Historia magistra vitae

Quasi tutte le sere, poco dopo cena, in tv c’è un programma che parla di storia, ogni puntata apre un capitolo diverso: in studio c’è un docente universitario che riferisce attorno al proprio ambito di studio presentando una lezione che segue l’argomento in questione basandosi esclusivamente sulla sua specializzazione. Per quante puntate ho visto rare volte ho riconosciuto lo stesso docente e nel caso trattava il medesimo ramo storico, per argomento o epoca. Perché l’onniscienza non esiste, men che meno all’università. Chi è sempre lo stesso invece è il conduttore: Paolo Mieli, giornalista, curriculum ben quotato, molto richiesto e via parlando, quindi niente di male se è stata affidata a lui una trasmissione sul genere. Quello che mi stupisce è l’atteggiamento di assoluta conoscenza che mette in campo lui davanti a qualunque pagina di storia si parli, che sia la Rivoluzione francese o Ottaviano Augusto, le cinque giornate di Milano o la guerra di Sparta contro i persiani oppure i Borboni, il Basso Medioevo, Carlo Martello o gli Asburgo e si potrebbe continuare per ore tanto ce n’è da dire in mille e più mille secoli di storia che abbiamo dietro. Ma se i docenti giustamente cambiano per ogni argomento, Mieli no e soprattutto la sua capacità di reggere il dibattito con i migliori professori universitari. Complimenti. Ora, appare evidente che Mieli ha alle spalle il supporto di un’ottima redazione, che con ogni probabilità ci siano anche taciti accordi con gli stessi docenti per garantire atteggiamenti di collaborazione conciliante, che ogni puntata sia composta da sapienti taglia e incolla della regia, ma su tutto prevale comunque l’atteggiamento ben studiato di Mieli, compresa una certa ed estrema sicurezza di sé che spesso scivola via verso la supponenza. Mentre lo guardo, simpatia o meno che provi per lui, lo invidio, non tanto per il lavoro che fa quanto per i referenti con cui si misura. E in gran parte per il fatto che io ultimamente mi sono arrugginita molto invece, mai stata un prof da cattedra universitaria di sicuro, ma vagamente più raffinata questo sì, ora invece sento di aver perso certi dettagli che non so nemmeno più dove sono finiti. Esempio. Sono veneta, regione in cui il dialetto impera, toglie le doppie con l’accetta senza riguardi e senza rispetto, e io pur non parlandolo mai – se non per certe espressioni di carattere gioviale che è un delitto scansare – ultimamente mi ritrovo a pronunciare parole in italiano rimuovendone più di qualcuna. Proprio io che all’università ho fatto un esame di fonetica e fonologia che mi ha insegnato la dizione corretta di gran parte del vocabolario e che con grande fierezza mi ha fatto rompere le scatole a chiunque dopo aver rintracciato pronunce sbagliate. Paolo Mieli, ti prego dimmi tu come si fa a rimettere in moto tutto quello che si è imparato e magari a confrontarsi con qualcosa di nuovo che male non fa.

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Quel ramo del lago di Como

Trump, sua moglie e poi Berlusconi, Flavio Briatore, Zingaretti ma anche Boris Johnson e Bolsonaro. Sono solo i primi nomi che ora mi vengono in mente pensando a persone importanti o anche solo famose prese di mira dal Covid-19. Questa primavera, quando sospiravamo di dolore e paura guardando i mezzi funebri che partivano da Bergamo per portare le vittime fuori città perché i cimiteri erano tutti pieni abbiamo pensato a Manzoni, ai monatti, al popolo che moriva. Credo che a nessuno di noi sia venuto in mente la possibilità che anche i Don Rodrigo si potessero trasformare in vittime, e chissà mai perché. Eppure niente più della malattia sa essere democratica, si muove a caso, fa il suo nido dove preferisce, non dove sembra ovvio e facile fermarsi ma solo dove trova uno spazio di suo gradimento e che le fa piacere guastare, basso o alto che sia. Come la sclerosi multipla per esempio, che è sbucata dentro di me, ma poteva scegliere un’altra, più ricca, più celebre e popolare. E di certo lo fa. Si chiama democrazia che regola la malattia, un po’ qui, un po’ lì, a caso, senza una legge precisa. E infatti io non frigno, è andata in questo modo per me, cerco di venirne a capo in qualche modo che è meglio di ogni inutile lamento. E se la malattia va e viene senza pianificare nulla è da questa mattina che penso alla strana casualità che sta esprimendo il Covid. Mi stupisce quello che sta succedendo, soprattutto perché ora come ora non sembra poi tanto imprevedibile il suo andamento, studiato direi, come durante una partita a Risiko: d’un botto ha colpito con una mitragliata un piccolo repertorio di potenti negazionisti e per di più sul finale di una delle campagne elettorali più importanti del mondo. Serve di nuovo Manzoni a dire la sua. E direbbe di metterla quella cacchio di mascherina.

Renatino mio e la Betty

Sono emozionata da settimane pensando alla doppietta televisiva che mi aspetta tra oggi e domani. Stasera tocca al live di Renato Zero per celebrare i suoi 70 anni in attesa di Alberto Angela che domani mi farà una puntata speciale sulla storia di Elisabetta II, la grande regina. Oh che gioia, oh che felicità! Con la musica di Renato Zero sono cresciuta, anche se quando ero bambina non sapevo nemmeno dove collocarlo, se fosse o meno bravo, ricordo bene però che ogni estate quando usciva con la nuova canzone mi si spalancava il cuore perché certi versi mi entravano dentro e sembravano scritti proprio per farsi urlare a tutta gola. Strano era strano, con quei capelli lunghi e certi abiti mai visti prima, addosso ad un uomo almeno, e infatti il mondo degli adulti non era generoso con lui, ma io lo ascoltavo lo stesso, solo per radio però, mai chiesto di avere un suo disco, mica stupida io, ero certa che non me lo avrebbero comprato. Domandavo Riccardo Fogli, che arrivava a casa infatti, ma lui stava in giacca e cravatta era più facile. Però Renato mi portava lontano, era altro rispetto a tutto il resto e per mille ragioni, impossibile resistergli. Poi arrivò un Sanremo di molti anni fa, lui si presentò tutto vestito di nero, senza trucco colorato e con i capelli dritti e a toccare le spalle, cantava quel capolavoro di Spalle al muro, la vecchiaia che arriva, quando non vieni calcolato più, quando altri dettano le regole, anche alla tua di vita per quell’andamento naturale del tempo che passa e aggiunge il dolore della fine che incombe. Ero una giovane donna quando l’ascoltati ma piansi per un’esibizione già incorniciata come un capolavoro. Chi sono certa non senta le spalle al muro malgrado l’età è certamente Elisabetta II che domani sera mi racconterà Alberto Angela. Direi che visti i suoi eredi mal cresciuti ha altri pensieri: che fine farà la sua preziosa corona conservata fino ad oggi con estremo talento e stile? Per quel che mi riguarda invece ho la certezza che, viste le mie ridicole capacità di restare sveglia davanti alla tv, io Renatino mio e la Betty non li vedrò né stasera né domani sera. Siano benedetti Mediasetplay e Raiplay per i due indimenticabili pomeriggi che mi regaleranno.

S’ha invernà

S’ha invernà: c’era scritto nel wapp che mi ha mandato ieri una mia vecchia amica che non sentivo da tempo. Appena l’ho letto sono scoppiata a ridere. È dialetto veneto, ruvido e molto pesante: significa che l’inverno è sceso in modo veloce e improvviso e noi l’usavamo ogni volta che capitava qualcosa di simile a quello che sta succedendo in questi giorni, una temperatura fredda arrivata senza nessun annuncio di autunno. Chissà perché la usavamo visto che noi due siamo delle grandi tutrici della lingua italiana, ma ‘sta roba del s’ha invernà è sempre stata un’espressione buffa che ci piaceva usare, forse si cominciava addirittura alla prma pioggia di settembre. Io e lei abbiamo condiviso un passato davvero forte, poi ci siamo lasciate piano piano, credo che, con una naturalezza imbarazzante, la vita si sia presa altri spazi, purtroppo. Peccato però, perché io con lei ho trascorso anni divertentissimi e ricchi per quell’intesa che ci portava a fare cazzate di cui non ho nessun rimpianto e nello stesso tempo condividere scampoli di vita indimenticabili. Ricordo lunghissime vasche in macchina a parlare di noi, a scambiarci consigli e pure a spettegolare, che non guasta di certo. Mi sono anche innamorata del suo capo se è per questo, ma non era certo la ragione che mi legava a lei. Un dispiacere se penso a quel periodo però ce l’ho: all’inizio eravamo una squadra di amiche non solo noi due, poi qualche cosa si è spazzato. Un equilibrio da fare invidia che purtroppo s’ha invernà.

Ciao amico, ciao

Che in questi quasi due anni di lavoro io abbia scelto di non creare autentici rapporti di amicizia l’ho già ampiamente scritto, certo ci sono simpatie più strette di altre che alla lunga, se ben coltivate, potrebbero trasformarsi questo sì. Per ora ho fatto restare tutto in superficie comunque, del tipo che un ciao come stai non si nega a nessuno, quattro parole di contorno figuriamoci se non si fanno, ma tutto lì. Per ora almeno. Ma dove non nascono amicizie anche le antipatie se ne stanno in disparte. O no? Evidentemente no visti i nervi che mi ha fatto scoppiare un tizio stamattina. Che poi io e il personaggio in questione ci conosciamo da anni, abbiamo la stessa età e viviamo in una cittadina tutto sommato piccola. Aggiungerei un dettaglio però: non ci siamo mai frequentati, non abbiamo mai condiviso la stessa cerchia di amici, l’unico elemento di vaga unione è una mia cugina con cui lui era in classe alle medie e che io non ho mai frequentato perché le famiglie sono così, ti càpitano, mica le scegli. Vale per me quanto per lei, sia detto. Be’ insomma, ritrovati nello posto di lavoro il ragazzo ha invece magnificato il nostro rapporto di amicizia che affonda le sue radici laggiù in epoca adolescenziale. Io di lui ho solo un vaghissimo ricordo in realtà, dei tempi delle medie questo sì, ma certo non dopo. Comunque una volta ritrovati è sembrato naturale lo scambio facile di qualche sorriso in più, di espressioni divertenti e simpatiche tra noi. Mai poi all’improvviso un cambio d’ordine, ogni mia parola veniva bloccata sul nascere con repliche fredde, prepotenti e immotivate che non mi davano nemmeno il tempo per una debole replica. Fino a stamattina quando sono schizzata via facendomi decidere che da me non avrà più nemmeno il saluto. Non spreco nemmeno una riga per descriverne il carattere, le uscite velenose che mi ha rivolto permettendosi pure di mettere in discussione le modalità con cui svolgo il mio lavoro, e poi quel paio di cattiverie gratuite e pesanti che mi ha rivolto gelandomi il sangue, fino a oggi quando per una ragione banale ho tranciato con la scure quella specie di rapporto di stupida conoscenza. Ascoltavo alla tv un servizio del tg che parlava di calcio, le modalità per riaprire gli stadio e con quanto pubblico e a che distanza e via sul tema. Ero sola mentre lui mi passava davanti e dicevo più a me che a lui ma guarda se il problema deve essere il calcio. Mi ha aggredita “Se a te non piace il calcio mi dici perché gli stadi non dovrebbero aprire? C’è bisogno di alleggerire la testa dal Covid, lo sport è fondamentale, spiegami allora perché la Mostra del cinema sì e gli stadi no?”. Il calcio lo seguo – gli ho detto – il tennis pure, lo sci mi mancherà da morire e se tu leggessi i giornali sapresti che la Mostra del cinema hanno avuto coraggio a farla ma è stata un flop dal punto di vista delle presenze di pubblico, il tutto con una calma tirata fuori da chissà dove. “Allora la colpa è dei giornalisti – ha detto con un tono vagamente più accomodante – ma qui il discorso è lungo”. Facciamolo allora, sono iscritta all’Ordine.

Fino a starsi sulle scatole da sola

Qualche tempo fa la mia amica Gloria mi ha detto che quando parlo con le persone tendo a interromperle, che la conversazione con me non fila mai fluida come dovrebbe perché io mi inserisco sempre e di continuo, che mi ci metto in mezzo con forza, parlo sopra al mio interlocutore, lo blocco per aggiungere la mia opinione che così sale di quota da sembrare più importante. Ci sono rimasta male ma non mi sono sentita in nessun modo attaccata, mi fido della mia amica e ne abbiamo parlato, non me ne ero mai accorta ecco tutto, ma da allora, attenta alle sue parole, ho fatto caso alle mie abitudini notando che è vero, Gloria ha ragione, non è facile conversare con me, io trovamdomi di fronte mi starei parecchio sulle scatole per esempio. Ecco, mi parlo sopra da sola, lo faccio anche con me stessa, che difficoltà essermi amica. Chissà come fa lui a rimanere al telefono con me per più di un’ora ogni volta che mi chiama. Lui è un amico un po’ speciale, quella cosa che in pochi capiscono: io che dovrei essere arrabbiatissima, che fin da subito avrei dovuto tagliare con violenza ogni rapporto, o almeno così dicono tutte le mie amiche (anche Gloria) perché un milione di tempo fa mi ha lasciata e in gran parte a causa della sclerosi multipla, ma lo sappiamo solo noi quanto pesava e come sia stata proprio a favorire quel doloroso addio per giunta. Poi di anni ne sono passati tanti, io non mi sono fermata a contarli, non conto più nulla da tempo del resto, ma credo siamo nell’ordine dei dieci e in mezzo c’è stata tanta vita per me e per lui. Passo dopo passo questi anni sono stati segnati da telefonate che era sempre lui a fare a me, mai troppo improvvise mai troppo distanti tra loro, piacevoli lampi di luce durante i quali nessuno dei due voleva negarsi il piacere di sentire l’altro rispettando comunque quel tacito, invisibile accordo di non parlare del reciproco presente, un condiviso silenzio che dava spazio a conversazioni di altro tenore, il nostro. Era amore che negava la verità del presente? E chi lo sa. Ora che l’oggi è noto, come il futuro che di certo non sarà nostro, si sa che questa traccia di legame così forte non passerà. Ma forse ancora una volta sto alzando troppo il tono parlando sopra la verità. Mai come ora vorrei che Gloria non avesse ragione però.

12 settembre 2000

Che scossa stamattina, sono entrata in una pasticceria per fare colazione e mentre scelgo il mio dolcetto preferito parte Mille giorni di te e di me e Baglioni mi spalanca il cuore, cavolo proprio oggi che è il 12 settembre, non un giorno qualunque, oggi è il compleanno di lui, quel primo grande amore che nel tempo, negli anni, mi ha fatta tremare di emozione, lacrime, silenzi, batticuore, ritorni, innamoramento, dolcezza e un po’ di tutto. Mica roba di oggi, è da vent’anni che questo è un giorno speciale. Quando ci si frequentava ancora, era sempre il 12 settembre a darci l’occasione per la ripresa dei contatti che erano spesso stati interrotti da qualche settimana o addirittura mese a causa di liti furenti, quasi sempre dovute a tradimenti e conseguenti scenate. Ci si prendeva, ci si lasciava con la certezza che sarebbe stato per sempre e poi bastava una telefonata, un cenno e tutto riprendeva con la stessa passione per poi interrompersi di nuovo per tutto o magari per nulla. Roba strana lo so, ma era così che andava. Per questo il 12 settembre era e restava il 12 settembre, lo si sapeva e lo si aspettava, punto e basta. E poi anche con il passare degli anni, quando il tempo aveva fatto il suo corso e la vita di tutti e due aveva preso altre direzioni e di certo non meno importanti chissà perché il 12 settembre restava una gran data e anche se nulla andava oltrea un sms prima e un wapp dopo, i toni, sempre dolci, sempre partecipati, sempre pieni di emozione e comunque nell’assoluto rispetto del presente di entrambi, sapevano fare la differenza. Una piccola porta che si apriva lì, su quel passato evidentemente tanto importante. E poi stamattina, 12 settembre 2020, due decenni dopo quel primo incontro, mi ritrovo seduta ai tavoli d una pasticceria per fare colazione mentre attorno a me parte una colonna sonora perfettamente agganciata a quei momenti. Un tempo lontano, lontanissimo, dettagli importanti di vita che una selezione di canzoni ben assegnate porta a galla senza annuncio. Buon compleanno, allora.

Mea culpa

Disintossicata. E come è stato facile uscirne poi. Riassumiamo, quest’estate tornata casa dal lavoro, mentre mangiavo, mi incollavo davanti alla tv per guardare, con una certa soddisfazione per giunta, una roba che con i toni suadenti di oggi si chiama serie tv. Ambientata a Istambul, ma soprattutto con un figaccione di dimensioni epiche come protagonista. E questo ha avuto un ruolo fondamentale per mantenere alta la mia fascinazione estiva, va detto. Anche se, ogni giorno, quando lo vedevo comparire sulla scena due punti di domanda mi si disegnavano sulla faccia perché diciamo che se le sue qualità estetiche non le potevo mettere in discussione anzi, il suo modo di vestire al contrario era sintonizzato sull’asse contraria dei miei gusti. Camicie sbottonate fino a metà torace, collane e collanine lunghe a toccare la cintola, polsi ricoperti di bracciali con perle e perline, pantaloni infilati dentro stivaletti malmessi, uno che nella vita di tutti i giorni mi provocherebbero quanto meno l’orticaria. Ma, metti che fosse perché lui malgrado il pacchetto orrido che lo avvolgeva restava un figo di grande categoria, metti perché ovviamente di mezzo c’era una bella storia d’amore da cui era impossibile sopravvivere immuni, eccomi tutti i pomeriggi davanti alla tv. Ma non da sola evidentemente, perché gli ascolti sono stati così alti da convincere la rete a cambiarne la programmazione, la serie tv turca è passata da quotidiana a settimanale, non più pomeridiana ma serale. Promozione completa per quel gran figo quindi a cui tocca il debutto in prima serata, quella roba che comincia quasi alle 22.00 però, l’ora in cui io sono stesa a letto da un bel po’ e se non dormo di già è solo per un bel caso. E così prima puntata ovviamente persa. E nel frattempo passa una settimana senza quel figo da vedere tutti i giorni ma bene aggiungere: nessuna nostalgia. Finché succede che ieri pomeriggio, e pure senza troppo entusiasmo, decido di guardare su una piattaforma online quel serale mai visto e… la noia. Perché è noto che quando manca uno studio adeguato del plot mezz’ora la reggi, 50 minuti no, anche se il protagonista è quel figo che è. Resta il fatto che io le ho tutte le colpe per il tempo perduto e la droga ingurgitata: al di là di ogni fatto un uomo con la camicia aperta oltre il primo bottone è quantomeno indecente, quindi non può essere troppo diverso per la serie tv che interpreta. Arrivarci prima, testona.

Cara amica ti scrivo

Rumori strani, mai sentiti prima, vibrazioni, no ecco, scricchiolii più correttamente, in arrivo dalla mia sedia a rotelle, ad ogni svolta, segnali insoliti, cambiamenti che negano la morbidezza di un meccanismo perfetto, coordinato, leggero, agile. È stato un pomeriggio d’inferno quello trascorso al lavoro qualche giorno fa, fino all’arrivo a casa sperando che qualcuno mi dicesse che no, mi stavo sbagliando, che tutto correva al solito, che non c’era motivo di preoccuparsi, la mia era solo un’impressione volevo mi si dicesse, invece no, attorno a me vedo musi che si fanno più lunghi, telefonate alla ricerca di consigli per analizzare a fondo la questione e che infatti aprono le porte a incursioni improvvise in casa mia che portano tutti attorno a lei. Mi butto sul divano e la testa mi scoppia. Possibile mi dico? È così importante, maledetta lei? T’ho odiata, mi hai fatto una paura da tremare dentro e ho sempre spostato il mio pensiero, anche quando era evidente che su di te dovevo finire, e ora? Ti sei rotta e tutta la mia vita è in bilico di nuovo? E domani non potrò andare al lavoro? E per quanto tempo poi? E manca poco perché mi metta a piangere anche se io non piango mai nei momenti in cui la vita mi porta sopra il burrone, semmai dopo quando cado perché danni o meno io mi rialzo con più forza di prima, ma ora la testa pulsa lo stesso, sei così importante maledetta te? È una lezione quella che mi vuoi dare? Forse perché proprio adesso, che mi sono abituata, che ti uso il doppio perché mi fai fare meno fatica comincio a notare la differenza tra te e la normalità. Guardo gli altri e magari li invidio, noto cosa significa stare su di te e camminare da soli, andare dove si vuole senza dover scegliere una via senza gradini, tra te e il desiderio di affondare i piedi dentro la sabbia di una spiaggia sapendo di non cadere a terra, di rimanere in equilibrio, riconoscere sempre di più la differenza tra te e la piena libertà. Perché sta andando così da qualche tempo: vedo dei bei vestiti e mi accorgo che magari mi piacciono, li vorrei, ma per cosa poi, sopra di te potrei stare sempre in pigiama, la differenza non si noterebbe, con te vedo gruppi che parlano tra loro e che per includere me devono cambiare posizione, i tavoli per bere un caffè che devono ricomporsi per farmi spazio, è così che ci si sente diversi? Allora io mi ci sento diversa. Ecco spiegato il malumore di questi mesi quindi? Anche sì. Ma tu, che sei la preziosa compagna del mio viaggio, non ti sei rotta e la tua importanza, cavolo se l’ho capita. Ora si va avanti come ci eravamo abituate a fare, è facile credere che tutto vada bene se lo si vuole, perché, cara amica mia, la colpa di tutto non è nostra ma della sclerosi multipla, che esiste ed evidentemente si diverte con poco.

Fuori tema

Sto leggendo un libro bellissimo. In linea con molte delle letture fatte in questi mesi di 2020 se è per questo. Ecco che sono già fuori tema, sto dicendo che leggo tanto, mamma mia, sempre con un libro in mano io, e via di foto su Ig con copertina di premio Pulitzer sul tavolo e tazza di caffè accanto. Il contrario di quello che intendevo in pratica. Leggo quel che leggo e sono pur sempre fatti miei, sono una lettrice lentissima oltretutto, un’attenta selezionatrice di titoli piuttosto, ma non credo che nessuno che mi conosce veramente, né tantomeno chi è solo una figura che mi sfiora, possa dire di avermi mai sentita dire “Io leggo tantissimo”. Forse perché lo faccio molto meno di quello che vorrei. Ma sono ancora fuori dal tracciato che mi ero data. Dicevo che sto leggendo un libro bellissimo, eppure non sto rallentando la lettura per terminarlo il più tardi possibile, per prolungare il piacere di averlo con me, o via sul genere, cose che ho sentito dire molto spesso o che magari ho letto, sui social in particolare. Tra poco lo finirò invece, forse già stasera, farò la mia piccola breve recensione a personale futura memoria e poi lo riporrò in libreria nel suo spazio. È un Einaudi, starà tra gli altri bianchi, accanto al precedente titolo della sua autrice. Subito dopo ne comincerò un altro come faccio sempre, “io non leggo tantissimo” ma ho il tempo e la voglia per avere sempre un libro sopra il comodino. Ecco che adesso rientro nello svolgimento che mi ero data. A chi potrebbe interessare tutto ciò? A nessuno. Eppure gli andamenti letterari di un paese che legge statisticamente molto poco trasformano il libro in argomento per fugaci confronti tra socialité. Non partecipo, grazie per l’invito. Io quest’estate ho fatto un acquisto, l’unico, una T-shirt che ho visto sul web e che mi ha scatenato la voglia di averla per quello che c’era scritto: Mai sottovalutare una donna che ama leggere ed è nata a gennaio. Sono io mi sono detta e l’ho ordinata e in un attimo, fuori tema.