Per chi suona la campanella

Ora che questo anno di scuola farabutto sta finendo, un po’ ovunque è uno sbocciare di considerazioni più che lecite su quanto i nostri ragazzi abbiano perduto. Oggi ho letto un post su un social che mi ha aperto molto finestre sul passato buttandomi addosso un po’ di strana malinconia. Parlava di come questi mesi che hanno costretto a casa tutti gli studenti non solo hanno tolto loro molto spazio alla formazione ma hanno anche ridotto al massimo la loro socialità con i coetanei che, all’improvviso, non hanno più potuto vedere, senza avere nemmeno il tempo per far loro un saluto. Ora si fa largo il movimento di pensiero che vorrebbe le scuole di nuovo aperte almeno per l’ultimo giorno per dare la possibilità ai compagni di banco di guardarsi negli occhi e dirsi buona estate. Il post che ho letto si soffermava proprio su questo tema, ricordando la gioia del giorno più bello dell’anno scolastico, proprio l’ultimo, quello che da sempre mette fine a tutto con una grande festa e un grido collettivo e altissimo al suono della campanella conclusiva che butta tutti dentro a un’estate piena di sorprese. Un bel post, niente da dire, autentico, soprattutto, è il ritratto di quello che accade arrivati a metà giugno in tutte le scuole, certo che me lo ricordo, in quel momento c’ero anche io. Mah. Bimbetta strana io. Ragazzetta peggio. Io tutta quella gioia non credo di averla mai provata davvero. Urlavo anche io al suono della campanella, ma solo perché lo facevano tutti gli altri. L’emozione di un’estate davanti a me? No. Proprio no. Qualche bella cosa accadeva certo, ma non era l’estate a buttarmici dentro. Capitava e basta. Oggi è una giornata no, forse è per questo che se penso a quei momenti mi sento un bel po’ di nero attorno, esagero certo, ma non posso che sovrapporre quel passato a questo presente. Ha ripreso a fare caldo, ne arriverà sempre di più, quello che non mi fa stare bene, la sclerosi multipla con l’umidità sale di quota. Io al suono della campanella avrei fatto meglio a non urlare perché che cavolo di emozione c’è ad avere l’estate davanti a sé?

È il mocassino che parla

Ora che le cose potrebbero essere tornate alla quasi normalità – o almeno così speriamo tutti – anche al lavoro sembra di poter dire che dài forse se ne viene fuori. L’altro giorno, per esempio, ho rivisto un tizio che gira dalle mie parti e con cui sono costretta ad avere a che fare perché è un cliente. Non lo vedevo da mesi, non mi mancava neanche un po’, ma, vabbè, con tutto quello che c’è stato di mezzo meglio ritrovarmelo davanti, anche lui è segno di una quasi ritrovata normalità. Qui dove abito ci conosciamo un po’ tutti, quantomeno di fama, la cittadina è piccola e lui è il marito di una tipa con cui, ahimè, ho dovuto crescere, una vecchia compagna di scuola, di quelle che purtroppo ti tocca sopportare almeno per qualche anno. E ora, guarda la vita, sulla mia strada è capitato lui, un cinquantenne o giù di lì, senza contenuto, vanesio, superbo, arrogante. Uno spasso insomma. Ma con me mai uno scontro, ovvio, c’è una sedia a rotelle di mezzo, non ha idea di come gestirla, tra i suoi talenti non colgo intelligenza dopo tutto. Quando me lo vedo arrivare davanti mi si torce comunque stomaco, perché lo capisci subito com’è un personaggio anche da come si veste e lui, col suo capello inutilmente lungo per nascondere a mala pena una calvizie incipiente, la giacca da manager abbinata alla camicia con collo inamidato, il pantalone a vita alta e gamba corta che mette in vista l’inguardabile mocassino senza calza, è l’ineleganza costruita in poche mosse attorno ad una personalità vuota. L’altro giorno quando ha suonato il campanello l’ho accolto con il consueto sorriso sotto la mascherina, ho ascoltato le sue richieste e mentre io assolvevo ai miei compiti lui parlava, un blablabla sufficientemente vano, commenti vari sugli ultimi mesi finché l’ho sentito dire che abbiamo passato un periodo che ha richiesto grande resilienza a tutti noi. Resilienza. Già. Ho consegnato le carte richieste e ho salutato. Mi serve molta forza per sopportare l’uso della parola resilienza, non perché sia brutta, non perché venga utilizzata in modo scorretto, non perché sia più sgradevole di tante altre. Ma perché è di moda, perché è ripetuta a caso, senza ordine, senza criterio, senza giudizio. Da chiunque. Solo per averla sentita dire. Detta e ridetta a catena, in quantità esagerata, in troppi casi solo per dare l’idea di essere colti, capaci di mettere insieme grandi discorsi per incartarsi subito dopo attorno al verbo giusto. In pochi – e di sicuro non io – possono dirsi certi di parlare perfettamente una lingua complessa come l’italiano, ma quel che è certo è che l’abuso di parole come resilienza non trasforma nessuno in un novello Dante. Figuriamoci un tizio con mocassino senza calza.

Zero in condotta

Stamattina ho chiamato il Centro sclerosi multipla che mi segue, volevo avere qualche informazione in più sulla mia prossima visita di controllo, ce l’avrei il prossimo 25 giugno ma, causa Covid-19, potrebbe saltare, così mi avevano detto tempo fa, e ridursi solo a un contatto Skype o Wapp. Oggi volevo la conferma che ce l’avrei fatta a non vederli per portare a casa un risultato molto più che vincente e, viste le mie capacità inventive e quel certo talento creativo che mi appartengono, ne sarei potuta uscire come una prima della classe senza sottopormi al loro giudizio diretto. E invece oggi mi hanno detto che il protocollo potrebbe cambiare, manca ancora un mese hanno sottolineato con tono di sufficienza, e l’obiettivo è quello di tornare al più presto alla normalità per riprendere con le classiche visite di controllo, che da un lato vuol dire che le cose stanno andando bene e che questa Fase 2 prenderà a breve la direzione verso la Fase 3, ma dall’altro che io sono stata fottuta. Di rivederli in faccia non ho nessuna voglia, con quel pacco di esami di controllo che devo portare sulle loro scrivanie soprattutto, gli stessi che a distanza di vent’anni dalla prima volta ancora mi mettono ansia come un compito di greco di Aristotele da tradurre. E allora ho deciso. Faccio la strafottente questa volta, stravolgo le regole del gioco e risolvo io. Non farò niente, soprattutto niente risonanza, così come niente di tutto il resto, capiranno mi sono detta, se non lo sanno loro in che condizione stanno gli ospedali chi lo deve sapere? Candida come un ingenuo giglio innocente dirò che non c’è stata possibilità di prenotare tutti gli esami e che ho dovuto disdire anche quelli già fissati in agenda. Semplici bugie, perché tempo un mese sarei in grado di fare tutto, per l’odiosa risonanza poi ho già la data e basta andare a farla, ma serve dirlo che non ne ho nessuna voglia? Resta comunque la premessa che non è nemmeno detto che l’ospedale in questione me la faccia fare, un casino insomma. Quindi ho preso in mano la situazione, se loro decideranno di volermi vedere in diretta mi presenterò del tutto impreparata, per la prima volta davanti a quella temibile commissione rischierò un brutto voto che potrebbe fare media lo so, rovinando la mia pagella di studentessa ineccepibile che ha sempre rispettato ogni regola senza mai sgarrare. Ma che ora, lo dichiara, s’è rotta le palle.

Bandiera gialla

Ha certamente sbagliato questa generazione di ventenni, poco più poco meno, che, di fronte a un sonoro tana libera tutti che ha riaperto le frontiere ributtandoli fuori casa all’improvviso, ha reagito così come si è visto. Ma poteva andare diversamente? Questi sono ragazzi che si sono visti strappare di mano circa tre mesi di giovinezza e che, nuovamente sulla linea di partenza, hanno voluto correre dentro le loro notti imperiose al grido di basta è finita, con abbracci che hanno negato ogni distanza di sicurezza, senza mascherine, per riprendersi in mano quella socialità che forse li ha fatti rimpiangere perfino scuola e studio. E gli adulti tutti lì col ditino alzato, la movida killer l’hanno chiamata i giornali, chiuderemo tutto di nuovo stanno dicendo i sindaci, perfettamente consapevoli che non lo faranno perché se hanno permesso le riaperture è solo per non affossare ancora di più un’economia che vacilla drammaticamente e ha bisogno di registratori di cassa in funzione daccapo. Ma questo divertimento in moto dopo troppo tempo di silenzio mi ha dato quasi l’idea di entusiasmo forzato, da certe immagini ho ricavato addirittura un’idea di finzione, stasera è d’obbligo essere felici mi sembrava si dicessero quei ragazzi, sono qui, a fare casino, urlo perché è giusto cosi, cavolo, sto vivendo serate speciali, le ricorderò per sempre, come potrei non farlo, e allora resto per strada all’infinito e abbraccio tutti, lo fanno gli altri e lo faccio anche io. Sono molto più giovani di me e magari pensano proprio questo, ma chissà perché a me sono venuti in mente certi Capodanni di quando ero ragazza io, a quei tempi era la serata per eccellenza, quella in cui potevo stare fuori più a lungo, quasi senza coprifuoco – quasi -, eppure ce ne fosse stata una in cui mi sono divertita. Erano serate che partivano piene di speranza, con pianificazioni lunghissime ed elaborate, prima fra tutte l’augurio di ricevere l’invito alla festa dei desideri che prevedeva di conseguenza la scelta di un look all’altezza. Vorrei soprassedere su certi abiti scelti con cura eppure orridi e pure sfoggiati senza vergogna, ricordo molto bene, comunque, di non essermi mai divertita sul serio. Perché se penso al vero divertimento mi vengono in mente quelle serate partite dal nulla, nate un po’ a caso e scoppiate in mano senza più tornare indietro con decolli prepotenti e voli altissimi. Perché la gioventù è davvero bella e sia come sia, sono felice che i ragazzi di oggi se la siano ripresa in mano.

Di sei mesi in sei mesi

Ieri ho terminato, finalmente, la procedura del cambio armadio, quella pratica semestrale lunga, faticosa e molto, ma molto, impegnativa. Ho tentato di prendere tempo prima di obbligarmi su un’operazione che mi toglie il fiato al solo pensiero. Guardavo fuori e mi appellavo ad ogni vaga nuvoletta all’orizzonte per dirmi che potevo aspettare ancora un giorno, o forse due, facendo forza su camicie e felpe più leggere che dentro al mio armadio non conoscono stagione e se ne stanno sempre lì pronte all’uso. Ma sulla griglia di partenza rimanevano pur sempre maglie di lana e pantaloni pesanti, già lavati e pronti all’espatrio, questo sì, però ancora in prima fila mentre tutto l’estivo se ne stava dentro scatole non proprio a portata di mano. Fino a ieri appunto, quando ho ribaltato tutto, vuotato cassetti e scatole che poi ho riempito di nuovo seguendo l’ordine stabilito, inverno in pausa, estate pronta per essere indossata. Ad ogni stagione mi impongo di mettere in pratica la regola suprema del cambio armadio che prevede l’eliminazione di tutta quella parte del guardaroba che non si indossa da tempo, solo così si ricava più spazio e più ordine. Quelli che ne sanno fanno autentica filosofia sul tema proponendo tutti gli innegabili vantaggi della questione, se da due anni scegli di non indossare più quel tal pantalone, gonna o maglia vuol dire che nella più facile delle opzioni non ti piace più e che quindi è inutile tenerlo, al suo posto è meglio mettere qualcosa d’altro, un nuovo acquisto per esempio. E come non essere d’accordo. Eppure io dentro al mio guardaroba conservo autentiche perle di antiquariato che non metto da molto più di due anni ma che mi ostino a non buttare via, facendole scendere e salire da cassetti a scatole, da una stagione all’altra, senza convincermi a liberarmene. E quando faccio shopping e devo ingegnarmi per riuscire e rintracciare un ripiano qualunque dell’armadio dove infilare il nuovo acquisto, mi dico sempre che a fine stagione farò un deciso repulisti però al momento opportuno salta fuori sempre un buchetto per non buttare via niente. Ora ho l’estate nei cassetti, mi sembra che vada tutto bene, ma ad agosto, già lo so, la penserò diversamente e come ogni anno mi dirò che quel vecchiume a settembre prenderà la via del non ritorno, ma sarà di nuovo tempo per tirare fuori l’inverno, un’altra stagione a cui pensare, scatole da svuotare, cassetti da riempire e qualche spazio da trovare per la mia privata collezione di antiquariato che chissà, potrebbe sempre servire.

Ognuno c’ha il suo mare dentro al cuore

Trovare la più bella canzone italiana dal 1975 al 2019 per celebrare la musica e la storia della radio italiana. Eccolo il mio concorso, non posso che partecipare, non si vince niente ma vuoi mettere la soddisfazione, quindi mi sono studiata per bene la lista delle canzoni che hanno selezionato i direttori di tutte le radio italiane mettendomi d’impegno per dire la mia, stiamo parlando di musica italiana, roba seria. Ho cominciato con grande entusiasmo, cavolo, ci sono proprio tutte le migliori canzoni passate in radio negli ultimi 45 anni, perfino Gianni Togni con Luna, che sì vabbè mi piace, bella è bella, ma mica posso votarla e preferirla alle altre. Perché molte sono proprio di categoria superba come Una donna per amico, che però non è la mia preferita di Battisti questo va detto, anche se Battisti resta Battisti. Prendo nota e ci penso. Non può mancare De Gregori ovvio, ma la canzone che hanno scelto è La donna cannone, non tra quelle che mi piacciono di più del Principe, mica è Rimmel o Sempre e per sempre, a queste due avrei dato il voto con più convinzione. E poi, caspita, vedo Centro di gravità permanente e qui siamo nel 1981 ma nello stesso tempo è anche il 2081, Battiato è avanti più di mille miglia di chilometri rispetto agli altri, andrebbe votato, lo so. Mi faccio un appunto allora. C’è Dalla con Caruso ma qui è facile devo essere l’unica al mondo a cui questa canzone non piace, volevo Cara semmai, per vedere se di tanti capelli ci si può fidare allora sarebbe stato molto diverso il mio giudizio. Baglioni lo hanno messo con Sabato pomeriggio che mi fa scendere il latte dalle ginocchia, quel passerotto che va via vi prego risparmiatemelo, ma dico io c’erano Strada facendo e Avrai, non si poteva mettere queste? Continuo a leggere con attenzione tutti i titoli, accidenti, quanta vita rintraccio là dentro, molti pezzettini di me, e nemmeno piccoli, racconti, episodi e persone che vengono fuori stringendomi un po’ di anima, come si fa a scegliere? Difficilissimo. Mi muovo senza metterci il cuore allora, accendo il motore e la voglia di energia: per questo c’è quel maestro di Silvestri e Salirò perché prima o poi ripartirò e salirò, salirò, tra le rose di questo giardino ma c’è anche 50 Special per fare su e giù per i colli bolognesi con Cremonini o Certe notti insieme a Ligabue quando la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. Fino a quando la vedo, è lei, è la corsa verso il Mare mare di Luca Carboni e voto, senza più nessun dubbio, perché in questo tempo balordo e malfermo c’è bisogno di sentire l’onda e di nuovo la libertà che sbatte in faccia.

Con uno spritz in mano

Circa quindici anni fa o giù di lì, mentre facevo i conti con tanti sentimenti, primo fra tutti quello di conservare tutta la normalità possibile, quella che si stava sgretolando sotto i colpi della sclerosi multipla che percepivo diventare sempre piu feroci, al lavoro mi arriva una nuova collega, dentro un ufficio anche quello nuovo, che regala spazi più belli, che però mica mi piacciono. Non amo il cambiamento mai e in quel momento mi ritrovo incastrata in un corpo che dà segnali strani, la sento la sclerosi multipla, anche lei è un cambiamento, lei è il cambiamento, voglio provare ad ignorarla, fare finta di niente, pensare a ieri, a quello che c’era, mica facile, malgrado gli sforzi. La nuova collega non mi piace, poco da fare meno da dire, è nuova, può bastare. Dobbiamo condividere però lo stesso lavoro, scrivere piccoli e inutili pezzi di simil giornalismo che presentano il calendario di eventi organizzati nella nostra città, ce li dividiamo secondo criteri equi e casuali finché un giorno lei mi dice che ne vorrebbe uno in particolare tra quelli messi in lista dal caporedattore: un torneo sportivo tra non udenti. E mentre io vado avanti col mio lavoro la sento telefonare agli organizzatori per prendere le solite informazioni, dove si fa, quando, come, domande note, fino a che non la sento chiedere se i partecipanti sono non udenti o sordi. Eccola qui, quella nuova, ma saranno cose da chiedere queste, mamma mia, lo dicevo io che proprio non ce n’era. Quindi da stronza quale sono, messa giù la cornetta, le chiedo perché ha fatto quella domanda. I miei genitori sono sordi mi dice, pienamente consapevoli del loro essere disabili vivono la quotidianità con l’equilibrio di una vita che non conosce intoppi, solo quelli che a volte impongono gli altri, da cui si difendono molto bene comunque. Ma non per tutti è così, ha continuato, soprattutto i genitori che sentono, davanti all’arrivo di un figlio sordo, faticano molto anche solo ad accettarne la parola, così si sono fatte largo definizioni parallele come non udenti che spesso fanno capo ad associazioni che promuovono addirittura interventi chirurgici che non danno nessuna garanzia, anzi. Con sordomuto ho chiesto, cosa si intende? Niente, non esiste, il sordo parla, in modo atipico, ma solo perché non sente la sua voce, leggendo il labiale sostiene ogni conversazione, basta avere l’accortezza di guardalo in faccia mentre ci si rivolge a lui. E si arriva ai giorni di oggi, quell’antipatica di nuova collega piano piano è diventata la mia dirimpettaia di scrivania con cui ho condiviso un po’ tutto – più di vita che di lavoro comunque – e si parlava di questo burrascoso ritorno alla normalità dopo la quarantena. Il discorso è finito sulle mascherine e di come stiano influenzando la vita dei suoi genitori: impossibile leggere il labiale. In quei negozi nei quali si entra uno alla volta, nei quali si mantengono due metri di distanza per comprare una bistecca e tre etti di cotto c’è chi fatica ad abbassarle per pochi secondi per parlare con un cliente che fa la spesa da loro, tutti i giorni, da decenni. E non credo sia paura del contagio, con lo spritz in mano vedo che le mascherine scivolano giù che è un piacere.

Poco da fare se sei scemo

Stamattina ero al lavoro e, oltre a litigare con gli occhiali che insieme alla mascherina si appannano in modo indecente, ho scoperto che posso usare la mia sedia sfruttandone tutti quei lati che fin dal primo giorno in cui mi ci sono messa sopra mi hanno sempre fatta innervosire oltremodo. Forse l’ho già scritto ma non ricordo dove, comunque il sunto è che esiste una categoria di persone che vedendomi lì, relativamente giovane – questo lo aggiungo io! – e perlopiù sorridente, mi si parano davanti con un atteggiamento di esagerato altruismo, come se spettasse loro attribuirmi la forza per affrontare le mie giornate. Serve dirlo che mi danno sui nervi? Li riconosco subito e passo oltre con una cattiveria nello sguardo che smorza all’istante sorrisi sproporzionati e la curiosità di conoscere cosa mi è successo con il sollievo di sapere che qualunque cosa sia non è capitata a loro. Ma se sono al lavoro devo cambiare rotta e comportamento, amplificare finta gentilezza e smussare lo spregio che mi provoca quella gente, e guarda te cosa ho scoperto. Seduco. Conquisto. Affascino. Anche i rompipalle. La mia più grande sfortuna diventa un viatico che mi permette di trovare qualche soluzione in più, là dove camminerei sui piedi con le ruote della mia sedia perché certi atteggiamenti mi mandano ai matti, è un’occasione perfetta da sfruttare per ottenere ciò che voglio. La poverina alza la testa e si accorge che anche senza volerlo può trovare un beneficio dalla sua sfiga? Certo, io ci metto il massimo delle mie possibilità per fare bene il mio lavoro, mi impegno e comunque sorrido perché mi va di farlo, non sono certo personaggia che si piange addosso stile me misera, me tapina, ma se tu, piccolo ignorante, limitato nel pensiero e nella mente, credi che con me devi essere più gentile che con altri perché la natura ti ha messo in croce da un cervellino piccolo che nessuna sedia a rotelle potrà correggere, prego fai pure, continuo a disprezzarti ma in più ti uso, sei scemo e nemmeno lo capisci. Mica è colpa mia.

Quel rumore infernale che fa

Nello spazio di dieci giorni due care amiche mi hanno detto che i loro psicologi, con i quali hanno cominciato le rispettive terapie di analisi, hanno fatto dei commenti positivi nei miei riguardi, cose sul tipo è in gamba, tenetevela stretta. Ora, non so cosa si sia detto di me o a che titolo io sia entrata nelle loro terapie, qualcosa mi è stato riportato ma mi permetto di dubitare sulla realtà di quanto detto, mica si usa raccontare in giro il percorso che nasce durante le sedute con questo genere di professionisti, o meglio io non lo farei. Già io. Che forse due parole con uno psicologo avrei pure bisogno di farle, tanto per capire se dentro di me ho individuato tutte le tracce per superare i limiti necessari per liberare mente e pensiero da quello che mi ha regalato con grande generosità la sclerosi multipla. Ecco appunto. Io ho scelto di cacciare tutto dentro un profondissimo buco nero coperto da vagonate di terra spessa e nera perché niente esca, e che nessuno si permetta di farlo. Fatico perfino a dire sclerosi multipla, mi urtano queste due parole che ai più sembrano nulla, ma per me sono un condizionamento crudele che ha tradito progetti e vita e che per di più, a leggere bene, ha elargito anche alibi in quantità per non prendere decisioni importanti. Ecco, io parto da qui, ho soffocato tutto, ho cancellato in profondità e non voglio nessuno che mi aiuti a far riemergere il male assoluto che conosco e fin troppo bene. Quindi mi inchino davanti ai commenti positivi di questi due professionisti, ma il dialogo si chiude qui, ringrazio e porto a casa. Che poi non è nemmeno vero che non ho mai partecipato a una seduta di analisi psicologica, tanti anni fa sì, all’inizio della mia storia con la sm, quando piangevo pubblicamente e in quantità, ma non per roba stupida come ora, ma per affari di autentico spessore come la neo diagnosi appena arrivata, la paura, il futuro che sentivo negato e le tutte incognite che si intravedevano. Di preferenza lo facevo davanti ai medici, allora mi seguiva una neurologa che adoravo, perché era dura, competente e spietata, lei non nascondeva niente, diceva cose sul tipo: ciccia, questa cosa ti è capitata, mi chiedi risposte? Non ne ho, io ti posso dare questa terapia, ma non sono attrezzata per i miracoli, vediamo di venirne fuori al massimo della scienza. Io la ascoltavo e condividevo, ma piangevo lo stesso, eccheccacchio aggiungerei, voglio vedere chiunque al mio posto, ma mi fidavo, di lei e della scienza. Fino a che un giorno, all’ennesimo pianto, mi ha detto che il centro metteva a disposizione una psicologa se lo volevo, no, ho risposto, sempre piangendo, mica mi serve e lei mi ha detto che si vedeva che ero forte – non ho mai capito se mi prendesse in giro, voglio credere di no – ma c’è, dái vai, prova, ha concluso. E sono andata. La tipa mi ha fatto fare un sacco di test di memoria e roba sul genere che mi hanno fatto crescere delle ansie clamorose, odio sbagliare, detesto che si creda che non raggiungo valori minimi di preparazione. Poi un bel giorno l’appuntamento con la tizia mi capita un’ora prima di quello per la risonanza magnetica, l’esame centrale per monitorare l’andamento della sclerosi multipla. Non è doloroso, ma è molto lungo, lo odio fin dalla prima volta che ho dovuto farlo, è un momento cruciale, stabilisce se la sm è ferma allo stesso punto della volta precedente o se è andata oltre, se ha fatto danni che non si sono ancora manifestati, se avanza di corsa o si è bloccata un minimo. Quando la fai sei infilato, pieno di ansia, dentro un tunnel di metallo, stretto e basso, senti nelle orecchie un rumore infernale e aspetti che a un certo punto, dopo tre quarti d’ora circa, ti entri dentro le vene il temibile e freddo liquido di contrasto quello che passa dall’ago che ti hanno infilato dentro il braccio: è il censore supremo dell’intera risonanza, se ci sono infiammazioni in corso lo dice lui. Quel giorno sono distratta con la psicologa, mi chiede cos’ho e le dico la ragione. Ah, è solo per questo, esclama sorridente, ma l’ho fatta anche io, dovevo provarla per essere certa di capirvi, e mette su una faccia ebete, mi sono addormentata, continua, cavolo, quanto è lunga, ma per fortuna non è dolorosa. Già, le ho detto, e mi sono alzata. Dopo pochi giorni ho portato l’esito della risonanza alla mia dottoressa, non ho pianto e le ho detto che pensavo fosse meglio non andare più dalla psicologa, ché mi sentivo meglio. Ora, è certo che ho beccato un’incapace, ma non è nemmeno a causa sua se poi ho deciso di evitare qualunque terapia di analisi. Ho preferito costruire uno buco profondo accanto a me dove ficcarci dentro tutto, da lì non si tira fuori niente come regola di vita, scoppierebbe una bomba troppo rumorosa. Da far rimpiangere il casino che ti fa nelle orecchie fa una risonanza magnetica.

Agosto è il più crudele dei mesi

Soffiata via una stagione. Me ne sono accorta lunedì mattina quando dopo tantissimo tempo sono uscita di nuovo per tornare al lavoro. Nell’aria l’ho sentito quel qualcosa di strano che non si poteva non notare, sicuramente per com’ero vestita, non avevo cambiato niente del mio guardaroba rispetto all’ultima volta in cui ero stata fuori, la prima settimana di marzo. Non è più inverno, ora c’è una bella primavera, intensa, ai confini di un’estate che giri l’angolo e sarà qui, stagione che da sempre detesto, perché che io sia strana è roba nota. Stavolta guarda un po’ cosa è successo, neanche il tempo di accorgermene, con i cappotti ancora appesi lì e le giacche un po’ più leggere tirate fuori in gran fretta, perché eccome se fa già quasi caldo. E io nei cassetti invece ho ancora le maglie di lana pesante, i cardigan davvero poco primaverili, mentre le camiciole, le magliettine più leggere, quei pantaloni di lino belli solo se stropicciati sono ancora chiusi altrove. Anche questo tempo s’è portato via il Coronavirus, che rispetto a tutto il resto, per carità, è cosa da nulla. L’ho notato pure io e con fastidio anche se non la amo questa stagione perché si porta dietro l’estate e io vivo al mare e se solo per questo dovrei amarla nel profondo, non l’aspetto mai con nessuna ansia, ma vedermela portare via sotto gli occhi non l’ho trovato corretto, tutto qui. Che primavera ed estate non siano amate da gente come me che vive al mare può sembrare roba strana è vero ma il punto è questo, almeno per quello che mi riguarda. Perché il mondo del turismo invade fin da quando ero piccola i miei spazi, non ha mai significato vacanza, lavoro invece, per i miei genitori e poi crescendo pure per me. Il turismo io l’ho sempre vissuto con la strana sensazione della violazione, ecco cos’era e quando tutto finiva e tutti se ne andavano riprendevo a respirare. Ma è il turismo che mi ha dato tanto, mi ha fatta crescere, studiare, è suo il sistema da cui ho avuto tutto quello che avuto, come negarlo. E di conseguenza come non rispettarlo. Proprio ora che vacilla, tra dubbi, indefinibili incertezze, paure motivate e preoccupazioni molto più che valide, il turismo prende quota tra i miei sentimenti perché in giro dalle mie parti vedo e sento facce e parole che sanno di crisi barbarica, discesa verso il profondo nulla, che rischia di demolire una potenza economica che coinvolge tanti, troppi. Cosa accadrà su questo fronte è un’incognita che confonde perché mancano risposte adeguate a domande che fino a pochi mesi fa nessuno pensava di doversi fare. Sarà un’estate in bilico quindi, un turismo che giocherà una partita difficile come mai avrei creduto, proprio io che da piccola arrivati all’1 agosto cominciavo il conto alla rovescia verso l’inizio di settembre, il mio mese preferito. Avrei dovuto capirlo per tempo che agosto è un mese crudele solo perché chiude una pagina da non dare per scontata.