Si parte? Speriamo

Sono andata a bere un caffè con un’amica che fa la fisioterapista. Ex collega di lavoro, una delle poche di quel gruppo immenso con cui ho stretto un rapporto di simpatia, di autentica amicizia è un po’ troppo da dire ma intesa anche solo con uno sguardo di certo sì. Prima di finire, per sua scelta, l’esperienza lavorativa lì dove io sono ancora, ci siamo scambiate il numero di telefono con il preciso scopo di vederci. E Ieri mattina ce l’abbiamo fatta. Chiacchiere e pettegolezzi potevano mancare? Certo che no. Fino a che sul finire le ho detto: ho bisogno di fare un programma di fisioterapia, vorrei affidarmi a te. Ci penso da tempo perché lo so da mille e più anni che questa è la strada che devo imboccare, sono in deciso ritardo piuttosto, potente ritardo, animato da pigrizia e indolenza, stupidità e scempiaggine. Non che non ci abbia provato in passato ma poi ho mollato, all’improvviso e senza ragioni effettive con molte scuse invece, prive di giustificazioni credibili, anzi con il desiderio di liberami da qualcosa che pure mi faceva bene ma la mia resa interna ha vinto su tutto, su ogni buon intento. Io vivo cosi la mia sclerosi multipla, incollata a lei, condividendone gli spazi, facendomi scappare qualche sorriso che si sposa con l’ironia ma affidandole tutto il mio corpo. Scema che non sono altro, si doveva lavorare meglio contro di lei, c’erano spazi d’azione ben aperti. Ora non succederanno miracoli, chissà poi come andranno le cose, se andrò avanti coi buoni propositi o mi attaccherò come sempre a qualche scusa che sono abilissima a trovare. Mi viene in mente il Covid adesso e al tempo che darà alle palestre per restare aperte. Diciamo che ora sono ai blocchi di partenza, entusiasta? E che ne so? Mi misuro con l’incognita della mia testa prima ancora che del mio corpo.

Finalmente a casa

Eccomi, rieccomi anzi, ci sono ancora e che felicità e quanta attesa e quanta voglia di riprendere il filo di tutto quanto perché è qui che sto bene, poco da dire, ancor meno da fare. Ma nell’ultimo mese sono stata risucchiata dentro un impegno di lavoro che forse ho preso troppo sul serio, mica dico di no, ma non ci posso fare niente se è così che sono diventata: pesante, senza capacità di vivere in libertà, anzi sempre in preda degli eventi pure quando non sono questa gran cosa. Come per esempio un corso sulla sicurezza nel lavoro, per quanto obbligatorio, ma da fare online, entro il 16 ottobre, due moduli da quattro ore ciascuno, con slide da visionare e doppio esame finale da dare. Ma nell’insieme niente di insormontabile. E io sovrastata dall’ansia invece, al PC in ogni momento libero, con cuffiette alle orecchie per raggiungere il massimo della concentrazione, blocco per prendere gli appunti di ogni parola, di ogni sospiro, mouse sempre a disposizione per il clic che fa tornare indietro, pronta alla ripresa del dettaglio perduto, alla verifica ulteriore con eventuale correzione della nota precedente. E insieme a tutto un senso di inadeguatezza sempre maggiore, in costante crescita perché ovviamente non mi sono risparmiata nemmeno il confronto con gli altri colleghi a cui ho chiesto il parere su come considerassero nell’insieme il corso: facile, banale, tutta roba che si sa, le risposte ricevute, fino a che ho smesso di chiedere, per me non era facile né banale, tantomeno tutta roba che sapevo già. E ho continuato col mio di sistema, mica a seguire il loro: fase dell’ascolto attento, appunti e ripasso generale fino al test finale. Superato, con doppio attestato per carità, ma anche con tanti ma proprio tanti sospiri di sollievo successivi che neanche nel post tesi. Sto invecchiando di sicuro ma giocare al fenomeno non mi va, tanto semplice il corso non mi sembrava, c’era almeno da mettersi alla prova per ricordare i vari meccanismi che permettono di lavorare sulla sicurezza di un ambiente. Ecco forse potevo giocarmela meglio coi tempi, il 16 ottobre è fra un bel po’ in fondo e io ho pure cominciato a fine agosto, ma la leggerezza con cui vivo i miei spazi adesso che ho chiuso giochi è impagabile, in fondo è o non è anche questa sicurezza?

Ti voglio bene

Ieri, come tutte le domeniche mattina quando non lavoro, Luca, mio fratello, mi passa a prendere per andare a fare colazione insieme. È l’occasione che ci siamo ritagliati per stare un po’ assieme, fare il punto sulla situazione, due chiacchiere tra fratelli che si vogliono di certo molto bene senza di fatto esserselo mai detto. Funziona solo coi fatti a casa mia, da sempre, poche parole, ma quello che si fa è molto chiaro, nessun tempo utilizzato per dire, tutto speso per offrire una spalla cui appoggiarsi quando ce n’è bisogno. Vent’anni fa quando io e la mia famiglia fummo travolti da due parole che conoscevamo appena, sclerosi multipla, ciascuno di noi assunse il proprio ruolo: mamma e papà avvolgendo la loro coperta fitta e stretta attorno a me, io cercando di fare del mio meglio per continuare a vivere malgrado tutto, Luca prendendo in mano tutta la situazione, in silenzio, correndo a destra e a sinistra con l’unico scopo di darmi sicurezza. Riuscendoci sempre. Ieri mattina dopo cappuccino e brioche abbiamo fatto la nostra passeggiata sul lungomare di Jesolo per rientrare verso la via dello shopping – cosi la chiamano – e passare davanti al negozio di una nostra cugina con cui abbiamo scambiato due chiacchiere veloci. Rimasti soli a Luca è sfuggito un “Qui voleranno coltelli”. Si riferiva alle altre nostre cugine, le sorelle di quella che avevamo appena salutato, e agli immobili intestati ancora alla loro madre, mia zia, e alla corsa che si metterà in moto alla sua morte per allungare le mani sulle sue proprietà per prenderne possesso con avvocati e notai già ai blocchi di partenza. Non vanno troppo d’accordo tra loro le sorelle è cosa nota. Luca è di poche parole, strano che si sia lascito andare a un commento del genere ma mi ha dato l’occasione per dire ciò che penso da sempre: “Io di te mi fido, hai in mano tutto, perché io, proiettata su altri lidi, devo concentrare energie e pensieri della mia di vita sugli stracci che sta lasciando su di me la sclerosi multipla, consapevole di tutto mi interesso ad altro, mi sveglio la mattina e metto insieme i pezzi di una giornata che per arrivare a sera ha bisogno di tutta me stessa, del meglio che so offrire per tralasciare lacrime e dolore, e così nel pieno della mia ragione ti affido tutto il resto”. “Credo ai aver ampiamente dimostrato di non possedere coltelli” mi ha risposto Luca, sintetico ed efficace al solito, come sempre. Se ci fossimo detti ti voglio bene sarebbe stato meno bello.

Campiello 2021

L’altra sera sono andata vedere la serata di presentazione del premio letterario Campiello 2021 organizzata a Jesolo. È una tappa verso la finale veneziana che qui si fa ogni anno per ragioni culturali ovvio ma pure un po’ economiche e politiche, dài su diciamolo, è il premio finanziato da Confindustria Veneto, conviene di certo mantenere aperti e buoni i rapporti con questi signori. Comunque la si pensi è stata una bella serata soprattutto perché nell’insieme quella di quest’anno è una bella cinquina di finalisti. Il limite semmai è che tra i cinque ce ne sono due, Bajani e Caminato, che si sono giocati con grande onore anche lo Strega 2021 e il Campiello poteva, anzi doveva, osare di più, cercare, leggere, proporre altri titoli per salire quella scala di valore letterario che un po’ gli manca. Eppure una sorpresa c’è, almeno per me: Paolo Nori. Parmense, docente di Lingua e Letteratura russa all’università di Parma mi ha incantata e il suo libro, Sanguina ancora, sarà certamente il mio prossimo acquisto perché lui, proprio lui, è stato capace di aggiungere un tono speciale a tutta la serata e non solo perché ha presentato il suo lavoro meglio degli altri autori ma perché mentre parlava mi ha fatta tornare agli anni dell’università quando sulla mia strada ho incontrato docenti del suo peso. Perché lo ricordo bene, mica sono tutti uguali quelli che siedono sulle cattedre degli atenei: ce ne sono perfino di scarsi, molti di livello medio, altri decisamente bravi e poi quelli fuori dal comune, quelli che sanno toccare corde in attesa di essere tirate per far brillare le menti riempendole di nuovo sapere. Ecco a voi Paolo Nori.

Wapp vocali

Li odio. Riceverli. Costringendomi a trovare uno spazio sufficientemente riservato per ascoltarli. Inviarli. Con la consapevolezza di far sapere i fatti miei a un pubblico che in modo evidente non si riduce solo al mio destinatario. Eppure a giudicare da quanti ne ricevo devo essere una dei pochi a pensarla così. I giovani sono stati i primi a rimanerne sedotti senza possibilità di limite. La parola scritta correttamente del resto l’avevano già superata. Da tempo avevano imboccato la strada degli acronimi: cmq per comunque, tnk per grazie, tt per tutto e via sul passo. Piano piano anche i loro genitori li avevano imitati, dovrebbe essere inverso il meccanismo dell’educazione, anche linguistica, e invece guarda un po’ che è capace di succedere oggi. E ora tocca ai vocali: stesso procedimento, i ragazzi di scrivere manco a pensarci più, nemmeno con gli acronimi, e così i vocali infuriano. Passi per i miei colleghi più giovani che invadono la mia chat ma anche i miei coetanei non sembrano da meno. In auto, mi dicono, è diventato fondamentale, e comodo: sei al volante, registri il messaggio, lo invii, poco dopo ricevi la risposta, la ascolti al volo e il gioco di chiude in piena tranquillità. Come un’altra cintura di sicurezza quindi. Bene, molto bene. A me capita altro invece. L’inquietudine mossa dalla consapevolezza di mettere in piazza i fatti miei. Sono dalla parrucchiera? Arriva un vocale, lo ascolto ma con me anche tutto il salone, ottimo direi. Sono in pasticceria per fare colazione con il mio biscotto di pasta frolla e Nutella? Eccolo l’altro vocale che mi costringe a far sapere alla pubblica piazza ciò che mi capita. Posso non ascoltare mi si potrà dire? Vero, verissimo. Aspettare di essere di nuovo sola perché la mia intimità resti tale? Ovvio. Ma convivere con le rogne che porta a voi e a chi vi vuole bene la sclerosi multipla impone dell’altro. Una qualunque mancata risposta vale come un grido d’aiuto o allo stesso tempo come una resa sul campo, una dichiarazione di guerra, oppure una bandiera bianca sventolata per disperazione, il lancio di un razzo di pericolo. Ma anche tutto insieme, e lo sapete voi e lo sa chi si preoccupa di continuo per voi. I contatti vanno sempre mantenuti aperti così come le antenne verso il prossimo ben accese. Eppure in prima linea vale il principio che i fatti miei restino miei, solo miei e di pochi altri. Alla larga da vocali di terza categoria, per favore.

La famiglia

Poche settimane fa è morta mia zia Maria. Era lei era il perno della mia famiglia, lei quella che manteneva i legami con tutti, come una mamma reggeva in mano le fila delle vite di fratelli, sorella e nipoti. Quando veniva a casa mia non mancava mai di portare per me, che ci fossi o meno, un vassoio di baci di dama, i miei biscotti preferiti, a cui aggiungeva sempre cestini di crema con frutta, i suoi di dolci preferiti, golosa lo era eccome e lo sapevamo tutti. L’ultima volta che l’ho vista era settembre dello scorso anno davanti a due belle coppe di gelato, la mia con cioccolato e panna montata, la sua con gusti vari e l’immancabile panna con amarena. Poi la malattia, già in corso da tempo, ha avuto l’insopportabile sopravvento. Al suo funerale non è mancato nessuno ovvio, e tra i cugini ce n’erano due che non vedevo da quando ero piccola. tra tutti noi sono certamente stati i più sfortunati: mamma morta molto giovane e da un giorno all’altro, papà, fratello del mio, sempre stato decisamente assente in tutti i sensi. Con premesse del genere avrebbero potuto scegliere di mettersi in moto verso una vita piena di buche dentro cui buttarsi a peso morto per trovare la via più facile per rimanere a galla. E invece no che non è andata così, anzi: al lavoro fin da subito, impegno, testa sulle spalle, progetti a lungo termine tra innegabili intoppi ma soprattutto voglia di farcela. Al funerale ci siamo visti, ci siamo scambiati i numeri e in un attimo abbiamo organizzato per vederci. E sono davvero felice di come è andata la serata. Dovevamo uscire e invece il programma s’è dirottato a casa mia, non ero in piena forma e così le pizze le siamo andati a prendere fuori, due birre e Coca Cola hanno fatto il resto. Una serata di chiacchiere senza soffermarsi nemmeno troppo su quello che è stato il passato parlando invece di oggi, delle nostre vite, gli errori, le rogne, lo spazio dei bei momenti che pure ci sono con la certezza che tra noi che stavolta non finirà qui e che i prossimi capitoli saranno altrettanto belli e si sicuro con altri cugini. E mentre passava il tempo pensavo a mia zia Maria che ancora una volta ce l’ha fatta a mettere in campo il suo ruolo per il bene di una famiglia che tanto amava.

Sempre e comunque

E sono anche caduta. Di nuovo. E in casa. E con quel cavolo di roller che detesto fin da primo giorno che l’ho avuto tra le mani se è per questo. E che mi sforzo di usare in ogni caso per cercare di ridare significato alle mi gambe divenute rigide come fastidiose e inutili asticelle. E invece sono scivolata a terra e non so nemmeno come, lo sapessi avrei una soluzione almeno, per evitare di ripetere l’impresa. E ho preso paura. Tanta. E ne ho fatta prendere. Troppa. Ancora ko, affossata dentro quella buca che la sclerosi multipla continua a scavare attorno a me. E lo sapevo che lo fa. E lo so che non smetterà. Non ci voleva adesso, come se ci fosse un momento utile comunque. E ho pianto. Di stanchezza. Di angoscia. Di voglia di mandare tutto a puttane, di chiudermi in quel guscio che intravedo da sempre all’orizzonte ma che adesso pare ancora più vicino e che mi chiama con un sorriso sornione, ‘fanculo a lui. Vieni qui mi dice, cosa ti sforzi a fare continua a dirmi, non l’hai capito che vinco io, sempre e comunque. Sempre e comunque. Poco da fare, meno da dire, certo che ha ragione. Abbondonare il campo allora? Dargliele tutte vinte? Più di così? Ho detto un timido no. La sera stessa avevo in programma un’uscita per una pizza. A due passi da annullare tutto, con la testa ancora dolorante e una bella botta nera sul gomito, ho solo deviato il programma: si fa tutto a casa mia ho detto, Coca Cola e birra in frigo e che problemi ci possono essere? Oltre alla mia voglia pari a zero sovrastata dal desiderio di buttarmi a letto al più presto? Ieri mattina avevo in progetto una colazione con la mia amica Laura, che chiamo la mia spacciatrice di titoli e libri, che non vedevo da mesi e mesi – Covid ti odiamo tutti, fatti in là maledetto – con cui parlo di tutto quello che mi piace di più, leggere certo, ma anche di pettegolezzi che non vanno mai in seconda fila, sia mai. Ero a due passi dal disdire, ma poi no che non l’ho fatto. E il pomeriggio di ieri? Da sola, pasticceria, con caffè, biscotto al cioccolato, spremuta d’arancia, romanzo di Roth sul tavolo. Un’ora per me. Con la sm sempre lì lo so, lei lavora e ride, ma io resto qui e faccio quello posso. Sempre e comunque.

No, tu no

Rieccomi. Dopo una quantità di tempo immemore, vergognosa direi, come se avessi abbandonato tutto, lasciato questo spazio che amo tantissimo senza nessuna giustificazione, solo per quella pigrizia che è una fastidiosa parte di me – direi la principale – e che mi ha risucchiata dentro un meccanismo di assoluta immobilità. Cosa ho fatto in questo lungo tempo? Niente. Oltre al lavoro, niente. Se non poltrire e dimenticare tutto. E scusa Fabi per quel silenzio gravissimo, e scusa Mattia per essermi dimenticata del tuo sorriso, e scusa Gloria per aver taciuto alle tue tante telefonate e scusate tutti voi per essere sparita di botto, proprio quando sembrava che davanti a noi il chiaro fosse vicino, il Covid forse addirittura vinto, o magari no, ma ridotto a un passo indietro questo sì, lo dicono almeno quelli che ne sanno di più. L’unica cosa che so anche io è che sono stata travolta da una stanchezza mai conosciuta prima e che mi ha provocato un desiderio intollerabile e mai assente di avere nulla attorno a me. E poi ci sono questi improvvisi vuoti di memoria che tutti imputano a quel livello di sfiancamento che io mi porto appresso da un bel po’ e che io invece attribuisco ovviamente alla sclerosi multipla che non è seconda a nessuno in quanto a danni anche di questo tipo, che lei sia maledetta nei secoli e per secoli. Capita sempre più spesso che mi venga detta una cosa e che io dopo pochi attimi la scordi per poi ripigliarla con tenacia solo col passare dei minuti. E poi che perda sempre più spesso il mio bagaglio lessicale, io, proprio io, che l’ho costruito con fermezza per anni, io che nutro il piacere di saper parlare bene, io che con la mia capacità di usare bene il linguaggio ho sempre, immodestamente, fatto scuola. E leggere? La mia vera passione. Non ne parliamo vi prego. Quello che mi accade mi dà tanto sui nervi: solo poche pagine, solo la sera e solo dopo una grande supplica personale, richiesta intima di impegno e tanto sforzo per la necessità di non mollare la presa. Io devo leggere, io devo rimanere al passo, non mi devo permettere di abbandonare quel piacere sconfinato che devo nutrire. Ma poi cosa resta se dimentico quello che leggo? Non dico tutto, che quello è ovvio, sono proprio i cardini che si disintegrano dopo essere passata al titolo successivo. No, questo no che non va bene. Sei tu sclerosi multipla che ti fai sentire anche in questo modo? No, ti prego scansati, questo no, questo non te lo permetto. Sei tu davvero? Stavolta sì che piango.

Debutto in società

Sono andata fuori a cena. Dopo quanto? E chi lo sa. Sera. Fine della scorsa settimana. Manca solo un’ora prima di terminare la giornata di lavoro. Tempo uggioso, anzi cielo proprio nero, temporale che arriva? Sembra di sì. Alla mia scrivania arriva la direttrice, le solite parole prima di andarsene, con lei anche un collega, poi un’altra. E se andassimo a cena fuori si domandano? Collettiva risposta affermativa. Dove potremmo andare, lo chiedono a me, unica jesolana tra loro, facendomi procedere a un’esposizione gastronomica varia sulla base di gusti, piaceri, desideri. Loro. Rigorosamente loro. Finché la direttrice si volta e mi dice vieni anche tu. No, grazie. Perché no. Sta per piovere. Non pioverà. Accidenti, sono senza soldi. Pago io, me li ridai, mica ho detto che offro. Oltre a un certo limite il rifiuto a un invito diventa maleducazione. E sono andata. E mentre mangiavo e mi guardavo intorno, il cielo soprattutto sperando non piovesse, sbirciando sempre l’orologio perché volevo solo andare a casa, pensavo che il mio tana libera tutti al Covid l’avevo sognato spesso ma in un altro modo. Come con una pizza con le amiche storiche per riavvolgere il gomitolo di confidenze profonde e pettegolezzi che fanno ridere fino alle lacrime. O come con un pranzo con quella ex compagna di scrivania che chiamare così è solo un gioco, le amiche sono amiche chi se ne frega di dove le conosci, l’importante è andare a mangiare da quel tipo, quello che sappiamo noi due, vero? Come con un’uscita con quell’amico lì con cui alla fine ci si dice sempre le stesse cose perché in fondo – chissà, chissà – senza questa rogna della sclerosi multipla chi lo sa se magari sarebbe andata diversamente, intanto però ci si deve ancora un pranzo, una cena, un caffè, che tanto paghi tu anche stavolta, lo sai vero? Come con una colazione con quella che chiamo la mia spacciatrice-di-libri, un’amica che mi passa titoli sopraffini, con cui condivido passioni, opinioni, critiche, sa dio quante, per poi tornare a casa e sentirsi più ricca. Come con la cena con i miei ex compagni di liceo, le loro famiglie, gli amici che nel tempo si sono agganciati, e dentro a tutto i nostri discorsi, i pareri e i ricordi di quando eravamo giovani anche se a me sembriamo ancora quelli di ieri. Come con tutto il resto, con gli altri amici, quelli che non mi mollano mai e che voglio rivedere in fretta. Per un vero debutto in società, per una vera, autentica prima volta.

Grazie, Mariucci

Penso a questi ragazzini che non vanno a scuola a regime stabile da un anno e mezzo e mi intristisco, per la caduta dei loro rapporti sociali con amichetti che vedono a tratti e spesso solo coi social ma soprattutto per le conseguenze che avrà questo aspetto negato della loro vita. Perché la scuola è imparare italiano o matematica dai libri ma è anche sentirsi attaccare addosso l’analisi della società che si vive. Oltre al Covid cosa resterà loro di questo periodo? Mi hanno contestato dicendo che altre generazioni sono state ben più penalizzate: quando c’era la guerra per esempio. Vero verissimo, ma c’era anche una situazione politica accesa e impossibile da non percepire in modo netto, c’era chi stava sotto un balcone o chi tra i rovi delle montagne e quindi lo spirito che respiravano anche i più piccoli era ben aperto, non era ridotto solo a una lezione in DAD o poco più. Ma del Covid cosa si sente e cosa resterà? Oltre a dover stare a casa e indossare la mascherina cosa porteranno con loro una volta cresciuti questi nostri ragazzini? Avevo quattro anni quando il Friuli crollò a terra sotto le scosse di un terremoto gravissimo. Due anni dopo entrata in classe per la prima volta fu la mia preziosa maestra, la Mariucci, a spiegare a noi piccoletti cosa era successo, con parole che per quanto cruente illustravano quello che un sisma può provocare e quindi che se lei lo avesse ordinato avremmo dovuto correre sotto il nostro banco. Fu sempre lei nella primavera del 1978 a dare voce a quello che stava succedendo di grave nel Paese con il rapimento di Aldo Moro: eravamo una classe di bambini di 6 anni e la nostra vita veniva sconvolta da tg a senso unico, con immagini di spari, sangue e notizie quasi incomprensibili da capire finite poi con le foto di un cadavere tutto nero dentro un’auto rossa. Con tranquillità e dolcezza la maestra ci disse di non avere paura di farle tutte le domande che volevamo perché oltre a mamma e papà c’era anche lei a fornire risposte. Qualche tempo dopo morì un papa dopo 33 giorni dall’elezione, fu brava a dirci che non era stato avvelenato come si diceva da qualche parte in tv. Fino ad arrivare a quel maggio dell’81, un altro papa, un’auto bianca che corre troppo veloce in piazza San Pietro, deve trasportalo all’ospedale, la sua veste è sporca di sangue. E ancora una volta è lei a mettere in campo la verità della cronaca che poi diventerà storia, la maestra del resto rappresenta l’istituzione, quella che in classe spiega cosa sta succedendo anche fuori dai libri che si studiano. La chiusura delle scuole, il poco tempo dedicato allo studio, la piattezza dell’informazione soffocata dal Covid non gioca certo a favore di questa giovane generazione. Perché la scuola oltre a libri, lezioni, interrogazioni, voti e compiti è il contatto con i fatti di tutti i giorni e sono proprio certe spiegazioni della maestra a farti crescere imparando che mantenersi informati significa diventare cittadini consapevoli. Il Covid potrebbe essersi mangiato anche questo.