Sinner che vince, io meno

Sinner numero 1 al mondo, Sinner umile anche quando lo ha saputo, Sinner di cui parlano tutti i tg, Sinner che batte in popolarità anche il calcio e quindi, Sinner che entra di botto nelle mie preferenze anche se non ho mai giocato a tennis, anche se non ne conosco le regole, considerando pure che se il match va un po’ troppo per le lunghe mi annoio abbastanza. Ma sono fatta così, poco lo sport che ho fatto da protagonista, molto quello che ho guardo  in tv soprattutto se gli atleti italiani vincono, vedi Italia ­– Mondiale di calcio (1982-2006); Federica Pellegrini con tutti i suoi livelli non proprio alti di simpatia ma di certo epici in vasca; Jacobs e Tamberi che esultano insieme alle Olimpiadi di Tokio dopo la vittoria nei 100m (del primo) e nel salto in alto (del secondo). E potrei andare avanti a lungo ma la mente mi va a Calgary – Canada e le due medaglie d’oro di Alberto Tomba vinte in Slalom Gigante e Slalom Speciale, quelle che hanno dato il via a una carriera sportiva che ho seguito con il cuore sempre in movimento da farmi dire con estrema sicurezza che è lui il mio campione preferito per tutte le emozioni che mi fatto provare. Ma non credo che la ragione sia perché io sciavo, l’unico sport mai fatto certo visto che ogni anno con la mia famiglia si partiva per trascorrere le vacanze di Natale in montagna e poi perché spesso – troppo – la domenica lo sci club ci passava a prendere sotto a casa per una giornata sulla neve. Nemmeno dico quanto detestavo quel momento visto che si portava appresso una levataccia proprio l’unico giorno della settimana in cui potevo rimanere al caldo sotto le coperte. Poi sono cresciuta e ho potuto dire a mamma e papà che la domenica me ne sarei stata a casa mentre loro due se ne andavano a sciare e con questa promozione sociale è arrivato Alberto Tomba e le sue vittorie: vuoi mettere la soddisfazione doppia che mi ha dato. Fine della mia triste e irrisolta carriera sportiva visti poi gli esiti inutili esiti raggiunti tanto da farmi chiedere oggi se ero io a essere tanto pigra o se sua Maestà Sclerosi Multipla si era fatta viva già allora nella mia piena giovinezza. Un po’ questo e un po’ quello credo, perché anche adesso le due regine della mia vita proseguono stringendosi assieme, l’una abbraccia l’altra che fa leva sulla precedente avanzando con giustificazioni inspiegabili e molto gravi ogni diritto.

Strega/Campiello

Domani annunceranno la cinquina dei finalisti dello Strega 2024, il più importante premio letterario italiano; ogni anno il romanzo che vince sale per mesi in cima alla classifica dei meglio venduti nel nostro Paese e, diciamo pure che sistema definitamente le tasche personali dell’autore, e siccome in Italia non si legge oppure si legge poco è un bel punto a suo favore. Stamattina ho dato uno sguardo all’ultima decina dei titoli tra cui la giuria dello Strega sceglierà i finalisti. Non ne conosco uno. Qualche autore, questo sì (due, scrittrici per meglio specificare, Donatella Di Pietrantonio, Chiara Valerio) e poi il vuoto assoluto. Be’, dai, quindi a voler voltare le carte in tavola a mio favore potrei avere buone ragioni per scoprire una penna nuova quest’anno dal momento che il vincitore dello Strega lo leggo sempre. Tenendo conto che a luglio a brindare col liquore che dà il nome al Premio non siano proprio Di Pietrantonio o Valerio. Ma in fondo mi basta che la giuria dello Strega getti sul campo un buon titolo – quello che fa ogni anno e questo va detto – quindi a luglio vedremo come andranno le cose. Dal momento che ero in ballo sono andata a sbirciare anche la cinquina del Campiello, ho cercato e la questione non si è risolta meglio: nessuna differenza rispetto allo Strega, nessun titolo noto, solo un autore, Emanuel Trevi. Speravo di essere mano ignorante almeno sul fronte letterario e invece no: cara ragazza, mi sono detta, è meglio che ti smuovi e lasci sul tavolo quella pigrizia che sta mangiando tutto di te, ogni possibilità, tutti quei margini di sviluppo e crescita che hai sotterrato attribuendo le colpe a ogni cosa meno che a te stessa. Stai sbagliano Cinzia e lo sai e in questo momento storico della tua vita ancora di più. Trova il modo per venire fuori.

Care ragazze, cari ragazzi – II

Mi piacerebbe tanto trasferirvi la voglia di tenervi al corrente sempre, tutti i giorni su quanto succede al mondo. Cosa significa? Per me questo rappresenta il valore di crescere come cittadini informati, partecipi del proprio tempo, protagonisti di quanto accade attorno a voi senza ricevere tradimenti o fare mosse false. Adesso so che più di qualcuno di voi si fermerà per pensare: eccola qua, ora che la scuola è finita, adesso che abbiamo portato a casa un nuovo anno passato sui libri, dobbiamo, secondo lei, guardare tutti i giorni un tg o addirittura leggere un quotidiano per sapere cosa c’è di nuovo nel mondo, cose che forse nemmeno ci interessano. L’estate è fatta per riposare, state pensando, che voi semmai per saperne un po’ di più avete in mano i social e quindi, di tanto in tanto, dopo aver imparato a memoria gli spostamenti di amici, fidanzati, morose o chissà cosa ancora potete concedere un piccolo tempo alla cronaca per vedere come vanno le cose. Mi sembra poco. Ormai mi conoscete e sapete che sono un po’ rompiscatole ma sono anche sincera perché certa che far crescere insieme a voi il bisogno di conoscere come sta andando la nostra epoca sia necessario. Non è faticoso ve lo assicuro, anzi aggiunge soddisfazione alla vostra personalità, vi sentirete meno vuoti e non mi sembra poco, anzi. Cominciate col guardare sempre i telegiornali per esempio, poi non sarebbe male leggere un quotidiano, se in casa non ne trovate sono certa e che se chiedete ai vostri genitori di poterne comprare uno ogni giorno non vi diranno no. Magari quello che racconta anche la cronaca locale, tutto ciò che succede a Jesolo, la città nella quale vivete e che merita la vostra attenzione, non solo quella che trovate su Fb dove le informazioni non sempre sono “pulite”. Stringiamo questo patto allora? Estate 2024, si comincia a informarsi ogni giorno come si deve, perché è solo così che si cresce adulti consapevoli. Proprio come dovete diventare voi.

Enrico Berlinguer

Io me lo ricordo l’ultimo comizio di Enrico Berlinguer che si  fece a Padova il 7 giugno del 1983. O meglio, ricordo i tg che pochi giorni dopo annunciarono la sua morte: tornavo da scuola e a casa la tv era accesa, trovai la mia famiglia seduta a tavola in silenzio, sguardi di tutti fissi e attenti al video, nessuno mi permise di aprire bocca nemmeno per salutare o rispondere alla solita domanda “come andata oggi?, che peraltro non credo mi venne nemmeno rivolta. Va detto che mi ero abituata ad accoglienze sul genere, li avevo vissuti gli anni del terrorismo, quella pagina di mistero e morte che una ragazzina come ero allora si sentiva scrivere addosso con violenza e una certa paura. Aldo Moro, il suo rapimento e morte del 1978, era stato l’apice ben impresso dentro i miei ricordi di allora. Ma che strano quanto stava accadendo a Enrico Berlinguer adesso: una morte naturale vissuta praticamente in diretta, sopra un palco, durante un comizio, lo stesso che lui non voleva abbandonare e che solo il suo staff, capita la gravità di quanto stava accadendo, riuscì a concludere in velocità per accompagnare il segretario del P.C.I. nella più vicina clinica del padovano città dove si stava svolgendo l’appuntamento elettorale. In famiglia, e lo sapevo bene, la sua posizione politica non era condivisa, la sua persona stimata magari, ma dentro la cabina elettorale la crocetta sopra il simbolo del partito cui dava volto non veniva fatta. Ma quei pochi giorni che portarono alla sua morte, le immagini del funerale di proporzioni epiche per la quantità di folla presente, l’esito delle elezioni europee che si svolsero di lì a pochi giorni e che ebbero un risultato che si scrisse sulle pagine di storia, a casa mia vennero seguite con un’attenzione molto più che particolare. Per questo tra le cose vorrei vedere adesso c’è il film – documentario di Samuele Rossi in uscita in questi giorni, Prima della fine – Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer, costruito solo con l’utilizzo di materiale d’archivio per raccontare uno spaccato storico che cambiò l’Italia.

E manchi, papà

E mancano le tue timide carezze, e mancano le parole, e mancano le discussioni, e mancano tutte le attenzioni riservate solo a me, e manca la voce, e mancano le prese in giro, e mancano quei momenti scritti spesso a caso, e mancano perfino le liti, e mancano i tuoi aiuti sempre presenti, e mancano quei sorrisi sfuggenti, e mancano le tue curiosità, e mancano le risate, e mancano le prime colazioni trascorse insueme, e mancano anche le discussioni, e mancano quei riti quotidiani, e manca quell’amore mai dichiarato ma forse per questo ancora più forte, e manca il tuo caffè, e mancano le attese, e manca il caos maturato dai gesti mal fatti, e manca la tua voglia di esserci sempre per me, e manca la confusione, e mancano le parole di ogni giorno, e manca il sonno, e manca la sicurezza che davi col tuo polso sicuro, e manca quello che eri e che nemmeno sospettavo esistesse, e manca con rimorso quando non ti capivo, e manca quando ctedevo non mi capissi, e manca la tua soddisfazione per ogni cosa che facevo, e mancano le mie prese di posizione diverse dalle tue perché poi ci facevano incontrare di nuovo da qualche parte, e manca che sapevi fare tutto e io non lo riconoscevo, e manca che c’eri sempre e non solo per me, e manca quel tanto che mi davi, e mancano bruciando quei pochi grazie che ti ho detto, e manca che eri buono, e manca con dolore perché non l’ho riconosciuto in tempo, e manca che  eri sempre presente per me, e manca quella carezza sulla fronte che mi davi ogni giorno prima che uscissi di casa per andare al lavoro, e manca che ti facevo arrabbiare ma per te durava un attimo, e manca che non serviva chiederti niente neanche scusa, e manca quello che non ti ho detto, e manca tutto di te. Manchi tu, papà.

5×1000

Certo che ne ho parlato anche negli anni passati e certo che ne ho scritto con gli stessi toni che userò adesso mica è cambiato nulla.

Tempo di tasse e ampio spazio da dedicare alla ricerca scientifica indicando il 5×1000 preferito. C’è molto tra cui scegliere, lo so, io vi invito a prendere in considerazione Aism-Associazione italiana sclerosi multipla inserendo nello spazio preposto il codice fiscale della fondazione.

Fondazione di AISM 95051730109

Egoismo il mio? Certo che sì, nella piena consapevolezza tuttavia che un qualunque successo scientifico raggiunto per me e la mia salute arriverebbe un po’ tardi credo, non mi gioverebbe poi troppo ma solleverebbe il velo su una certa soddisfazione personale. Come una sorta di vittoria sportiva di fine campionato contro la squadra vincente, nessuna coppa ma almeno la forza di una bandiera da sventolare sugli spalti. Grazie.

Care ragazze, cari ragazzi I

“E così arrivato giugno, ecco che ci siamo, è tempo di terminare l’anno scolastico e per voi che siete alla fine delle scuole superiori c’è l’appuntamento con il temuto Esame di maturità. Ricordo bene quel momento­: liceo classico prima prova scritta italiano, seconda prova scritta greco e poi quattro materie orali tra cui scegliere le due da portare davanti alla commissione. Altri tempi, me ne rendo conto, una prova che così composta per voi giovani ha il valore dell’antichità e non posso che darvi ragione, del resto era il 1991, e qui vi consento di fare una risata, avete ragione. Ma è il concetto di base che non cambia, anche se tra il mio e il vostro esame è passato tanto tempo  i pensieri che la Maturità muove sono gli strssi, rappresentano quel punto di arrivo che apre davanti a sé mille e più strade. Prima di tutto per affrontarlo ci vuole tanta calma, ma attenzione, proprio perché ci sono giù passata posso rassicuravi, non è poi tanto difficile quanto sembra, nel senso che in qualche modo lo si supera. Un buon punto di inizio è aver studiato ovvio, certo per tempo, cominciare solo adesso non è sufficiente. Sai la scoperta mi potete dire: lo sapete bene, è ovvio che avreste dovuto mettetevi in moto mesi fa, anche qualche anno scolastico fa se è per questo, ma lasciarvi trascinare dal panico e dalla paura di non farcela proprio non aiuta. Mettetevi sereni quindi, sappiate che un po’ tutti lo vivono con l’ansia del grande traguardo da raggiungere ma alzare bandiera bianca ora è la mossa peggiore che possiate mettere in atto. Sapete perché? Spiace quasi dirvelo ma la vera grande strada incrinata si aprirà davanti a voi dopo, una volta avuto il diploma in mano, e ora che ci faccio vi direte? Molti di voi già lo sanno, vi stringo la mano, sono scelte impegnative e sapere come vivere il proprio futuro lavorativo è quanto di più impegnativo si possa mettere in atto. Quindi, bravi. Ma anche qualche dubbio ci sta, figuriamoci se non ci sta, si tratta di voi della vostra vita di domani. Università? E quindi quale facolta intraprendere. Lavoro? Va benissimo. Ma cosa e dove soprattutto. Cercare in Italia, all’estero? Tutto è lecito, tutto è lì per voi. Ma alla fine una cosa fatemela dire, anche se magari non vi piacerà troppo: care ragazze, cari ragazzi, ora state che state girando una pagina fondamentale vi si chiede di farlo con energia e consapevolezza. Se a scuola era concesso e perdonato un po’ tutto, un brutto voto, un comportamento esagerato o maleducato adesso che debuttate nel mondo dei grandi, università o lavoro che sia, vi accorgete subito che la vostra vita sta prendendo un moto diverso, richiede tanta consapevolezza e responsabilità”

Cartoline da Jesolo

Ieri, pranzo davanti al mare, seduta ai tavoli di un ristorante jesolano che dà sulla spiaggia in questa fine maggio che si porterà appresso l’estate 2024, che sembra tanto pigra ad arrivare ma poi, spazio poco e sarà qui, figuriamoci se non ci raggiungerà. Ne avevo bisogno di avere davanti agli occhi di nuovo il mare, un momento di pensieri da mandare avanti e portare indietro lenti, lenti come questo periodo che cambia e poi resta lo stesso. Ma ieri è stato giusto cosi, come il tempo per pensare a come alla spiaggia di Jesolo, quella che mi ha fatta crescere, tra lavoro e divertimento, sole e voglia di buio, spensieratezza ma anche pensieri complicati, devo molto. Bevendo il caffè, mentre guardavo la spiaggia mi è stato impossibile non pensare a quel periodo in cui la vivevo da protagonista con quegli amici che anche oggi per fortuna sono attorno a me. Affittavamo un paio di ombrelloni e la domenica – come ieri – ci si radunava tutti lì seguendo copioni che di volta in volta potevano cambiare ma che alla fine si componevano degli stessi meccanismi: discussioni sul chi vive, l’attualità sviscerata fino al dettaglio con la competenza di chi legge, studia, si informa senza sconti, ma poi anche chiacchiere con pettegolezzi, passioni personali da condividere “vi prego ascoltatemi”, qualcuno che si prendeva più spazio con le parole, qualcun altro che si metteva da parte per un attimo “m’è venuto un po’ di sonno”, altri che piano piano sotto quegli ombrelloni si innamoravano. Fino a sera con lo spritz che certo non mancava – siamo veneti, l’abbiamo inventato noi, non scherziamo – per chiudere con la pizza che non poteva certo non esserci. Saluti da Jesolo.

Due mesi

Dopodomani saranno due mesi, papà. E manchi tanto lasciando quel senso di vuoto e malinconia che tocchiamo sempre più forte. Se vado a fondo col pensiero sento dolore, solo dolore, assenza per le cose che facevi, anche quelle banali e che vorrei rivivere. Oggi davanti casa nostra parte una maratona in notturna che fanno ogni primavera e che sto impatando a detestare proprio perché è come se quest’anno avesse inciso il tuo nome. La partenza: te la guardavi, scendevi le scale e stavi li sul via, aspettavi gli atleti  in rampa di lancio, l’inno, salutavi i tanti del pubblico che conoscevi e poi tornavi in casa per cena. Stasera saranno tutti al via senza te. Come noi.

Bugiardino

Io i bugiardini dei tanti farmaci che assumo non li leggo più. Da almeno trent’anni. A che mi serve del resto? Per trovare una soluzione – improbabile – alla sclerosi multipla? Per cortesia tiratevi da parte. Fino all’altra mattina quando ne ho preso in mano uno senza una ragione precisa, per cercare qualcosa che nemmeno ricordo. Era quello di una bottiglietta di gocce sul quale tra le altre cose ho letto una riga o poco piu. Definiva che uno degli effetti era regolarizzare i miei umori mantenendoli su una linea costante per non farli oscillare troppo tra gli alti e i bassi dei sentimenti che provoca il mio vissuto. Ecco il contenitore di tutte le tante lacrime che in questi mesi dopo la morte di papà non sono scese, mi sono detta, trattenute da quelle gocce che appena prese mi fanno chiudere gli occhi lanciandomi in un sonno un po’ più che profondo. Sono state prescritte anni fa dai miei neurologi perché forse avevano notato quegli andirivieni del mio stato d’animo divenuto poco stabile, evidentemente trovavano necessaio trattenerlo dentro limiti diventati sempre più difficili da gestire. Tipo? Io ho paura della sclerosi multipla. Ma di più. Solo ora io me ne rendo conto, Sua Signoria mi chiude in una solitudine che non si scalfisce tanto è dura da farsi accettare e quindi io per mia iniziativa resto sola, abbandonando il mio tempo in finti spazi di libertà. Me lo dico sempre di volare via, di concedere più tempo alle persone che mi vogliono bene e che ci sono, eccome se ci sono, mentre io, senza alibi o giustificazioni, resto qui, ferma, immobile abbracciata a Sua Maestà sclerosi multipla. Neanche fosse simpatica o piacevole come compagna di viaggio.