà in noi le due facce della medaglia della vita. Non non ce lo siamo mai dette esplicitamente io e Fede, ma nel tempo questo meccanismo si è messo in moto tra le parallele della vita. Se Bea guarda la mamma trova la sicurezza di un’educazione solida ed energica, se lo rivolge a me vede come prendere atto di quei perché che la vita non risparmia mai ma che vanno considerati sempre. Questo è il patto non scritto dell’amicizia tra me e Fede, quella nata sui banchi di due licei diversi ma in forte comunicazione tra loro, quella che da decenni non ci ha mai abbandonate tra gli alti e i bassi delle nostre vite non proprio facili. Cara Fede, fai vivere a me le ansie per il domani scolastico di Bea, è il mio ruolo, tu fai la forte a me spetta il compito di sostenerla nelle debolezze perché altrimenti perdiamo il timone di questa cavolo di nave che portiamo avanti insieme da sempre.

Care ragazze, cari ragazzi – III

L’altro giorno guardavo il tg e una notizia tra le altre mi ha colpita molto per questo vorrei condividerla con voi: dopo cinque mesi di attesa e paura, otto famiglie italiane hanno potuto abbracciare i figli che avevano adottato ad Haiti e che lì erano rimasti, bloccati dalla guerra civile in corso. Inserito in uno degli spazi più belli del nostro pianeta come la Grandi Antille in America Centrale, Haiti vive condannato da una politica che fa riferimento a una forte instabilità che provoca ai suoi cittadini guerra e privazioni alimentari. Strana cosa la vita: quando immagini i Caraibi la mente corre all’idea di vacanze, sole, Oceano, rilassatezza. E invece no, Haiti è uno dei paesi del mondo più condannati dove gli abitanti sono costretti a convivere con una situazione umana tra le più gravi, fatta di violenza, povertà, fame, malattie. Le immagini che ho guardato sul web e che vi invito a cercare mi hanno impressionata per la potenza di quanto mi hanno rimandato e per i tanti perché che credo facciano nascere in tutti. Su 9 milioni di abitanti circa l’80% vive sotto la soglia di povertà potendo disporre per il proprio fabbisogno di solo 2 dollari al giorno, vivono in case costruite con latta o legno o cartone e senza servizi igienici per non parlare poi del fatto che quasi metà di loro è completamente ignorante. Un paese travolto da sé stesso, dalle crisi politiche, dalle numerose guerre, da uno sviluppo economico instabile se non invisibile, dai frequenti e gravissimi terremoti che subisce e che contribuiscono a straziare popolazione e territorio. Haiti è un paese che deve farci pensare, soprattutto al tanto che abbiamo e che troppo spesso sprechiamo senza dare un perché alle nostre – pessime – scelte.

Ha visto, papà?

Ieri mi sono licenziata. Ci ho pensato tanto sull’opportunità o meno di farlo, ho terminato i miei giorni di malattia conseguenti all’intervento alla cornea, tutti quelli di ferie accumulati nel tempo e poco alla volta ho cominciato a mettere forma a un progetto che mi girava in testa da un po’ ragionando se fosse davvero quello giusto. È stato papà, poco prima di morire, a inserire la marcia giusta su di me, lui, proprio lui che aveva dedicato la vita al lavoro senza farsi nessuno sconto personale – anzi -, nei suoi ultimi giorni ha buttato sul piatto una richiesta timida fatta con un tono non certo impositivo anzi, piuttosto esitante, e che diceva “è proprio necessario che tu ci vada al lavoro, stai a casa, non ne hai bisogno?”. Gli ho detto di non preoccuparsi, sapevo che aveva ragione, mi ha sorriso e da lì il mio pensiero ha preso misura. E ieri ho messo l’ultima firma, quella che ha sciolto il mio contratto. E mentre salutavo, e mentre in molti mi si avvicinavano, e mentre in tanti mi chiedevano come stavo, e mentre mi sembrava fosse arrivato il tempo giusto per tornare a casa, qualcuno, senza che me ne accorgessi, mi ha accompagnata nella sala da pranzo della direzione dove c’erano tutti “sorpresa” hanno gridato “grazie di tutto, Cinzia” accompagnando il saluto da un applauso rumoroso. E davanti c’era un tavolo con pizza e dolci, e una busta con un regalo bello e rosa, e un biglietto con dedica che mi ha fatto scendere quelle lacrime leggere che sanno aggiungere gioia al momento. Lo vedi papà, ho seguito il tuo consiglio pieno d’amore, mi vedevi stanca, me lo dicevi tutti i giorni quando andavo via “guarda un po’ se tocca a te andare al lavoro, mentre io sto a casa” con una dolcezza che io non premiavo forse nemmeno con un sorriso. Ho terminato con soddisfazione questa pagina che mi ha insegnato molto, figuriamoci se lo nego, ma è merito di quanto mi avete insegnato tu e la mamma se ieri il sipario si è chiuso con una soddisfazione che spero tu abbia visto.

Colore, taglio, piega – II

Ore 14.30 entrata. Ore 16.40 uscita. Dal parrucchiere. Traduco, un incubo. Dovevo coprire i capelli bianchi, mettere in ordine le lunghezze e fare una piega. Mi sono imbattuta in una tizia che evidentemente si sente un’artista. Il risultato finale, oltre a un salasso economico che ricorderò nel tempo, un esito che da ieri porto in testa e che, anche questo, non potrò dimenticare per il suo valore estetico sottozero. Le prese di posizione assunte senza richiesta sulla mia chioma, il carico di prodotti che mi sono stati schiaffati tra i capelli, le decisioni del tutto arbitrarie prese a discapito delle mie intenzioni hanno prodotto esiti meschini. Io che dal parrucchiere non vado mai per troppe chiacchiere, io che arrivo e blocco subito ogni sogno di gloria di quelli che vogliono spendere meraviglie estetiche sulla mia testa, ieri non ce l’ho fatta. E non so perché, punto e a capo, ahimè. Non sono riuscita a placcare chissà che genere di aspirazioni la tizia che si è occupata di me sognava di mettere in campo pur accorgendomi fin da subito che non c’erano margini di riuscita che potessero soddisfarmi. E al termine, ancora peggio, arrivata alla cassa: un salasso inimmaginabile, indecoroso, una vergogna che giustifica ampiamente il fatto che il resto del salone fosse pressoché vuoto. Ma la colpa resta mia che dovevo arrivare e essere molto chiara, limpida e ferma nelle mie richieste e nei miei rifiuti. Come faccio da sempre peraltro. Stamattina quindi mi sarei svegliata con una testa all’altezza delle mie aspettative e non ancora in disordine visto poi che la tipa non ha tagliato con decisione le lunghezze dei capelli come avevo chiesto io. Ma ribadisco, resta colpa mia, accidenti a me. La parrucchiera dovevo fare nella vita, altro che Università, altro che libri, altro che altro: la parrucchiera. Oppure la disonesta, che non c’entra niente con la professione che scegli di fare, la disonestà devi mettere in campo, la disonestà, e basta.